Il buon cuore - Anno IX, n. 30 - 23 luglio 1910/Religione

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Educazione ed Istruzione Società Amici del bene

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Vangelo della domenica decima dopo Pentecoste


Testo del Vangelo.


In quel tempo uno della turba disse a Gesù: Maestro, ordina a mio fratello che mi dia la mia parte dell’eredità. Ma Gesù gli rispose: O uomo, chi ha costituito me giudice ed arbitro tra voi? E disse loro: Guardatevi attentamente da ogni avarizia; imperocchè non sta la vita d’alcuno nella ridondanza dei beni che possiede. E disse una similitudine: Un uomo ricco ebbe un’abbondante raccolta nelle sue tenute; e andava discorrendo dentro di sè: Che farò ora che non ho dove ritirare la mia raccolta? E disse: Farò così: Demolirò i miei granai, e ne fabbricherò dei più grandi: e vi radunerò tutti i miei beni, e dirò all’anima mia: O anima, tu hai messo da parte dei beni per moltissimi anni. Stolto, in questa notte è ridomandata a te l’anima tua: e quello che hai messo da parte, di chi sarà? Così avviene di chi tesoreggia per se stesso, e non è ricco per Iddio.

S. LUCA, Cap. 12.


Pensieri.


A Gesù tutto pieno delle realtà invisibili, tutto dato a un apostolato spirituale, uno della folla chiede d’intervenire in una questione d’eredità. Ciò rattrista il Maestro divino, ciò lo rattrista di quella tristezza di cui è preso ogni apostolo che vede i fratelli errare lungi dalla verità, che li vede cercare felicità dove non la rinverranno mai!

Nella nostra miseria morale, nella limitazione del nostro amore, noi, forse, non abbiamo provato mai questa sofferenza indicibile per i bisogni spirituali dei nostri fratelli! Noi ci contentiamo d’aver luce per noi; di aver salvezza per noi; praticamente, se non sempre a parole, noi diciamo: che ci importa degli altri che naufragano, se ci salviamo noi! E ci riteniamo cristiani!

L’uomo pieno di Dio, invece, come soffre per le anime, non per le anime delle persone care per parentela amicizia soltanto, ma per tutte le anime....

Pare che tutto il dolore e l’errore degli uomini si raccolga nel suo cuore e per sollevare e illuminare dà tutta la vita, si rinunzia, si immola... sì, perchè amore così grande, apostolato così eccelso non è compensato che con il martirio. Le anime piccine si spaventano e si ritraggono: rimangono gli eroi e quelli corron la loro via, rivelando una grandezza sovrumana, testimoniando a quali altezze può giungere l’uomo quando e ripieno di Dio!...

Gesù risponde a chi a lui si rivolge, non secondo che quegli s’aspettava, ma mostrandogli la vanità della sua richiesta.

«La vita d’alcuno non istà nella ridondanza dei beni che possiede«». Apriamo il cuor nostro a sentir tutta la forza liberatrice della parola di Cristo!

La vita non sta in ciò che gli uomini possono togliere o dare! Non sta nelle ricchezze della terra, che si dissolvono come la neve al raggio del sole; non sta negli onori, nella deferenza degli uomini che mutano come muta un campo di grano scosso dal vento; non sta nella salute.... Tutto ciò nè toglie nè aggiunge alla vita! L’esser ricco, l’esser povero non conta per nulla: la vitalità, la vita piena non sta nè nell’avere nè nel non avere; è inferiore, è un semivivo chi, avendo, si

gonfia, chi, non avendo, brama.... e l’uno e l’altro che sia la vita non sanno!

Vita perenne è dalla virtù, dalla bontà, dall’unione con Dio nel quale noi ci eterniamo e ci eleviamo al disopra di tutto ciò che passa! Che fratellanza, che spiritualità potente, che pace sociale se la parola del Vangelo trovasse eco in ogni cuore!

Gesù, per esprimere il suo pensiero e renderlo più comprensibile a tutti, si serve della parabola che si legge nel passo evangelico proposto oggi alla nostra meditazione.

Dalla lettura della parabola emerge un altro ammonimento, si è posti in guardia contro un altro pericolo delle ricchezze, dell’amore della terra.

Non solo questo amore ci diminuisce, ma ci rende crudeli, insensibile ai dolori altrui, anche ai dolori materiali degli altri!

Il ricco, giovane signore, nella sua larghezza, non ha un pensiero per i poveri: sola sua preoccupazione quella d’ammassare, di custodire: a dare non pensa per nulla!

In questo nostro tempo in cui c’è quasi un dilettantismo di beneficenza, tutti c’industriamo a dare più o meno pomposamente. Non indaghiamo i motivi per cui si dà: bene ai miseri ne viene e delle intenzioni è solo giudice Dio.

Ma scendiamo a osservazioni più minute, a indagini più sottili. Nulla è piccolo quando si tratta della perfezione morale! Noi pensiamo ai poveri in un modo ben superficiale, e, nella pratica, ci riteniamo, se possediamo, qualcosa di più di essi!

Quante cose noi facciamo, riteniamo diritto nostro e poi le biasimiamo se fatte da chi non ci sembra all’altezza nostra! Quante cose noi vogliamo per noi e non siam per nulla disposti a concedere altrui! E che poca comprensione mostriamo per i bisogni dei poveri, che ci sembrano sempre esorbitanti, mentre noi poi ci irritiamo, se, per noi, c’è la minima attesa, il minimo disagio!

Anche persone pie a volte si mostrano così dure, così aride, così incomprensive ed esigenti che ci si sente stringere il cuore!

Che animo grande ci vorrebbe per essere ricchi e non cadere in tentazioni! Per giovarsi della propria larghezza per il bene e non averne diminuita la propria ricchezza di vita interiore!

Una riflessione, un giudizio sincero sulle nostre disposizioni ci dovrebbe sgomentare.... ma ricordiamo che ciò che è difficile all’uomo non è difficile a Dio e affidiamoci a Lui!

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L’avv. MICHELE SAN PIETRO.


È spirato a sessant’anni. Era una distinta figura di benefattore, che godeva fama lusinghiera come professionista e che rivestiva -- oltre ad essere uno degli autorevoli maggiorenti del partito cattolico — molte cariche pubbliche, in Enti, Società, ecc.

Era infatti consigliere comunale di Merate e Sabbioncello, presidente della Società di San Vincenzo de Paoli, era presidente della Società idro-elettrica di Cerro al Lambro, vice-presidente del Consiglio di amministrazione della Società d’assicurazione Concordia, consigliere e cassiere del Credito Fondiario Sardo, consigliere dell’Associazione Religione e Patria, consigliere d’amministrazione dell’Ospedale Fate-bene-fratelli, apparteneva anche alla Società contro l’accattonaggio ed al Comitato nazionale per diffondere l’educazione dei sordo-muti; era infine fabbricere di S. Stefano e di S. Lorenzo.

Grande fu il concorso ai funerali.

Sulla facciata della chiesa di S. Babila leggevasi la seguente epigrafe, dettata da mons. Carlo Locatelli:

SULLA ESANIME SPOGLIA

DELL’AVVOCATO MICHELE SAN PIETRO

LA FAMIGLIA DA LUI CON TANTI ESEMPI EDIFICATA

E TENERAMENTE AMATA

I POVERI DI CRISTO AMOR DEL SUO CUORE

I COMPAGNI ALLE OPERE

DA LUI COL CENSO E COL SENNO ASSISTITE

PRECI E LAGRIME DEPONGONO

FACENDO VOTI

DI MEMORIA IMPERITURA

AD ECCITAMENTO DI RELIGIOSE E CITTADINE VIRTÙ

DI GIOIA E GLORIA ETERNA

A RICOMPENSA DI VITA INTESA

ALL’AMOR DI DIO

AL BENE DEI PROSSIMI.


Al Cimitero l’on. marchese Carlo Ottavio Cornaggia pronunciò il seguente discorso:

«Quanti siamo qui convenuti, intorno al feretro che racchiude la salma del benamato avvocato Michele San Pietro, al dolore profondo per la sua immatura dipartita associamo il convincimento che in Lui abbiamo perduto un uomo degno della più sincera stima e del più vivo affetto, per le doti elettissime della sua mente e del suo cuore e per l’illuminata sua operosità.

«Poche persone infatti, al pari del nostro caro estinto, hanno sentito il dovere di fare il bene e di farlo sempre e generosamente.

«A questo dovere egli ha obbedito costantemente, con animo volonteroso e lieto; nel fare il bene egli non ha mai sentito stanchezza o scoramento: lo possiamo attestare noi, testimoni della sua costante serenità fra le preoccupazioni e le fatiche della sua giornata.

«E pure fu immane il lavoro, che egli compiva nel vasto campo aperto alla generosa sua attività!

«Alla Società di San Vincenzo de’ Paoli ha dedicato, si può dire, tutta la sua esistenza, pieno l’animo del

desiderio di farla prospera e di venire in aiuto dei suoi poveri, convinto che l’opera delle conferenze, sovratutto colle visite fraterne alle famiglie, può centuplicare il beneficio del sussidio materiale che si largisce ad esse.

«Ma mentre la presidenza della Società di S. Vincenzo sembrava dovesse assorbirne tutta l’operosità, ad innumerevoli altre amministrazioni l’avv. San Pietro dava la sua mente e il suo cuore, con tanta efficacia da diventarne spesso il più sicuro appoggio e senza dimenticare la sua famiglia, degna di lui, alla quale ha dedicato tesori di tenerezza e di devozione.

«Però la sua attività nel campo della beneficenza non ha mai servito a scopi di vanagloria; le sue caritatevoli larghezze non ne hanno mai fatto risuonare il nome, perchè la sua modestia e il suo desiderio di restare occulto non avrebbero mai tollerato che esse servissero per procurargli qualche lode.

«Di questa sua modestia disinteressata egli ha dato indubbie prove col non desiderare mai quegli onori, dei quali lo facevano degno la indiscutibile sua capacità e le non comuni sue benemerenze.

«Un giorno solo egli ha accettato di essere proposto ai voti dei suoi concittadini quando — giova ricordarlo a suo speciale elogio — fra antiche diffidenze, che rendevano ardui gli accordi novissimi, desiderati dai buoni, gli fu detto che il suo nome avrebbe potuto essere pegno di concordia fra quelle forze che era bene si alleassero per la difesa dell’ordine e della libertà.

«Ad un invito così motivato egli, tanto alieno dal desiderare alte cariche, si era tosto arreso, noncurante delle sorti riservategli dall’urna e lieto di fare ciò che stimava suo dovere.

«Ma se il benamato nostro estinto, illuminato dalle promesse della fede, non ha atteso quaggiù il premio alle sue fatiche, più doverosa e più incondizionata è la nostra ammirazione per lui, che — invidiabile riassunto di tutta una vita — dobbiamo rimpiangere siccome uno fra i più nobili esempi di cittadino e di cristiano».

In seguito parlarono: l’ing. Michele Cairati, presidente degli Ospedali Fate-bene-fratelli; il dott. Carlo Baslini, sindaco di Merate, e il comm. De Giuli, anche per la famiglia del defunto.


L’ingegnere GIUSEPPE CARONES.


Un’altra dolorosa notizia ci sorprende mentre siamo occupati nell’impaginazione del periodico: il giovane ingegnere Giuseppe Carones, colpito da tifo, è spirato lasciando nello strazio i genitori e tutta la numerosa famiglia. Avremmo voluto che la notizia, così fulminea, non fosse vera, e speravamo si trattasse d’un equivoco, perchè un fratello dell’ing. Giuseppe, già gravemente malato, aveva suscitato penose trepidazioni.... Ma pur troppo mentre il fratello minore guariva, si ammalava il maggiore, e i poveri genitori, dopo aver sospirato per un figliolo che temevano di perdere, non hanno avuto tregua ed ora piangono desolati per la precoce, inaspettata dipartita del diletto Giuseppe. [p. 239 modifica] Noi rifuggiamo da ogni elogio convenzionale o adulatorio, e seguiamo l’impulso spontaneo del nostro cuore quando segnaliamo le virtù di vivi o di defunti. Ora siamo qui coll’animo commosso, col pensiero rivolto a quel caro giovane, il quale, come albero coltivato in buon terreno, cresciuto in ambiente sano, sorvegliato, difeso dai parassiti, era giunto nel pieno rigoglio della vita e aveva già dato fiori e frutti a’ suoi ottimi coltivatori.

L’ing. Giuseppe Carones percorse tutti gli studi con distinzione, facendosi sempre ammirare per la sua diligenza, per la sua attività, per la sua osservanza dell’alto esempio paterno.

Virtuoso in tutto il significato della parola, rifuggiva da ciò che avrebbe potuto offuscare minimamente la sua vita illibata, e si era votato al lavoro, lieto di sollevare l’amato padre, che era stato suo maestro e ispiratore.

Ora ecco che, ad un tratto, l’albero è schiantato dalla bufera; ora ecco che l’edificio, che formava l’orgoglio di santi genitori, è crollato in un attimo, annientando tanti rosei progetti, trasformando le più dolci speranze in profonda amarezza!

Dobbiamo ancor una volta convenire che le famiglie migliori sian quelle maggiormente provate in questa valle di lacrime?

Oh, se la Fede non sostenesse chi rimane a piangere i cari perduti!

A. M. C.




Un tifo maligno troncava mercoledì notte, nella sua casa in Milano, dopo soli dodici giorni di malattia, una floridissima esistenza: l’ingegnere Giuseppe Carones, il primogenito dell’egregio ing. Giovanni e della signora Luisa Gavazzi. Non aveva ancora 28 anni. Giovane di straordinarie qualità di mente, associate ad una fibra vigorosa di volontà, era divenuto il collaboratore infaticato nello studio paterno; l’indole remissiva e il cuore affettuoso gli avevano conciliato la predilezione dei fratelli e dei parenti tutti; la lealtà del carattere e la profonda religiosità, costantemente sentita e praticata senza ostentazioni e senza timidezze, ne facevano l’esemplare di cittadino e di cristiano.

Presago quasi della catastrofe e dell’impossibilità di prepararsi degnamente sotto gli accessi del male, volle fin dai primissimi giorni disporvi la sua coscienza; e la chiamata di Dio venne, nè egli la paventò; offrì rassegnato il suo olocausto, additando il cielo e invitando i suoi Cari a «»seguirlo in Alto».

Il lutto è piombato sulla desolata famiglia proprio mentre gustava le gioie dí aver sottratto alla morte un altro dei numerosi fratelli. Sono prove terribili, che Iddio chiede solo alle anime forti; e certo tutti i suoi Cari sapranno nel ricordo dei suoi esempi e nelle convinzioni religiose, che formano il loro più bel patrimonio, attingere la difficile rassegnazione.

Sac. C. Orsenigo.



SILVIA DUBINI CORA.


Creatura gentile, intelligente, educata con elevatezza d’intendimenti, fu la gioja della famiglia paterna e divenne poi anche la gioja d’altra famiglia ben degna di possederla.

Sposa felice ed esemplare, divenne madre di due bambini e due bambine, e nel suo orgoglio materno, nelle sue affettuose cure, non fu mai dimentica dei bambini poveri e sventurati, che anzi ella soccorreva con amorevole sollecitudine. Nella sua attività, Ella dedicava gran parte del tempo alla famiglia, ma la sua intelligenza voleva una certa espansione, sicchè la signora Silvia, armonizzando in sè le più belle doti e i tesori di una cultura sana e severa, riusciva, col suo tratto squisito e colla sua franchezza addolcita da simpatica espressione, a far del bene anche all’infuori della cerchia famigliare.

Bastava parlarle una volta per riportarne una impressione favorevole e duratura.

Or si pensi allo schianto del marito che perde in giovane età una moglie simile e rimane con quattro bambini quasi inconsapevoli della grande sciagura!

E fu assai lunga e penosa la preparazione al sacrificio! Un male insidioso, ribelle ad ogni cura, parve concedere qualche tregua per ripiombar poi nell’angoscia i cuori aperti alla speranza. E Lei sempre paziente, sempre amorosa, e anche nell’intravveduto pericolo, santamente rassegnata a lasciare il suo diletto Giuseppe, i suoi cari piccini, il venerato genitore. Nella visione straziante dell’abbandono, Ella innalzava fervide preci e, con indicibile espressione, raccomandando i suoi cari che sarebbero rimasti senza di Lei, manifestava il desiderio di essere sepolta a Lasnigo, accanto alla salma della madre venerata.

Ed ora, dall’alto, nella potenza sovrumana del sacrificio compiuto, nella forza perenne dell’amore idealizzato, come veglierà, vicino alla madre, l’anima bella su chi rimane nello strazio, nella dolcezza, nella santità del suo ricordo!

A. M. C.




ROSA MAGISTRETTI.


Un’altra buona e distinta famiglia dolorosamente colpita! Un morbo crudele, che già chiese troppe vittime, il tifo, rapiva Rosa Magistretti alle dolcezze della vita famigliare ed alle soddisfazioni del bene, lasciando nel pianto l’egregio consorte rag. Gaetano e quattro giovani figli.

La buona signora Rosa era zia amatissima del distinto arpista Magistretti, del quale parliamo in questo periodico.

A chi soffre nello strazio del cuore, sia conforto la visione di una tenerezza che non si è spenta, ma semplicemente tramutata; che dall’alto veglia su chi la ricorda e la invoca!

M. M. C.