Cosa può dire oggi la fotografia?/Mirko Smerdel

Mirko Smerdel

../Antonio Rovaldi ../Annalisa Sonzogni IncludiIntestazione 17 ottobre 2019 100% Da definire

Antonio Rovaldi Annalisa Sonzogni
[p. 18 modifica]
devo premettere che non ho nessuna fiducia nella fotografia d’autore, credo che non abbia mai rappresentato la realtà. Oltretutto la fotografia d’autore (anche di reportage) è una parte infinitesimale di tutta la produzione fotografica umana, che è, e resta, soprattutto amatoriale, nelle vecchie foto ingiallite come negli autoscatti postati su Facebook.
La fotografia come l’abbiamo intesa fino agli anni Novanta, ossia un rettangolo di carta con un’immagine stampata che deriva da un processo `magico’, non esiste più. Resta l’immagine fotografica come linguaggio universale, quindi, finché la gente continuerà ad avere fiducia nell’immagine fotografica (ma questa è ancora fotografia?) questa continuerà ad avere un rapporto privilegiato con la realtà.


nel 1793 jacques-louis david dipinse un bellissimo quadro che ritraeva la morte di Marat, nel 2003 un personaggio anonimo ha ripreso con un telefono cellulare l’impiccagione di Saddam... non voglio fare nessun tipo di paragone tra il rivoluzionario francese e il dittatore irakeno, ovviamente, ma penso che ogni epoca abbia in sé quelli che sono gli strumenti per raccontarla. Detto questo, credo che la complessità del contemporaneo sia inesprimibile. La fotografia stessa, ammesso che si possa avere fiducia in questo mezzo, può al massimo registrare l’ultima cosa prima dell’ultima cosa.


assolutamente sì. Il mio lavoro si occupa di memoria collettiva e della sua sparizione, di storia e di possibilità di raccontarla. La fotografia è parte integrante di questo discorso sin dai suoi albori, pensiamo ad Atget che fotografava i quartieri di Parigi prima che venissero distrutti dalla costruzione dei boulevards di Hausmann, o al lavoro monumentale di Bernd e Hilla Becher... ma ci sarebbero tanti esempi...


la fotografia nel mio lavoro è uno strumento di indagine: mi permette di potermi soffermare sui dettagli (zoom in) o di avere delle visioni d’insieme (zoom out) all’interno di un evento o di un periodo storico. La fotografia per me è come un testo, che, riletto in modi, circostanze e contesti diversi, può cambiare anche completamente di significato.


il mio rapporto con la fotografia analogica (e con l’immagine in generale) è di tipo archeologico, questi rettangoli di carta per me sono delle tracce di vita quotidiana che resistono grazie a un rapporto magico tra uomo e apparecchio, attraverso quel luogo misterioso che era la camera oscura, alla quale solo pochi sciamani potevano accedere. Questo rapporto in gran parte si è perso, ed è diventato immateriale, anche se possiamo ancora vederne i riflessi nelle gallery di Flickr o altri contenitori on line. Comunque sia, la cosa per me interessante della fotografia analogica è che resta inquadrata in un periodo storico delimitato e ben preciso, e questo da un punto di vista storico è molto importante: è come se fosse l’età del bronzo o il paleocene.