I briganti del Riff/9. Il tradimento di Janko

9. Il tradimento di Janko

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9.

IL TRADIMENTO DI JANKO


Fino al tramonto i due studenti ed i gitani rimasero nascosti nella caverna, temendo sempre qualche sorpresa da parte del riffano che dopo d'aver perduto il mahari era scomparso fra le cortine di sabbia, senza farsi più vedere.

Erano due esploratori quei montanari, o formavano l'avanguardia di qualche grosso drappello impaziente di saccheggiare l'orca, od almeno di portare via quanto il mare aveva risparmiato? Ecco quello che si chiedevano, con molta ansietà, i giovani, avendo già udito dire che i riffani non risparmiavano le navi naufragate sulle loro spiagge e nemmeno i loro passeggieri, a meno che non fossero contrabbandieri già ben noti.

Avevano tenuto una specie di Consiglio di guerra, ed avevano deciso di raggiungere al più presto l'altipiano del Riff per spingersi poi, a gran marcia, verso il Gurugù e cercare il famoso totem degli zingari.

Janko però, che non aveva mancato di prendervi parte, come sempre aveva cercato di dissuaderli, chiamando quell'impresa pazza e piena di pericoli, con forse nessuna probabilità di riuscita; ma Carminillo con poche parole lo aveva messo subito a posto.

— Se tu hai paura dei briganti della montagna, — gli disse — in cinque o sei giorni, seguendo sempre la costa, puoi rifugiarti a Melilla, sotto la protezione delle artiglierie spagnole. Guardati però di non perdere, durante la marcia, il naso o per lo meno gli orecchi. Di te, noi, non abbiamo veramente bisogno.

— Lo vedremo — rispose il gitano, a denti stretti. — Voi non conoscete il Riff.

— Forse t'inganni — concluse Carminillo. — Tu non sai se io sia stato ancora qui o no.

Il gitano, vedendo inutili i suoi tentativi, e non volendo separarsi da Zamora, né intraprendere la lunga pericolosa marcia verso Melilla solo, armato della navaja, poiché l'esplosione aveva rovinati tutti i fucili contenuti nelle casse che formavano la barricata, aveva dovuto, colla rabbia nel cuore, cedere.

Il piano era già stato fatto da Carminillo, il quale possedeva una buona carta della regione. Essendo la parete quasi inaccessibile, avevano deciso di raggiungere la foce dell'El Garda, un fiume che spacca quasi in due il Riff, quantunque sia sempre povero d'acque, e di salire da quel lato l'altipiano.

Aspettarono che il sole fosse tramontato, poi non avendo più riveduto il secondo riffano, decisero di mettersi in marcia per raggiungere quel corso d'acqua.

La gitana salì sul mahari, il quale si mostrava sempre docilissimo, come se avesse ormai dimenticato il suo padrone, incrociò le gambe intorno al pomo della sella appoggiando i piedi sul collo dell'animale; Janko prese la corda lunga un paio di metri e con diversi grossi nodi; i due studenti si gettarono sulle spalle chitarre e fucili, e la minuscola carovana uscì sulla banchina.

Il vento era quasi cessato e soltanto di quando in quando qualche raffica si scagliava sulle dune sollevando le sabbie in forma di piccole trombe, mentre il mare si conservava pessimo. Pareva che avesse giurato la distruzione completa dell'orca contrabbandiera, poiché vi avventava contro cavalloni su cavalloni, con un fracasso indiavolato, disarticolandola.

— Bah!... — fece Carminillo. — Per salire sulle montagne non abbiamo bisogno di battelli né di orche, quindi il Mediterraneo può infuriare a suo piacimento. A noi non darà più nessuna noia.

Le stelle sorgevano sull'orizzonte, e la luna cominciava a far capolino, illuminando l'immensa banchina di un dolcissimo chiarore azzurregnolo. In lontananza alcune jene ruggivano, e degli sciacalli, nascosti fra le dune, e forse ancora in cerca dei naufraghi dell'orca, ululavano sinistramente.

Quegli animali però non erano tali da impressionare i due studenti e nemmeno i gitani, che avevano già affrontati valorosamente, come se fossero dei Gerard o dei Bombonnel, i grossi e famelici leoni. Si preoccupavano invece del secondo riffano, così misteriosamente scomparso dopo essere stato scavalcato.

Era andato in cerca di aiuti o li seguiva, attraverso le dune, attendendo la buona occasione per vendicarsi?

Carminillo, che si aspettava di quando in quando un colpo di fucile, sparato sulla gitana che era in vista, non cessava di chiedere ad ogni cento passi: — Si vede quella canaglia?

La risposta era però sempre negativa. Eppure nessuno dubitava che il moro li seguisse e forse a non molta distanza.

— Apri gli occhi, Pedro — disse Carminillo, il quale tremava sempre per la gitana.

— Guardo, guardo, e non vedo che la luna coi suoi occhi, il suo naso e la sua bocca sempre semirattrappita.

— Il riffano farà il possibile per sorprenderci.

— Non ne dubito, Carminillo, e perciò spalanco gli occhi.

E la minuscola carovana continuò ad avanzarsi sulla interminabile banchina, seguendo l'altissima parete granitica, che, in caso di pericolo, poteva offrire sempre una buona situazione per prendere posizione e sparare vantaggiosamente.

Il mare, illuminato in pieno dalla luna, appariva completamente deserto. Eppure le cannoniere spagnole facevano delle frequenti comparse sulla costa alla caccia dei contrabbandieri d'armi i quali, rischiando la pelle, se la intendevano coi briganti della montagna sempre pronti a pagare tre o quattro volte il valore d'un fucile e più ben care le cartucce.

Avevano da fare però gli spagnoli con gente astuta, rotta a tutte le vicende marittime ed a tutte le pericolose avventure, e le orche non cessavano di armare i mori, ognora bisognosi di fucili e di polveri, trovandosi quasi sempre in guerra fra di loro, poiché le tribù delle alte montagne che si raggruppavano intorno al Gurugù, non venivano quasi più rispettate.

A mezzanotte, dopo aver percorso una buona dozzina di miglia, quantunque la sabbia non si prestasse alle marce, i due studenti, rassicurati dal gran silenzio che regnava intorno a loro, rotto solo dal muggito della risacca, proposero di accamparsi.

Erano quasi tre giorni che non avevano chiuso gli occhi e si sentivano mancare le forze. Anche Zamora pareva che si fosse già assopita sulla sella del mahari, dopo d'aver strettamente incrociate le gambe intorno al pomo per non fare un capitombolo.

Solo Janko si mostrava sempre fresco come se si fosse appena allora messo in marcia, ed avesse passate le notti su un buon letto.

La piccola carovana era giunta in mezzo a delle altissime dune che formavano quasi dei bastioni, i quali si prolungavano in varie direzioni. La difesa poteva diventare facile, quindi tutti furono d'accordo di dormire per alcune ore, tanto più che nessun pericolo pareva minacciarli.

Fecero coricare il mahari, gli legarono le gambe per impedirgli di fuggire, si prepararono nella sabbia una specie di giaciglio e si addormentarono.

Non tutti però. Janko, il triste giovanotto che pareva eseguisse dei segreti ordini datigli dal capo dei gitani di Siviglia, il quale non voleva cedere la corona a delle donne, vegliava attentamente, spiando i suoi vicini profondamente addormentati.

Accese una sigaretta e si mise a fumare tranquillamente, come se si trovasse ancora sul ponte dell'orca o in qualche cabina del piccolo veliero. Quando l'ebbe consumata, diede un altro sguardo ai suoi compagni.

Zamora dormiva con le braccia incrociate sotto la testa, entro una specie di buca, tenendo a portata di mano il suo mauser, i due studenti russavano sonoramente pochi passi lontano, a fianco delle loro chitarre.

Un sorriso di scherno comparve sulle labbra del gitano.

— I suonatori!... — disse poi. — Ci vogliono ben altro che le chitarre nel Riff. Ah!... Volete cercare il totem? La vedremo!...

Si arrampicò silenziosamente sulla cima dell'alta duna che proteggeva il campo improvvisato, esplorò attentamente l'orizzonte per vedere se il riffano si avanzava, poi ridiscese rapidamente impugnando la navaja e si avvicinò al mahari, il quale dormiva non meno profondamente degli studenti.

— Si arresterà subito — mormorò.

Alzò una zampa anteriore e incise profondamente le callosità, asciugando subito la navaja nella sabbia. Il povero animale aveva mandato un urlo acutissimo a cui subito aveva tenuto dietro il grido d'allarme del gitano.

— In piedi!... — urlò. — Il riffano!...

Gli studenti e Zamora, svegliati bruscamente da quelle grida e soprattutto dagli urli rauchi del mahari, erano subito balzati in piedi, coi fucili in mano.

— Dov'è? Dov'è? — chiedevano tutti, arrampicandosi velocemente sulla duna.

— L'ho veduto fuggire un momento fa — rispose Janko. — Se non mi fossi prontamente svegliato ci avrebbe scannati tutti, poiché impugnava un yatagan.

— Non lo vedo — disse Carminillo, dopo d'aver osservate le dune vicine. — E tu, Pedro?

— Come prima non vedo che la luna — rispose l'arrabbiato chitarrista. — Janko deve avere scambiato qualche sciacallo con un brigante della montagna.

— Non dormivo, señor, — disse il gitano — quando ho veduto quell'uomo lasciarsi scivolare giù dalla duna ed accostarsi al mahari.

— Tu avevi ben la navaja — osservò Zamora. — Non sapresti più dare il colpo dei valienti ora che siamo tutti insieme? Nella caverna hai saputo ammazzare il suo compagno, aprendogli la gola a venticinque passi di distanza.

— Non ho osato, Zamora — rispose il gitano, un po' confuso. — E poi credi tu che quei colpi riescano sempre? E se l'avessi sbagliato?

— C'eravamo noi — disse Carminillo.

— Vi sareste svegliati troppo tardi. Russavate troppo fortemente per alzarvi subito.

— Che cos'ha fatto al mahari che continua ad urlare ed a dibattersi come se fosse impazzito?

— Io non lo so. Quando sono balzato in piedi, il brigante fuggiva più agile d'una gazzella.

— Che abbia ammazzato il nostro mahari per impedirci di continuare il viaggio? — chiese Pedro, il quale si era avvicinato al disgraziato animale che urlava da far pietà.

— Lo sospetto — rispose Carminillo. — Ho dei cerini, ed ora vedremo.

— Che quel brigante abbia avuta tanta audacia?

— Nessuno vince i briganti del Riff per coraggio. Sono i più audaci uomini che abbia ancora il Marocco.

Mentre Janko, impadronitosi del fucile di Zamora, si metteva in osservazione sulla cima della duna per meglio dissimulare il suo infame tradimento, i due studenti, accesi alcuni cerini, si curvarono sul cammello, il quale non cessava di urlare spaventosamente e di dibattersi.

— Sangue — disse Carminillo, allontanando la gitana che si era unita a loro e che poteva prendersi qualche terribile calcio. — Una delle zampe anteriori è stata tagliata sotto le callosità e la vita sfugge rapidamente.

— Questo è stato un colpo di coltello.

— E tutti gli otri che contenevano l'acqua sono stati sventrati — osservò in quel momento Zamora.

Pedro si era alzato guardando Carminillo.

— Possibile che un uomo solo, sia pure un brigante, si sia cacciato in mezzo al nostro campo, sapendoci già armati di fucili?

— Hai dei sospetti? — chiese Carminillo.

— Vorrei vedere la navaja di Janko — rispose il chitarrista indiavolato.

— Che cosa ne dici tu, Zamora? — domandò Carminillo.

— Che la vorrei vedere anch'io — rispose risolutamente la gitana.

— Tu dunque non hai fiducia nel tuo compagno che il capo della tribù ti ha mandato dietro per proteggerti?

— O per sorvegliarmi — soggiunse Zamora, con una certa amarezza. — Non si vuole, a Siviglia, che io trovi il totem del primo re zingaro... Ah, la vedremo!...

— Fino ad ora però non abbiamo avuto da lamentarci di quel giovane — disse Carminillo. — Mi ha qualche volta assalito perché sospetta che io ti ami e niente di più.

La gitana si rizzò d'un colpo, e mostrando tutto il suo bel viso ai raggi della luna, gli disse con voce grave: — Guardati da lui, señor.

— Oh, ci guarderemo, — disse Pedro — e quando avremo la prova di qualche suo tradimento non esiteremo a fucilarlo!

In quel momento il mahari mandò un urlo altissimo, e dopo d'aver spezzati i legami che gli stringevano le gambe, con uno sforzo supremo s'alzò, tentando di mettersi in corsa. L'eterno corridore delle sabbie voleva morire bevendo un'ultima volta il vento delle rapidissime sue corse.

— Lascialo andare! — esclamò Carminillo, vedendo che Pedro stava per fermarlo. — Oramai la povera bestia è perduta.

Il mahari era riuscito a mettersi in piedi. Tenne un momento la zampa ferita sollevata, bagnando la sabbia di sangue, poi si scagliò innanzi all'impazzata, alzando ed abbassando disperatamente la testa. Percorse duecento, metri con velocità fulminea, sempre urlando spaventosamente, ma si trovò dinanzi ad un'altra duna che non poteva ormai più superare. La sua vita fuggiva rapidamente attraverso il profondo taglio che Janko aveva ben aperto.

Per tre volte tentò di superare la duna, zoppicando sempre più, poi non riuscendovi tornò a tutta corsa verso gli studenti e la gitana. Una bava sanguigna gli usciva dalla bocca spalancata e gran sangue usciva sempre dalla ferita.

Si fermò quasi di colpo a dieci passi dai suoi nuovi padroni, mandò un ultimo e più forte urlo, poi cadde sulle sabbie ansando e dibattendosi disperatamente.

La sua agonia però fu brevissima. Un mezzo minuto dopo il povero corridore del deserto era morto...

— Povera bestia — disse Zamora, con voce commossa. — Se avessimo tentato di salvarlo?

— Non ci sarebbe stato più di nessuna utilità, poiché il brigante l'ha colpito ad una zampa e non già al collo od in qualche altro luogo — disse Carminillo. — Avremmo dovuto egualmente abbandonarlo e sarebbe morto di fame e di sete.

— Ed ora continueremo la nostra marcia per raggiungere la foce del fiume? — chiese Pedro. — Saremo forse molto lontani da quel corso d'acqua, e con quel predone che abbiamo alle spalle e che non ci perderà di vista, non so se sarebbe il caso di tentare la scalata di questa muraglia. Quanto la stimi alta tu, Carminillo, che hai lo sguardo più esercitato del mio?

— Da milleduecento a milletrecento metri — rispose lo studente.

— Potremo noi giungere lassù senza romperci l'osso del collo? La parete è quasi tagliata a picco in certi punti.

— Eppure noi dovremo tentare la salita — disse Carminillo, dopo un breve silenzio. — Se i riffani ci sorprendono sulla banchina prima di giungere al fiume, ci cattureranno e ci faranno schiavi.

— E non ci toccherà altrettanto sull'altipiano? — chiese Pedro.

— Lassù i riffani sono un po' diversi da quelli che abitano le coste — rispose Carminillo — e talvolta tollerano anche il cristiano, come chiamano indistintamente tutti gli europei, quantunque non ci sia da fidarsi poiché questa è la vera terra dei briganti.

— Sarà una salita ben lunga, Carminillo — osservò l'arrabbiato chitarrista, guardando per la ventesima volta l'imponente parete.

Janko in quel momento tornava.

— Non ho veduto più nessuno — disse. — Quel briccone sarà andato in cerca di aiuti.

— Ragione di più per rifugiarci al più presto sull'altipiano — rispose Carminillo. — Staccate tutte le corde che ha il mahari le quali potranno esserci più tardi di molta utilità.

— E volete andare, señor! — chiese Janko, incrociando le braccia quasi in atto di sfida, e guardandolo fisso coi suoi occhi sempre sfolgoranti.

— Monteremo la gran parete — rispose il giovane ingegnere. — Siamo un po' impazienti di udire che effetto faranno le nostre chitarre suonate sull'altipiano.

— Vi prendete giuoco di me? — chiese il gitano, con voce sibilante.

Carminillo si appoggiò al fucile e lo guardò tranquillamente, dicendogli: — Se tu non vuoi udire le nostre chitarre suonare così in alto, come ti ho già detto, puoi andartene verso Melilla.

— Solo?

— Certamente.

— Senza Zamora?

— Certamente, poiché Zamora rimarrà con noi.

— Io ho l'incarico di sorvegliarla!...

— Ed allora seguici: però bada di non darci dei fastidi, poiché di te, io ed il mio amico, già dubitiamo.

— Di che cosa? — chiese Janko, posando la destra sul manico della navaja.

— Te lo dirò un'altra volta — rispose, sempre calmo, il giovane ingegnere. — Ed ora se vuoi seguirci sei padronissimo, giacché affermi di aver avuto l'incarico, dal capo dei gitani di Siviglia, di vegliare su Zamora...

— Ed all'occorrenza di sacrificarmi per lei, anche.

— Va benissimo.

— Che cosa volete dire, señor? — chiese il gitano, il quale schiattava.

— Che tu sei padronissimo di farti uccidere per difendere Zamora — rispose Carminillo, un po' ironicamente.

— Forse che nella caverna io non ho affrontato uno dei riffani, che era armato di fucile, e per difenderla non l'ho ucciso?

— Io non ho mai negato che tu sia un valiente.

— E voi che cosa avete fatto per Zamora?

— Mi hanno salvato dai denti dei leoni — disse la gitana.

— Ed io dai denti dei pitoni!... — urlò Janko. — Non ti ricordi più della caverna piena d'acqua?

— Non l'ho dimenticata, ma sparavo anch'io e credo di averti salvato.

Janko alzò le spalle con un moto rabbioso, poi disse: — Se salite la parete che conduce all'altipiano del Riff verrò anch'io.

— Finalmente!... — esclamò Carminillo. — D'altronde ero certo che tu non avresti cercato di rifugiarti a Melilla.

— Perché, señor?

— Il capitano dell'orca mi ha detto che fra spagnoli e mori non corre più buon sangue, e che una guerra era imminente, la ventesima forse. Io non avrei risposto del tuo naso né dei tuoi orecchi.

— E sapendo ciò vi ostinate ad andare in cerca del totem?

— Certamente — rispose Carminillo. — Se si batteranno sull'altipiano ci batteremo anche noi a fianco dei nostri compatrioti, per l'onore della vecchia bandiera spagnola che tante vittorie ha veduto in terra e sui mari.

Un sorriso ironico contorse le labbra del gitano che non aveva mai saputo che cosa volesse dire patria, poi per troncare il discorso che diventava per lui imbarazzante, si avvicinò al mahari e gli tolse le corde e le cinghie.

Pedro si era occupato dei viveri i quali consistevano in un sacchetto di gallette di miglio e di fichi secchi. Gli otri però erano stati squarciati dalla navaja di Janko e non contenevano più una goccia d'acqua. Il traditore aveva forse contato più che sul cammello su quella provvista preziosa per arrestare gli studenti e Zamora, ma si era ingannato. Aveva da fare con dei giovani pronti a sfidare tutto e andare in fondo all'impresa che si erano assunta.

Carminillo intanto aveva osservata attentamente l'altissima parete, la quale appariva qua e là come squarciata, pure non offrendo nessun sentiero.

Fra le spaccature crescevano rigogliose, malgrado le scarse piogge, lunghe file di aloè, simili a lance gigantesche e delle cui fibre i marocchini, senza temere le infezioni, si servono per cucire le ferite. Più in alto si scorgevano delle vere spalliere di fichi d'India, con foglie larghissime e spesse, irte di acute spine e che potevano servire di ottima difesa.

— E così, Carminillo? — chiese Pedro, dopo un lunghissimo silenzio. — Hai terminate le tue osservazioni?

— Mi pare che la cosa possa andare — rispose il giovane ingegnere. — Zamora è una danzatrice e non perderà certamente l'equilibrio, come non si lascerà sfuggire un piede. Con altra donna non mi sarei assunta una tale impresa.

— Che i riffani abbiano aperti dei sentieri per salire più facilmente coi carichi d'armi e munizioni?

— È probabile, Pedro, e chissà che più in alto non ne possiamo incrociare qualcuno che ci conduca più rapidamente sull'altipiano.

— Dove ci schiacceranno senza sparare un colpo di fucile, facendo cadere semplicemente sulle nostre teste dei massi — disse Janko.

— A questo penseremo noi — rispose Carminillo.

— E chi coprirà col suo corpo Zamora?

— Tu, giacché hai dichiarato di essere pronto a morire per difenderla.

— E voi, señor?

— Io farò quello che sarà necessario. Sappi però che gli studenti della Spagna non hanno mai lasciata assassinare nessuna donna nelle calle di Salamanca, né di altre città... Ed ora, signor Janko, basta, carramba!... Si tratta di agire e non di chiacchierare.

Il gitano rimase un momento muto, poi disse con voce minacciosa: — Quando saremo sull'altipiano, fra me e voi, señor, parleremo.

— Janko!... — gridò Zamora, facendo atto d'alzare il fucile.

— Ed anche con te dovrò parlare se vorrai passare attraverso i briganti del Riff — disse il gitano. — Pagherai i servigi che ci renderà la Strega dei Vènti.

— Chi è? — chiesero ad una voce Carminillo e Pedro.

— Una vecchia gitana che ha conosciuto il capo degli zingari di Siviglia.

— E che tu hai veduta? — chiese il giovane ingegnere.

— Può darsi — rispose Janko, asciuttamente.

In quel momento uno sparo rimbombò sulla banchina.

I due studenti e Zamora si slanciarono verso il bastione di sabbia, alla cui base era caduto il mahari, e videro un'ombra umana fuggire verso la spiaggia.

— È il riffano che Janko ha scavalcato e che è ancora tornato — disse Zamora.

— Quell'uomo ci darà dei fastidi.

— Nessuno — assicurò Carminillo, il quale, dopo aver puntato il fucile, lo aveva abbassato, per non sprecare inutilmente una cartuccia che avrebbe in seguito potuto rimpiangere. — Sulla grande muraglia non ci seguirà, poiché noi dall'alto non avremo difficoltà a scoprirlo a tempo e fargli scoppiare la testa. Orsù, abbiamo perduto abbastanza tempo. Attacchiamo la grande parete e badate dove posate i piedi. Chi cade è perduto.