Il Misogallo (Alfieri, 1903)/Sonetto XXIV

Sonetto XXIV

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SONETTO XXIV.

20 agosto 1793.

XV.                                    εἰ δὲ τοῦ χρόνου
Πρόσθεν θανοῦμαι, κέρδος αὔτ’ ἐγὼ λέγω.

Sofocle, Antigone, vers. 471.

Innanzi tempo il mio morir mi fora
Mero guadagno.

Orrido carcer fetido, che stanza
Degna è fra’ Galli al malfattor più infame,
Schiude il ferreo stridente aspro serrame,
E Donna entro vi appar d’alta sembianza.
D’innocenza la nobile baldanza
Schernir le fa l’empie servili trame;
Regina sempre; è trono a lei lo strame,
Su cui giacente ogni uom più forte avanza.
Tremar veggio ivi i pallidi custodi;
E tremare i carnefici, che il segno
Stanno aspettando dai tremanti Erodi.
Vedova, e Madre strazïata, pregno
Di morte il cor, del tuo morir tu godi,
Donna, il cui minor danno è il tolto Regno.