Condizioni politiche e amministrative della Sicilia/I/1

Palermo e i suoi dintorni

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I I - 2


§ 1. - Primo aspetto.

La prima impressione del viaggiatore che, sbarcato a Palermo, visita la città e i suoi dintorni ed ha occasione di frequentare anche in modo superficiale la parte educata di quella popolazione, è certamente una delle più grate che si possano immaginare. Lasciando pure da parte il clima e l'aspetto della natura, già celebrati in tutte le lingue, in versi ed in prosa, buoni e cattivi, la città colla bellezza delle vie principali, l'aspetto monumentale dei palazzi, l'illuminazione notturna, una delle migliori di Europa, presenta tutte le apparenze del centro di un paese ricco e industrioso. Nell'accoglienza dei forestieri, la squisita cortesia non si limita alle forme esterne. Appena si sia manifestata l'intenzione di inoltrarsi nell'interno dell'Isola, abbondano le lettere di raccomandazione, le offerte di ospitalità che poi si sperimentano non essere semplici complimenti.

Se poi, uscendo dalla città, si girano le campagne che la circondano, s'impongono agli occhi e alla mente segni anche più caratteristici di una civiltà inoltrata. La perfezione della coltura nei giardini d'agrumi della Conca d'oro è proverbiale; ogni palmo di terreno è irrigato, il suolo è zappato e rizzappato, ogni albero è curato come potrebbe esserlo una pianta rara in un giardino di orticoltura. Dove manca il verde cupo degli alberi di agrumi, l'occhio incontra le vigne coi loro filari lunghi e regolari, gli orti piantati di alberi fruttiferi, qualche uliveto, qualche raro pezzetto di terra seminata, e dappertutto, segni del lavoro più accurato, più perseverante, più regolare. Nei primi momenti, il nuovo venuto si lascia andare a quell'incanto di uomini e di cose, e sparisce dalla sua mente la memoria delle notizie e polemiche dei giornali, delle discussioni parlamentari, di tutto il rumore fatto intorno alla questione siciliana. Certamente, s'egli in quel momento s'imbarcasse e tornasse via, riporterebbe a casa, se non la convinzione, almeno il sentimento che tale questione non esiste, e che la Sicilia è il paese del mondo dove la vita è per tutti più facile e più piacevole. Soprattutto, se girando i dintorni, non ha osservato i posti di bersaglieri acquartierati in case rustiche dove sarebbesi aspettato d'incontrare uno spettacolo più patriarcale.


§ 2. - Le prepotenze.

Ma s'egli si trattiene, se apre qualche giornale, se presta l'orecchio alle conversazioni, se interroga egli stesso, sente a poco a poco tutto mutarglisi d'intorno. I colori cambiano, l'aspetto di ogni cosa si trasforma. Egli sente raccontare che in quel tal luogo è stato ucciso con una fucilata partita di dietro a un muro, il guardiano del giardino, perchè il proprietario lo aveva preso al suo servizio invece di altro suggeritogli da certa gente che s'è presa l'incarico di distribuire gl'impieghi nei fondi altrui, e di scegliere le persone cui dovranno darsi a fitto. Un poco più in là, un proprietario che voleva affittare i suoi giardini a modo suo si è sentita passare una palla un palmo sopra il capo, in via di avvertimento benevolo, dopo di che si è sottomesso. Altrove, a un giovane che aveva avuto l'abnegazione di dedicarsi alla fondazione e alla cura di asili infantili nei dintorni di Palermo, è stata tirata una fucilata. Non era per vendetta, o per rancori; era perchè certe persone, che dominavano le plebi di quei dintorni, temevano ch'egli, beneficando le classi povere, si acquistasse sulle popolazioni un poco dell'influenza ch'esse volevano riserbata esclusivamente a sè stesse. Le violenze, gli omicidii, pigliano le forme più strane. Si narra di un ex-frate che in un paese vicino a Palermo aveva assunto la direzione delle prepotenze e dei delitti, e andava poi a portare gli ultimi conforti della religione a taluni fra coloro che aveva fatto ferire. Dopo un certo numero di tali storie, tutto quel profumo di fiori d'arancio e di limone principia a sapere di cadavere. Gli autori di questi delitti, hanno essi subìto processo e condanna? Quasi nessuno è stato scoperto, e quando si sia arrestato alcuno per sospetto, è stato nel maggior numero dei casi messo in libertà per mancanza di prove, perchè non si sono trovati testimoni a suo carico.

Quali sono le ragioni di questa inaudita potenza di alcuni? Dov'è la forza che assicura l'impunità ai loro delitti? Si chiede se sono costituiti in associazioni, se hanno statuti, pene per punire i membri traditori: tutti rispondono che lo ignorano, molti, che non lo credono. Il paese non è dominato da alcuna setta segreta di malfattori. Non v'ha nulla di misterioso in questi delitti. Molti fra i loro autori sono, è vero, persone pregiudicate, che si nascondono alle ricerche della giustizia. Ma la giustizia è sola a non sapere dove sono. Peraltro, è di notorietà pubblica che il tale o il tal altro, persona agiata, proprietario, fittaiuolo di giardini, magari consigliere nel suo Comune, ha formato ed accresce il suo patrimonio intromettendosi negli interessi dei privati, imponendovi la sua volontà, e facendo uccidere chi non vi si sottometta. Che quest'altro, il quale va passeggiando tranquillamente per le strade, ha più di un omicidio sulla coscienza. La violenza va esercitandosi apertamente, tranquillamente, regolarmente; è nell'andamento normale delle cose. Non ha bisogno di sforzo, di ordinamento, di organizzazione speciale. Fra chi dà il mandato di un delitto, o chi l'eseguisce, spesso non appare traccia di relazione continuata, regolata da norme fisse. Sono persone che avendo bisogno di commettere una prepotenza, e trovando sotto la loro mano, e, per così dire, per la strada, istrumenti adattati al loro fine, ne fanno uso.

Nè pure si può dar nomi di società alle relazioni più o meno fisse o determinate, colle quali sono uniti fra di loro e con certi impresari d'omicidii, i numerosi componenti della classe di latitanti, sospetti, e facinorosi d'ogni specie, che popolano più specialmente le campagne, i paesi e le città della provincia di Palermo(14). Fra le persone di questa specie, le relazioni sono determinate e regolate da similitudine d'interesse e di condizione, e non abbisognano di regole prestabilite. È vero d'altra parte che coloro i quali si assumono l'accollo della perpetrazione degli omicidii seguono certe norme nella scelta delle persone dalle quali accettano commissioni, e richiedono che la posizione sociale, il carattere, i precedenti del committente sieno tali da dar garanzia. Vogliono essere assicurati che il legame, il quale dal delitto comune nascerà fra mandante e mandatario, non sarà ad esclusivo vantaggio del primo, o a danno esclusivo del secondo. Ma tali norme di condotta e tali garanzie, nascono dalla natura delle cose, non da convenzioni e da statuti.


§ 3- Associazioni per l'esercizio della prepotenza.

Peraltro non mancano anche le associazioni regolarmente costituite con statuti, regole per l'ammissione, sanzioni penali, ecc., ecc., associazioni destinate all'esercizio della prepotenza e alla ricerca di guadagni illeciti. È impossibile conoscerne il numero e gli oggetti tutti. Così, sono state recentemente scoperte sotto la prefettura Gerra due società dette, l'una dei Mulini, l'altra della Posa.

La prima fu fondata con iscopo apparentemente legale, sotto forma di consorzio fra gli esercenti mulini per la riscossione e il pagamento della tassa del macinato, allorquando questa tassa, prima che fosse introdotto il contatore meccanico, si riscuoteva col sistema degli accertamenti. Aveva realmente per iscopo principale di tenere alto il prezzo della molenda per mezzo del monopolio procurato colla violenza. I soci dichiaravano il loro guadagno medio fino al loro ingresso nella società, e questo veniva loro garantito. La società, regolandosi sugl'interessi comuni, decretava la chiusura dell'uno o dell'altro mulino, e passava agli esercenti di questi l'equivalente del loro guadagno mensile medio. Gli altri soci pagavano alla società una tassa proporzionata ai loro prodotti (un poco più di 5 lire per ogni salma di farina, un poco più di 3 lire per ogni salma di semola prodotta). Il provento di queste tasse in parte serviva a indennizzare gli esercenti i mulini chiusi per ordine della società. Il rimanente, pare venisse diviso fra i soci in proporzione dei loro guadagni. I soci renitenti a pagare la loro tassa, erano puniti prima cogli sfregi, coll'uccisione cioè di animali, coll'incendio di piantagioni, ecc.; se tali avvertimenti non bastavano, venivano ammazzati. Nel medesimo modo erano trattati coloro che la società desiderava avere fra i suoi membri e che vi si rifiutavano. Il terrore sparso da questa associazione era tale che bastava talvolta il consiglio dato a taluno di entrare nella società, per farlo rinunziare in tutta fretta alla propria industria. Un gruppo di pastai che stava trattando con un mulino a vapore per una fornitura di farina a prezzo minore di quello stabilito dalla società, desistette dalle trattative per non porsi in urto con questa. La società della Posa, fra garzoni mugnai e carrettieri, strettamente connessa con quella dei mulini, aveva per iscopo apparente il mutuo soccorso. Ciascun socio pagava un tanto per ogni salma di farina prodotta nel mulino dov'era impiegato, o trasportata col carro, secondo le professioni. Ai soci era proibito farsi vicendevolmente concorrenza. Il capo destinava chi doveva lavorare, e chi rimanere ozioso. La tassa della Posa era per i garzoni mugnai pagata dai loro padroni; i garzoni carrettieri la pagavano essi stessi; col provento delle tasse si mandava un tarì (L. 0.42) al giorno ai membri della società arruolati nell'esercito, si soccorrevano i vecchi e gl'infermi, e si pagavano gl'impiegati che tenevano l'amministrazione; il rimanente si divideva fra i soci. Gli esercenti mulini dovevano impiegare i membri della società, e pagare la tassa, pena gli sfregi e la morte. Pare inoltre che la società della Posa esigesse una tassa di un tanto per salma di grano depositato presso i magazzini dei sensali di cereali (che a Palermo fanno anche da magazzinieri). I sensali pagavano questa tassa, e se la facevano restituire dai proprietari depositanti. Ambe le società erano in mano a un potente capo mafia che se ne valeva per l'esercizio d'ogni sorta di prepotenze, e specialmente adoperava i membri della seconda per suoi cagnotti, contro quei proprietari d'agrumeti che non accettavano i fittaiuoli e i guardiani da lui proposti, ed in genere contro quelli che pretendessero agire a modo loro in qualunque affare dove a lui piacesse intervenire. Malgrado il bell'impianto dell'amministrazione sociale, i suoi numerosi libri e registri, non sembra che tutti i proventi andassero a vantaggio dei soci; una parte finiva in mano dei faccendieri che, in Roma, sostenevano gl'interessi o l'impunità dell'associazione e dei suoi membri, nei ministeri e altrove.

§ 4. - Pazienza dell'universale.

Tutte queste prepotenze sanguinarie si raccontano dai più senz'ira. Spesso nei discorsi di coloro stessi che ne riportano il maggior danno, si sente trasparire una certa simpatia per quei facinorosi ai quali pur debbono l'aver le loro rendite dimezzate, e spesso il non poter tentare, pena la vita, alcuna nuova impresa per quanto ne sperino aumento di ricchezza e d'influenza. Appena, se di quando in quando s'incontra uno, impaziente del giogo, e che s'adira di sentirsi impotente a romperlo ed anche solamente a scuoterlo.

§ 5. - Caratteri della classe dominante.

E quella medesima classe abbiente che mostra una pazienza così mansueta di fronte ad un'accozzaglia di malfattori volgari, che riconosce in loro una forza da rispettarsi, e un interesse da tenersi in conto nelle relazioni sociali, si compone in parte della gente in Europa più gelosa dei privilegi e della potenza che dà, in Sicilia, ancora più che altrove, il nome e la ricchezza; più appassionatamente ambiziosa di prepotere; più impaziente delle ingiurie; più aspra nelle gare di potere, d'influenza ed anche di guadagno; più implacabile negli odi, più feroce nelle vendette, così di fronte ai suoi pari come di fronte a quei facinorosi, che sembrano padroni assoluti di tutto e di tutti nella provincia. Si racconta per esempio di un ricco signore siciliano il quale passando in carrozza per una strada dei dintorni di Palermo, si sentì ad un tratto tirare addosso di dietro ad un muro, un 12 o 14 schioppettate e scampò illeso per miracolo. Gli autori del tentato assassinio non furono mai scoperti; però, pochi mesi dopo, sarebbero stati tutti uccisi(15). Gli stessi mezzi energici ed efficaci sono pronti ai bisogni di ogni interesse e di ogni passione. La storia degli odii ereditari tra famiglie, delle loro rivalità, delle loro gare nel contendersi l'onnipotenza nel loro Comune, fornirebbe argomento ad una biblioteca di tragedie. Poco tempo addietro, in un paese vicino a Palermo scoppiò una specie di guerra civile fra i partiti delle due famiglie che si contendevano il primato: l'uccisione di un membro di un partito era prontamente vendicata con un omicidio a danno del partito contrario. In un anno vi seguirono fino a 35 omicidii.


§ 6. - Importanza della violenza nelle relazioni sociali.

Sarebbe difficile esagerare l'importanza della parte che hanno gli sfregi, le schioppettate e soprattutto il timore delle schioppettate nelle relazioni d'ogni genere fra persone in Palermo e dintorni. Con questo mezzo, si rende l'ingiuria alla quale non si vuole o non si può rispondere con una sfida a duello; collo stesso si allontanano i concorrenti pericolosi dalle aste pubbliche. Con questo si proteggono e si difendono gli amici e gli aderenti. Con questo i più energici e i più abili si assicurano in tutte le cose e pubbliche e private un dominio assoluto, che non ha altro limite se non le violenze di altri prepotenti suoi pari. Certamente, il timore e la minaccia della violenza non è sempre lì presente alla mente di chi impone e di chi subisce la prepotenza. Talvolta il prepotente stesso non si dubita di esser tale, e si scandalizzerebbe forse a sentirsi dire ch'egli esige cosa contraria al diritto e l'ottiene coll'intimidazione. Anzi, la violenza non è il solo mezzo usato per prepotere. In Palermo, come in ogni altro paese, i codici sono spesso ottimo istrumento a tal uopo; come in ogni altro paese e più ancora, l'uso delle astuzie e dei raggiri non è proscritto. Ciononostante, se si va a ricercare il primo fondamento dell'influenza di chi ha un potere reale, lo si trova quasi inevitabilmente nel fatto o nella fama che quella tale persona ha possibilità, direttamente o per mezzo di terzi, di usare violenza. Nè potrebbe essere altrimenti: una volta che esiste siffatto stato di relazioni sociali a mano armata, chi vuol godere una certa influenza o, talvolta, solamente esser rispettato nell'onore e negli averi, conviene che abbia a suo comando una forza armata di una certa importanza e faccia sapere che l'ha. Difatti, si sente raccontare che la tale o tal'altra persona influente in politica o nelle amministrazioni locali, ha a suo servizio il tale o tal altro capo mafia di Palermo o di un paese vicino, e per mezzo suo, una parte di quella popolazione di facinorosi per mestiere o per occasione, che infestano la città e i suoi dintorni; il che significa che da un lato egli potrà giovarsi del terrore ispirato da quella gente; che saranno al bisogno usati a suo vantaggio i mezzi i quali già servirono a spargere quel terrore; e che dall'altro, egli, in caso di bisogno, aiuterà e proteggerà questi suoi clienti(16).


§ 7. - Le fazioni e i loro mezzi di azione.

In tal modo si formano potenti associazioni d'interesse che s'insinuano e si impongono in tutte le faccende private e pubbliche. Niuno oserà offrire un prezzo per un fondo che qualche loro aderente voglia comprare. Nei Comuni, nelle Opere pie, regolano in buona parte la scelta degli amministratori, dispongono a loro piacere del patrimonio e delle entrate. Insomma sono padroni assoluti e incontrollati di tutto nel campo che si sono riservato, finchè non incontrino qualche altra coalizione non meno forte, ardita o prepotente, che venga a contender loro il dominio. Allora nasce la rivalità, l'odio fra persone o famiglie; seguono le offese e le vendette, le astuzie e le intimidazioni per prevalere in questa o quella elezione. Ciascuna fazione sceglie la sua bandiera nello sterminato arsenale delle quistioni che sono use a dividere i partiti fra di loro nell'Europa civile: pigliano nome di partiti politici, amministrativi, magari religiosi, poco importa, perchè si tratta del solo nome. Ognuna delle parti contendenti cerca di rafforzarsi estendendo le sue alleanze nella riserva inesauribile dei prepotenti, dei latitanti, dei malfattori e degli assassini; e per assicurar la fede degli aderenti antichi come per attrarsene dei nuovi, cerca di crescere in opinione di forza e d'influenza, e di mostrare che i suoi clienti, in ogni loro faccenda o bisogno, sono assicurati di aiuto e protezione non mai rifiutati e sempre efficaci. E così, il capo di ciascun partito, alle prepotenze per conto proprio aggiunge quelle per conto dei clienti; risente come sue le ingiurie da loro sofferte, e fa sue le loro vendette. Il campo dei soprusi e dei rancori va allargandosi all'infinito. Cagione di odio e di guerra sono non più solamente le ambizioni, le prepotenze e le vendette di coloro che da prima diventarono nemici, ma del più infimo gregario di ciascun partito. La lotta s'inasprisce, si estende, s'accende in tutto il Comune e talvolta in quelli vicini. Principia la guerra di stratagemmi, di fucilate, di agguati, che talvolta si trasformano in vere scaramucce. Gli avversari vanno a cercarsi ovunque per l'Isola, come quella mattina in cui i buoni Palermitani furono spaventati, ma non sorpresi, di vedere in una delle piazze più frequentate della loro città, quattro o sei sicari al servizio di uno dei partiti che si dividono un paese distante da Palermo ben trenta chilometri, sparare addosso a uno del partito opposto una salva di colpi di revolver.


§ 8. - L'autorità pubblica.

Tutto questo accade nell'interno e nelle vicinanze di una gran città. Non siamo in tempo di rivoluzione, niun cataclisma sta sconvolgendo la società. La gente gira tranquillamente per le strade, va ai propri affari o ai propri piaceri; chi si guarda d'intorno vede pur lo stemma d'Italia sulle porte di Corti di Giustizia e di uffizi di polizia. Osserva che per le strade della città sono guardie di pubblica sicurezza e carabinieri; in campagna vede carabinieri e truppa, molta truppa; pattuglie in perlustrazione per tutte le vie. Sente nominare il Prefetto in ufficio, ne sente discutere i meriti e paragonarli a quelli dei suoi sedici o diciassette predecessori venuti in Palermo dal '61 in poi. Sono gli stessi in Sicilia come nel Continente d'Italia quegli ordinamenti giudiziari ed amministrativi che devono assicurare l'applicazione delle leggi; sono le stesse le leggi, e qualificano per delitti quei fatti, che qui sono pure il fondamento della vita sociale. Ma per prevenire i delitti, per punirli, per mantenere l'ordine e l'osservanza delle leggi di ogni specie, la polizia, la magistratura, l'autorità pubblica insomma, ha bisogno di querele, di denuncie, di testimonianze, del verdetto dei giurati, ha bisogno quasi ad ogni passo della cooperazione dei cittadini.


§ 9. - Suo isolamento morale.

E qui, l'amministrazione governativa è come accampata in mezzo ad una società che ha tutti i suoi ordinamenti fondati sulla presunzione che non esista autorità pubblica. Gl'interessi di qualunque specie atti a dominare trovano all'infuori di questa autorità i mezzi di difendersi, e di fronte a loro, l'interesse comune, da essa rappresentato, è vinto prima di combattere, e la legge è nel fatto esclusa. I poteri e le influenze, che la legge è precisamente destinata a contrastare, sono più efficaci della organizzazione intesa a farla valere. Il timore della sanzione contro chi fa una denunzia, porta una testimonianza, o presenta una querela a danno di un prepotente di qualunque grado, è più efficace che quello della sanzione penale contro chi rifiuti la sua cooperazione alla giustizia in caso di delitto, o quello del danno materiale di chi subisce un'ingiustizia senza respingerla colle difese fornite dalla legge. Naturalmente, in una società per tal modo costituita, non v'è posto per chi non ha zanne ed artigli. Difatti il maggior numero d'ogni classe e d'ogni ceto è oppresso e soffre, ma per lo più non se ne rende neppur conto.

Perchè l'opinion pubblica è informata a questo sistema sociale extra legale, la massa della popolazione ammette, riconosce e giustifica l'esistenza di quelle forze che altrove sarebbero giudicate illegittime, ed i mezzi che adoperano per farsi valere; sicchè, per chi volesse mettersi dalla parte della legge, si aggiunge al timore delle vendette quello della disopprovazione pubblica, cioè del disonore.


§ 10. - Prevalenza dell'autorità dei prepotenti sopra quella del Governo.

Ed è così che si commettono i delitti i più palesi, senza che l'autorità pervenga a conoscerne gli autori. Tutti sanno chi sono, dove sono, ciò che fanno e ciò che faranno, e nessuno denunzia, nessuno porta testimonianza; nemmen l'offeso, il quale, se è abbastanza forte od ardito, aspetta di vendicarsi, se no si rassegna e tace. Se per caso la polizia nei primi momenti dopo il reato, a furia di solerzia e di attività, è giunta a scoprir qualche traccia, a ottener qualche denunzia o qualche indizio, tutto svanisce quando s'inizia il processo, i testimoni negano quello che hanno detto, gli accusatori si ritrattano. Di fronte alla evidenza e alla convinzione generale che indicano il colpevole, la legge è impotente a punirlo. Nelle relazioni d'interessi privati, non si osa invocare la legge contro i potenti. I quali però scendono talvolta ad usarne, quando trovano modo di farla servire ai loro fini, e se ne valgono per impadronirsi delle amministrazioni pubbliche, o farne mezzi ed istrumenti della loro preponderanza.


§ 11. - Impotenza dell'Autorità pubblica a reprimere gli abusi.

L'autorità pubblica vede i disordini, spesso conosce i colpevoli, ed è impotente a reprimere gli uni e a punire gli altri. Simile a un esercito in mezzo a paese nemico, è costretta a diffidar sempre. Se qualcuno del paese le si avvicina e sembra che voglia aiutarla, spesso ha più che mai ragione di temere di essere tratta in un modo o in un altro, a tradire l'interesse pubblico. Non mancano i sottili ritrovati per farle credere vantaggio generale quello di un individuo o di una camarilla, e farle in tal modo volgere a vantaggio di questi la forza e i mezzi che trae dal suo istituto. Un funzionario che, prendendo la sua missione sul serio, cercando in buona fede, senza guardare ad altro, di far prevalere l'interesse generale, pigli un provvedimento savio, realmente utile, se, volendo o no, ha leso qualche interesse potente, si vede ad un tratto sorger contro una tempesta di pubblica opinione, nata non si sa come, venuta non si sa da dove. Da ogni parte si brandiscono sul suo capo tutti i ferri vecchi e rugginosi della fraseologia liberale, i sacri diritti del cittadino, gl'immortali principii, ecc. ecc.; al suo provvedimento sono date le interpretazioni le più assurde, attribuiti i motivi più odiosi; si sente rovesciare addosso una valanga di accuse le più ridicole, le più inverosimili; sente condannare e criticare al medesimo modo dalle medesime persone i suoi errori e i suoi provvedimenti più giusti e lodevoli.

Spersa in mezzo ad una congiura universale di silenzio e d'inganni, trovando oppositori e avversari in coloro stessi nei quali la legge gli impone di trovare alleati e cooperatori, sentendo le armi datele dalla legge spezzarglisi fra le mani e mancarle dappertutto il terreno sotto i piedi, l'autorità cerca intorno a sè qualche sostegno, e si aggrappa al primo che trova; si raccomanda agli arbitrii che le concede la legge, chiede a loro soli la sua salvezza. Così le vien fatto di estenderne l'applicazione il più possibile, di voltare e rivoltare in tutti i versi il testo della legge per scoprire qualche modo nuovo di usarla, e quando non lo trovi sufficiente, di appigliarsi talvolta agli arbitrii all'infuori di essa. Ma questo rimedio disperato non riesce ad altro che a crescere ed inasprire i mali, ed ha per ultimo effetto di attaccare al medico stesso il morbo, che cerca di guarire. Ne fu fatta la triste esperienza soprattutto dal 1860 al 1874, e più che in ogni altro momento, sotto la prefettura militare.


§ 12. - Inefficacia e danni del sistema degli arbitrii illegali. È inviato in Palermo un rappresentante del Governo munito dei poteri più estesi sulle forze militari di tutta l'Isola e sull'amministrazione civile della provincia di Palermo, con mandato di fare ogni sforzo per ristabilire l'ordine. Giunge pieno di buona volontà e di desiderio di conseguire il fine prefissogli. Giunto, si guarda intorno, cerca chi possa dargli informazioni, aiutarlo a conoscere le cagioni dei disordini e scuoprirne gli autori, a reprimere gli uni e punire gli altri. Negli uffici governativi, trova ignoranza completa di ciò che egli ha bisogno di conoscere. Nel paese invece, trova organizzazioni potenti che fanno a gara nell'offrirgli di servirlo colla loro profonda cognizione delle condizioni locali nei loro più reconditi particolari e coi loro mezzi di azione pronti e sicuri, senza sembrar di chiedergli altro compenso che l'onore di servirlo. Trova una quantità innumerevole di gente dedita al sangue, pronta ad uccidere per chiunque la paghi. Trova esempi antichi e recenti di repressioni operate da agenti del Governo, ma più somiglianti ad assassinii che a punizioni. In siffatta condizione di cose, è portato, per così dire, fatalmente, ad appoggiarsi sulla sola forza che trovi vicino a sè; riprende le tradizioni non mai del tutto interrotte, del governo Borbonico, permette che si arruolino malandrini nella forza armata governativa, mette loro addosso la divisa, apre loro gli ufficii di pubblica sicurezza; lascia che le amministrazioni locali, e tutti gli organismi pubblici vengano in potere delle persone influenti da cui riceve appoggio.

Messasi in mano a siffatto istrumento, l'autorità governativa si trovò colla sua ignoranza delle circostanze locali, coll'impotenza che ne derivava, di fronte a quella camarilla cui essa stessa aveva fornite armi e che aveva rivestita della propria autorità. E così diventarono nemici pubblici i nemici di questa, interessi pubblici i suoi interessi, e mezzi di governo i mezzi che sono soliti adoperare in Sicilia cotali leghe di persone.

E allora si vide il malandrinaggio stipendiato dal Governo assumere, per così dire, a cottimo l'impresa di assassinare i malviventi non patentati, ed assassinarli ogniqualvolta non si alleasse con loro e non dividesse il provento dei loro delitti. Si videro uomini vestiti di divisa ufficiale commetter delitti per conto proprio, i rappresentanti del Governo costretti a non esaminare tanto da vicino i modi di procedere di istrumenti così pericolosi, e ridotti a chiudere gli occhi sui loro misfatti più orrendi, a coprirli colla autorità del Governo italiano.

Queste mostruosità finirono per essere palesate all'Italia intera, e malgrado i rancori personali, le ire e gl'interessi di partito, che da ogni lato, e da ogni parte della Camera concorsero a scemare l'efficacia della verità, l'effetto fu tale che seguì una trasformazione nell'indirizzo del sistema di governo della Sicilia. Furono mandati nuovi uomini a regger l'Isola, si principiò a depurare il personale dipendente dal Ministero dell'interno. Si cercò di tornare il più possibile nella legalità e di usare quegli arbitrii soli che le leggi o le loro interpretazioni permettessero: l'ammonizione cioè dei sospetti e il loro invio a domicilio coatto.


§ 13. - Arbitrii legali. Ammonizione e domicilio coatto. Loro riuscita.

L'ammonizione e il domicilio coatto sono fra le armi le più potenti che un Governo possa usare contro la gente pericolosa all'ordine pubblico. Quando l'autorità di pubblica sicurezza, dietro informazioni dei suoi agenti, abbia luogo di sospettare una persona come autore o complice di prepotenze illegali o di delitti, la sorveglia. Se la sua condotta conferma i sospetti, la denuncia al pretore. Questi, prende informazioni e, se sono conformi alla denuncia, ammonisce la persona indiziata a non dar luogo ad ulteriore sospetto. Da quel momento in poi, gli agenti al servizio della pubblica sicurezza hanno obbligo di seguirne tutti i passi, di conoscere i luoghi dove va, le persone che frequenta. E se giudicano che continui a giustificare i primi sospetti, ne riferiscono ai loro superiori. Laonde nuova denunzia, che se vien giudicata fondata, provoca la condanna per contravvenzione all'ammonizione. Dopo tale sentenza l'ammonito è in piena balìa dell'autorità politica, purchè si lasci arrestare quando viene ricercato. Il prefetto può fare pronunciare contro di lui dal Ministero dell'interno l'invio a domicilio coatto per due anni, se la sentenza di contravvenzione è stata una sola, per cinque, se sono state due. Dopo di che il condannato può, nel fatto, essere eternamente esiliato dal suo paese e segregato dalla società; poichè al suo ritorno in patria può seguire prontamente una nuova ammonizione, poi una prima e una seconda sentenza di contravvenzione, poi un nuovo invio a domicilio coatto, e così di seguito.

Sembra che un Governo il quale abbia a suo arbitrio un'arme così potente, possa, secondo il modo come l'usa, o devastare una provincia, o renderle la sicurezza e la prosperità. Una volta ch'esso abbia determinato contro qual categoria di persone intende adoperarla, se è ben servito, non v'ha delitto tanto nascosto ch'egli non giunga infine a coglierne l'autore, non v'ha testa tanto alta che egli non sia in grado di colpirla.

Ma invece le liste dei numerosi ammoniti ed inviati a domicilio coatto della città di Palermo e suoi dintorni(17), sono, come del resto anche nel rimanente della Sicilia, empite in gran parte dai nomi di ladruncoli di campagna, di delinquenti minori, di tutta quella minutaglia, che in qualunque paese è portata ad una vita irregolare dalla miseria o dalla pigrizia. Gente la quale è più di fastidio che di pericolo alla società, e che si giunge a render pericolosa con siffatte pene. Se d'altra parte non mancano nomi di assassini pericolosi di basso grado, vi sono rari quelli di quei capi mafia, organizzatori di delitti, arricchiti coll'imporsi negli affari altrui, e diventati spesso col terrore, padroni assoluti di un intero Comune. E vi mancano quasi del tutto i nomi di quei prepotenti di alta sfera che sono cagione, principio e fondamento del vasto sistema di violenze sanguinarie che opprime il paese. V'è come una forza arcana, che protegge le loro persone e regge la loro influenza contro chiunque, e soprattutto contro l'autorità pubblica.


§ 14. - Inefficacia degli istrumenti usati dall'Autorità pubblica contro i malfattori.

La quale, bendati gli occhi, turate le orecchie, va brancolando in cerca di assassini o di malfattori, che tutti, fuorchè essa, vedono e conoscono. I suoi istrumenti, o sono inefficaci, o la tradiscono. Si dà il caso che mentre carabinieri e truppa vanno perlustrando monti e valli sotto la pioggia e la neve, il capo brigante ricercato stia svernando tranquillamente a Palermo stessa, e non sempre nascosto. Fra gli uffici di pubblica sicurezza, gli stessi uffici giudiziari da un lato e il pubblico dall'altro, v'ha una corrente di relazioni continue e misteriose, contro le quali è vano il segreto più rigoroso. Persone designate per esser colpite da arresto, sono avvertite prima ancora che si firmi il relativo mandato, e la forza che viene per prenderli li trova partiti da tre o quattro giorni o più. Nelle carceri esiste una comunicazione continua fra i carcerati e quelli di fuori. Nella forza armata, dove è fedeltà al dovere è pure ignoranza dei luoghi, delle persone, della lingua. I carabinieri e la truppa, bene spesso non servono ad altro che a farsi ammazzare senza sapere da chi. Si racconta di briganti fattisi scortare dai carabinieri come pacifici viaggiatori, e di un famoso capo brigante che in Palermo passò una serata a conversare amichevolmente al caffè con un ufficiale dei carabinieri il quale non lo riconobbe, e pochi giorni dopo si vide arrivare a casa una paniera di dolci coi complimenti del capo brigante stesso.


§ 15 - Forza di polizia indigena. I militi a cavallo.

Certamente una forza di polizia indigena non sarebbe esposta a tali errori. Questa forza c'è: i militi a cavallo. Ma con essi si cade nell'inconveniente opposto: conoscono cioè troppo bene coloro che dovrebbero perseguitare ed arrestare, per esserne stati compagni o complici. Reclutati in gran parte in mezzo a quella classe di facinorosi e di malandrini che sono destinati a combattere, vivendo mescolati colla popolazione, nelle proprie case, senza caserme, senza disciplina militare, tenuti solamente a indennizzare pecuniariamente, ma non oltre all'ammontare di una somma determinata chi sia danneggiato da un delitto nel territorio sottoposto alla loro sorveglianza, nulla li sottrae all'influenza delle relazioni locali. Sono sotto la divisa quel ch'erano quando giravano le campagne per conto loro, con questa sola differenza, che l'arme che portano, è loro fornita dal Governo.


§ 16. - Manca nell'autorità pubblica unità d'indirizzo. Il personale.

È facile intendere quanta energia, quanta oculatezza, quanta unità nell'azione sarebbe necessaria alle autorità costrette ad usare siffatti istrumenti, per porle in grado di supplire all'ignoranza degli uni, e di rendere innocua la malvagità degli altri. Ed invece, tutto concorre a rendere incerta ed inefficace l'azione anche di queste. L'indirizzo del funzionario di pubblica sicurezza spesso contraddice a quello della magistratura. Il personale è talvolta impari all'ufficio. I pretori, fondamento e perno di tutto il meccanismo destinato alla scoperta e alla punizione dei delinquenti, sono in condizione tale da dover essere strumenti dei prepotenti, piuttosto che guardiani o propugnatori della legge. È recente il caso dell'arresto di un vice-pretore e del suo vice-cancelliere per falso in scrittura pubblica; di un pretore che invece di andare sul luogo del delitto, a fare le debite verificazioni sul cadavere di un assassinato, si è fatto portare il corpo fino alla sua residenza, per risparmiarsi due o tre ore di viaggio faticoso e difficile. Un altro ha comprato metà del grano proveniente da un furto commesso nel suo mandamento.

Se dai pretori si risale su su nella gerarchia giudiziaria i racconti che si sentono fare sopra taluni suoi membri, non sono meno sconfortanti. Era nota in Palermo l'intimità di un alto magistrato con tutti i tristi anche legalmente pregiudicati. Costui, per potersi dare senza pericolo alla sua passione per la caccia nei dintorni della città, comprava la protezione dei facinorosi che li infestano, proteggendoli da canto suo, intercedendo per fare loro ottenere il porto d'armi o schivare l'ammonizione, cercando, quando fossero in prigione, di ottenere per loro dalla Procura del re e dalla direzione del carcere tutti i favori possibili. Certamente un caso di questo genere è eccezionale, e sono numerosi i magistrati integerrimi e incorruttibili. Ma è cosa poco rassicurante che un tal fatto abbia potuto prodursi e soprattutto durare un certo tempo. E pur troppo sarebbe inutile negare che una parte della magistratura è troppo facilmente influenzata da pressioni le quali, per quanto possano non aver nulla che fare colla corruzione propriamente detta, non sono perciò meno nocive alla giustizia.


§ 17. - Il Governo centrale non sostiene i suoi funzionari.

Con siffatti mezzi d'azione e d'informazione, un prefetto di Palermo ha da resistere agl'inganni e alle lusinghe di chi cerca farsi di lui un istrumento, impedire i disordini e i furti nelle amministrazioni locali, le prepotenze dappertutto; ristabilire e mantenere l'ordine pubblico. E neanche può far calcolo sull'aiuto del Governo che l'ha mandato. Pure, l'Italia, annettendosi la Sicilia, ha assunto una grave responsabilità. Qualunque Governo italiano ha l'obbligo di rendere la pace a quelle popolazioni e di far loro conoscere che cosa sia la legge, di sacrificare a questo fine qualunque interesse di partito od altro. Ma invece vediamo i Ministeri italiani d'ogni partito, dare per i primi l'esempio di quelle transazioni interessate che sono la rovina di Sicilia, riconoscere nell'interesse delle elezioni politiche quelle potenze locali che dovrebbero anzi cercar di distruggere, e trattare con loro. Il prefetto stesso deve, per ubbidire ai superiori, imitarli, e così dimenticare il vero fine della sua missione; anzi, nuocergli. Una volta aperta la porta agl'intrighi, si vede a Roma l'influenza del prefetto avversata, spesso vittoriosamente, da quella delle persone che egli ha ufficio di combattere; i loro rapporti creduti talvolta più dei suoi. Gli vien tolto ogni mezzo di agire efficacemente, si vede rifiutare gl'impiegati che egli chiede. Se malgrado tutto ciò egli riesce a operare qualche miglioramento, almeno superficiale, sopraggiunge un cambiamento di Ministero, vengono al potere o vicino al potere persone le quali hanno amicizie, legami, interessi con quelle che il prefetto ha dovuto inimicarsi per fare il suo dovere. Segue la reazione. Sotto colore di politica, gl'impiegati migliori e più coscienziosi sono sacrificati a rancori personali, è distrutta l'opera incominciata, si ricade più basso che mai e, quel che è peggio, si conferma sempre più nel pubblico l'opinione della potenza infallibile e incrollabile nell'Isola e fuori, di quelle persone che la tiranneggiano e la sfruttano a loro profitto.

Per far diversione al sentimento suscitato da un quadro così lugubre, si possono ascoltare i racconti dei fatti che accadono al di là dei monti che contornano la città. Si sente parlare dell'infinita miseria dei più, della ricchezza, della prepotenza di pochi. Si sente dire di campagne e paesi padroneggiati da briganti presenti ad un tempo dappertutto, che eseguiscono le loro vendette con una rapidità ed una crudeltà spaventevole sotto gli occhi di un'intera popolazione, quasi sotto quelli della Forza pubblica, e dei quali pure la Forza non riesce a scoprire traccia in nessun luogo.

Con questa impressione e sotto questi auspici, il viaggiatore lascia Palermo, per inoltrarsi nell'interno dell'Isola.

Note

*(12) ZINGALI, Lezioni di statistica economica, pag. 247, Catania, 1924.

  • (13) Ing. Emirico Vismara: La Sicilia nell'Economia dell'Italia quale è oggi e quale potrebbe essere. Milano 1924, Tipolit. Turati, Lombardo e C., 1924.
  • (14) I latitanti colpiti di mandato di cattura erano il 1° gennaio 1875 in tutta la Sicilia 1368, cioè: provincia di Palermo, 573; provincia di Caltanissetta, 112; provincia di Catania, 201; provincia di Girgenti, 106; provincia di Messina, 184; provincia di Siracusa, 50; provincia di Trapani, 142. (Camera dei Deputati. Sessione 1874-75. Documenti relativi al progetto e legge sui provvedimenti straordinari di pubblica sicurezza, n° 24 bis, pag. 33, allegato K).
  • (15) Non abbiamo prove di questo fatto, il quale è uno di quelli che vengono da molti narrati in Sicilia come tipici. Però, vero o falso, la compiacenza con cui è raccontato dai Siciliani è caratteristica quanto potrebbe esserlo il fatto stesso.
  • (16) "Egli è mestieri, o signori, che una buona volta sien rotti codesti vincoli, che, come la trista genia dei bravi ligava un tempo ai Don Rodrigo, così questa dei mafiosi, che son qui de' bravi i successori camuffati a foggia de' tempi nuovi, stringe a talune delle classi abbienti dell'oggi. È mestieri che cessino codesti rapporti di patronato e di clientela, pe' quali è agli uni assicurata protezione per quando hanno a far conti colla giustizia, agli altri l'opera del braccio, e quel potere d'intimidazione, per cui si procaccia rispetto alla persona ed agli averi, e spesso aiuto di suffragi, se del voto popolare è mestieri ad attingere alcun seggio ne' pubblici consessi" (Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 1873 letta nell'Assemblea generale della Corte d'appello di Palermo il 5 gennaio 1874 dal procuratore generale comm. Vincenzo Calenda, pag. 46).
  • (17) Gli ammoniti nel distretto della Corte d'appello di Palermo nel 1874 erano 1888, in quello della Corte d'appello di Messina 590; in quello della Corte d'appello di Catania, 365 (Relazione della Giunta per l'inchiesta sulle condizioni della Sicilia, nominata secondo il disposto dell'articolo 2 della legge 3 luglio 1875. Allegato D). Gl'inviati a domicilio coatto erano il 31 dicembre 1874, per la provincia di Palermo, 308; per quella di Caltanissetta, 49; per quella di Catania, 42; per quella di Girgenti, 358; per quella di Messina, 131; per quella di Siracusa, 16; per quella di Trapani, 21 (Camera dei Deputati. Sessione 1874-75. Docum. n° 24-A. Allegato n° 6).