Il Castello di Milano e i suoi Musei/Il Castello di Milano

Il Castello di Milano

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Il Castello di Milano e i suoi Musei Museo Archeologico

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E vicende del Castello di Milano si collegano così intimamente con la storia del recinto di difesa della città, che non sarebbe possibile tenerne parola senza accennare alle varie trasformazioni che le mura urbane hanno subito attraverso ai secoli. Nè, per quanto di epoca remota, potrebbesi dimenticare la cinta romana, poichè lo stesso nome di Castello di Porta Giovia, assegnato al monumento eretto or sono più di sei secoli, è ancora un ricordo della più antica porta romana, che si apriva verso S. Giovanni sul Muro, là dove Massimiano Erculeo e Diocleziano Giovio presero nel quarto secolo a modificare ampliandolo, il perimetro della città.

Fu nel 1157 che i Milanesi, per prepararsi alla difesa contro il Barbarossa, scavarono un fossato lungo quella linea che divenne poi l’attuale Naviglio, e fu nel 1315 che Azzone Visconti si valse di quella fossa per erigere a protezione della città un muro merlato, con torri e pusterle. Il perimetro della città mantenne la forma pressochè regolare delle mura di Azzone fin verso la metà del XVI secolo. A quell’epoca soltanto, essendosi costruite le mura [p. 6 modifica]LE MURA DELLA CITTÀ DI MILANO
dall’epoca romana al XVI secolo.
[p. 7 modifica]dette di Ferrante Gonzaga, ed essendosi trovato opportuno di conservare al Castello la sua originaria disposizione di difesa esterna e interna, si stimò necessario di deformare la linea della cinta in corrispondenza al Castello creando quella caratteristica insenatura che, incominciando dell’angolo dell’attuale Porta Volta formava poi la famosa tenaglia da una parte e, dall’altra, la lunetta di porta Vercellina (ora Magenta).

Nel 1355, morto Matteo Visconti, Milano fu divisa tra i fratelli suoi Galeazzo II e Bernabò. — Questi ebbe la parte orientale della Città e tosto eresse un Castello sullo spazio ora occupato dall’Ospedale Maggiore; mentre Galeazzo II, deciso alla sua volta di inalzare un Castello, lo fabbricò a cavaliere della mura di Azzone, comunicante cioè ad un tempo con l’interno e coll’esterno della Città, scegliendo la posizione detta di Porta Giovia, dal nome dell’antica porta romana. Però, siccome Galeazzo II soggiornava di preferenza in Pavia, è facile supporre come nel Castello da lui eretto in Milano dovesse specialmente prevalere il carattere di costruzione militare, destinata a rappresentare più che altro una materiale affermazione di dominio.

Morto Galeazzo II (1378) gli succedeva tosto il figlio Gian Galeazzo, il quale, impossessatosi a tradimento anche della parte di città spettante a suo zio Bernabò, si rese unico signore di Milano. Giovanni Galeazzo, munifico fondatore, o, quanto meno, efficace cooperatore della fondazione del Duomo di Milano e della Certosa di Pavia, principe avveduto e ambizioso, che mirava al dominio dell’intiera Italia, non si disinteressò del Castello costruito dal padre suo; lo ampliò e cominciò a renderlo, al pari del Castello di Pavia, atto alla residenza ducale. [p. 8 modifica]Veduta della fronte generale del Castello e accenno alle opere di collegamento di esso con le mura di difesa della città erette da Azzone Visconti. [p. 9 modifica]

La morte di questo principe — avvenuta nel 1402 a Melegnano — destò ambizioni, mire di vendetta e desideri di successione, i quali resero assai turbolento il breve dominio di Giovanni Maria ed il primo periodo del dominio di Filippo Maria, tanto che questi, a maggior sicurezza, si trovò costretto di introdurre nel Castello molte Torre del Tesoro e lato Sud-Ovest del Castello prima dei restauri. opere di difesa, Sopito però ogni pericolo, Filippo fece del Castello di Milano la sua dimora abituale e per renderlo meglio adatto al suo scopo, si affidò agli artisti più celebrati dell’epoca chiamando anche da Firenze il Brunelleschi. E in questa rocca, che fu per lui l’abituale soggiorno per oltre 35 anni, egli morì il 13 agosto 1447, senza lasciare eredi. [p. 10 modifica] [p. 11 modifica]

Ancora una volta la scomparsa del Duca acuì le cupidigie e i desideri di successione. Il Duca di Savoia, il re di Francia, Francesco Sforza, Alfonso d’Aragona, quasi tutti imparentati col defunto sovrano, brigarono per ottenere l’eredità del principato, ma la cittadinanza, la Torre delle Asse e fronte verso il Parco. quale alla morte di Filippo aveva proclamato l’aurea repubblica di S. Ambrogio, assicuratasi il concorso delle truppe, ottenne senza difficoltà la cessione del Castello, che fu tosto saccheggiato dal popolo. [p. 12 modifica]Interno della Corte Ducale — lato Nord-Ovest. [p. 13 modifica]

Il governo della repubblica deliberò allora anche la distruzione del Castello mettendo all’incanto i materiali di spoglio, ma essendo mancati i compratori, venne decretato essere libero a chiunque di appropriarsi del materiale proveniente da tale distruzione. È però assai probabile che quella ruina non sia stata completa, se si considera la mole della costruzione, e se si pensa alle difficoltà riscontrate oggi, ad onta del sussidio delle mine, nel demolire alcune parti dell’antico recinto.

Francesco Sforza, vedendo fallire le sue mire di successione, da consumato capitano di ventura cambiò tattica e offrì i suoi servigi alla repubblica milanese. Per conto di questa egli condusse contro la repubblica Veneta quella campagna che fu risolta a Casalmaggiore con tanta fortuna per le armi ambrosiane, che i Milanesi stessi si allarmarono dalla popolarità che l’ambizioso condottiero si era acquistata e si affrettarono a concludere la pace. Lo Sforza, vistosi tradito dai Milanesi, si trovò alla sua volta incoraggiato a tradire e, d’accordo coi Veneziani e favorito da gran parte dei cittadini, assediò la città la quale il 25 febbraio 1450 capitolò, accogliendolo come suo signore.

Un mese dopo Francesco Sforza rientrava in Milano con la moglie Bianca Maria e, trionfalmente accolto, affermava solennemente in Duomo i suoi diritti di dominio.

Sebbene una delle condizioni dettate dai cittadini al nuovo duca, fosse stata quella di non più ricostruire il Castello visconteo, pure Francesco Sforza, desideroso di premunirsi contro ogni pericolo esterno, e dubbioso al tempo stesso della fedeltà dei suoi sudditi, ne vagheggiò subito la riedificazione; e con tale astuzia seppe insinuarsi presso i Milanesi e tanto fece e disse per dimostrare loro come la ricostruzione del Castello fosse opera di orna[p. 14 modifica]mento per la città, che ottenne la revoca dell’obbligo che essi gli avevano imposto e nello stesso anno 1450 iniziò i lavori di ricostruzione del monumento nel quale ora soltanto, a 550 anni di distanza, noi possiamo ammirare davvero un’opera di decoro cittadino. Particolare della fronte verso il Parco.

Qui dunque comincia per la storia del Castello un’era nuova la quale, dato il periodo artistico in cui si è svolta, si può chiamare la sua fase di rinascimento.

Il pretesto in base al quale il Duca aveva ottenuto dalla città il permesso di ricostruire il Castello, quello cioè di provvedere alla sicurezza e all’ornamento di Milano, doveva essere almeno in parte giustificato: e infatti, [p. 15 modifica]per le innovazioni di Francesco Sforza, esso venne ad acquistare una importanza decorativa speciale. Il Duca volle che la cortina perdesse il grave carattere di muro di difesa Finestra bifora del piano terreno della Corte Ducale. e fosse allietata da sei eleganti finestre (quelle stesse che oggi sono state ripristinate per munifica iniziativa del Prof. Elia Lattes) e le torri d’angolo, le quali da principio [p. 16 modifica]erano quadrate come quelle della Rocchetta e della Corte ducale che ora prospettano il parco, furono per ordine suo sostituite colle attuali torri rotonde, quando il Filarete, l’architetto fiorentino di sua fiducia, già aveva avviato le opere di abbellimento di quella torre centrale che, settant’anni più tardi, doveva improvvisamente rovinare e che ora si sta riedificando in memoria di Re Umberto I. Volta nella Sala dei Ducali.

È noto come, durante il suo dominio, Francesco Sforza abitasse sempre il palazzo di Corte di fianco al Duomo; ciò potrebbe forse indurre a credere che il Castello, ad onta dei molti lavori fatti, non fosse ancora abitabile. Ma non crediamo errare se scriviamo questa decisione a soddisfazione di un gusto personale, o alla furberia politica di Francesco, poichè all’epoca della morte di lui nel 1466, il Castello trovavasi in tali condizioni di abitabilità, che suo figlio Galeazzo Maria non tardò a prendervi stabile dimora insediandosi nella Corte ducale.

Con Galeazzo Maria, inclinato per istinto alla vita sfarzosa, si iniziò nel Castello quel periodo di fasto artistico che doveva aggiungere tanta grazia alla severa architettura [p. 17 modifica]militare del medioevo. Gli artisti più in voga vennero chiamati alla sua corte per dare l’opera loro alla nuova dimora Parte superiore di una delle torri rotonde angolari. ducale. Fra questi, gli scultori fratelli Mantegazza, pittore Montorfano, l’architetto fiorentino Benedetto Fer[p. 18 modifica]rini, autore della logetta nella corte Ducale, all’intervento del quale assai probabilmente devesi quel sapore di arte toscana che si riscontra in varie parti della Corte Ducale.

La tragica fine di Galeazzo Maria, avvenuta il 26 dicembre 1476, lasciava il dominio al primogenito Giovanni Cortile del palazzo Ducale. Galeazzo, sotto la tutela della madre Bona di Savoia, la quale, fra l’ansia e il timore dei pericoli che minacciavano l’eredità di suo figlio, sospese ogni opera di lusso e provvide il Castello di nuove costruzioni di difesa; prima e più importante fra tutte, la torre che si eleva all’angolo Nord-Est della rocchetta, appunto chiamata torre di Bona. [p. 19 modifica]Loggetta di Galeazzo Maria nel cortile del Palazzo Ducale. [p. 20 modifica]Malgrado le infinite precauzioni adottate, la infelice duchessa non potè a lungo resistere alle mire ambiziose del cognato Lodovico, il quale con le arti e con gli inganni ottenne di poterla allontanare da Milano, spogliandola della reggenza, facendosi nominare tutore del giovine nipote Scala della Corte Ducale che conduce alla loggetta di Galeazzo Maria. ed ottenendo infine dall’Imperatore Massimiliano, il titolo di Duca.

Con Lodovico il Moro, la corte sforzesca raggiunse il massimo dello sfarzo, ed altri fulgidissimi nomi di artisti portarono e lasciarono nei lavori del Castello traccie luminose; ricordo, per tutti, Leonardo da Vinci e Bramante. Ma la fortuna dell’ambizioso duca doveva poco durare: [p. 21 modifica]la morte di Beatrice d’Este, avvenuti nel 1497, fu per lui un gran colpo; subito dopo, gravi minacce si addensarono sul ducato di Milano, obbligando il Moro a riprendere le opere di difesa del Castello mentre, non appena le truppe francesi capitanate dal maresciallo Trivulzio invasero parte del Ducato, egli abbandonò lo stato per chiedere aiuto allo straniero. Ma il Castello, sebbene preparato a lunga difesa, dopo pochi giorni di un insignificante assedio, abbassava i ponti levatoi per accogliere Gian Giacomo Trivulzio in nome di Luigi XII. Sala delle Asse — Particolare della volta.

Dopo un inutile tentativo di ricupero del Castello, Lodovico il Moro cadeva prigioniero a Novara e veniva condotto in Francia, per finire miseramente la sua vita nel castello di Loches.

Il primo periodo di dominazione francese con Luigi XII fu abbastanza favorevole alle sorti del Castello, che conservò il suo carattere di dimora regale.

Nel 1512 Massimiliano Sforza, figlio di Lodovico, ricuperava il ducato, ma non il Castello, che egli potè riavere [p. 22 modifica]Sala delle Asse — Particolare della decorazione al nascimento della volta. [p. 24 modifica]soltanto dopo quasi un anno di assedio, ma nel 1515 Francesco I, sceso in Italia per riprendere possesso del dominio Particolare degli intrecci nella decorazione della Sala delle Asse. sfuggito al suo predecessore Luigi XII, dopo un breve assedio riconquistava il Castello e nell’ottobre dell’istesso anno Massimiliano Sforza, assicuratosi una comoda [p. 25 modifica]Parte superiore della torre di Bona. [p. 26 modifica]pensione si ritirava a vivere in Francia non rimpianto certo dai Milanesi, dei quali egli non seppe acquistarsi le simpatie.

La seconda dominazione francese durò altri 10 anni, La ponticella di Lodovico il Moro prima dei restauri. nei quali un tentativo di Francesco II Sforza per ricuperare il ducato andò a vuoto.

Per la storia del monumento è opportuno qui ricordare la catastrofe che privò il Castello della torre principale [p. 27 modifica]Torre di Bona, revellino di comunicazione tra la piazza e la corte Ducate
e muro di perimetro della Rocchetta.
[p. 28 modifica] eretta dal Filarete, la quale il 29 Giugno del 1521 — per l’accensione delle polveri che vi erano depositate, causata, dicesi, da un fulmine, ma più probabilmente da un imprudente maneggio delle munizioni di guerra — rovinò travolgendo molte persone sotto le macerie.

La celebre battaglia avvenuta presso Pavia nel 1525 sconvolgeva con le sue conseguenze anche le sorti dell’ex ducato milanese. A Francesco I, fatto prigioniero, succedevano gli Spagnuoli con Carlo V, il quale rimetteva il ducato a Francesco II Sforza. La signoria di questo ultimo rappresentante della vecchia famiglia, fu assai gradita ai Milanesi per le doti personali del duca, ma nei dieci anni che essa durò, fu gravemente travagliata da lotte intestine e da atroci rivalità, finchè, alla morte di lui, avvenuta nel 1535, svanita ogni speranza di successione sforzesca, ebbe principio la vera dominazione spagnuola durata fino al 1706.

Pochi anni prima che si spegnesse la dinastia degli Sforza erano già intervenute alcune modifiche nelle opere di fortificazione del Castello, specialmente quella detta tenaglia che si collegava colle mura urbane e che lasciò il nome ad una delle porte della città.

Verso il 1560 furono studiate quelle famose opere fortilizie costituite da robusti baluardi disposti a stella le cui spese enormi contribuirono ad impoverire straordinariamente la disgraziata Milano. Merita di essere ricordato il fiero contegno dei rappresentanti del popolo, i quali in tale occasione diedero talvolta prova di coraggio non comune, protestando energicamente contro i provvedimenti e le esigenze del governo invasore.

Nel 1706, dopo la battaglia di Torino col principe Eugenio di Savoia, il dominio della Lombardia passò dagli [p. 29 modifica]Ponticella di Ludovico il Moro, dopo il restauro. [p. 30 modifica]Spagnuoli agli Austriaci che ne restarono padroni, salvi brevi intervalli, sin al 1796, epoca dell’aggregazione dell’Italia settentrionale alla Francia.

Con la repubblica Cisalpina e con Napoleone re d’Italia, la dominazione francese durò fino al 1814. Il Castello trasformato dopo l’ultimo degli Sforza ad uso di caserma, non conservava, in seguito a tale uso e in conseguenza degli assedi subiti, alcuna caratteristica d’arte, Fianco S-O e rivellino. e nel 1800 corse un serio pericolo, quello di essere convertito in un colossale edificio pseudo-classico che doveva far centro ad una vasta piazza battezzata, prima ancora di essere sistemata, col nome di Foro Bonaparte, ma che, per la stessa iperbolica sua grandiosità, non ebbe mai esecuzione.

Tornati poi gli Austriaci nel 1814, tolto il breve e glorioso intermezzo del 1848-49, il Castello servì ancora da caserma fino al 1859. [p. 31 modifica]Argo — Affresco della fine del secolo XV nella sala del Tesoro
ritenuto opera di Bramante.
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La proclamazione del regno d’Italia non potè subito rialzare le sorti del Castello, il quale dall’occupazione militare e più ancora dalle insidie della speculazione fu nuovamente e seriamente minacciato.

Nel 1886, infine, il Comune adottò col piano regolatore della città una sistemazione edilizia che rispettava questo importante monumento di arte e di storia, e nell’ottobre del 1893, ebbe principio l’opera di ristauro che rimise in evidenza nella sua integrità il quadrato sforzesco conforme alla sua originaria decorazione.

La fortunata iniziativa edilizia che assicurò a Milano un monumento tanto insigne, non poteva raggiungere più nobile complemento di quello che risultò dalla definitiva destinazione dei locali contenuti nel Castello: poichè, il felice raggruppamento di tutti i ricordi storici, artistici e patriottici che interessano Milano, rappresenta per il Castello la più propizia utilizzazione, la più degna riabilitazione morale. Il Castello come è oggi, è l’espressione più elevata della odierna tendenza a rendere accessibile a tutti la coltura artistica e scientifica.

Più nobile coronamento non avrebbe potuto trovare l’opera illuminata del valoroso cittadino che con l’efficacia d’una propaganda tenace e continua strappò il monumento dalla rovina; che lo fece rifulgere dell’originario splendore con l’opera geniale dell’artista e colla sapienza dello storico e la cui generosità ebbe tanta parte nell’impulso materiale di una così elevata impresa.

Onore a lui, onore a quanti hanno seguito l’esempio suo!

Arch. Gaetano Moretti.

Maggio 1903. [p. 33 modifica]


II
recenti restauri, dovuti alla autorità comunale, provvidamente eccitata e assecondata dalla privata iniziativa, hanno ridato alla maggior parte del nucleo principale del Castello di Milano la fisionomia che questo doveva avere al tempo in cui vi ebbe dimora la famiglia degli Sforza. Così è della Corte Ducale, così è della Rocchetta, differenti da ciò che erano in antico in questo solo, che non esisteva in origine la porta che oggi le mette tra loro in comunicazione, e aperta assai più tardi nella muraglia divisoria, ma erano anzi separate più nettamente per mezzo di un fossato, il quale non permetteva altro accesso che quello del piccolo ponte levatoio, posto ai piedi della torretta di Bona.

Anche il prime grande cortile, detto piazza d’armi, doveva al tempo degli Sforza presentare un aspetto pressochè pari all’attuale: poichè dalle indagini fatte, è risultato che lungo due lati della cortina di perimetro si addossavano fin d’allora delle fabbriche secondarie, destinate a servire come corpi di guardia, scuderie e alloggi.

Se però si considera ciò che ci rimane del Castello di Milano, dal punto di vista dell’architettura militare del XV secolo, si scorge facilmente di quanto i ripetuti adat[p. 34 modifica]tamenti lo abbiano privato. Lungo il lato di Nord-Ovest, e parallelamente alla fronte che ora prospetta il parco, correva una grande muraglia di difesa, la quale ripiegava ad angolo retto in corrispondenza ai due fianchi, e si stendeva lateralmente fino a collegarsi per mezzo di forti revellini colle mura della città.

L’andamento di quella cortina è tracciato da una punteggiatura nella planimetria d’assieme pubblicata a pagina 2 e di essa rimangono ancora come capisaldi, compenetrati fra le ajuole del nuovo parco, gli avanzi del revellino di S-O, quelli delle due torri rotonde angolari e quelli infine della Porta di soccorso che si apriva di contro al fabbricato della Rocchetta.

Oggi, sapientemente ripristinata, l’antica rocca degli Sforza accoglie le seguenti istituzioni cittadine:

Il Musco patrio di Archeologia

Il Musco Artistico municipale

La civica scuola superiore di Arte applicata alla Industria

La Galleria di Arte moderna

Il Musco del Risorgimento nazionale

La Società Storica Lombarda

La Società Numismatica italiana

L’Archivio storico municipale, con annessa raccolta cartografica milanese.

Fra non molto, anche le fabbriche addossate alla fronte principale ed al tratto S-O del perimetro del primo gran cortile, opportunamente ristaurate, accoglieranno altre istituzioni cittadine, ispirate al concetto di sempre più diffondere nel popolo la coltura artistica. [p. 35 modifica]

Dal gran cortile, passando il revellino centrale, si giunge alla Corte Ducale dove ha sede il