Del riordinamento amministrativo del Regno (Carpi)/II

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Rispetto altamente lo scopo a cui si mira da coloro che in buona fede propugnano la creazione delle Regioni, ma dubito forte che non si dia con tale espediente un po’ troppo nel genio dei partiti estremi, e si presti loro terreno propizio per trincerarsi contro il governo, e contro la nazionale volontà, nei momenti ad essi loro più opportuni. La vita delle nazioni si conta per secoli e non per anni e lustri. L’uomo politico innanzi di fermarsi ad un procedimento deve colla mente misurare, per quanto sia dato a mente umana di fare, i contingibili casi futuri almeno sotto il loro aspetto più generale. [p. 8 modifica]

Ora se nel correre del tempo dovesse per isventura sorgere un governo assoluto, qual modo più potente per reggere ad arbitrio e dispoticamente una nazione di quello dei governatori di grandi circoscrizioni territoriali? Ricorda il Piemonte il regime dei governatori, e le Romagne quello dei legati a latere d’infausta memoria.

Ricorda la storia a chi vuol consultarne i dettami dai più remoti tempi sino a noi, e presso tutti i popoli, quale più urtante strumento di assolutismo e di tirannide efferata furono certi potenti funzionari di despoti, sparsi in poco numero, sulla superficie di vasti regni ed imperi.

Pro-Consoli, Satrapi, Legati, Luogotenenti, Governatori (non importa il nome), furono sempre i poco numerosi, ma i prepotenti e più diletti ministri dei governi assoluti, nelle grandi divisioni territoriali di vasti paesi. Ognun vede come sia più facile ritrovare, ispirare, condurre ad arbitrio pochi grandi dignitari, che centinaia di amministratori di seconda sfera. È vero che un governo perverso potrebbe creare di un tratto alla sua foggia il sistema che respingo, ma giova intanto non istabilire precedenti in guisa tale che il solo cangiamento di pochi uomini possa pervertire le migliori istituzioni.

Potrebbe taluno osservare che, ove si concedessero alle Regioni opportune guarantigie, reagirebbero alle esorbitanze governative. Ma qui si entra in un prunaio a non più escirne, vuoi per coloro che vezzeggiano un neo-federalismo, vuoi per quelli, ed io sono fra codesti, che non transigono per niun conto sul principio dell’unità nazionale. Creando tanti enti morali con orbite propria di azione, si creano, non bisogna illudersi, tanti Stati nello Stato. Il neo-federalista, benchè [p. 9 modifica] tale nessuno osi ora dichiararsi apertamente, non troverà mai abbastanza pronunciata e libera l’autonomia regionaria; ruinerà — voglia o non voglia — il potere del governo centrale. L’unitario vorrà circondare di tanti ritegni l’azione dei parlamenti, o consigli regionari, da renderli una inutile larva di teorica costituzionale.

Qual vantaggio può ritrarre la nazione da questo dualismo militante, da questo attrito di forze che si elidono in pura perdita da ambo i lati? Potrete trovare artificiosi e sottili congegni per frenare, temprare, correggere l’azione centrale governativa di uno Stato, e ce ne porsero esempi i Batavi, i Veneti, e gli Anglo-Sassoni, popoli sdegnosi e fieri della loro indipendenza e libertà; ma se volete applicarli ai governi di tante circoscrizioni territoriali di un medesimo Stato, avrete tutto giorno a riparare a quegli attriti, a quei fenomeni, a quegli abusi che si riprodurranno, sotto forme ed aspetti vari, in ogni luogo, invece di operare energicamente ed efficacemente d’un tratto sul potere centrale con minor sperpero di tempo, di forze e di pubblica moralità.

Pongasi un caso pressochè opposto:

Le nazioni compongonsi di uomini, e vanno soggette a tutte le peripezie morali inerenti alla natura degli elementi dei quali sono composte. Accadono nelle nazioni commovimenti repentini, impensate agitazioni, aberramenti febbrili, che se concorrono nella suprema ragione provvidenziale, come i cataclismi nell’ordine fisico, all’armonia dai contrari, ed all’infinito progresso dell’umano consorzio, presentano però periodi di allucinazioni dissolventi, che possono trarre fra i traviamenti di cieche passioni a perdizione un dato [p. 10 modifica] popolo, qualora il fondo delle sue istituzioni non sia tale da resistere all’urto dei marosi sociali, o peggio ancora ove le istituzioni si prestino allo sviluppo delle tendenze deleterie che sogliono invadere la società in tali fenomenali contingenze.

Ciò può accadere, come accadde presso tutti i grandi popoli e presso tutte le grandi nazioni antiche e moderne, fra noi soprattutto che storicamente e tradizionalmente siamo temprati alle gare altra volta feroci dei comuni e delle repubbliche, attutite poi nel loro odierno abito a fronte del pericolo comune. Veggasi quali supremi pericoli correrebbe la nazione, ove questi sconvolgimenti, e queste rivoluzioni politico-sociali trovassero costituite con struttura propria tante popolose regioni con propria concentrica organizzazione, ed auspici antiche e nocevoli abitudini di autonomie politiche. I governatori delle Regioni, comunque si volessero dipendenti dal potere esecutivo centrale, tuttavolta non cesserebbero di essere supremi rettori di quelle date circoscrizioni territoriali, attorniati da numeroso personale di loro creazione, ad essi ossequiente e devoto. Sarebbero altrettanti Vicerè colle inevitabili loro corti, influentissimi, ove si concedessero loro tutte quelle importanti e quasi sovrane attribuzioni accennate e discorse dal signor Ministro dell’interno.

Tutto ciò sarebbe esca al fuoco per determinare in brevissimi istanti, nei tempi grossi a cui alludo, temerarie separazioni di territori, sia per defezioni audaci di governatori, sia per violenti sostituzioni di altri governanti, imposte dagli ammutinamenti di plebi o di caste, aizzate da ambiziosi ed incorreggibili capi-parte, come suoleva accadere troppo sovente dei Podestà e dei Capitani [p. 11 modifica] del popolo con lata autorità, i quali nei popolani commovimenti venivano tal fiata balzati, non solo dai loro seggi, ma persino dalle finestre dei loro palazzi.

Che forse non vediamo anche ora, in onta ai solenni momenti da cui pendono le sorti della Penisola nostra, prodromi di separazioni sorgere dal capriccio e dalle passioni di partiti, per l’ambizione o improntitudine degli uni, per la sorpresa buona fede di molti altri?

Lungi adunque da noi il pensiero di porgere quando che sia alle accese passioni punti di coesione a cui rannodarsi, grandi centri organizzati a cui far capo per sorpresa o per lavoro di partiti.

È bensì vero che l’unità militare e finanziaria sarà sempre potente ausiliare dell’unità politica; ma nelle vicende testè preconizzate tutto resta scosso dalle fondamenta: saranno quindi minori gli attriti, le gare cittadine, gli odii di parte, e le civili discordie, con quante minori probabilità si porgeranno ai partiti dissidenti di serrarsi attorno ai centri a cui converga la vita e l’azione di milioni d’uomini, con una completa organizzazione che a quei centri faccia capo.

Affinchè non paia che io dia importanza più che non si convenga al gravissimo subbietto di cui sopra è parola, ed affinchè possa cogliersi la sintesi delle mie osservazioni trascrivo le attribuzioni che a mente del sig. Ministro dovrebbersi affidare ai Governatori delle Regioni “fanno capo, egli dice, ad esso (al Governatore) politicamente gl’Intendenti delle Provincie. Egli pronuncia in via di appello nelle materie che la legge determina. Nomina i Sindaci o Gonfalonieri sopra una terna proposta dai consigli [p. 12 modifica] comunali, meno quelli dei capo-luoghi di Regioni e di Provincia i quali saranno nominati dal Re. Presso di Lui vi sarà un Ufficio d’ispezione sulla disciplina degli impiegati e dei pubblici funzionari. Nomina gl’impiegati d’ordine inferiore, propone gli impiegati d’ogni grado, e li può sospendere per un tempo determinato. Governa supremamente la polizia di tutta la Regione.„

Dopo ciò vogliansi considerare le conseguenze del seguente inevitabile dilemma.

O i Governatori Regionari rileveranno esclusivamente, come accenna il sig. Ministro, dal potere esecutivo, ed in questo caso il concetto ministeriale rimane in istato di potenza, e non si appagano sotto niun reale aspetto i voti, le tendenze, e le aspirazioni che si vorrebbero per tal mezzo soddisfare.

O i Governatori Regionari rileveranno dagli elementi delle singole circoscrizioni territoriali, sotto il severo controllo di un Parlamento o di un Consiglio regionario con voto deliberativo, eletto in primo od in secondo grado dalla popolazione della rispettiva regione; ed in allora saranno bensì consoni i fatti all’espositiva ministeriale, ma le regioni prenderanno l’indole e la forma di enti morali con grande jattura dell’azione governativa e dell’unità politica dello Stato!

Conviene inoltre riflettere che ogni cambiamento di ministero, e specialmente se avesse per causa una modificazione sulle tendenze politiche del Governo, trarrebbe dietro le dimissioni dei Governatori, dei vice-Governatori, e forse dei loro Segretari generali, e quindi ecco di getto creata una nuova categoria di alti funzionari in aspettativa, di pretendenti Vicerè, alcuni dei quali forse pronti ad audaci imprese senza esempio nell’interno reggimento di un paese retto ad ordini liberi, e ciò [p. 13 modifica] se con vantaggio delle pubbliche finanze, e delle istituzioni liberali, non è a dirsi!

È un fatto forse unico nella storia, che tanti Stati autonomi appartenenti ad una stessa nazione, rinuncino spontaneamente alla loro autonomia, per unificarsi in un solo Stato compatto e potente. È la forza delle cose secondata dal senno italiano che produce questo miracolo di alta politica, ma è una via che non puossi percorrere a metà, e conviene che la rinuncia alle piccole autonomie delle membra sia completa se si vuol dare al tutto vita rigogliosa ed altissima considerazione. Siate forti e sarete rispettati. E non può una nazione nel bel mezzo della vecchia Europa essere forte ed indipendente, in guisa da poter imporre il rispetto pe’ suoi diritti di nazione, senz’essere unita. Oggi l’alta ragione di Stato, le sofferenze passate, e i pericoli presenti, guidano gli italiani ad eclissare le individualità di piccoli Stati a benefizio della grande elaborazione di uno Stato solo, concetto che nei tempi di mezzo il Duca Valentino voleva fra noi tradurre in atto, volgendo in istrazi la muta iperbole di Tarquinio, nel mentre che il più spietato assolutismo porgeva adito ai sovrani di Spagna, e di Francia di conformare col mezzo di inaudite violenze ad unità le loro rispettive nazioni. Vien detto che la creazione delle regioni ha tratto agli antichi scompartimenti italiani, rispettando per tal guisa vecchie tradizioni, usanze speciali, dialetti, caratteri e temperamenti affatto distinti. Ma di grazia, egli è forse che non potevasi, e non potrebbesi tuttavia dire altrettanto in Ispagna dell’Aragona, delle Provincie Basche, della Murcia, dell’Andalusia; ed in Francia dell’Alsazia, della Borgogna, della Lorena, e della Brettagna? Il signor Ministro dell’Interno opina che [p. 14 modifica] passato il parossismo degli attuali gravissimi avvenimenti, possano risorgere le antiche gare di campanile, e per antivenire a questo pericolo, egli trova buon consiglio l’appagare le tendenze locali coll’istituzione delle regioni (ombre di autonomie pur sempre nocive); a me invece parrebbe se il soverchio amore all’Italia mia non mi fa velo all’intelletto, che fosse ufficio pietoso pel bene d’Italia, di abilmente valersi di questi supremi momenti, procedendo nelle necessità presenti con fermezza di propositi, per farla per sempre finita colle autonomie delle circoscrizioni che altra volta formavano Stati indipendenti.

Del resto, sapendo quanto sia difficile l’arte di governare, non farei soggetto di severo sindacato se in ispecialissimi casi si adottasse provvisoriamente, e quasi direi ex lege, qualche isolato temperamento conciliativo di transizione purchè scevro d’ogni carattere di stabilità. Ma qualora trattisi di seria, completa e definitiva riorganizzazione territoriale ed amministrativa del Regno, non saprei ottemperare a nessuna misura che tendesse a riconsacrare in qualsiasi guisa le oramai spente autonomie di cui sopra è parola. A questo punto confesserò apertamente come io per istinto e per riflessione tengo per fermo che per fare l’Italia degli italiani, e per condurla a’ suoi alti destini attraverso le grandi burrasche che ci restano a superare, faccia d’uopo di una centralizzazione potente delle forze tutte della nazione coi temperamenti amministrativi liberali di cui parlerò in appresso, subordinatamente però alla ragione suprema della salute della patria, e sotto il sindacato del Parlamento.

Non mi seduce come condizione normale, ma mi attira in questo momento solenne di risorgimento [p. 15 modifica] italiano, e per qualche anno ancora, la vivace pittura che ha fatto il Cormenin della centralizzazione francese, a cui faccio essenziale variante: «au même instante la nation veut, le gouvernemént ordonne, le prefet transmet, le maire execute, les regiments s’ébranlent, les flottes s’avancent, le tocsin sonne, le canon gronde, e l'Italie est debout»1.

Note

  1. Le parole — nationgouverneméntItalie — sono sostituite a gouverneméntministrefrance. — Organo della Nazione è il Parlamento.