Novella LXIV

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LXIII LXV

Agnolo di ser Gherardo va a giostrare a Peretola, avendo settanta anni, e al cavallo è messo un cardo sotto la coda; di che movendosi con l’elmo in testa, il cavallo non resta, che corre insino a Firenze.

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Non è gran tempo che in Firenze fu un nuovo pesce, il quale ebbe nome Agnolo di ser Gherardo, uomo quasi giullare, che ogni cosa contraffacea: e usando con assai cittadini, che di lui pigliavono diletto, ed essendo andazzo di giostrare, andando con certi a Peretola che andavano per ciò fare, giostrò anco elli, e avea accattato un cavallaccio di quelli della Tinta di Borg’Ognissanti, che era una buscalfana, alto e magro, che parea la fame. Giunto a Peretola, el brigante si fece armare, ed era dalla parte di là dalla piazza sí che veniva a correre verso Firenze. E messogli l’elmo in testa, e data l’asta, e appiccatogli un cardo sotto la coda, fu tutt’uno. Era la sella altissima: altro non era a vederlo, se non un elmo nella sella, che parea colui, cui elli piú volte in brigata raccontava.
Mosso la scuccumedra con Agnolo suvvi, e sentendo il cardo, si comincia a lanciare e a percuotere Agnolo or qua or là negli arcioni, sí che l’asta si rassegnò in terra, e ’l cavallo, scagliandosi e traendo, comincia a correre verso Firenze. Tutti quelli dattorno scoppiavono delle risa. Agnolo non tenea ridere, però che si sentía dare i maggior colpi del mondo negli arcioni, e cosí essendo lacerato ad ogni passo e percosso, giunse alla Porta del Prato, ed entrò dentro, correndo e nabissando che fece smemorare e’ gabellieri; e giú per lo Prato, che ogni uomo e femina per maraviglia diceano: «Che vuol dir questo?», entrò nel Borgo Ognissanti.
Or quivi era la fuggita e da’ lanci e da’ calci del cavallo! ognun fuggendo e gridando:
- Chi è questi? che fatto è questo?
E cosí non restette mai il cavallo che giunse alla Tinta, dov’era il suo albergo, là dove il cavallo fu preso per le redine e menato dentro.
Essendo domandato: «Chi se’ tu?», colui soffiava e doleasi: dilacciarongli l’elmo, e quel grida e duolsi:
- Oh me, fate piano.
E cosí trattogli l’elmo, il capo di Agnolo parea uno teschio, o uno uomo morto di piú dí.
Fu tratto della sella con fatica d’altrui, e con dolor di lui; ed egli, pur dolendosi, per nessun modo si potea sostenere in piede; onde fu condotto su uno letto; e giunto di fuori colui di cui era e la casa e ’l cavallo, quando tutto seppe, scoppiava di risa. E giugnendo dove Agnolo era, dice:
- Oh, io non credea, Agnolo, che tu fussi Gian di Grana, e che tu giostrassi, almeno me l’avestú detto quando tu accattasti el mio cavallo, che mel déi aver guasto, però che non era da giostra.
Disse Agnolo:
- Guasto ha egli me, che mi par restío: s’io avessi aúto un buon cavallo, io avrei dato a colui una grande scigrignata, e avrei aúto onore, dove io sono vituperato. Io ti prego per Dio che tu mandi per li panni mia a Peretola, e fa’ dire a que’ giovani che io non m’ho fatto mal niuno, però che la buon’arme m’ha campato.
E cosí fu mandato per li suoi panni, che vennono con essi tutti quelli che di lui avevono aúto in ciò diletto. E giunti ad Agnolo dicono:
- Oimè, ser Benghi (ché cosí era chiamato) se’ tu vivo?
- O fratelli miei, - dicea quelli, - io non vi credetti mai rivedere: io sono tutto lacero; quel maladetto cavallo m’ha morto; io non provai mai peggior bestia; quando io v’era su, mi parea esser la secchia de’ vasgellai; io debbo aver rotta tutta la sella e le corazze; dell’elmo non ti dico, che talora si percotea su la sella per forma che de’ esser tutto rotto.
Se la brigata rideva, non è da domandare. Alla perfine il vestirono la sera al tardi, e a braccia il condussono a casa sua; là dove correndo la donna all’uscio, cominciò il pianto, come se fusse morto, dicendo:
- Oimè, marito mio, chi t’ha fedito?
Agnolo non dicea alcuna cosa; la moglie pur domandava:
- Che è questo?
Dicevano i compagni:
- Non è cosa che vi bisogni piagnere.
- E lasciatolo, s’andarono con Dio; e la donna abbracciando Agnolo, comincia a dire:
- Marito mio, dimmi quel che tu hai.
E Agnolo chiese d’entrar nel letto; il quale la donna spogliandolo e veggendolo tutto livido, disse:
- Chi t’ha cosí bastonato?
E’ parea il corpo suo o di profferito o di marmorito, tanto era percosso.
Alla fine ritornato l’alito ad Agnolo, disse:
- Donna mia, io andai con una brigata a Peretola, e convenne che ciascuno giostrasse; io, per non esser piú tristo che li altri, e pensando a’ miei passati da Cerretomaggio, volli giostrare anch’io; e se ’l cavallo ch’era restío, e hammi concio come tu vedi, fusse stato buono, io avea oggi maggior onore che uomo che portassi mai lancia già fa parecchi anni.
La donna, ch’era savia, e conoscea le frasche d’Agnolo, comincia a dire:
- Sí, che tu se’ uscito della memoria affatto, o vecchio mal vissuto; che maladetto sia il dí ch’io ti fu’ data per moglie, che mi consumo le braccia per nutricar li tuo’ figliuoli, e tu, tristanzuolo, di settanta anni vai giostrando: o che potrestú fare, che a ragione di mondo non pesi dieci once? Va’ va’, che ora serai tu messo nel sacco de’ priori, che n’ha’ pisciato cotanti maceroni. Ed è peggio, che, perché tu se’ chiamato ser Benghi, di’ che tu vi se’ per notaio. Doh tristo, non ti conosci tu? e se questo pur fosse, quanti notai ha’ tu veduto giostrare? Se’ tu fuori della memoria? Non consideri tu, che tu se’ lavorante di lana, e altro non hai, se non quello che tu guadagni? Se’ tu impazzito? Deh, va’, ricollicati, sventurato; ch’e’ fanciulli ti verranno oggimai drieto co’ sassi.
Agnolo con voce lena dice:
- Donna mia, tu di’ che io mi ricolichi; dolente sono, che m’è convenuto collicare; io ti prego che tu stia cheta, se tu non vuoi ch’io muoia affatto.
E quella dice:
- Or fustú morto, innanzi che vivere con tanto vituperio.
Dice Agnolo:
- O son io il primo, a cui venga sciagura ne’ fatti d’arme?
- Deh, va’ col malanno, - disse la moglie - va’, scamata la lana, come tu se’ uso, e lascia l’arte a quelli che la sanno fare.
E non restette insino a notte la contesa; e la notte pure si rabbonacciorono come poterono. Agnolo mai non giostrò piú.
Molto fu piú savia questa donna che il marito; però che ella conoscea lo stato suo, e quello del marito; ed elli non conoscea solo sé: se non che la moglie gli disse tanto che giovò.