Fior di Sardegna/Capitolo I

Capitolo I

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Introduzione Capitolo II
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FIOR DI SARDEGNA

I.


Siamo in Sardegna, nella parte montuosa della Sardegna, in una piccola città che ci contenteremo di chiamare solo X***, benchè nella carta sia segnata con un nome assai sonoro e lungo. X*** possiede la sua brava passeggiata, le sue piazze, esenti ancora di fontane di marmo e di statue, i suoi caffè splendidissimi, il suo club, e qualche volta anche, a intervalli di due o tre anni, si permette il lusso del teatro: tutto ciò però non impedisce che vi si tragga la vita più noiosa di questo mondo, sicché la più piccola novità basta per mettere in fermento gli abitanti pacifici e poco interessati nelle gravi questioni d’oltre monti e d’oltre mari. Ai primi dell’anno 1881, la novità più saliente, la novità che più dava di che pensare di che dire nei crocchi, nei caffè, nelle conversazioni private di X*** era una palazzina misteriosa che da circa due mesi stavasi fabbricando all’estremità nord della città, vicino alla casa di don Salvatore Mannu, ch’era l’ultima di X***, una palazzina bianca, elegante, dai balconi [p. 10 modifica]di ferro verniciati a rosso, circondata da uno spazio destinato a giardino. Gli studenti, che poco più o meno s’intendevano tutti di francese, dicevano che quella Casina di uno stile mai più conosciuto in X***, le cui case erano tutte disadorne e ineleganti al di fuori — allora — era un chalet, e che probabilmente lo faceva costruire qualche ricco per venirsene in Sardegna nella bella stagione, — qualche inglese, ben sottinteso, molto eccentrico ed originale, dal punto che sceglieva la Sardegna per luogo di villeggiatura.... — Ma un negoziante che aveva viaggiato in Spagna e abitato per tre settimane in Granata, un gran sognatore idealista che smentiva la massima: i commercianti son tutti gente positiva; asseriva che lo stile della nuova palazzina era moresco, lo conosceva ben lui... e aveva la sua idea fissa: doveva venir abitata, la palazzina s’intende, e non l’idea, da un signore orientale, forse qualche pascià, gelosissimo e innamorato di una bella fanciulla sempre velata, il quale venivasene lì, in fondo al mondo, per nascondere a tutti la sua donna e vivere senza il timore d’essere tradito da lei, ignara delle nostre lingue, ben custodita da eunuchi e da schiavi. Sì, doveva essere così! Infatti, al pian terreno della palazzina, le finestre venivano munite da grosse per quanto eleganti e ricurve inferriate rosse, i balconi eran tutti velati da persiane, e uno dei muratori, interrogato a proposito dal negoziante sognatore, aveva detto che il giardino doveva venir circondato da un muro di tre metri e chiuso da una porta foderata a lamine di ferro.

Checchè fosse, nessuno riusciva a dire precisamente chi faceva costruire la palazzina: gli operai lavoravano sotto la sorveglianza di un capo mastro che aveva lui stesso, senza bisogno d’ingegneri, disegnato il tutto; venivano pagati da lui, non sapevano oltre, nè chiedevano oltre...

Dunque, il gran segreto lo possedeva lui, il severo capo mastro piemontese, che non parlava mai, fuori [p. 11 modifica]dello stretto necessario per farsi capire, che non aveva amici a X*** e che faceva solo ciò che dovrebbero far tutti perchè il mondo vada bene: i fatti suoi. — Fu interrogato il capo mastro, ma lui rispose di saperne quanto gli altri; e quando, vista la assurdità della sua risposta, i curiosi l’incalzarono vieppiù di domande, il brav’uomo li mandò a farsi friggere, spiegando loro la santa sua massima di far ciascuno i suoi affari. — In realtà neppur lui sapeva di chi era la palazzina. — Chi ne doveva saper qualche cosa, era don Salvatore Mannu, che appunto lui aveva comandato al capomastro di innalzare la palazzina e somministravagli i fondi, pregandolo però del più profondo segreto; ma nessuno pensava di interrogare don Salvatore, che, ridendosela sotto i baffi, si mostrava curioso al pari degli altri e si divertiva assai delle chiacchiere e della curiosità che la palazzina destava. Agli ultimi di aprile fu completata: era qualcosa di meraviglioso, coperta tutta da un terrazzo circondato di balaustrate di ferro, gli ampi balconi dalle persiane verdi, il muro del giardino tutto a merli e torricelle come la cinta di una città fortificata, le quattro facciate bianche, filettate da eleganti striscie di smalto azzurro. E giù giù ai piedi la vallata verde, ampia, ridente, chiusa dai monti bruni, selvaggi, pittoreschi; su su il cielo azzurro e profondo, su cui essa si disegnava ardita, leggera, aerea, come un brano di paesaggio svizzero o fiammingo.

Don Salvatore ne era incantato, e spesso, guardando la palazzina dall’orto di casa sua, accarezzava il viso della sua piccola primogenita e le diceva: Quando anche tu ti sposerai con un bel giovine ricco, nobile, laureato, ti farò costruire un palazzo così.

Nel pubblico, intanto, la curiosità era arrivata all’ultimo grado; si invigilava l’arrivo dell’omnibus, delle carrozze pubbliche e delle private, pochine davvero, e ad ogni volto sconosciuto che si vedeva, si diceva: Ecco che arriva! Ecco che arriva!....

Ma invano: arrivavano nuovi impiegati; operai italiani, [p. 12 modifica] che fanno più fortuna, emigrando in Sardegna che in America; arrivarono i nuovi soldati, i nuovi ufficiali, i nuovi carabinieri, gli studenti dei villaggi partiti per le vacanze di Pasqua; arrivarono le rondini, il nuovo sotto prefetto, i fiori, un ingegnere con la famiglia, uno scozzese viaggiatore, è tutti destarono un fremito nell’anima degli abitanti di X***, ma nessuno andò ad abitare la palazzina misteriosa... Alla fine ci si stancò di aspettare; i mesi passavano, nessuno veniva, altri avvenimenti accadevano ad X***, altre notizie e novità incalzavano. Sicché la palazzina fu posta in disprezzante oblio, e nessuno si accorse che un giorno di luglio arrivò a X*** l’avvocato Marco Terragna con la sua giovine sposa, Lara Mannu, nipote di don Salvatore. Insieme a loro arrivò la splendida mobilia per la palazzina di cui essi erano i padroni e che essi appunto dovevano abitare....