Novella LXXXVI

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LXXXV LXXXVII

Fra Michele Porcelli truova una spiacevole ostessa in uno albergo, e fra sé dice: «Se costei fusse mia moglie, io la gastigherei sí, che ella muterebbe modo». Il marito di quella muore; Fra Michele la toglie per moglie e gastigala com’ella merita.

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Passati sono circa a trent’anni, che fu uno Imolese, chiamato Fra Michele Porcello, il quale era chiamato Fra Michele, non perché fosse frate, ma era di quelli che hanno il terzo ordine di Santo Francesco, e avea moglie, ed era un uomo malizioso e reo, e di diversa maniera; e andava facendo sua mercanzia di merce per Romagna e per Toscana; poi si tornava ad Imola, come vedea che per lui si facesse. Tornando costui una volta tra l’altre verso Imola, giunse una sera a Tosignano, e smontò a un albergo d’uno che avea nome Ugolino Castrone, il quale Ugolino avea per moglie una donna assai spiacevole e smancerosa, chiamata monna Zoanna: sceso che fu Fra Michel da cavallo, e venendosi rassettando, disse all’oste:
- Fa’ che noi abbiàn ben da cena; hai tu buon vino?
- Sí bene, voi starete bene.
Disse Fra Michele:
- Deh, fa’ che noi abbiamo una insalata.
Disse Ugolino:
- Zoanna, - chiamando la moglie, - va’, cògli una insalata.
La Zoanna torce il grifo, e dice:
- Va’, co’ tela tu.
Il marito dice:
- Deh va’ vi.
Ella risponde:
- Io non vi voglio andare.
Fra Michele, veggendo i modi di costei, si rodea tutto di stizza. Ancora, avendo Fra Michele voglia di bere, dice l’albergatore alla moglie:
- Deh va’ per lo tal vino.
E porgeli l’orciuolo.
Dice madonna Zoanna:
- Va’ tu, che tornerai piú tosto, e hai l’orciuolo in mano, e sai meglio la botte di me.
Fra Michele, veggendo la spiacevolezza in moltissime cose di costei, dice all’oste:
- Ugolino Castrone, tu se’ ben castrone, anco pecora; per certo, s’io fosse come te, io farei che questa tua moglie farebbe quello ch’io gli dicesse.
Disse Ugolino:
- Fra Michele, se voi fuste com’io, fareste quel che fo io.
Fra Michele si consumava di nequizia, veggendo i modi fecciosi della moglie d’Ugolino, e fra sé stesso dicea: «Signore Iddio, stu mi facessi tanta grazia che morisse la donna mia e morisse Ugolino, per certo e’ converrebbe che io togliessi costei per moglie, per gastigarla della sua follia». Passossi Fra Michele la sera come poteo, e la mattina se n’andò ad Imola.
Avvenne che l’anno seguente in Romagna fu una mortalità, per la quale morí Ugolino Castrone e la donna di Fra Michele. Da ivi a parecchi mesi, cessata la pestilenza, e Fra Michele adoprò tutti gl’ingegni ad avere per moglie madonna Zoanna; e in fine fu adempiuto il suo intendimento. Venuta questa buona donna a marito, e andandosi la sera a letto, dov’ella si credea esser vicitata con quello che sono le novelle spose, e Fra Michele che non avea sgozzato ancor la ’nsalata da Tosignano, la vicita con un bastone, e cominciagli a dare, e sanza restare tanto gli diede che tutta la ruppe; e la donna gridando, egli era nulla, ché costui gliene diede per un pasto, e poi s’andò a dormire.
Da ivi a due sere, e Fra Michele disse ch’ella ponesse dell’acqua a fuoco, che si volea lavare i piedi; e la moglie, che non dicea: «Va’, ponla tu», cosí fece; e poi levandola dal fuoco, e messala nel bacino, Fra Michele si cosse tutti e’ piedi, sí era calda. Com’egli sente questo, non dice: che ci è dato? ; rimette l’acqua nell’orciuolo, e riposela al fuoco, tanto ch’ella levò il bollore.
Come questo fu fatto, toglie il bacino, e mettevi l’acqua, e dice alla moglie:
- Va’, siedi, che io voglio lavare i piedi a te.
Costei non volea; alla fine per paura di peggio le convenne volere. Costui lavala con l’acqua bollente, la donna squittisce: «oimè»; e tira i piedi a sé. Fra Michele gli tira nell’acqua, e dàgli un pugno e dice:
- Tieni i piè fermi.
La donna dice:
- Trista, io mi cuoco tutta.
Dice Fra Michele:
- E’ si dice: «Togli moglie che ti cuoca»; e io t’ho tolta per cuocer te, innanzi ch’io voglia che tu cuoca me.
E brievemente, e’ la cosse sí, che piú di quindici dí stette che quasi non potea andare, sí era disolata. E un altro dí gli disse Fra Michele:
- Va’ per lo vino.
La donna che non potea appena metter li piedi in terra, tolse la ’nghestara, e andava a stento come potea. Com’ella è in capo della scala, e Fra Michele di dietro gli dà un pugno, dicendoli:
- Va’ tosto -; e gettala giú per la scala; e poi aggiunge: - Credi tu che io sia Ugolino Castrone, che quando ti disse: «Va’ per lo vino»; e tu rispondesti: «Va’vi tu»?
E cosí questa donna Zoanna, cotta, livida e percossa, convenía che facesse quello che quando ell’era sana non volea fare.
Avvenne che un dí Fra Michele Porcello serrò gli usci della casa per fare l’ottava con lei; questa, avvedendosi, fuggí di sopra, e per una finestra d’in sul tetto se n’andò fuggendo di tetto in tetto, tanto che giunse a una vicina di Fra Michele, alla quale venendognene pietà, se la ritenne in casa; e poi alcuno e vicino e vicina, venendo a pregar Fra Michele che ritogliesse la sua donna, e che stesse con lei come dovesse, egli rispose che com’ella se n’era ita cosí ritornasse; s’ella se n’era andata su per le tettora, per quella medesima via ritornasse, e non per altra; e se ciò non facesse, non aspettasse mai di ritornare in casa sua. La vicinanza sappiendo chi era Fra Michele, feciono che su per le tetta, come le gatte, la donna ritornò al macello. Com’ella fu in casa, e Fra Michele comincia a sonare le nacchere. La donna macera e tormentata, dice al marito:
- Io ti priego che innanzi che tu mi tormenti ogni dí a questo modo, senza saper perché, che tu mi dia morte.
Dice Fra Michele:
- Poiché tu non sai ancora perché io fo questo, e io tel voglio dire. Tu ti ricordi bene quando io venni una sera allo albergo a Tosignano, che tu eri moglie d’Ugolino Castrone; e ricorditi tu quando egli ti disse che tu andassi a cogliere la insalata per mi, e tu dicesti: «Va’ vi tu»? - E su questa, gli diede un grandissimo pugno; e poi dice:
- E quando disse: «Va’ per lo tal vino»; e tu dicesti: «Io non vi voglio andare»? - E dàgliene un altro.
- Allora me ne venne tanto sdegno che io pregai Iddio che desse la morte a Ugolino Castrone e alla moglie che io avea, acciò che io ti togliesse per moglie. Egli, come pietoso esauditore de’ miei prieghi, gli mandò ad esecuzione; e ha fatto sí che tu se’ mia moglie, acciò che quello gastigamento che ’l tuo Castrone non ti dava, io te lo dea io; sí che ciò che t’ho fatto infino a qui è stato per punirti de’ falli e de’ fastidiosi tuoi modi, quando eri sua moglie. Or pensa che, essendo tu da quinci innanzi mia moglie, se tu vorrai tener quelli modi, quello che io farò; per certo, ciò che io ho fatto fino a qui ti parrà latte e mele; sí che a te stia oggimai, se tu con le prove e io co’ bastoni e con li spuntoni, se bisognerà.
La donna disse:
- Marito mio, se io ho fatto per li tempi passati cosa che non si convegna, tu m’hai ben data la pena. Dio mi dia grazia che da quinci innanzi io faccia sí che tu ti possa contentare; io me ne ’ngegnerò e Dio me ne dia la grazia.
Fra Michele disse:
- Messer Batacchio te n’ha fatta chiara; a te stia.
Questa buona donna si mutò tutta di costumi, come s’ella rinascesse; e non bisognò che Fra Michele adoperasse, non che le battiture, ma la lingua, ch’ella s’immaginava quello che egli dovesse volere, e non andando, ma volando per la casa, e fu bonissima donna.
Io per me, come detto è, credo ch’e’ mariti siano quasi il tutto di fare e buone e cattive mogli. E qui si vede che quello che ’l Castrone non avea saputo fare, fece il Porcello. E come che uno proverbio dica: buona femmina e mala femmina vuol bastone; io sono colui che credo che la mala femmina vuole bastone, ma alla buona non è di bisogno; però che se le battiture si danno per far mutare i cattivi costumi in buoni, alla mala femmina si vogliono dare perch’ella muti li rei costumi; ma non alla buona, perché s’ella mutasse li buoni, potrebbe pigliare li rei, come spesso interviene, quando li buoni cavalli sono battuti ed aspreggiati, diventano restii.