Egloghe (Chiabrera)/IV

Egloga IV

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III V

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IIII.


Damone.


SPARITA ancor non era la Diana

Che ne l'orto n'entrai del bono Ameto

E mi lavai le man ne la fontana;
E le più fresche foglie del laureto,

E spico colsi, che fioriva intorno

E colsi sermolino, e colsi aneto;
Poi come al mondo fe vedersi il giorno,

M'ha condotto ardentissimo desio

Il tuo caro sepolcro à farne adorno;
Qui ti verso con l'herbe il pianto mio,

E qui ritornerò mesto sovvente;

A Dio già Tirsi, et hora polve, à Dio.
Ma qual fiero latrato oggi si sente?

Forse nel sangue de l'inferma greggia

L'insidioso lupo innaspra il dente?
Ah Dio che tanto male oggi non veggia;

Melampo già tu sai, che'n fedeltate

Can di pastore alcun non ti pareggia.
O ben difese, o belle torme amate;

Di latte fecondissimo drapello

Solo sostegno a la mia stanca etate;
Per l'ombra di si fresco valloncello,

Ove si dolci corrono l'aurette;

Ove si chiaro mormora il ruscello;
Itene pecorelle, ite caprette;

Mandra forse non è, che'n altro prato

Haggia da pascolar si molli erbette;
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Venturoso terreno, aer beato

In cui nebbia pestifera non siede,

Cui non depreda peregrino armato;
Move il pastore a la cittade il piede,

Ivi cangia con or candida lana;

Poscia securo à sua magion sen riede;
Ogni molestia va di qui lontana;

Si vole il gran Signor ch'Arno corregge;

De l'occhio suo non è la guardia vana;
Quinci su tante scorze oggi si legge

Scritto suo nome; et in cotanti accenti

Odon suo pregio ricordar le gregge;
Et io cantando di soavi venti

La ben cerata mia sampogna empiea,

Fin che'n tepidi pianti, et in lamenti

M'ha posto Tirsi la tua morte rea.