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Tomo Primo - Capitolo Quarto
Il Padre Galdino

../Cap III ../Cap V IncludiIntestazione 9 novembre 2008 75% Romanzi

Tomo Primo - Cap III Tomo Primo - Cap V

Era un bel mattino di novembre; la luce era diffusa sui monti e sul lago: le più alte cime erano dorate dal sole non ancora comparso sull’orizzonte, ma che stava per ispuntare dietro a quella montagna che dalla sua forma è chiamata il Resegone (segone), quando il Padre Galdino a cui Fra Canziano aveva esposta fedelmente l’ambasciata si avviò dal suo Convento per salire alla casetta di Lucia. Il cielo era sereno, e un venticello d’autunno staccando le foglie inaridite del gelso le portava qua e là. Dal viottolo guardando sopra le picciole siepi e sui muricciuoli si vedevano splendere le viti per le foglie colorate di diversi rossi; e i campi già seminati, e lavorati di fresco spiccavano dall’altro terreno come lunghi strati di drappi oscuri stesi sul suolo. L’aspetto della terra era lieto; ma gli uomini che si vedevano pei campi o sulla via mostravano nel volto l’abbattimento e la cura. Ad ogni tratto s’incontravano sulla via mendichi laceri e macilenti invecchiati nel mestiere, fra i quali molti si conoscevano per forestieri che la fame aveva cacciati da luoghi più miserabili, dove la carità consueta non aveva mezzi per nutrirli; e che passando a canto ai pitocchi indigeni del cantone gli guardavano con diffidenza e ne erano guardati in cagnesco come usurpatori. Di tempo in tempo si vedevano alcuni i quali dal volto dal modo e dall’abito mostravano di non aver mai tesa la mano e di essere ora indotti a farlo dalla necessità. Passavano cheti a canto al Padre Galdino, facendogli umilmente di cappello, senza dirgli nulla, perché la sola parola che indirizzavano ai passaggeri era per chiedere l’elemosina, e un capuccino, come ognun sa non aveva niente. Ma il buon Padre Galdino si volgeva a quelli che apparivano più estenuati, più avviliti, e diceva loro in aria di compassione: «andate al convento, fratello; finché ci sarà un tozzo per noi, lo divideremo». I contadini sparsi pei campi non rallegravano più la scena di quello che facessero i poverelli. Salutavano essi umilmente il Padre Galdino, e quelli a cui egli domandava come l’andasse: «Come vuole padre?» rispondevano: «la va malissimo». Alcuni, che in tempi ordinarj non avrebbero osato fermare e interrogare il Padre Guardiano, fatti più animosi per la miseria dei tempi gli dicevano: «Come anderà questa faccenda, Padre Galdino?»

«Sperate in Dio che non vi abbandonerà. Povera gente! il raccolto è proprio andato male?»

«Grano non ne abbiamo per due mesi, le castagne sono fallate e il lavoro cessa da tutte le bande».

Questa vista e questi discorsi crescevano vie più la mestizia del buon Capuccino, il quale camminava col tristo presentimento in cuore di andare ad udire una qualche sventura.

Ma perché aveva egli in cuore questo presentimento? E perché si pigliava tanto a cuore gli affari di Lucia? E perché al primo avviso si era egli mosso come ad una chiamata del Padre Provinciale? E chi era questo Padre Cristoforo?

Se il lettore non fa tutte queste interrogazioni per malevola impazienza né per cavillare il povero narratore, ma per una sincera volontà d’imparare e di essere informato della storia, legga quello che siamo per dirgli intorno al nostro buon frate, e sarà soddisfatto.

Il Padre Cristoforo da Cremona era un uomo di circa sessant’anni; e il suo aspetto come i suoi modi annunziavano un antico e continuo combattimento tra una natura prosperosa, rubesta, un’indole pronta, ardente, avventata, impetuosa, e una legge imposta alla natura e all’indole da una volontà efficace e costante. Il suo capo calvo e coperto all’intorno secondo il rito capuccinesco di una corona di capelli che l’età aveva renduti bianchi, si alzava di tempo in tempo per un movimento di spiriti inquieti, e tosto si abbassava per riflessione di umiltà. La barba lunga e canuta che gli copriva il mento e parte delle guance faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali una antica abitudine di astinenza aveva dato più di gravità che tolto di espressione, e due occhj vivi, pronti, che talvolta sfolgoravano con vivacità repentina: come due cavalli bizzarri condotti a mano da un cocchiere col quale sanno per costume che non si può vincerla, pure fanno di tratto in tratto qualche salto, che termina subito con una buona stirata di briglie.

Il signor Ludovico (così fu nominato dal suo padrino quegli che facendosi poi frate prese il nome di Cristoforo) il Signor Ludovico era figlio d’un ricco mercante cremonese, il quale negli ultimi anni suoi, vedovo, e con questo unico figlio rinunziò al commercio, comperò beni stabili si pose a vivere da signore, cercò di far dimenticare che era stato mercante, e avrebbe voluto dimenticarlo egli stesso. Ma il fondaco, le balle, il braccio gli tornavano sempre alla fantasia come l’ombra di Banco a Macbeth: in mezzo ai conviti, e alle riverenze dei parassiti; e il pover’uomo passò gli ultimi suoi anni nella angustia, parendogli ad ogni tratto di essere schernito, e non riflettendo mai che in verità vendere e comprare non è cosa turpe, e che egli aveva fatta questa professione in presenza di tutto il pubblico senza rimorso. Fece educare signorilmente il figlio come s’usava in allora, cercando d’imitare, in quanto gli era permesso dalle leggi, dalle consuetudini, e dal timore del ridicolo. Gli diede maestri di lettere, e di esercizi cavallereschi; e morì lasciandolo ricco e giovanetto. Ludovico aveva contratte nella sua educazione abitudini signorili, e le ricchezze avevano attirati adulatori che lo avevano avvezzo ad esigere molti riguardi; quando volle mischiarsi coi principali del paese, l’accoglimento o piuttosto le ripulse che n’ebbe fecero un contrasto molto spiacevole colle sue abitudini. A rendere la sua situazione più angustiosa, e ad accrescere il suo mal umore inquieto contribuiva anche non poco l’indole sua onesta ed iraconda ad un tempo, che gli rendeva insopportabile lo spettacolo delle angherie e dei soprusi che commettevano alla giornata quelli ch’egli non era portato ad amare. Viveva egli lontano da essi, ma come non poteva non vederli, e non sentirne parlare, ad ogni occasione mostrava apertamente il disprezzo e il rancore che sentiva per essi. Questo sentimento unito alla bontà e all’amore della giustizia ch’era grande in lui, lo portava ad assumere volentieri le difese degli oppressi; e con molte sconfitte e con qualche riuscita, con molte spese, con molti raggiri, con molta audacia, e con qualche guajo che aveva corso si era fatta una riputazione di protettore, ch’egli era sempre più impegnato a sostenere, e che gli aveva procurato il favore di molti, e l’odio caldo e risoluto di alcuni potenti.

Quando un povero andava a raccontargli un sopruso che gli era stato fatto, ed a raccomandarsi alla sua protezione parlando come se la tenesse per sicura, come se gli fosse dovuta, il signor Ludovico si trovava quasi forzato a pigliare l’impegno, dal timore di perdere ad un tratto tutta la sua riputazione. Ma non è da domandare se in questa sua carriera aveva avuto impicci, disgusti, e pentimenti. Oltre i contrasti fortissimi, i pericoli, le inimicizie crescenti, le spese per le quali aveva molto diffalcato del suo patrimonio; egli si trovava poi spesso anche in lite colla sua coscienza, la quale come abbiam detto era sincera e bene intenzionata. Talvolta colui che veniva a richiamarsi, e che bisognava torre da un impegno, non valeva niente meglio del suo persecutore, ed esaminando ben bene i fatti dell’una e dell’altra parte si sarebbe trovato che se uno meritava la galea l’altro avrebbe dovuto andare a fargli compagnia: talvolta il caso era chiaro, il ricorrente era onesto, e meritava soccorso davvero; ma che? pigliata in mano la sua causa, per opporsi ad una batteria di raggiri, di soprusi, di violenze, di busse, Ludovico aveva dovuto mettere in opera tanti raggiri, tanti soprusi, tante violenze, menar tanto le mani egli stesso che terminato l’affare, ripensando ai casi suoi, egli si rimaneva con un nemico potente di più, con molti quattrini di meno, e con dei rimorsi alla coscienza. Questo dopo una vittoria, non dico niente poi delle sconfitte: e furono molte. Era poi tormentato dall’idea del biasimo che gli era dato da molti d’imprudente e di accattabrighe, invece della lode ch’egli si sarebbe aspettata.

Così combattuto sempre tra la sua inclinazione, e gli ostacoli, rispinto sovente, urtato ad ogni passo, stanco ad ogni momento su questa strada ch’egli aveva scelta, più volte gli era passato per la mente il pensiero che nasce dagli imbrogli e dai contrasti, il pensiero di uscirne e di attendere all’anima sua col darsi alla solitudine, cioè col farsi frate, cosa che in quei tempi si chiamava uscire dal secolo. Ma questo che non sarebbe stato forse che un disegno per tutta la sua vita, divenne una risoluzione per uno di quegli accidenti che nelle sue circostanze non gli potevano mancare. Andava egli un giorno per una via di Cremona, accompagnato da un antico fattore di bottega che suo padre aveva trasmutato in maggiordomo, e che gli era stato fidato fino dall’infanzia. Aveva costui nome Cristoforo: era un uomo di circa cinquant’anni, aveva moglie ed otto figli; e tutta la famiglia sussisteva colle paghe del padre, e col di più che vi aggiungeva la liberalità di Ludovico, il quale e per buon cuore e per un po’ di boria non avrebbe mai lasciato mancar nulla ad un uomo che gli apparteneva. Vide Ludovico venir da lontano un signor tale col quale egli non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nimico, e ch’egli pagava della stessa moneta: caso molto comune; perché è uno dei diletti di questo mondo quello di potere odiare ed essere odiato senza conoscersi. Costui si avanzava ritto, colla testa alta, colla bocca composta all’alterigia e allo sprezzo, mostrando di non voler scendere verso il mezzo della via.

Ora bisogna sapere che Ludovico aveva il suo lato destro al muro, e che per conseguenza aveva il diritto (bel diritto!) di passare accanto al muro, e che l’altro doveva dargli il passo, ma come abbiam detto, costui accennava tutt’altro che la voglia di farlo. Anzi quando furono presso, guardando d’alto in basso Ludovico, gli disse con aria di comando: «Tiratevi a basso».

«A basso voi», rispose Ludovico: «la strada è mia».

«Coi pari vostri, la strada è sempre mia».

«Sì s’ella appartenesse ai soperchiatori».

«A basso, vile plebeo, o ch’io ti dò quella educazione che non ti poteva dare tuo padre».

«Voi mentite ch’io sia vile: ma non è da stupire che siate così prodigo di quello che avete in tanta copia».

«Tu menti ch’io abbia mentito», disse con furia e con disprezzo quel signore: e questa risposta era di prammatica, come ora sarebbe dire: — benissimo — a chi vi domanda della vostra salute: indi soggiunse; «e se tu fossi cavaliere come son io, ti vorrei far vedere con la spada e con la cappa che tu sei il mentitore».

«È buona sorte per voi l’esser cavaliere; così potete essere insolente e dispensarvi di sostenere la vostra insolenza, come vile che siete».

Così dicendo pose mano alla spada.

«Temerario», gridò quel signore, «io spezzerò questa», e la cavò pure così dicendo «dopo che sarà macchiata del tuo sangue». Così si avventarono l’uno sull’altro. Cristoforo venne in ajuto del suo padrone e cavò il suo coltello; e due servitori che accompagnavano il signore andarono addosso a lui e a Ludovico. La gente si ritirava da ogni parte, e giacché nessuno di quelli che s’abbattevano nella via era interessato per amicizia, o per onore a pigliar parte nella disputa, la quale da duello divenne tosto un fatto generale. Il signor Ludovico e il suo Cristoforo dovevano difendersi contra tre, e il combattimento era tanto più diseguale che Ludovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico che ad ucciderlo; ma il signore voleva la vita dell’avversario. Ludovico aveva già toccata in un braccio una pugnalata d’un servitore; e il nemico gli cadeva addosso per finirlo, quando Cristoforo vedendo il suo padrone nell’estremo pericolo s’avventò col pugnale al signore, il quale rivolta tutta la sua ira contro di lui lo passò colla spada. A quella vista Ludovico scordato ogni ritegno cacciò la sua nel ventre del provocatore, il quale cadde quasi ad un punto col povero Cristoforo: i servitori veduto il padrone sul terreno, si diedero alla fuga: e Ludovico rimase solo e ferito, e circondato dal popolo che accorreva, vedendo finita la guerra. «Che è? che è? — Come è andata? Son due morti. — Gli ha fatto un occhiello nel ventre. — Chi? a chi?» Grida e confusione; e il povero Ludovico, col compagno ucciso, e quel che è peggio col nemico ucciso da lui, si trovava in mezzo ad una folla che lo stringeva d’ogni parte. Ma, come è facile da supporre, il favore era piuttosto per lui che per l’avversario, e tutti cercavano di salvarlo. Il caso era avvenuto vicino ad una Chiesa di Capuccini, asilo, come ognun sa, impenetrabile allora ai birri, e a tutto quel complesso di cose e di persone che si chiamava la giustizia. Il povero ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, e quasi fuori di sè pel furore, pel rimorso, e pel dolore i padri lo accolsero dalle mani del popolo, che lo raccomandava ai suoi ospiti, dicendo: «è un uomo dabbene, che ha fatto freddo un birbone».

Ludovico non aveva mai prima d’allora versato sangue; e benché l’omicidio fosse a quei tempi cosa tanto comune che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione che Ludovico ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e terribile, fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nimico, l’alterazione de’ suoi tratti che passavano in un momento dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla severa debolezza della morte, cangiarono in un punto l’animo dell’uccisore. Strascinato al convento egli non sapeva quasi dove fosse e che si facesse; e cominciò appena a comprendere la sua situazione, quando si trovò in un letto della infermeria, nelle mani del frate chirurgo (i capuccini ne avevano sempre alcuno) che aggiustava faldelle e bende sopra due ferite leggieri ch’egli aveva ricevute nello scontro.

Un padre che assisteva più frequentemente ai moribondi, e che aveva spesso reso di questi uficj sulla via, fu chiamato tosto sul luogo del combattimento; e tornato pochi momenti dopo, entrò nella infermeria, e fattosi al letto dove Ludovico giaceva: «Consolatevi», gli disse; «almeno è morto bene, e mi ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo». Questa parola fece rinvenire affatto il povero Ludovico, e gli risvegliò più vivamente e più distintamente i sentimenti che erano confusi e affollati nel suo cuore, dolore per l’amico, pentimento e rimorso di ciò ch’egli aveva fatto, e nello stesso tempo un senso forte e sincero di commiserazione e di amore per l’infelice ch’egli aveva ucciso: Ludovico allora avrebbe volentieri data la sua vita per ricuperare quella del suo nemico. «E l’altro?» domandò al padre. L’altro era spirato.

Frattanto le uscite e i contorni del convento erano affollati di popolo curioso: ma giunta la sbirraglia fece smaltire la folla, e si pose in agguato a una certa distanza dalle porte; ma in modo che nessuno potesse uscirne inosservato. Un fratello del morto, due suoi cugini, e un vecchio zio vennero pure armati da capo a piede; e facevano la ronda intorno, guardando con aria di minaccia gli accorsi del popolo, i quali mostravano nei volti quasi una sorta di trionfo e di contentezza.

Appena Ludovico potè riflettere più pacatamente, chiamato un frate confessore, lo pregò che andasse a casa della moglie di Cristoforo, che l’assicurasse ch’egli non aveva fatto nulla per cagionare la morte del suo amico, e nello stesso tempo le desse parola ch’egli si riguardava come il padre della famiglia. Quindi pensando ai casi suoi, il pensiero di farsi frate che tante volte come abbiamo detto gli era passato per la mente, gli si presentò allora, e divenne tosto vera risoluzione. Chiamò il guardiano, e gli aperse il suo cuore, e n’ebbe in risposta, che bisognava guardarsi dalle risoluzioni precipitate, ma che s’egli persisteva, non sarebbe rifiutato. Allora egli fece chiamare un notajo, e fece in buona forma una donazione di tutto ciò che gli rimaneva (che era tuttavia un bel patrimonio) alla famiglia di Cristoforo; una somma alla madre, come se le costituisse una contraddote, e il resto ai figli.

Gli ospiti di Ludovico erano impacciati assai. Consegnarlo alla giustizia, cioè alla vendetta de’ suoi nemici, oltreché l’esser cosa vile e crudele (ragione che è più potente quando è accompagnata da altre), sarebbe stato lo stesso che rinunziare al privilegio di asilo, screditare il convento presso tutto il popolo, attirarsi l’animavversione di tutti i capuccini dell’universo per aver lasciato ledere il diritto di tutti, tirarsi contra tutte le autorità ecclesiastiche, le quali allora si consideravano come tutrici di questo diritto. Per l’altra parte la famiglia dell’ucciso era potentissima, forte di aderenze, irritata, e si faceva un punto d’onore di vendicarsi, e minacciava della sua indegnazione tutti quelli che mettevano un ostacolo alla vendetta. E quand’anche ai parenti fosse poco importato della morte del loro congiunto (cosa che la storia non dice però) tutti avrebbero esposta la loro vita per avere nelle mani l’uccisore; e come toglierlo dalle mani dei capuccini sarebbe stato un esempio insigne, di cui si sarebbe parlato per più d’una generazione, e che avrebbe renduta sempre più rispettabile la casa, così erano tutti impegnati, accaniti a riuscirvi.

La risoluzione di Ludovico era il miglior ripiego per cavare i frati da questo viluppo. Vestendo l’abito di capuccino, egli faceva una specie di riparazione, rinunziava a tutte le massime di puntiglio e di vendetta che allora si consideravano come leggi eterne e naturali di onore, rinunziava ad ogni nimicizia, ad ogni gara, era insomma un nemico che depone le armi e si arrende. I parenti poi potevano anche credere e dire che Ludovico si era indotto a ciò per disperazione e per timore; e ridurre un uomo a rinunziare tutto il fatto suo, a tagliarsi i capelli, a crescersi la barba, a camminare a piedi nudi, a non possedere un quattrino, a dormire sulla paglia, a vivere di elemosina, poteva parere un castigo bastante anche all’offeso il più superbo. Il Padre Guardiano andò umilmente dal fratello del morto, e dopo mille proteste di rispetto per l’illustrissima casa, e di desiderio di servirla in tutto ciò che non fosse contrario alle leggi della chiesa, parlò del pentimento di Ludovico (che era vero), e della sua risoluzione, come se chiedesse un consiglio o quasi un permesso. Il fratello diede nelle smanie, che il capuccino lasciò passare, dicendo di tempo in tempo: «è un troppo giusto dolore»: parlò alteramente, e il capuccino raddoppiò di umiltà e di complimenti; fece intendere che in ogni caso la sua famiglia avrebbe saputo pigliarsi una soddisfazione; e il capuccino che non ne era persuaso, non gli contraddisse però; finalmente domandò, impose come una condizione che l’uccisore di suo fratello partirebbe tosto da Cremona. Il capuccino, che aveva già pensato di far così, mostrò di accordar questo alla deferenza ch’egli e tutti i suoi avevano per l’illustrissima casa, e tutto fu conchiuso.

Contenta la famiglia per le ragioni che abbiam dette, contenti i frati, contenti quelli che avrebbero dovuto punire Ludovico, perché dopo la donazione fatta da lui di tutto il suo avere, la persecuzione che gli si sarebbe fatta non avrebbe portato che impicci e fatiche, contento il popolo il quale vedeva salvo un uomo che amava, dalle persecuzioni di prepotenti che odiava; e che nello stesso tempo ammirava un conversione; contento finalmente ma per motivi diversi e più alti il nostro Ludovico; il quale non desiderava altro che di cominciare una vita di espiazione, di patimenti e di servizio agli altri che potesse compensare il male ch’egli aveva fatto, e raddolcire il sentimento insoffribile del rimorso. Così Ludovico a trent’anni si avvolse, come si direbbe poeticamente, nelle ruvide lane, diede un eterno addio al mondo ed al barbiere, e fu novizio. Il sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita al timore lo afflisse un momento; ma tosto egli fu lieto di poter sofferire questa ingiustizia. Ognuno sa che quando uno si affigliava ad una regola, lasciava il nome di battesimo, e ne prendeva un altro; Ludovico assunse quello di Cristoforo.

Appena Fra Cristoforo ebbe assunto l’abito, il guardiano gl’intimò che andrebbe a fare il noviziato a Modena, e partirebbe all’indomani. Il novizio gli si gettò allora ai piedi, e lo chiese d’una grazia. «Io parto», diss’egli, «da questa città dove ho sparso il sangue d’un uomo, e vi lascio i congiunti di esso e un fratello, quelli che io ho offesi, senza aver fatta una riparazione. Permettetemi che io quanto è da me ripari almeno col fratello l’ingiuria, e tolga se si può il rancore dal suo cuore». Al guardiano parve che questo passo, fatto con tutte le precauzioni, riconcilierebbe al tutto il convento colla famiglia e gli disse che gli darebbe risposta, e andò difilato dal fratello dell’ucciso, esponendogli la richiesta di Fra Cristoforo. Dopo qualche sbruffo di collera, e qualche esitazione: «venga domani» diss’egli, e indicò l’ora. Il guardiano si assicurò che il novizio non arrischiava nulla, e gli diede la licenza desiderata.

Il signore superbo pensò tosto che poteva dare molta solennità a questa riparazione, e soddisfare così in un punto la vendetta e l’orgoglio, e crescere la sua importanza presso tutta la parentela, e presso il pubblico: e fece avvertire in fretta tutti i parenti che all’indomani al mezzo giorno restassero serviti (così si diceva allora) di venire da lui per ricevere una soddisfazione comune. Al mezzogiorno la casa era piena di signori d’ogni età e d’ogni sesso, tutti in grande apparato, con grandi cappe e con durlindane infinite con... Il cortile e le anticamere e la strada formicolavano di servi, di paggi, e di bravi. Fra Cristoforo vide tutto l’apparato, ne indovinò il motivo, e dopo un picciolo contrasto fu contento che la riparazione fosse clamorosa. — L’ho ucciso in pubblico, diss’egli fra sè, alla presenza dei suoi nemici: quello fu lo scandalo; questa è riparazione —. Così con gli occhi bassi, col padre compagno al fianco, attraversò la folla che lo riguardava con una curiosità poco cerimoniosa, salì le scale, e con una confusione che cercava di vincere giunse di sala in sala alla presenza del fratello il quale era circondato dai parenti più prossimi.

Fra Cristoforo gli si gettò ai piedi e disse: «Io sono l’omicida di vostro fratello. Sa Iddio se io vorrei restituirvelo a costo del mio sangue; ma non potendo che farvi inutili scuse, vi supplico di accettarle per Dio, e di perdonarmi». Tutti gli occhi erano rivolti sul povero novizio e sull’uomo a cui egli parlava, e s’intese un mormorio di pietà, e di rispetto. Il signore che stava in atto di degnazione forzata e d’ira compressa, e si preparava a goder d’un trionfo, fu turbato, e chinandosi verso l’inginocchiato: «Alzatevi», disse; «l’offesa... ma l’abito che portate... non solo questo; anche per voi... Si alzi padre... Mio fratello... non lo posso negare; era... era un po’ caldo... ma, quello che Dio ha voluto... Non se ne parli più... Padre si alzi per amor del cielo»; e presolo per le braccia lo sollevò...

Fra Cristoforo alzato quasi a forza, e tenendosi pur chino rispose: «Se quegli che io non oso nominare ha fallato, ha avuto pur troppo un severo castigo, e spero che Dio misericordioso si sarà contentato di questo, e gli avrà dato il suo perdono; ma io son qui, e non ho altro motivo per pretenderlo da lei che la sua bontà, e i meriti del signore».

«Perdono!» disse il signore: «ma padre Ella non ha bisogno... pure giacché lo vuole: certo, certo io le perdono di cuore, in nome anche di tutti», e qui si guardò intorno, e gli astanti: «sì sì» gridarono ad una voce «tutti tutti». Allora il signore mosso dall’aspetto del frate, e dal sentimento di tutti gli astanti, gettò le braccia al collo di Cristoforo, il quale stringendolo più basso ricevette da lui e gli rendette il bacio di pace.

Tutti allora furono intorno a Fra Cristoforo, e la conversazione divenne generale. Il signore che aveva voluto in questa occasione far pompa di tutto, aveva fatto preparare un rinfresco sontuoso, e fatto cenno ad un cameriere, si riavvicinò a Fra Cristoforo il quale stava in atto di accomiatarsi, e gli disse: «Padre mi dia una prova di amicizia col gradire una picciola refezione, e fare un po’ di festa con noi». Intanto giunsero i rinfreschi. Il signore volle servire pel primo il buon novizio: il quale scusandosi con umiltà cordiale: «Queste cose» disse «non sono più per me; ma tolga il cielo ch’io rifiuti i suoi doni: io sto per pormi in viaggio, si degni di farmi portare un pane, perché io possa dire di aver goduta la sua carità, di aver mangiato il suo pane, di aver questo segno del suo perdono».

Il signore commosso ordinò che così si facesse e tosto giunse un cameriere riccamente vestito, che portando un pane sur un bacile d’argento lo presentò al Padre, il quale presolo e ringraziato, lo pose nella sua bisaccia. Il signore alzando la voce disse al cameriere: «si mandi pane bianco e vino al convento per tutta la comunità». Dopo alcuni momenti Fra Cristoforo chiese licenza, ed abbracciato di nuovo il signore, e tutti quelli che lo stringevano e che volevano pure abbracciarlo, si sviluppò da essi a fatica, ebbe a combattere nelle anticamere per isbrigarsi da quelli che gli baciavano il lembo dell’abito, il cordone, il cappuccio; e si trovò nella via portato come in trionfo, ed accompagnato da una folla di popolo fino alla porta donde uscì cominciando il suo pedestre viaggio verso il luogo del suo noviziato.

Il fratello dell’ucciso e il parentado, che si erano preparati ad assaporare quel giorno la trista gioja dell’orgoglio, si trovarono invece ripieni della gioja serena del perdono e della benevolenza. La conversazione rimase più pacata, più semplice, senza apparato, cordiale: e invece di trattenersi di riparazione, di puntigli, di ricantare le storie delle soddisfazioni prese, e dei sopramani vendicati, non si parlò che del Padre Cristoforo, e delle virtù dei capuccini; e taluno che per la cinquantesima volta avrebbe raccontato come il Conte Muzio suo avo aveva saputo fare stare quel Marchese Stanislao che ognun sa che Rodomonte era, parlò invece della vita penitente di un Fra Benedetto, morto molti anni prima. Sciolta la brigata, il signore, ancora tutto commosso si maravigliava di tratto in tratto fra sè di ciò che aveva detto, di ciò che aveva sentito, e borbottava fra i denti: «Gran Frate, Frate singolare! Se rimaneva ancor lì per qualche momento, quasi quasi gli avrei domandato io scusa perch’egli mi abbia ammazzato il fratello!» Però è da notarsi che tutti i convitati partirono di là un po’ migliori di quello che vi fossero andati, e ch’egli stesso fu per tutta la sua vita un po’ meno superbo e un po’ più indulgente.

Il Padre Cristoforo camminava con una consolazione quale non aveva provata mai dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la sua vita doveva essere consacrata. Ai novizj era imposto silenzio; e Cristoforo serbava senza fatica questa legge, tutto assorto nel pensiero delle fatiche, delle privazioni e delle umiliazioni che avrebbe incontrate per espiazione del suo fallo. Fermandosi all’ora della refezione presso un benefattore, egli si mangiò con una specie di voluttà il pane del perdono: ma ne risparmiò un tozzo, e lo ripose nella sporta onde serbarlo come un ricordo perpetuo.

Non è nostro disegno di narrare la vita fratesca del nostro buon padre: diremo dunque soltanto ch’egli passò il suo noviziato sostenendo alacremente le dure discipline di quello stadio, e sottomettendosi bravamente alle prove, talvolta assai strane a cui erano posti i novizj; facendo per ragione ciò che gli appariva ragionevole, e pensando pel resto che un omicida non doveva esser trattato con molte cerimonie. Divenuto frate professo egli si consacrò specialmente in quanto dipendeva dalla sua scelta a tre sorta di servizi: assistere moribondi, comporre dissidj... e proteggere gli oppressi. A questa ultima occupazione era egli portato dalla antica abitudine, la quale operava in lui con motivi più puri, e da un resto di spirito guerriero che le umiliazioni e le macerazioni non avevano sopito. Il suo linguaggio come le sue azioni mostravano a chi l’avesse attentamente considerato i segni di questo spirito indeboliti ad ogni momento da uno sforzo continuo, ma non mai cancellati del tutto.

Era a quei tempi comunissima a tutte le classi di persone l’usanza d’infiorare il discorso di quelle parole delle quali quando si vogliono stampare non si pone che l’iniziale con alcuni puntini, di quelle parole che esprimono o ciò che vi ha di più sozzo o ciò che vi ha di più riverito, di quelle parole le quali quando scappano ad un signorino nella puerizia, fanno fare viso dell’arme alla mamma, e la fanno sclamare: «ohibò! dov’hai tu inteso questo: nella via o dai servitori certamente» (e l’avrà inteso dal signor padre) di quelle parole che non sono sconosciute nelle sale fastose, e che formano la terza parte dei colloquj del popolo, al quale dicono alcuni sapienti che converrebbe abbandonarle; ma questi sapienti non dicono bene, perché comunque gli uomini sieno classificati, non vi ha alcuna classe d’uomini alla quale convenga ciò che è turpe. Quest’uso era adunque comunissimo in allora, e chi ne vuol la prova dia una occhiata alle leggi che bestemmiavano pene atroci per impedir la bestemmia, guardi alla cura che i vescovi prendevano per togliere questa vergogna dal clero stesso. Il signor Ludovico aveva fatto un tale uso di queste frasi che la lingua del Padre Cristoforo durava fatica a rimandarle tutte le volte che si presentavano, cioè ad ogni primo impeto di passione di qualunque genere; ma il Padre Cristoforo faceva stare la sua lingua. Solamente in certi casi rari, nei quali la passione era tanto viva che quasi quasi Cristoforo tornava per un momento Ludovico, veniva ad un componimento. Si proferivano le parole, ma trasformate: ad alcune consonanti radicali n’erano sostituite altre che toglievano il senso ordinario alla parola, e lasciavano soltanto travedere una lontana intenzione, quasi un bisogno di proferirla. Così mutato, trasformato, temperato era l’animo, in modo però che riteneva alquanto dell’antica sua natura.

Abbiamo già detto che la Lucia si confessava dal Padre Cristoforo, e che gli aveva confidate le sozze persecuzioni di Don Rodrigo. È quindi naturale che il Padre accorresse alla chiamata di Lucia con ansia tanto più grande, che avendole egli dato consiglio di non palesar nulla, e di starsene quieta sperando che la burasca passasse, temeva ora che il suo consiglio fosse stato cagione di qualche nuovo pericolo; ed alla sollecitudine di carità che gli era naturale, si aggiungeva quello scrupolo delicato che tormenta i buoni.

Ma frattanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del Padre Cristoforo, egli è giunto, si è affacciato alla porta; e le donne lasciando il manico dell’aspo che facevano girare e stridere, si sono alzate, dicendo ad una voce: «Oh Padre guardiano!»