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Tomo Quarto - Capitolo Settimo

../Cap VI ../Cap VIII IncludiIntestazione 9 novembre 2008 75% Romanzi

Tomo Quarto - Cap VI Tomo Quarto - Cap VIII

Così disposto, volse indietro, ma senza però ristarsi ancora dal correre, il volto più torvo e più cagnesco che avesse ancor fatto in vita sua per guatare quali, quanti, a che distanza fossero quei suoi persecutori; ma con maraviglia, e con un sentimento confuso di gioja gli vide tutto ad un tratto restar sui due piedi, in grande esitazione e su quelle figuracce alle brutte contrazioni del furore succedere le brutte contrazioni della paura. E tosto più presente a se stesso, scerse dinanzi a sè e non lontano, un apparitore, e dietro lui un carro coperto di cadaveri, intese i campanelli, lo scalpito, le ruote, le canzonacce dei monatti, tutto quello strepito che un momento prima percoteva le sue orecchie senza saputa della mente. Il terrore degli inseguenti per quella comparsa, fece tosto pensare a Fermo che per lui ella era salute: sentì egli che non era momento da far lo schifo: affrettò la corsa verso il carro, tolse la mira ad un picciolo spazio sgombro che vide in quello; spiccò un salto; ed eccovelo ritto, piantato sul destro piede, col sinistro in aria, e con le braccia alzate tuttavia dal lancio di tutta la persona.

«Bravo! bravo!» sclamarono ad una voce i monatti, altri che seguivano il convoglio a piedi, altri, seduti sui carri, altri, per dire la orribile cosa come ella era, seduti sui cadaveri trincando d’un gran fiascone che andava in giro. «Bravo! bel colpo!»

Gl’insecutori all’avanzare del carro avevano per la più parte volte le spalle, e fuggivano, gridando pure «dalli! all’untore!» se mai qualcheduno più coraggioso di essi, volesse venire a compiere la buona opera; e a quei gridi rispondevano dalle finestre uomini e donne accorse al romore: «dalli! all’untore!» Alcuni però dei primi tentennavano, quasi non potessero rassegnarsi a vedere la fiera uscir salva dalla loro caccia, e digrignavano i denti, facevan gesti di minaccia a Fermo che gli guardava immobile dal carro.

«Lascia fare a me» gli disse un monatto; e strappato di dosso a un cadavere un laido cencio, lo rannodò in fretta, e presolo per un dei capi lo alzò verso quei feroci, come una fionda, fece atto di gittarlo, gridando: «aspetta canaglia». A quell’atto tutti dieder di volta inorriditi, e Fermo non vide più che schiene di nimici, e calcagna che ballavano rapidamente per aria. Fra i monatti si sollevò un urlo di trionfo, uno scroscio procelloso di risa, un «uh!» prolungato, come per accompagnare quella fuga.

«Ah ah! vedi tu se noi sappiamo proteggere i galantuomini», disse a Fermo quel monatto: «val più uno di noi che cento di quei poltroni».

«Certo io vi debbo la vita», disse Fermo: «e vi ringrazio di tutto cuore».

«Niente, niente», disse un altro di quei demonii: «te lo meriti, si vede che sei un bravo giovane. Fai bene d’ungere questa canaglia: ungili, estirpali costoro che non son buoni a qualche cosa che morti, o birboni; che hanno bisogno di noi, e ci maledicono, e vanno dicendo che, finita la moria, ci vogliono fare impiccar tutti. Hanno a finire prima essi che la moria; e rimarremo noi soli a gavazzare in Milano».

«Viva la moria, e muoja la marmaglia», sclamò un altro, e con questo bel brindisi, si pose il fiasco a bocca, e tenendolo con ambe le mani fra i trabalzi del carro, ne tracannò un lungo sorso, indi porse il fiasco a Fermo, dicendogli: «bevi alla nostra salute».

«Ve l’auguro di buon cuore», disse Fermo; «ma non ho sete; non potrei bere in questo momento».

«Tu hai avuto una bella paura, a quel che pare», disse quel monatto: «m’hai cera d’un pover’uomo; altri visi voglion essere a far l’untore».

«Ognuno s’ingegna come può» disse un altro.

«Dammi quel fiasco», insorse un terzo; «voglio vuotarlo io, che l’ho conquistato nella cantina di quel vecchio avaro lì...» e così dicendo prese il fiasco dalle mani di quell’altro; e prima di bere, si volse a Fermo, gli affissò gli occhi in faccia con un’aria di pietà sprezzante, e gli disse: «Convien credere che il diavolo col quale tu hai fatto il patto, sia ben giovane, ben dappoco, poiché se non eravamo noi a salvarti, egli ti dava un bell’ajuto». E ridendo del suo bel tratto, levò il fiasco, e se lo appiccò alle labbra. Lo vuotò, e poscia tenendolo con la destra pel collo, lo mosse rapidamente in giro al di sopra del capo, quindi lo gittò lontano a fracassarsi su le pietre del pavimento, gridando: «viva la moria». Quindi intonò di nuovo la canzone che l’accidente di Fermo aveva interrotta; e tosto a quella voce si accompagnarono tutte le altre di quel turpe coro. La musica infernale mista al tintinnio dei campanelli, e allo strepito del carro rimbombava orrendamente pel vôto silenzioso delle vie, e stringeva amaramente il cuore dei pochi rinchiusi nelle case dinanzi alle quali il carro trascorreva.

Fermo vi stava ritto tuttavia ansante per la corsa, e per la tema avuta, agitato di dentro in una successione fluttuante di passioni e di pensieri. Da prima provò un vivo ristoro del vedersi in salvo, quindi dabbene come egli era, ringraziò Dio che lo avesse scampato da un tanto pericolo; ma non lasciò per questo di sentire un gran rancore per quei bestiali suoi persecutori; qualche momento dopo cominciò a parergli ben fastidiosa la compagnia di quei morti da cui era circondato, e di quei vivi pei quali sentiva ad un punto riconoscenza, e orrore.

Pensò da poi che, se ben salvo, era pure ancor bene impacciato, pensò al modo di uscire dal fastidio senza incappare di nuovo nel pericolo e di trovare il lazzeretto, dal quale egli era lontano forse chi sa quanto; e forse se ne andava sempre più allontanando. Domandarne a quei suoi ricettatori, il cuore non glielo diceva; sarebbe stato un esporsi a mille inchieste, attirarsi Dio sa quali parole, impegnarsi in un colloquio né aggradevole, né troppo sano. Fermo era già anche troppo imbarazzato in quella poca conversazione, che aveva dovuto fare con essi; vedeva che quegli che lo avevano salvato erano sul conto suo nello stesso inganno di quelli che lo volevano morto; non si curava di sgannare coloro, e nello stesso tempo sentiva troppa ripugnanza a dir cosa che gli confermasse nel loro errore. Cercava quindi di lasciar cadere i discorsi, senza però mostrare né ripugnanza, né sospetto, né fare atto che gli alienasse l’animo di quegli che alla fine erano i suoi protettori in quel momento. Chi poteva sapere a che filo tenesse quel loro favore e la loro condiscendenza; forse alla sola idea che Fermo fosse un propagatore della peste; il favore degli uomini benevoli è talvolta così fragile, così permaloso, la buona gente si stanca talvolta per sì poca cosa di proteggere un disgraziato; pensate poi una feccia di ribaldi come quelli. Per tutte queste ragioni Fermo fu molto contento quando vide che essi non lo stimavano degno della loro attenzione; e fu grato alle sue orecchie (che cosa non può divenir grata in questo mondo!) quel canto, che lo toglieva dall’intrigo di quella conversazione. Intanto il carro s’era già allontanato abbastanza, perché Fermo non temesse più di esser raggiunto dai suoi nemici; i quali del resto s’eran dispersi; non restava che il pericolo di abbattersi in uno di quelli che lo riconoscesse, e gli aizzasse di nuovo la gente addosso; pericolo lontano, ma che poteva crescere in proporzione della strada che Fermo avrebbe ancora a percorrere. In questa tempesta di pensieri egli girava attorno uno sguardo sospettoso e irresoluto, quando gli parve di riconoscere il luogo per dove passava, richiamò le sue memorie, guardò più fisamente... — questa via non mi è nuova, di qua son passato certamente —. Fermo non s’ingannava: il carro diretto alla gran fossa scavata dietro il lazzeretto e denominata il Foppone di san Gregorio, scorreva nella via chiamata allora il borgo ed ora il corso di porta orientale, per cui Fermo era entrato con molta maraviglia, ed uscito con molta paura un anno e mezzo prima. Ad ogni passo, nuovi oggetti altra volta veduti, rendevano più vivo e più chiaro il riconoscimento di Fermo; ma dove ebbe la perfezione fu al passare dinanzi alla piazza, al convento dei capuccini. Allora riconobbe la porta orientale; si risovvenne che al di fuori di quella era il lazzeretto; e per quanto pieno di dolore, di difficoltà, e d’angosce fosse l’affare che lo strascinava in quel luogo, pure il povero giovane si sentì tutto rincorato nel pensiero d’esservi giunto senza studio, sicuramente, in carrozza, quale ella si fosse; questo gli parve un buon principio, e un buon augurio. Oltrepassato il convento, Fermo pensò che sarebbe meglio spacciarsi da quella compagnia e uscir dalla porta a piede. Vide che i monatti invasati nel loro canto non badavano a lui, fece un cenno di saluto e di ringraziamento ad uno che gli era più vicino, e balzò dal carro in sul pavimento. Quel monatto lo accompagnò con un saluto schernevole della mano e del volto, dicendogli: «va, va, povero untorello: tu non sarai quello che spianti Milano». Per buona sorte non v’era anima vivente nella via che potesse udire quelle parole. Fermo s’indugiò, tirando presso al muro, tanto che il carro si allontanasse; e a passo lento giunse presso alla porta; vide spuntare l’angolo di quel recinto, dove erano addensati più guai che non ne fossero sparsi nella dolorosa città ch’egli aveva percorsa: passò il cancello, e gli si spiegò dinanzi la scena esteriore del lazzeretto; il principio appena, e come la mostra dei guai, e già una vasta, diversa, inenarrabile scena.

A noi, come certamente al lettore, incresce ormai un così lungo avvolgerci tra tanto dolore, e tanto fastidio: quindi ci guarderemo dal tentare anche di descrivere a parte a parte quella scena: bastino alcuni tratti generali a dare un’idea comunque dello spettacolo che s’offerse agli sguardi di Fermo. Fin dove il suo occhio poteva giungere nello spazio che circonda al di fuori il lato meridionale e l’orientale del lazzeretto, quello spazio era sparso di languenti, a cui non erano bastate le forze per giungere fino al lazzeretto, di morti che ivi giacevano, era percorso da gente che entrava, da infermi che ne uscivano, e che erravano sbandati, la più parte fuori di sè, quale imperversato, quale istupidito. Altri pareva tutto infervorato a raccontare le sue sciaurate fantasie al tapino che giaceva oppresso dal male, o ad un altro infelice, preoccupato da altre fantasie; un altro si mostrava assorto e tranquillo in un immaginato contento; e quella apparenza di gioja e di serenità in mezzo a tanta miseria, pure ne accresceva l’orrore; tanto è terribile all’uomo il vedere in altri oscurato quel lume divino che lo fa esser uomo. Altri per un trasporto che fu notato in altre pestilenze, vogliosi d’immergersi nell’acque, si gettavano nel fossato che gira attorno al lazzeretto; e vi morivano affogati, o vi rimanevano disensati; taluno canticchiando, le ore, i giorni interi. Tra quella confusione giravano monatti a prendere i morti, a contenere, a rispingere, a guidare nel lazzeretto i miseri così vivi, giravano commissarj, delegati, a dare ordini, a dirigere come si poteva i monatti. E Fermo scorrendo tra quella folla per avviarsi alla porta di quel lato che tira lungo la strada maestra, Fermo doveva pure per quanto intollerabili gli fossero quegli oggetti, fissare sovr’essi lo sguardo perché fra essi, uno di essi, poteva essere quello di ch’egli andava in traccia. Giunto su quella porta, ristette sopraffatto dal nuovo spettacolo che gli si parava dinanzi e dattorno. Dinanzi, il vasto campo interno del lazzeretto, ingombro qua e là di trabacche, di capanne, coperto e animato da un popolo, del quale il veduto al di fuori non era che un saggio; e a destra e a sinistra le due interminate fughe di porticato spesse pure, e gremite, e brulicanti a quel modo: uno sciame, un trambusto, un rimescolamento da far vertigine, da offendere con subita fatica lo sguardo, quando fosse pure stata una festa. Il cuore di Fermo fu soverchiato a quella vista; ed egli stette un momento in fra due se dovesse tornarsene, e abbandonare una ricerca che superava le sue forze. Ma l’affetto dal quale egli era stato tratto su quel limitare, aveva pigliato ancor più forza dalla incertezza, e l’immagine di Lucia, forse inferma quivi, abbandonata, era divenuta più forte e più pietosa nell’animo di lui. Pensò che se egli si ritraeva allora da quel luogo, vi sarebbe stato ben tosto sospinto di nuovo da tutti i suoi pensieri: partirsi senza aver nulla saputo di Lucia, aspettarne le novelle, fin quando, da chi? partir dal luogo dove soltanto si poteva sperare di trovarla: fuggire da dove ella era forse a pochi passi di distanza... Fermo si mosse, rivolse una viva preghiera al Signore e si gittò in mezzo a quella confusione, abbandonandosi alla scorta di Lui. Non aveva alcun filo per dirigersi, né una ragione per cominciare la sua ricerca più tosto a destra che a sinistra, nel campo che sotto il portico; ma il campo gli era in faccia, e s’ingolfò in quello alla ventura.

Nei principii della pestilenza il lazzeretto era stato scompartito in quartieri pei ministri e per quelli che entravano ad esser curati: le femmine separate dai maschj, e ogni sesso suddiviso in sospetti, in infetti, in quarantenanti. E già fin d’allora quell’ordine, come abbiam detto non s’era potuto interamente serbare; ma nel bollore della peste, e nel crescere della moltitudine, tutto s’era rimescolato, come una botte fecciosa nella furia del temporale. Oltre di che quello scompartimento non era stato fatto che nel fabbricato, in tempo che nessuno prevedeva che questo non sarebbe bastato, che l’immenso circuito interno sarebbe divenuto spesso, traboccante, insufficiente anch’esso, e quando questo cominciò a popolarsi, (e cominciò con una folla) non fu possibile applicare ad esso le divisioni già stabilite. Pure le sollecitudini dei sopraintendenti e principalmente del Padre Felice, per mantenere quel primo ordine, nel fabbricato, ne facevano se non altro rimanere qualche traccia; la massa principale e il fondo per così dire degli abitatori di ciascun quartiere era del sesso e della condizione a cui quello era stato destinato. Se Fermo fosse stato informato di ciò, si sarebbe diretto a destra, al lato settentrionale che guarda al cimitero di san Gregorio; il qual lato era assegnato alle donne. Ma Fermo, come abbiam detto, era nuovo affatto di quella bolgia, e non aveva una guida; quindi procedeva a caso, mettendo il piede dove scorgeva un passaggio, dove il passaggio era meno intricato d’inciampi compassionevoli o ributtanti. Andava d’una capanna nell’altra, s’appressava ad ogni giaciglio, dove vedesse una donna; guatava, e seguiva la sua strada. Da per tutto lo stesso spettacolo così terribilmente variato, e così terribilmente conforme: corpi immobili nella morte, o dibattuti nelle angosce mortali; miseri che brancolavano a stento, o balzavano di luogo in luogo infuriati. I soli che si vedessero camminar ritti, e con un passo regolare erano monatti, e religiosi, varii di vesti e di età: gli uni e gli altri intrepidi, occupati delle loro faccende, come se fossero faccende ordinarie, con una fortezza che certo era cresciuta negli uni e negli altri da una circostanza comune, la consuetudine ormai antica di quegli orrori; ma era nata da principii, quanto lontani! negli uni una selvaggia ed empia durezza, negli altri una carità più forte della commozione. La più parte di essi s’era conservata a quei servigi, non per ubbidienza, (e certo un volonteroso e pronto obbedire in tali circostanze non è una virtù volgare) ma per un impulso spontaneo: molti avevan fatto broglio per esser deputati al lazzeretto; avevan reputato guadagno la perdita della vita, e questo guadagno era già toccato ad un buon numero di essi: taluno perfino, passando dal disprezzo della morte al desiderio, e dal desiderio alla ricerca, trascurò le cautele che pure erano compatibili con l’opera, quasi per non lasciarsi sfuggire il premio. Il che si chiamerebbe volentieri un bell’eccesso, chi non riflettesse che la religione proscrive tutti gli eccessi; perché il saggio, il temperato, il ragionevole ch’ella comanda o consiglia, è più nobile e più bello di qualunque esaltazione fantastica.

Nel suo tristo giro, Fermo s’abbattè in un luogo dove quella carità offriva uno spettacolo singolare. Vide nel campo un picciol parco, una steccaja, come per tenervi ragunato un gregge. Si avvicinò; v’era in fatti un gregge di capre; e il vecchio pastore, con una lunga barba bianchissima, succinto e affaccendato, era un capuccino. Le capre davano la poppa; ma quali erano i piccioli lattanti! bambinelli che raccolti in quel recinto presso la madre spirata, o staccati dal petto inanimato eran quivi portati a vivere. Quel nuovo pastore sprimacciava un letticciuolo di paglia ad un bambino, ne accostava un altro alle mamme; i belati rispondevano ai vagiti; e alcune di quelle nuove nutrici già avvezze a tali allievi si avvicinavano, e si acconciavano ad essi come con senso umano; alcune perfino distinguevano quello che era loro toccato il primo, distinguevano il suo grido, e si ritraevano, strepitavano se un altro bambino veniva presentato alle loro poppe.

Fermo ristette ivi alquanto a contemplare la novità dello spettacolo, e a riposarvi gli occhi affaticati d’orrore. Ma movendosi di quivi vi si trovò ingolfato di nuovo; e rifinito dalla lunga costernazione, dalla fatica e dal digiuno, egli pensava già ad uscire di là, per riprendere se non altro nuove forze col riposo, per andare in traccia di cibo. Quando vide lontano per mezzo a quella varietà di cose e di movimenti un altro capuccino che presso ad una gran pentola andava riempiendo scodelle, e le portava nelle capanne, o le distribuiva presso di sè nel campo aperto.

Risolse allora di condursi da quella parte, e di chiedere al frate un poco di quel nutrimento, persuaso ch’egli non lo negherebbe ad un affamato quantunque sano. Camminando sempre verso quel luogo, e tenendo di mira il pentolone, perché il frate andando attorno spariva di tratto in tratto ai suoi occhi per gli oggetti frapposti, lo vide finalmente sedersi anch’egli, su la porta d’una capannuccia, e recarsi in mano una scodella, e mangiare. Era il frate rivolto con la faccia verso Fermo che veniva; e questi guardandolo più attentamente credette di scorgere una somiglianza singolare, della persona, perché non era tanto vicino che potesse nulla discernere dell’aria del volto. In quel baleno sentì egli una gioja, una speranza improvvisa; ma ricordandosi tosto ciò che Agnese gli aveva detto di Palermo, di quel paese di là dal mare, cacciò quella speranza come una illusione. E pure ad ogni passo la somiglianza diveniva più forte, più viva, il frate diveniva il Padre Cristoforo.

Era proprio il Padre Cristoforo. Alle prime novelle che s’erano avute in Palermo della peste dichiarata in Milano, il nostro buon frate a cui quarant’anni di tonaca e di capuccio non avevan potuto togliere dalla mente una rimembranza del tempo in cui portava cappa e spada, e che aveva desiderato per quarant’anni di finir la sua vita spendendola pel prossimo, colse con trasporto quella occasione e scrisse a Milano supplicando d’essere chiamato al servizio degli appestati. Fu esaudito: il Conte Zio del Consiglio segreto era morto, e del resto in quella confusione, e in quel bisogno di soccorsi, anche un puntiglio avrebbe potuto essere posposto, o dimenticato.

Fra Cristoforo, ricevuta l’obbedienza, venne a dirittura a Milano, si presentò al convento, fu mandato al lazzeretto, e vi stava da un mese. Aveva quivi una sua capannuccia, e s’era fatto all’intorno come un picciolo distretto, pel quale girava, facendo il confessore, l’infermiere, il cuoco, agli appestati che si succedevano in quello spazio; e in quel mese aveva forse veduta rinnovarsi otto o dieci volte la popolazione di quel suo distretto.

«Padre Cristoforo!» gridò Fermo con un tuono tra l’esclamazione e la chiamata, a quaranta passi di distanza, quando fu certo che vedeva realmente quell’uomo che egli avrebbe tanto desiderato, se non avesse creduto cosa impossibile che un tal desiderio potesse essere soddisfatto.

«Vengo», rispose tosto il Padre, credendo d’esser chiamato come gli accadeva ad ogni istante, per qualche servizio dei suoi infermi; e messa a terra la scodella, levò la testa, per vedere se qualche altro segno gl’indicasse il canto donde era venuta la chiamata. Ma vide invece un giovane sano e diritto che s’avvicinava; e riconobbe tosto Fermo, il quale giunto a lui, tra la consolazione e la maraviglia non seppe dir altro che: «Padre Cristoforo!»

«Tu qui!» sclamò questi: «che vieni a cercare in questo luogo? la peste? la morte?»

Mentre il frate proferiva queste parole, Fermo lo guardava fisamente, e sentiva amareggiarsi la consolazione, che aveva provata nel primo istante di quel ritrovamento. Il volto del frate era mutato, ben più, e bene in altro modo che non avessero potuto fare per sè quei venti mesi cresciuti alla sua vecchiezza, né le fatiche. Gli occhi già così vivaci erano spenti, le guance scarne, sparute, tinte d’un pallore cadaverico, la voce aveva un non so che di crocchiante; e in tutto si vedeva una natura sopraccaricata, e quasi esausta, sostenuta e alimentata da una costanza interiore. Fermo con la trista pratica che aveva dovuta acquistare, s’addiede tosto che il suo buon protettore era colpito dalla peste, sicché invece di rispondere lo richiese ansiosamente: «Ma ella, padre, come sta ella?»

«Come Dio vuole», rispose il vecchio, «non parliamo di questo. Ma tu, dimmi, come, perché sei tu in questo luogo? Perché vieni così ad affrontare la peste?»

«L’ho avuta, e ne sono uscito salvo, grazie a Dio. Vengo a cercare... Lucia».

«Lucia!» sclamò il Padre: «Lucia è qui?»

«È qui», rispose Fermo, «se pure... v’è ancora».

«È ella tua moglie?» domandò il Padre.

«Ah no!» rispose Fermo con un sospiro; «ma s’ella vive... lo sarà, spero;... ne son certo... perché no? Oh padre! quante cose avrei da raccontarle!»

«Padre Vittore!» gridò il vecchio ad un suo giovane confratello che girava quivi poco distante; e che accorse tosto: «Padre Vittore, fatemi la carità di attendere a questi miei poveretti mentre io me ne sto ritirato un quarto d’ora; se però alcuno mi volesse, compiacetevi di chiamarmi». Il Padre Vittore accettò l’incarico, e il Padre Cristoforo disse a Fermo: «Vien qua dentro con me: sii breve: le faccende son molte, come tu vedi, e il tempo è scarso, misurato... Ma che? tu sei ben rifinito: hai tu bisogno di cibo?»...

«A dire il vero...», rispose Fermo.

«Piglia di quello che dà il convento», disse il frate con una frase usuale capuccinesca. E tolta una scodella, la riempì della minestra del pentolone, e la porse a Fermo: soggiungendo: «Quando la provvigione è finita, Iddio ne manda: più volte quando ci siam trovati lì lì per rimanere in secco, ci son venute le carra di roba, senza che sapessimo da chi mandate; né ancora lo sappiamo. Entra, e mangia questa carità; e avrai anche uova e pane, e un bicchiere di vino: tu ne hai bisogno, a quel che veggio». Così dicendo raccolse anch’egli la scodella che conteneva il resto del suo pranzo, ed entrò con Fermo nella capannuccia, e sedette con lui sul saccone che gli serviva di letto.

Fermo, tra un cucchiajo e l’altro raccontò succintamente la storia di Lucia, o la parte che gli era nota; come il frate di Monza l’aveva posta in guardia della Signora, come ella era stata rapita... «Gran Dio!» sclamò a quel punto il padre Cristoforo: «ed io... io l’ho indirizzata in quel paese! Ma voi sapete ch’io la toglieva da un pericolo evidente, e credeva di porla a salvamento. Parla», seguì poi con voce animata, «finisci questa storia dolorosa».

Fermo, in poco più parole che noi non ve ne impieghiamo, proseguì a narrare come Lucia fu condotta al castello del Conte del Sagrato, come mirabilmente da questo renduta alla madre, come collocata poi in casa di Don Ferrante. E qui il frate respirò più liberamente. Fermo narrò pure le sue imprese, non senza vergogna; la sua fuga, e la sua dimora in Bergamo, la sua risoluzione di venire a sapere che accadesse di Lucia, il suo viaggio a Lecco, le sue ricerche di quella mattina, e la notizia ch’egli aveva ricevuta da quella signora alla finestra, che Lucia era al lazzeretto. «Onde», conchiuse, «vengo a cercarla qui; vengo a vedere s’ella è viva, se si ricorda di me, se mi vuole ancora...»

«O giovane!» disse il Padre Cristoforo, «e in questi tempi, fra questi oggetti, tu hai potuto, tu puoi ancora occuparti di tali pensieri?»

«Ma, caro padre mio...» cominciò per rispondere il giovane; e non seppe dir più: perché sentiva egli bene una grande importanza in quei suoi pensieri; erano per lui un affare molto serio; ma era impacciato a trovar le parole convenienti per esprimere una tale idea ad un vecchio capuccino, che era venuto quivi a vivere, a morire, nel ribrezzo, e nelle fatiche per servire a sconosciuti. Parlar d’amore, accennarlo pure con circollocuzioni, addurre l’amore come un motivo importante, come una faccenda, in quel luogo, ad un tal uomo, pareva a Fermo una vergogna: e in fatti però non avrebbe potuto parlar d’altro, perché l’amore era il motivo che l’aveva condotto lì. Ma il buon frate lo cavò tosto d’impaccio, rispondendo per lui. L’interrogazione mista quasi di rimprovero che gli era uscita, non veniva dal fondo della sua mente: erano di quelle parole volgari, che precedono la riflessione, e delle quali anche gli uomini avvezzi a riflettere contraggono l’uso dalla conversazione comune.

«Tu hai ragione», diss’egli a Fermo che esitava: «tu hai ben fatto. Quei che stanno per morire, debbono pensare alla morte, non altro; ma l’uomo che è nel vigore della salute e dell’età, l’uomo che può vivere ancora, deve, pensando alla morte, provvedere alla vita; non per cercare in essa un contento che non v’è, ma per condurla, secondo l’ordine di Dio, fino alla morte. Tu seguivi quest’ordine quando cercasti una compagna della vita, una compagna d’affetto, di occupazioni, di travagli, di consolazioni e di preghiere. Iddio permise che il mondo vi separasse. Fu ella una prova? o era volere di Dio che voi vi santificaste divisi, che dopo esservi avviati insieme, giungeste a Lui per diverse strade? Egli lo sa. Tu intanto ben fai di stare in quel proposito ragionevole da cui la sola violenza ti aveva allontanato: ben fai di andare in cerca di quella creatura alla quale tu hai promesso d’essere un compagno e un appoggio. Ma come sei tu indirizzato a trovar qui Lucia? hai qualche indizio della parte dov’ella fu riposta, del quando venne?»

«Nulla, caro padre, nulla, se non che ella è stata condotta al lazzeretto».

«Oh poveretto!» disse il padre Cristoforo: «egli è come se ti fosse stato detto che un anello è caduto nel lago, e tu vi ti attuffassi a caso per ripigliarlo».

«Girerò, cercherò, guarderò», disse Fermo.

«Ascolta», disse il frate; «gli appestati che son guariti in questo luogo (ahi che picciola parte di quelli che vi sono entrati!) quegli fra loro che ponno reggersi e camminare, debbono oggi esser condotti al Gentilino, al di là della città, fuori di porta Ticinese, a fare la quarantena: v’era ben destinata qui una parte del fabbricato a tale uso; ma il fabbricato e il recinto non bastano come vedi agli infermi. Questi che debbon partire si vanno ora ragunando intorno alla Chiesa che è nel mezzo, per moversi di là tutti insieme: jeri sono stati avvertiti e... sta: odi tu una squilla tra questo doloroso mormorio? è il terzo tocco della campanella che li chiama. Va dunque colà; osserva tra quella brigata, se tu vedi colei che tu cerchi; se ella è fra le spighe rimaste in piedi dopo la messe. Se non ve la scorgi; fa cuore tuttavia, e cammina innanzi verso questa banda (e accennò a mano manca). Quella banda del fabbricato», seguì poi, «è stata da principio destinata alle donne. Ora, a dir vero, tutto è confuso; pure quella poveretta certamente, sarà rimasta al luogo dove l’avranno collocata; e se v’è ancora speranza di trovarla, è da quella parte. Cercala ivi; Dio ti conduca: e che che avvenga delle tue ricerche, prima d’uscire da questo recinto, vieni ancor qui a darmene conto: anch’io vorrei saper s’ella vive!»

Il padre Cristoforo proferì queste parole con una commozione compressa, e presa la mano di Fermo, che aveva finito di ristorarsi, e s’alzava, lo condusse su la porta della capanna, e gli segnò più distintamente il lato dove doveva fare le sue ricerche.

«Vado», disse Fermo; «lo scorrerò tutto, guarderò di stanza in stanza, di capanna in capanna; se non è quivi, girerò tutto il lazzeretto, e se non la trovo...»

E a questa sospensione tutto ad un tratto s’oscurò in volto, stravolse gli sguardi, e mandò un soffio di furore dalle labbra tremanti.

«Se non la trovi?» disse il padre in contegno di gravità, e di aspettazione, tenendolo forte per mano.

«Se non la trovo, farò di trovare qualche altro. O in Milano, o nel suo scellerato palazzo, o in capo del mondo o a casa del diavolo, lo troverò quel furfante, che ci ha separati: quel birbone, che se non fosse stato egli, Lucia sarebbe mia da venti mesi; e se eravamo destinati a morire, almeno saremmo morti insieme, almeno avremmo potuto soccorrerci; essa non sarebbe qui abbandonata, io non sarei qui mezzo disperato. Lo troverò colui, e se la peste non ha fatto già una giustizia...»

«E se lo trovi?» disse il padre, con una gravità fatta più severa e quasi sdegnosa.

«Non è più il tempo», continuò Fermo, sempre più cieco di collera, «non è più il tempo che un poltrone coi suoi bravi, coi suoi giudici, coi suoi amici prepotenti faccia tremare: è venuto il tempo che gli uomini s’incontrino da solo a solo...»

«Sciaurato!» gridò il padre Cristoforo, con una voce che aveva ripigliata tutta l’antica pienezza e sonorità: «sciaurato!» e il suo capo gravato sul petto s’era sollevato, le guance si coloravano dell’antica vita e gli occhi mandavano le antiche faville. «Guarda, sciaurato!» e così dicendo, mentre con una mano stringeva e scoteva forte la mano di Fermo, girava l’altra distesa in cerchio dinanzi a sè, verso la scena dolorosa che li circondava. «Guarda chi è Colui che castiga! Colui che giudica, e non è giudicato! Colui che percote e che perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu sai, tu, quale sia la giustizia? Va, sciaurato, vattene! Io sperava... sì, ho sperato che, prima di morire, Dio m’avrebbe data questa consolazione di sentire che la mia povera Lucia fosse viva, forse di vederla, e di sentirmi promettere ch’ella manderebbe una preghiera là verso quella fossa dov’io sarò. Va; tu m’hai tolta la mia speranza. Dio non l’ha lasciata in terra per te; e tu, certo non hai l’ardimento di crederti degno che Dio pensi a consolarti. Avrà pensato a lei; poiché ella era di quelle anime a cui son riservate le consolazioni eterne. Va; non ho tempo di più darti retta».

E, così dicendo, gettò da sè la mano di Fermo, e si mosse verso una capanna d’infermi.

«Ah padre!» disse Fermo con voce affranta, «mi vuol ella mandar via a questo modo?»

«Come!» riprese con voce non meno severa il capuccino: «ardiresti tu di pretendere ch’io rubassi il tempo a questi afflitti, che aspettano ch’io parli loro del perdono di Dio, per ascoltare le tue voci di rabbia, i tuoi disegni di vendetta? Ti ho ascoltato quando tu potevi aver bisogno di conforto, chiedevi consolazione, e indirizzo; mi son tolto alla carità per la carità; ma ora tu hai la tua vendetta in cuore; che vuoi da me? Vattene; ho veduti morire qui degli offesi che perdonavano; degli offensori, che avrebber voluto potersi umiliare dinanzi all’offeso: ho pianto con gli uni e con gli altri; ma con te che posso fare?... se tu non gli perdoni da vero, e...»

Il suono di queste ultime voci era raddolcito, e l’aspetto del vecchio nel proferirle, pure in mezzo alla severità annunziava una tenerezza pronta a scoppiare.

«Ah gli perdono!» disse Fermo piangendo: «così Dio perdoni a me! così possa io tornar qui a dirle che Lucia è viva, che Lucia vivrà».

«Vien qua» disse il padre, pigliandolo per mano; e lo ricondusse nella capannuccia, e lo fece seder come prima presso di sè. Fermo stava tutto intento e commosso.

«Sai tu», disse il padre, «perché io porto quest’abito?»

Fermo esitava: «Lo sai tu?» riprese il padre.

«Lo so», rispose Fermo.

«Tu sai che questa mano ha ucciso!»

«Sì, ma un prepotente che l’aveva aizzato, uno di quei...»

«Taci», interruppe il frate. «Credi tu che se vi fosse stata una buona ragione, io non l’avrei trovata in quarant’anni? perché, son quarant’anni ch’io vi penso, e grazie a Dio, per quarant’anni ne ho avuto dolore, e mi sono accusato: e ho pregato Dio che in segno del suo perdono eterno, Egli mi punisse in questa vita, che pigliasse la mia in sacrificio, come io aveva ardito disporre di quella d’un uomo; che mi facesse morire in servizio d’altrui; e spero d’essere esaudito. Non creder tu ora dunque di poter consolarmi: consolati piuttosto di essere tu in tempo a perdonare: non ispender vane parole; ascolta piuttosto le mie; v’è dentro il pensiero di tutta la mia vita, della men trista parte di essa. Sai tu perché io ho ucciso? Perché v’era una cosa ch’io amava troppo. Sì, figliuolo, ciò ch’io chiamava il mio onore, io lo amava ardentemente, sopra ogni cosa, come avrei dovuto amar Dio. E quando la vita d’un uomo... gran Dio! la vita d’uno fatto a vostra immagine! si trovò in confronto col mio onore, io gliel’ho sagrificata. M’hai tu inteso!»

Fermo tutto commosso, rispose sinceramente: «padre sì». In fatti egli intendeva qualche cosa di molto ragionevole, che bisogna amar Dio sovra ogni cosa, e non ammazzare. Ma l’intento di quel discorso non passava nel suo intelletto: l’uomo che esprime le idee che sono state per lui soggetto d’una lunga e ripetuta meditazione, è oscuro, senza volerlo, anche per gente più colta che non fosse il nostro giovane montanaro.

Il padre Cristoforo continuò: «Il mio affetto era stolto, e superbo: il tuo è ragionevole e buono; la mia era passione non solo d’uomo furioso, ma di ragazzo stolido; perché che voleva io? che voleva io ad ogni costo? camminar rasente il muro, e non pigliare il mezzo della via; e tu, tu pensi da uomo savio a desiderare per tua compagna una di quelle donne che il cielo destina come un premio ai buoni; quella che tu scegliesti, e che ti scelse. Ma il tuo affetto diventa ingiusto, diventa stolido com’era il mio, se tu non lo sottometti al volere di Colui che solo può renderlo santo. E un tale amore, bada bene alle mie parole, un tale amore, quando tutto ti andasse a seconda, quando tu ottenessi ciò che più desideri, un tale amore tosto, o tardi, più tosto che tardi, ti tornerebbe in amaro: come; io non lo so, ma senza dubbio: e parlo dal tetto in giù. Or pensa che bel conforto avresti di questo amore, se, perduto ciò che te lo fa parer tanto dolce, non te ne rimanesse che un odio, nessuna speranza che d’una vendetta, nessun frutto che un omici...»

«Non lo dica», interruppe Fermo, come atterrito.

«Rendi grazie a Dio», riprese il padre, «che tu non abbi a pentirti che d’un pensiero. Ma il pentirsi del fatto... ah! è ben amaro! E il non pentirsi è orrendo, orrendo più che non si possa comprendere in questa vita. Fermo! giuri tu il perdono?»

«Ah! lo giuro», rispose Fermo in tuono solenne.

«A chi giuri tu di perdonare?»

«A quell’uomo...»

«A chi?»

«Sì, padre, a Don Rodrigo».

«Sì, Fermo, a Don Rodrigo: è un nome che fu posto sul fonte della rigenerazione ad una creatura redenta col Sangue d’un Dio; è un nome che forse è scritto sul libro della vita: perché Dio perdona; guai a te, se non fosse!» Dette queste parole, il vecchio stette pensoso un momento, tenendo tuttavia la mano di Fermo, poi abbandonatala, prese la sua sporta, ne trasse dal fondo un pezzo di pane arido, e scolorato, lo mostrò a Fermo, e disse:

«Vedi tu questo pane? Lo conservo da quarant’anni; l’ho mendicato nella casa di quello sventurato... l’ho avuto dai suoi come un pegno di pace, e di perdono. Ah! se avessi potuto prenderlo dalle sue mani! Prendi», — e porse il pane a Fermo — «conservalo ora tu: è il dono ch’io posso lasciarti per mia memoria. E se, come spero, Iddio ti vuol condurre per quella via alla quale pare che Egli ti avesse chiamato, se tu sarai padre; mostra questo pane ai tuoi figli, conta loro la mia trista storia, di’ loro che preghino pel povero capuccino, che morì pentito. Saranno provocati, saranno offesi; di’ loro che perdonino sempre, sempre, tutto, tutto. Tu rimani a vivere in un secolo doloroso: i giorni che noi veggiamo son cattivi; quei che si preparano saranno peggiori: i figli dei provocatori, dei superbi, dei violenti, lo saranno più dei padri loro. Gran Dio! questo flagello non corregge il mondo: è una grandine che percuote una vigna già maledetta: tanti grappoli abbatte; e quei che rimangono, son più tristi, più agresti, più guasti di prima. Tu stesso, o Fermo, tu stesso, qui dove l’uomo non dovrebbe aver cuore che per la misericordia, tu odiavi ancora!»

Fermo non disse nulla, ma il suo volto esprimeva il pentimento.

«Or va», disse il padre alzandosi, «Iddio benedica le tue ricerche».

«Vuol dire, padre, ch’io la troverò?» richiese Fermo ansiosamente, come se parlasse ad uomo che ne potesse saper più di lui.

«Cercala con perseveranza», rispose il padre, «cercala con fiducia, e con rassegnazione. Iddio può fare che tu la trovi, ma non te l’ha promesso. Ti ha promesso di perdonare tutti i tuoi falli, se tu perdoni a chi t’ha offeso, ti ha promesso di renderti felice per sempre al fine di questa vita, se tu osservi la sua legge. Non ti basta? Va; e qualunque sia il frutto della tua ricerca, vieni a darmene contezza: noi ringrazieremo Dio insieme».

Così dicendo, egli pose le mani su le spalle di Fermo, e stette un momento colla faccia elevata in atto di preghiera e di benedizione. Poi staccandosi, disse; «Intanto io pregherò per voi; assistendo a questi vostri fratelli, io pregherò per voi». Fermo si prostrò ginocchioni, stette un momento con le mani compresse al volto piangendo, e pregando; s’alzò, guardò intorno, uscì dalla capanna, e si diresse alla Chiesa, come gli aveva indicato il capuccino. Egli era scomparso, e andava cercando intorno dove fosse più bisogno della sua assistenza.