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S V


 
Tirar’ i colpi a filo, ogni hor non lice.
Talhor cresce vna beltà, un bel manto.
Tardi tornò Orlando.
Togliendo gl’otij, si rompe l’arco di Cupido.
Torre a mattonar’ il mare.
Talhor per un brutto viso, si perde vna bella compagnia.
Tal man si bascia, che si vorebbe veder mozza.
Tal bias’ma altrui, che se stesso condanna.
Tal bias’ma altrui, che tira a’ suoi colombi.
Trouar la ritortola, d’vna fascina.
Tutti non son’ huomini, che pisciano al muro.
Tal ti guarda la cappa, che non ti vede la borsa.
Trouar buco da sua cauicchia.
Toscano da Monferrato.
Tieni la fortuna mentre l’hai, se la perdi mai l’harai.
Tener’ il piede in due staffe.
Troppo per un cauallo, e poco per un carro.
Trarre la rana del pantano.
Tal merito ha, chi ingrati serue.
Tarda a rinchiuder la piaga, che non riesca un’altra.
Trouar per tesoro carboni.
Tutte le cose non si conuengono ad ogniuno.
Tirar’ al colombaio degl’amici.
Tutti i groppi, vengono al pettine.
Tanto è mercante chi perde, come chi guadagna.
Tanto fà chi tiene, come chi scortica.
Tocca più la camiscia, ch’il giubbone.
Trista quella musa, che non sa trouar sua scusa.
Tristo quel soldo, che peggiora il ducato.
Trista quella casa, doue la gallina canta, & il gallo tace.
Tristo quel marito, che non si truoua alle sue nozze.
Tardi furono sauij i Troiani.
Tale rettore, tale i popoli.
Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia le zampe.
Tre furfanti, fanno vna forca.
Tre fratelli, tre castelli.
Tre donne, fanno un mercato.
Tal’ carne, tal cortello.
Troppo, rompe il gioco.
Troppo, non vale nulla.
Tutto quel’ che luce, non è oro.
Tutte le pietre, non son gemme.
Tutti i fiori, non sanno da buon’.
Tutti i matti, si fanno scorgere.
Triacca vecchia, & confettione nuoua.
Tardi vien’ la medicina, quando l’huomo è morto.
Tutte le arme di Brescia, non armerian la paura.
Tanto è mio, quanto io godo e dò per Dio.
Taglia la la coda al cane, e sempre resta cane.
Tristo colui, che dà essempio altrui.
Troppo sperar’, inganna.
Tanto va la capra alle verze, che ci lascia la pelle.
Testa digiuna, barba pasciuta.
Tal’Abate, tali monachi.
Tardi venner le lenticcie.
Tien l’amico tuo, con il viso suo.
Tentar, non nuoce.
Tardi non fur mai, gratie diuine.
Todos nada, dice lo Spagnolo.
Terra magra, fa buon frutto.
Tutte le bocche, son sorelle.
Terra negra, fa pan bianco.
Tanto va la zarra al pozzo, che ci lascia il manico.
Tutte le gran facende, si fan di poca cosa.
Tutti ci ridurremo in pelicceria.
Tre mercantie di cal, femine, vino, e caual’.
Tre mercantie da Rè, oglio, vino, e sale.
Tener le pantofole.
Tre mercantie da coglion, pietre, calcina, e sabbion’.
Tre bestie fece Dio, asini, porci, e fanti.
Tre fili, fanno un spago.
Tolta la causa, tolto l’effetto.
Tutto il ceruello, non è in vna testa.
Tutti siam macchiati, d’vna pece.
Tal’ molto crede a se, che poco intende.
Tirar la testa al toro.
Tal’ vede il mio colore, che non conosce il mio dolore.
Terra grassa, fa buon pane.
Tristo quel’vccello, che nasce in cattiua valle.
Tristo quel’vccello, che sporca il suo nido.
Tanto schirza, che mi t’infilza.
Tacer’ a tempo, val più che parlare.
Tali dobbiam’ essere, quali vogliam’ apparere.
Torre il folgore a Gioue.
Tristo lo conobbi, e sempre è peggiorato.
Tutte le nationi, diuersamente smaltiscono il dolore.
Tutto vbidisce al denaio.
Tale è la cagnuola, quale è la signora.
Tanti amici habbiamo, quanti seruitori.
Tosto si troua il bastone per dar’ al cane.
Tanto merita il consentiente, quanto l’agente.
Tutti i principij sono difficili.
Testimonij di casa.
Talhor chi ingannar pensa, è l’ingannato.
Tener longi dal’herba il becco.
Talhor prima a se nuoce, chi altri offende.
Toccar col’ dito il cielo.
Tutte le lasciate, son perdute.
Tempo perduto, mai non si racquista.
Tal pare marauiglia, che poi si sprezza.
Tirar bene per vna rozza.
Torre a menar l’orso a Modona.
Tale è il panno quale è la lana.
Tempo verrà, ch’il tristo varrà.
Tra duo scagni, và il culo in terra.
Tien tirato, che la vadi in mezzo.
Tirar l’alzana per merceria.
Ti par che tiri questo bò bianco.
Todeschi intendon più che non sanno isprimere.
Troppo longo non fù mai buono.
Terza, chi non ha beuù l’ha persa.
Tal ride in vista, ch’asconde pianto infinito.
Tra puttana e bertone, non si tien ragione.
Ti darò bene il tuo fitto.
Tu mi hai del’ va, ch’io vengo.
Tu sei nato di Lampo o tuono, come l’anguille di Diamata.
Tu sei più fiacco, che orade d’Istria.
Tutti voglion pisciar’ al muro.
Tutti cridano la croce adosso agl’altri.
Tien pur battuto il ferro.
Tener’ il culo sotto il scagno.
Tornar con le piue in sacco.
Tal tende la rete, che non piglia.
Torre un sonaglio, per un soldo.
Toccar colla corda il punto.
Trouarsi con le mani, piene di mosche.
Tener’ il sacco.
Tal caca di paura, che forza finge.
Tal mulo porta i suoi denari.
Tener’ vno magro, con poca spesa.
Tal volta ride Apollo.
Tal volta dorme Homero.
Tristo quel cuoco, che non si sà leccar le dita.
Tal manico, non è per il mio cesto.
Tutti torniamo al materno aluo ignudi.
Tutte le nostre pompe, al fin la terra copre.
Tal lascia l’arosto, che poi brama il fumo.
Tal nutre il coruo, che gli cauerà poi gl’occhij.
Tra l’incudine & il martello.
Tra la coppa, e le labbra.
Tanto cresce il desio, quanto il tesoro.
Tal hora sonnachioso è il buon’ Homero.
Tutti que c’hanno lettere, non sono sauij.
Trista quella casa, c’ha bisogno di pontelli.
Tutto è faua.
Trarre i capo girli d’adosso a qualcuno.
Tardi è la man al messere, quando il petto è fuori.
Troppo circonuolar gl’occhi dimostra ceruello di miluo.
Tu hai più magagne, ch’il cauallo del Gonella.
Tu sei largo, come vna pigna.
Topo di molino.
Tu potresti esser corritore, ma non ne hai la cera.
Tre sorti di gente, possono mentire.
Tanto val mangiar la carne, quanto il brodo.
Tanto caca un bue, quanto mille mosche.
Tutti i buoni bocconi, sono tranguggiati da’ cuochi.
Talhor gran speme vien da poco acquisto.
Talhor l’humiltà, spegne lo sdegno.
Tenti la pace pria, chi guerra ellegge.
Talhor’ un’van timor, fa un vero sdegno.
Tanti huomini, tanti pareri.
Tempo o consiglio, occasion non chiede.
Taccia la lingua, oue l’effetto parla.
Talhor miseria, intenerisce l’odio.
Tutti torniamo alla gran madre antica.
Toglie rigor’, il confessar la colpa.
Talhor famoso, è per infamia alcuno.
Talhor’ entrando in porto, il legno pere.
Tutti i liquori, hanno la lor feccia.
Tutti in Israel, non sono Israeliti.
Tema ne lode indurr’ al ben non deue.
Troppo a se stessa, inesperientia crede.
Tanto è peggio il male, quanto è più lento.
Trouar terreno da’ suoi ferri.
Tre arti vtili alla città, marinaio, mulatiere, agricoltore.
Tre arti disutili alla città, profumiere, orefice, e cuoco.
Tieni l’occhio nel pennello, se vuoi far di bello.
Trouar Maria per Rauenna.
Tra l’arme, le buone leggi, non s’intendono.
Tutto l’acciaio c’hai adosso non farebbe un’ago.
Trouò la salute, chi trouò il consiglio.
Tu mi conoscerai, quando non mi hauerai.
Torcer’ il regolo, e poi guardar se la linea è dritta.
Tardi si rauede il gatto, quando è preso dal gatto.
Tristo quel sorgio, che non ha che un buco.
Testa rasa, sta bene in casa.
Tutto non è farina, quello che imbianca.
Tra la briglia e lo sperone, consiste la ragione.
Tra il fare & il dire, c’è molto a dire.
Tra il promettere & il dare, dei tua figlia maritare.
Tra gente maritata, non entri ne prete, ne soldato.
Tondi l’agnello, e lascia il porcello.
Tal’ volta più vale la feccia, ch’il vino.
Tristo quel consiglio, che non ha sconsiglio.
Tanto si chiama Natale, ch’e’ viene.
Tosto si mostra, il pazzo e lo sterco.
Troppo cera, guasta la casa.
Tal santo, tal miracolo.
Tal ceruello, tal cappello.
Tal vendita, tal rendita.
Tu parli come un’ granchio, che ha due bocche.
Tu esci del manico.
Tu esci del seminato.
Tu hai più del scemo, ch’i granchi fuor’ di luna.
Tristo a chi manco ci può.
Tristo a chi non ne sà.
Tutte non vanno buse.
Tosa la pecora, e non la scorticare.
Tutto non passa per il buratto.
Tutto il mondo viue con arte.
Tanto è morir’ di taglio, quanto di punta.
Troppo dormire, causa mal vestire.
Troppo grattar cuoce, troppo parlar nuoce.
Troppo prender, fa pender’.
Troppo amare, è amaro.
Tale si scusa, che si accusa.
Tale minaccia, che poi è battuto.
Troppo voltare, fa cascare.
Tauola senza sale, bocca senza saliua.
Tuo figlio pasciuto, e mal vestito.
Tua figlia vestita, e mal pasciuta.
Tal legge, tal Rege.
Tal’ pensa esser sano, che porta la morte in seno.
Terra coltiuata, raccolta sperata.
Tutto è bene, che riesce bene.
Tu mi dai un pulcino, del mio vuouo.
Trista quella casa, doue il patron non porta braghe.
Tutte le chiaui, non pendono ad vna cintura.
Tre taceranno, se duo non vi sono.
Tosto si rompe vna testa tignosa.
Troppo si può pagar l’oro.
Tanto beue l’oca, quanto il papero.
Tutti non son’ in letto, ch’han’ d’hauer la mala notte.
Tosto scaldato, tosto raffreddato.
Tu non ci vai di buone gambe.
Tu sei più ostinato, che Dattero Giudeo.
Tanto vale a dar’ un pugno al cielo.
Toccami cotesto tasto.
Tuffarsi nel mare delle chimere.
Tu sei vna donzellina da Damasco.
Tu non sei fatto da buon’ lato.
Tu salti sempre in su i muriccioli.
Tu non sai ancor mezze le messe.
Tu mi tieni a piuolo come un zugo.
Tu sei il bel cordouano, ti lasci tirare.
Tu vorresti vscire per le maglie rotte.
Tra l’incudine & il martello, non mette la mano chi ha ceruello.
Tre cose lascia da per sè, l’occhio, la donna, e la fè.
Tu aspetti di torre donna, si dice a chi ha vnghie longhe.
Tu non pescasti al fondo, bel forestiere.
Tu sei piu grosso, che l’acqua de’ macheroni.
Tu non hai mai il capo a bottega.
Tu lauori sempre sotto acqua.
Tale pare Muccia, che è serpente velenoso.
Tale pare Orlando, che è poi vna pecora.
Testimoni di san’ Genaio, duo visi.
Tu mi reiesci un zuccaro di sette cotte.
Tu ti fondi come messer Georgio Scali.
Tutte le cose che fanno i signori, sono ben fatte.
Tal’ grida Palle palle, che farebbe a dalle dalle.
Tuo vino, tua donna, tua robba, non lodar mai.
Tu saresti meglio perso, che smarrito.
Taglia longo, e cuci stretto.
Tu sei valente come Cicerone, e sauio come Hettore.
Tu hai fatto più che Carolo in Francia.
Trar de’ calcij a Rouaio.
Tu sei su la buona pesta.
Tu mi vai cauando de’ gangheri.
Tanto ruspa la gallina, che la troua il coltello che l’amazza.
Troppo disputare, la verità fa errare.
Tutto non è niente, chi non ha ingegno o argento.
Tal fugge il fumo, che casca poi nelle brage.
Tu non hai ancor’ vista la figa del lupo.
Tu ti dai gl’impacci del Rosso.
Tirar le calcie.
Tutto il mondo è cola.
Tagliar’ il becco alle cimici.
Torta di grilli, merda di bue.
Tu stai e stai e poi fai i gatticini orbi.
Toccare il polso alla gatta.
Tornare a casa.
Tristo è colui, c’aspetta la merce d’altrui.
Tu sei un Petronciano.
To su questa susina abosina.
Tu pianti porri, e ricogli cipolle.
Tu darai la tragea a’ porci.
To su questi quatrini, e spendigli in brusciare.
Troppo compagno d’alcun non ti far mai, che gioia più, e meno noia harai.
Tosto o buona o ria che la fama esce, fuor d’vna bocca, in infinito cresce.
Tanto male non si alloggia, che non sia peggio stare alla pioggia.
Talvolta per celar’ il mio dolore, io rido e canto che mi crepa il core.
Tanto è il male, che non mi nuoce, quanto è il bene, che non mi gioua.
Tre cose si cercano che non si vorrebber trouare, calcie squarciate, gesso imbrattato, e moglie goduta.
Tra sepolto tesoro, & occulta sapientia, non si conosce alcuna differentia.
Tanto più manifestasi il peccato, quanto più il peccator’ è in alto stato.
Tra gli amici guardimi Dio, che tra’ nemici mi guarderò io.
Tre cose facilmente si credono, naue rotta, donna grauida, & huomo morto.
Tale ci par bello e buono, che diposto il liscio, brutto e rio forse parria.
Tre conuitati con diuerso gusto, chieggon varie viuande a lor piacere.
Tal porta corna, ch’ogni huom le vede, altri le porta, che non se lo crede.
Tanto erra chi crede tutti i sogni esser fallaci, quanto chi gli crede esser veraci.
Tal pensa in cosa fral metter’ il dente, ch’in dura il frange, e con dolor si pente.
Tal muore tristo e sconsolato, cui poco prima era il morir beato.
Tre cose se non fai si fanno, schiuma la pignatta, marita la tua figlia, e nettati il sesso.
Tre cose mal’ maneggiate, vccelli in man di putti, bella Giouane in man d’un vecchio, e vino tra Todeschi.
Tirrannia, tumulto, e mancamento di farina, sono de le città cagione di rouina.
Tempo perduto ridotto a memoria, dà più noia, che gloria.
Tempo, vento, signori, donna, e fortuna, voltano, e tornano, come fa la luna.
Troppo tosto viene alla porta, chi triste nouelle apporta.
Tale pensa saluarsi a Pasqua, che è preso a mezza quaresima.
Tanto vale l’amore, quanto il denaro dura, speso il denar’, amor cerca ventura.
Tutto cala in vecchiezza, fuor che auaritia, prudentia, e sauiezza.
Taci dice Terentio, che nulla vale più ch’il silentio.
Trauaglio, cura, sollecitudine, & diligentia, veri sentieri della scientia.
Trotto di asino, amor di donne, fauor di signore, suon di campana, fuoco di paglia, vino di fiasco, e vento di dietro, poco durano.
Tu di dai i fastidij del Rosso, che voleua far lastricar la strada, quando era menato ad esser’ impiccato.
Tre cose simili, prete, auuocato, e morte, il prete tuole dal viuo, e dal morto, l’auuocato vuol del dritto, e del torto, e la morte vuole il debil’ & il forte.