Cronica/XV

Cap. XV

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XIV XVI
Dello grannissimo diluvio e piena de acqua.

Granne circuito avemo fatto, moito tiempo simo iti spierzi, moito paiese stranio avemo cercato. Cercato avemo la Lommardia e·lla Spagna, la Turchia e·lla Francia. Ora ène anche tiempo convenevile de tornare a casa. Tornemo in Italia, tornemo alle magnifiche e inaudite novitate le quali per noviello haco tutta Italia cercata. Diceremo in prima dello granne diluvio lo quale fu in Roma. Mai tanta acqua non abunnao nello Tevere. Mai non passao lo Tevere sì pessimamente suoi tiermini, mai tanto danno non fece. Currevano anni Domini MCCC, de pontificato de papa Chimento sesto. Nella citate de Roma crebbe lo fiume lo quale se dice Tevere, e fu per sio crescere de acqua uno diluvio mortifero e maraviglioso in tale muodo, che pochi, anche nulli, se recordassino essere stato lo simile. Tutta la state passata operze Dio le cataratte dello cielo e mannao acqua spessa e foita, non granne. Ma puoi nello autunno, recoite le uve, comenzanno dalla festa de Onniasanti, parze che·lle fontane dello abisso fussino operte per vomacare acqua. Allora comenzao lo Tevere a crescere e non descresceva niente. Innelli dìe fra Onniasanti e Natale, forza da dìe otto, durao lo crescere dell’acqua la quale terribilemente iessiva li usati tiermini dello lietto dello sio canale. Allora empìo tutta la pianura la quale iace intorno alla citate de Roma, puoi la maiure parte drento e de fore. Maraviglia ène e cosa mai non odita da Romano. Tutta la pianura de Roma nota. Soli sette cuolli se pareno non occupati dalla acqua. Questi so’ li tiermini e·lli confini de tale diluvio in Roma, e dico brevemente. In prima, la piazza de Santa Maria Rotonna era tanto piena che per nulla via per essa se poteva ire, né a pede né a cavallo. Anche nella contrada de Santo Agnilo Pescivennolo venne l’acqua fi’ alla contrada delli Iudiei, la quale vao alla piazza delli Iudiei da priesso a l’arco lo quale vao alla piazza delli Savielli. Anche in Colonna pervenne l’acqua fi’ allo Folserace, lo quale stao a Santo Antrea de Colonna, dove stao la granne colonna. Anche porta dello Puopolo notava per tale via, che per nullo modo ad essa se poteva ire. Item lo campo dell’Austa tutto stava pieno. Item a Santo Trifo exuberao fi’ allo aitare e empìo la chiesia. Anche entrao lo monistero e·lla chiesia delle monache de Santo Silviestro dello Capo. E chi voize ire alle donne, gìo colla sannolella. Item entrao lo monistero de Santo Iacovo de Settignano per la via de Tristevere in tale muodo, che tutto lo luoco e·lla chiesia notava nell’acqua, e occupao tutto lo coro collo aitare. Anche pareva a quelli che staievano nello monte de Santo Vrancazio che da pede fossi un laco terribile, in mieso dello quale pareva stare quello munistero. Anche occupao li confini e·lla chiesia de Santo Pavolo Maiure, le vigne e·lle seminata, li campi collo seminato. Anche occupao tutte le vigne nello territorio della porta de Santo Pavolo, la quale hao nome Ostiense, anche tutte le vigne in porta de Santo Pietro, brevemente onne pianura la quale iace canto lo fiume. Con ciò sia cosa che tanta abunnanzia d’acqua occupassi tutto lo spazio de Santo Spirito e·lla piazza dello Castiello e·lle case de Puortica, entrao la porta dello ponte, la quale ène de metallo, e sallìo alla porta secunna dello ponte, la quale ène de leno. Anche la onna della acqua, la quale veniva per la porta de Civita Leonina canto lo Castiello, imprimamente se commattéo coll’onna la quale veniva da Santo Spirito. Da puoi, perché pareva uno laco, lo luoco non se posseva passare se non colla sannolella. Quanno iva l’omo a ponte per la strada ritta, da casa delli Vaiani, se iva nella acqua fi’ alli guazzaroni dello cavallo. Questa soperchia acqua consumao e defocao tutti li coiti e·lli seminati che trovao. E sorrenao le vigne de creta. E scarporìo li arbori da radicina. E deo per terra muri e case. Affocao vestiame. Danniao lo territorio de Roma più de dociento migliara de fiorini. Anche ruppe le catene e·lli ignegni delli mulinari e menaone da cinque bone mole, le quale connusse allo mare. Allora fuoro le mole perdute, aitre moite deslocate recuperate a granne pena. Anche per l’acqua venivano arbori, navi, mole, tavole, animali, case, le quale violentemente avea tratto lo furore della acqua. Parte de queste cose se prennevano, parte ne erano portate a mare, anche porte, banche, votti pieni de vino e vuoiti. E fu tale che prese la votte piena de vino e fu chi prese la cassa nella quale era pecunia. E fu chi vidde che per lo fiume notava una casa de leno de tavole de quelle ville, nella quale fu odito un guarzone che stava nella cola e vagiva. Queste cose, e anche innumerabile, furava lo curzo dell’acqua e menao vuovi collo arato e colla gomera. Granne tiempo piobbe. Granne tiempo lo Tevere stette enfiato. Puoi che comenzao a crescere, cinque dìe durao la piena. Fi’ allo quinto dìe crebbe. Lo sesto dìe stette, non fece innanti. Lo settimo descrebbe e tornao lo fiume da puoi a sio lietto usato. Pisciainsanti, uno macellaro de Roma, aveva uno tronco de crastati in una casa canto fiume. Vedenno lo fiume crescere, cessaoli in una casa tanto da longa che li pareva impossibile che·llo fiume entrassi in quella. La notte crebbe lo fiume e stesese tanto che occupao quella casa. Pisciainsanti, quanno ìo la dimane, trovao la casa piena de acqua e·lli crastati affocati notavano. Nella citate de Fiorenza, anni Domini MCCC, dello mese de noviembro, alli dìe quattro, per lo granne diluvio fu poco meno sommerza la citate de Fiorenza. Lo ponte fu per terra, li forni guasti. Lì non se potéo cocere pane granne tiempo. Li pozzi se empiero de acqua. Crescente lo fiume, l’acqua crebbe. Mancanno lo fiume, l’acqua mancao.