Novella LXXXVII

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LXXXVI LXXXVIII

Maestro Dino da Olena medico, cenando co’ Priori di Firenze una sera, essendo Dino di Geri Tigliamochi gonfaloniere di justizia, fa tanto che ’l detto Dino non cena, volendo dar poi i confini al detto maestro Dino.

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Dino di Geri Tigliamochi fu uno cittadino di Firenze mercatante, uso molto ne’ paesi di Fiandra e d’Inghilterra. Era lunghissimo e maghero, con uno smisurato gorgozzule; ed era molto schifo d’udire o di vedere brutture, e per questo, favellando mezzo la lingua di là, avea un poco del nuovo. Essendo gonfaloniere di justizia, fece invitare maestro Dino a cena, e ’l detto maestro Dino era vie piú nuovo che ’l detto Dino. Essendosi adunche posti a tavola, il detto gonfaloniere in capo di tavola, e ’l maestro Dino allatogli, e poi era Ghino di Bernardo d’Anselmo, che era priore, e forse componitore col maestro Dino di quello che seguí della presente novella, posta la tavola, fu recato un ventre di vitella in tavola; e cominciandosi a tagliare, dice il maestro Dino a Dino:
- Per quanto mangereste in una scodella, dove fosse stata la merda parecchi mesi?
Dino guarda costui, e turbatosi, dice:
- È mala mescianza a chi è mal costumato; porta via, porta.
Dice il maestro Dino:
- Che è questo che è venuto in tavola? è ancor peggio.
Dino sconvolge il suo gorgozzule:
- E che parole son queste?
Dice il maestro Dino:
- Sono secondo quello che è venuto in tavola per la prima vivanda: confessatemi il vero; non è questo ventre il vasello dove è stata la feccia di questa bestia, poi ch’ella nacque? E voi sete il signore che voi sete, e pascetevi di sí lorda vivanda?
- È mala mescianza, è mala mescianza; levate via, - dice a’ donzelli, - e ’n fé del Criatore vo’ non ci mangerè plus.
Dino infino a qui non mangiò né del ventre, né alcuna cosa. Levata questa vivanda, vennono starne lesse; e maestro Dino dice:
- Quest’acqua delle starne pute -; e dice allo spenditore: - Dove le comperasti tu?
Dice lo spenditore:
- Da Francesco pollaiuolo.
E maestro Dino dice:
- Egli ne sono venute molte a questi dí, e alcuno mio vicino n’ha comperate, credendo siano buone, poi l’ha trovate tutte verminose; e queste fiano di quelle.
E Dino dice:
- È mala mescianza, mala mescianza, nell’ora mala a tanto scostume -; e dà la sua scodella al famiglio, e dice:
- To’ via.
Dice maestro Dino:
- E’ mi conviene pur pur mangiare, s’io voglio vivere; lascia stare.
E Dino in gote, e non mangia, e parea il Volto santo.
Levata questa vivanda, vennono sardelle in tocchetto. Dice il maestro Dino:
- Gonfaloniere, e’ mi risovviene quando e’ miei fanciulli erano piccoli, che uscivano loro i bachi da dosso.
E Dino levasi:
- È mala mescianza a chi è mal costumato; per Madonna di Parigi, che non m’avete lasciato mangiar stasera con sí laida maniera di parlare; ma per mie foi non verrete piú a questo albergo.
Maestro Dino ridea e pregavalo tornasse a tavola, e non ci fu mai modo, ché se ne andò tra le camere, dicendo:
- Nostro Signore vi doni ciattiva giornea; un poltroniere venuto in tal magione, e tiensi esser gran maestro di musica, e le sue parlanze sono piú da rubaldi che votono li giardini che da quelli che debbon dare esempli e dottrine, come doverrebbe dar elli, che si può dire esser vecchio mal vissuto.
Ghino di Bernardo, e gli altri signori, che di ciò avevono grandissimo piacere, si levarono da tavola e andorono dove Dino era, e trovaronlo molto in gran mescianza, e non voler vedere il maestro Dino; pur tanto feciono, che un poco si raumiliò: e maestro Dino con lui a’ versi, tanto che si conciliò con lui. Ma poco duroe, però che stando un pezzo, e maestro Dino volendosi partire, disse Ghino di Bernardo:
- Maestro, pigliate commiato da Dino e fategli reverenza.
E ’l maestro Dino piglia per la mano Dino, e dice:
- Messer lo gonfaloniere, con la grazia vostra, datemi licenzia -; e quel li porge la mano; e ’l maestro Dino, pigliandola, subito si volge, e mandate giú le brache, a un tratto gli scappuccia il culo e ’l capo.
Or non piú; Dino si comincia afferrare:
- Pigliatelo, pigliatelo.
Ghino e gli altri diceano:
- O Dino, non gridate; anderemo nell’udienza, e là faremo quello che fia da fare.
Maestro Dino dice:
- Signori, io mi vi raccomando che per aver fatta debita reverenza io non perisca -; e pur scendendo le scale si va con Dio.
Dino, rimaso furioso, la sera medesima va nell’audienza, raguna i compagni, e mette il partito, ché era Proposto, di mandare uno bullettino allo esecutore, e che ’l maestro Dino abbia i confini. Metti il partito, e metti e rimetti, non si poté mai vincere. Veggendo Dino questo, col gorgozzule gonfiato chiama li donzelli che facciano accendere i torchi, ché se ne volea andare a casa. Li compagni scoppiavono delle risa, e diceano:
- Doh, Dino, non andare istasera.
E Dino, brievemente, non rattemperandosi, n’andò a casa, e la mattina fu mandato per lui; e non c’ebbe mai modo che lo dí seguente tornasse in Palagio; tanto che uno de’ signori, con uno carbone, nella minore audienza ebbe dipinto nel muro proprio Dino con uno gorgozzule grande, e con la gola lunga, che parea proprio desso. Essendo la sera di notte, che Dino non era voluto tornare in Palagio, vi mandorono li signori ser Piero delle Riformagioni, pregandolo dovesse tornare acciò che e’ fatti del comune non remanessino senza governo; e ancora per provvedere che ’l maestro Dino fosse punito del fallo commesso. Dopo molte parole, Dino si lasciò vincere e la mattina seguente tornò al Palagio, e come sul dí giunse nell’udienza minore, ebbe veduto, essendo con Ghino di Bernardo insieme, il viso ch’era stato dipinto nel muro; e guardando quello, cominciò a soffiare: e Ghino dice:
- Deh, lasciate andare queste cose, non ve ne combattete piú.
Dice Dino:
- Come diavolo mi di’ tu questo, che m’ha ancora dipinto in questo muro? E se tu non mi credi, vedilo.
Ghino, che scoppiava dentro sí gran voglia avea di ridere, dice:
- Come, buona ventura, vi recate voi a noia questo viso, e dite che sia dipinto per voi? Questo fu dipinto, già fa piú tempo, per lo viso del re Carlo primo, che fu magro e lungo, col naso sgrignuto. E perdonatemi, Dino, che io ho udito dire a molti cittadini che ’l vostro viso è proprio quello del re Carlo primo.
Dino a queste parole diede fede, e ancora si racconsolò, sentendosi assomigliare al re Carlo primo: e stando alquanto, ritornò in sul maestro Dino, e tiratosi nell’audienza, mette a partito el bullettino e’ confini, e non si vince, e disperavasene forte. Alla per fine disse Ghino:
- Poiché questo partito non si vince, commettete in due di noi che mandino per lo maestro Dino, e dicangli quello che si conviene, facendogli una gran paura -; e cosí feciono.
E fu Ghino e un altro, che mandorono per lo maestro Dino: e come fu venuto, e Ghino comincia a ridere, e in fine gli disse che Dino il voleva pur per l’uomo morto, e che tutte l’altre cose averebbe dimesse, e datosene pace, salvo che del trarre delle brache. Dice il maestro Dino:
- Egli è una parte del mondo che è grandissima, ed èvvi un re che è il maggiore, e ha molti principi sotto sé, e chiamasi il re di Sara: quando uno fa reverenza a uno di quelli principi, si trae il cappuccio; e quando si fa reverenza allo re maggiore, si cava a un tratto il cappuccio e le brache; e io, considerando il gonfaloniere della justizia essere il maggior signore, non che di questa provincia, ma di tutta l’Italia, volendogli far reverenza, feci il simile che s’usa colàe.
Udendo li due priori questa ragione, risono ancora vie piú, e tornorono a Dino e agli altri, e dissono come aveano vituperato il maestro Dino, e fattogli una gran villania; e che s’era scusato con la tale usanza che è in tal paese; e se cosí era, non aver elli tanto errato; pregando Dino che non se ne desse pensiero, e che a loro lasciassono questa faccenda. Brievemente, a poco a poco Dino venne dimenticando la ingiuria del maestro Dino, ma non sí che non gli tenesse favella parecchi anni; e ’l maestro Dino di ciò ne godea, e dicea:
- Se non mi favellerà, e io non andrò a medicarlo, quando avrà male -; e cosí stettono buon tempo, infino a tanto che ’l maestro Tommaso del Garbo, dando loro a cena una sera un ventre e delle starne, fe’ loro far pace.
Sempre conviene che tra’ signori officiali e brigate sia uno che pe’ suoi modi gli altri ne piglino diletto. Questo Dino fu di quelli: non già per vizio, ma per costume, era biasimevole delle cose lorde, e non volea udire; e perché maestro Dino ebbe piacere, e’ dienne a’ signori. E però è grazia a Dio d’avere sí fatto stomaco che ogni cosa patisca.