Capitan Tempesta/Capitolo X - L'orso della Polonia

L'orso della Polonia

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Capitolo IX - La generosità del Leone di Damasco Capitolo XI - A bordo della gagliotta

Capitolo X
L'orso della Polonia


L'indomani sera, dopo le dieci, Muley-el-Kadel, come aveva solennemente promesso, entrava nella casamatta, colle debite precauzioni, accompagnato non più da due schiavi negri, bensì da quattro, armati fino ai denti, e coperti da pesanti cotte di maglia, e portanti ognuno un voluminoso canestro.

El-Kadur che già attendeva dietro alla barricata di macigni, era stato pronto ad aprire il varco al piccolo drappello.

— Eccomi, signora, — disse il Leone di Damasco avanzandosi verso il lettuccio della duchessa. — Il giuramento fatto sul Corano io l'ho mantenuto e forse più di quello che speravate. Vi porto vestiti turchi, armi, notizie preziose e vi sono già sei cavalli, scelti fra i migliori del reggimento albanese.

— Non dubitavo, Muley-el-Kadel, che voi sareste stato leale e generoso, — rispose la giovane porgendogli la mano. — Il cuore d'una donna difficilmente si inganna.

Papà Stake, che stava vuotando col suo amico una bottiglia di vecchio vino di Cipro, recata la sera innanzi dagli schiavoni, credette opportuno di aggiungere per proprio conto:

— Non l'avrei mai creduto, eppure devo constatare che fra i turchi vi sono dei galantuomini. Ecco un prodigio assolutamente meraviglioso; sarebbe come se il vento di prora cambiasse improvvisamente soffiando di poppa!

— Muley-el-Kadel, — disse la duchessa, che non aveva prestato attenzione alle chiacchiere del vecchio mastro. — Non vi siete accorto che qualcuno vi abbia seguito?

Sul viso del turco apparì una improvvisa inquietudine.

— Perchè mi domandate ciò, signora? — chiese.

— Non avete incontrato nessuno sulla vostra via?

Il Leone di Damasco parve riflettere un momento, poi rispose:

— Ma sì... un capitano dei giannizzeri che mi pareva ubriaco.

— Era lui! — esclamò Perpignano.

— Chi, lui? — chiese il turco, guardandolo attentamente.

— L'orso delle foreste polacche, — disse la duchessa.

— Il capitano che io ho scavalcato con un colpo di scimitarra e che rinnegò la sua fede?

— Sì, — disse il veneziano.

— Quell'uomo avrebbe osato spiarmi? — chiese il Leone di Damasco, aggrottando la fronte.

— E forse cerca di perderci e di darci nelle mani di Mustafà, prima che possiamo lasciare Famagosta, — aggiunse il tenente.

Il turco ebbe un sorriso sprezzante.

— Muley-el-Kadel vale meglio d'un miserabile rinnegato, — disse. — Provi ad attraversarmi la via se l'osa.

Poi, cambiando tono e volgendosi verso la duchessa, disse:

— Voi volevate sapere dove i miei compatrioti hanno relegato il visconte Le Hussière, è vero?

— Sì, — disse la duchessa, alzandosi di colpo col viso animato da un vivo rossore.

— Io so dove si trova!

— Fuori di Cipro?

— No, nel castello d'Hussif, dove vi rimarrà fino alla conclusione della pace se la Repubblica di Venezia vorrà segnarla.

— Avete detto? — chiese la duchessa.

— Nel castello d'Hussif.

— Dove si trova?

— Nella baia di Suda.

— È guardato?

— Forse, ma non ve lo saprei dire.

— Come vi si potrebbe giungere?

— Per mare, signora.

— Potremo trovare qualche gagliotta?

— Ho pensato anche a questo, signora, — disse Muley-el-Kadel. — So a chi affidarvi.

— A dei turchi?

— Che sgombreranno subito, dietro mio ordine, la piccola nave, purchè abbiate la precauzione di farvi credere mussulmani e non già cristiani. E poi a Suda troverete facilmente dei rinnegati, che non avranno nulla della fede nostra nel cuore, — aggiunse il Leone di Damasco con un sorriso — e che saranno ben felici di esservi utili.
Sappiamo quanto valgono coloro che abbracciano la nostra religione, che non possono sentire profondamente come noi.
Signora, potrete reggervi in sella?

— Lo spero, — rispose la duchessa, — La mia ferita non è così grave come sembrava dapprima.

— Vi consiglierei di partire questa notte stessa. I giannizzeri od il polacco rinnegato potrebbero scoprire il vostro rifugio e tutta la popolarità che godo fra l'esercito mussulmano non basterebbe a salvarvi.

— E come potremo noi attraversare le linee mussulmane che accampano ancora intorno a Famagosta? — chiese Perpignano.

— Vi accompagnerò io oltre le retroguardie turche, — rispose Muley-el-Kadel — e nessuno oserà fermarci. Basterà il mio nome per aprirvi il varco.

— Partiamo senza indugio, padrona — disse El-Kadur, curvandosi verso la duchessa. — Quel maledetto polacco mi fa paura.

— Aiutami, — rispose la gentildonna.

L'arabo ebbe un sussulto ed una breve esitazione, poi prese delicatamente fra le robuste braccia la giovane e la sollevò colla medesima facilità come se si fosse trattato d'un fanciullo.

— Saprò reggermi in sella, — disse la duchessa a Muley-el-Kadel, con un adorabile sorriso. — Forse che non sono Capitan Tempesta?

Il turco non rispose: la guardava con una specie di adorazione, fissandola negli occhi.

— Dove sono i cavalli? — riprese la duchessa.

— Alla base della torre, signora, guardati da un mio schiavo. Indossate i costumi turchi che vi ho fatti portare. Vestita così vi riconoscerebbero facilmente.

Aprì uno dei quattro panieri portati dagli schiavi e levò un costume albanese, ricchissimo, con bottoni d'oro, giubba corta con larghi alamari e doppie maniche pendenti di seta verde, sottanina bianca, vasta, a gran pieghe inamidate.

— Per voi, signora, — disse. — Capitan Tempesta diverrà un superbo capitano albanese, che farebbe girare le teste a tutte le donne dell'harem di Mustafà.

— Grazie, Muley-el-Kadel — rispose la duchessa, mentre l'arabo le slacciava la cotta di maglia semispezzata dal frammento della palla di pietra.

Gli schiavi intanto avevano tolti dai panieri altre vesti di egiziani e di arabi pei due marinai e pel signor Perpignano, delle pistole ricchissime coi calci ad intarsi di madreperla e le canne rabescate e lunghissime e dei kandjar e degli jatagan d'acciaio finissimo che dovevano tagliare come rasoi.

— Per Bacco! — esclamò l'incorreggibile lupo di mare, che si era scelto un costume di mammalucco egiziano. — Io farò una superba figura e diverrò di colpo uno sceik beduino. Peccato che non abbia una tribù da comandare, ed un migliaio di cammelli...

— E centomila montoni — disse Perpignano che stava indossando un vestito d'arnauto, elegantissimo e ricchissimo.

— No, signore, una cassa piena di zecchini come la posseggono quei fortunati predoni, nascosta nell'angolo più oscuro della loro tenda. Valgono meglio dei montoni, quei vecchi cofani.

— Diventate incontentabile, papà Stake, — disse la duchessa che finiva di abbigliarsi.

— Che cosa volete, signora, nel vedermi coperto da così bel vestito ricamato in oro, io che non ho portato in vita mia altro che il ruvido cappotto del marinaio, mi sento pungere dall'ambizione. Un po' tardi a dire il vero, ma non sono ancora morto.

— Nelle fonde del tuo cavallo non troverai già un cofano, marinaio, però dei zecchini ve ne saranno, — disse Muley-el-Kadel, sorridendo.

— Allora, signore, invece di Leone di Damasco vi chiamerò, col vostro permesso, il Leone d'oro.

— Come vuoi, marinaio. Orsù, sbrighiamoci. A mezzanotte cambieranno le guardie alla saracinesca del bastione Erizzo e non amerei dare spiegazioni ai loro comandanti.
Signora, siete pronta?

— Sì, Muley-el-Kadel, — rispose la duchessa.

— Approfittiamo.

Si misero le armi nelle cinture e preceduti dagli schiavi lasciarono il ridotto.

El-Kadur e Perpignano sorreggevano la duchessa, che era ancora un po' debole per la ferita ricevuta.

Alla base del torrione li aspettava un altro schiavo negro, il quale teneva, raccolti per le briglie, dieci magnifici stalloni arabi, dal pelame candidissimo e le criniere lunghissime, bardati alla turca, ossia con staffe molto corte e larghe, ricche gualdrappe rosse ricamate in argento e selle leggere, ma comode.

Muley-el-Kadel s'accostò al più bello e aiutò la duchessa a salire in sella, dicendo:

— Correrà come il vento e nessuno potrà raggiungervi, signora. Di questo ne rispondo io. Nelle fonde troverete delle buone pistole e delle borse contenenti degli zecchini in buon numero.

— E come potrò io sdebitarmi con voi?

— Non pensate a questo, signora, — rispose il turco. — Mio padre è il più ricco pascià dell'Asia Minore e sarà ben lieto che io mi sia mostrato generoso verso colei o colui a cui devo la vita. La mia morte sarebbe stata forse anche la sua e nessuna ricchezza avrebbe potuto pagare l'una e l'altra.

— In sella! Non abbiamo tempo da perdere — aggiunse poi, rivolgendosi verso i due marinai, all'arabo e al tenente.

Tutti si affrettarono a obbedire al comando, compreso papà Stake il quale credette però opportuno dire:

— Inforchiamo questo pennone vivo e teniamoci saldi. Questi demoni di cavalli ci faranno rollare maledettamente come quando soffia lo sciroccale nel Quarnaro. Stringi il parrocchetto, Simone, o andrai a piantare il capo in coperta.

— Via — comandò Muley-el-Kadel.

Il negro che tratteneva i corsieri si ritrasse da una parte, ed i dieci cavalli partirono a galoppo serrato.

I quattro schiavi che avevano portate le vesti aprivano la marcia ed i due marinai la chiudevano. Perpignano ed il Leone di Damasco cavalcavano ai fianchi della duchessa, pronti a sorreggerla quantunque non sembrasse averne bisogno.

In pochi istanti attraversarono la parte meridionale della città che era quasi sgombra di turchi e giunsero dinanzi alla saracinesca del bastione Erizzo, che era guardato da un drappello di giannizzeri.

Un capitano si fece innanzi, gridando subito:

— Alt, o comando il fuoco!

Perpignano e la duchessa, udendo quella voce avevano trasalito, mentre El-Kadur con una mossa fulminea aveva sfoderato l'jatagan mandando un sordo ruggito.

— Laczinki! — avevano esclamato nel medesimo tempo tutti e tre.

Muley-el-Kadel fece cenno alla duchessa ed ai suoi compagni di fermarsi, poi con una speronata fece fare al suo cavallo un salto immenso che lo portò dinanzi al polacco, il quale stava fermo in mezzo al ponte levatoio colla scimitarra sguainata.

Tre passi più indietro stavano, immobili come statue, dodici giannizzeri, colle micce degli archibugi già accese.

— Chi sei tu che osi chiudere a me il passo? — chiese Muley, levandosi la scimitarra.

— Il comandante del bastione, almeno per questa notte — rispose il polacco col suo solito accento un po' beffardo.

— Sai chi sono io?

— Per Bacco! — esclamò l'avventuriero, massacrando la lingua turca. — Mi basterebbe la lunga cicatrice che mi adorna la gola per riconoscervi anche senza vedervi, signor Muley-el-Kadel figlio del pascià di Damasco.

— Che cosa vuoi dire?

— Vi sareste già scordato dell'orso delle foreste polacche che per poco non vi conciò per bene le ossa?

— Ah! Il rinnegato! — disse il Leone di Damasco con un certo disprezzo, che fece increspare il naso all'avventuriero.

— Ma forse ora più mussulmano e più credente di voi, — rispose insolentemente Laczinki.

— Che cosa vuoi ora che sai chi sono io?

— Per la distruzione della Croce! Impedirvi il passaggio fino all'alba, signor Muley-el-Kadel. Ho la consegna di non lasciar uscire nessuno da Famagosta e non sarà certo pei vostri begli occhi che mi esporrò al pericolo di fare l'ultima danza con un palo attraverso il corpo.

— Fa largo al Leone di Damasco! — gridò Muley con voce minacciosa. — L'ordine che hai ricevuto non riguarda il figlio del pascià di Damasco, cognato di Selim, il Gran Sultano.

— Foste voi anche Maometto, vi ripeto che senza una carta firmata da Mustafà, voi non passerete.

Poi rivolgendosi verso i giannizzeri immobili, comandò con voce tuonante:

— Stringete la fila e preparatevi a far fuoco.

Un lampo d'ira balenò negli sguardi di Muley-el-Kadel.

— Farete fuoco sul Leone di Damasco? — gridò tendendo il pugno verso i giannizzeri.

Quindi volgendosi a sua volta verso i suoi compagni, comandò con voce non meno tuonante di quella del capitano:

— Sguainate le scimitarre e carichiamo a fondo. Rispondo io di tutto.

Poi con una nuova speronata fece fare al cavallo un salto improvviso, spingendolo addosso al polacco così impetuosamente da farlo cadere al suolo, prima che avesse avuto il tempo di tirarsi da parte.

— Birbante! — urlò il capitano, che era capitombolato nel vicino fossato, — Fuoco, giannizzeri!

— Addosso! — gridò Muley-el-Kadel.

I dieci cavalieri si slanciarono sul ponte, colle scimitarre alzate, ma non ebbero occasione di servirsene, poichè i giannizzeri invece di far fuoco si erano ritirati precipitosamente lungo i parapetti presentando le armi e gridando ad una voce:

— Lunga vita al Leone di Damasco.

Il drappello attraversò la pustierla come un uragano e si slanciò nella campagna, mentre papà Stake, che si teneva strettamente aggrappato alla lunga criniera del suo cavallo, mormorava con visibile soddisfazione:

— Questo turco, pare impossibile, sembra veramente un bravo ragazzo. Non credevo che se ne potesse trovare uno fra quelle canaglie!

Muley-el-Kadel era sempre alla testa del gruppo e segnava la via. In lontananza si scorgevano i fuochi del campo turco, disseminati su una estensione immensa e si udiva di quando in quando qualche squillo di tromba.

Dinanzi invece non si vedevano altro che tenebre.

Il turco manovrò in modo da tenersi lontano dagli accampamenti, onde non venire nuovamente fermato e perdere inutilmente dell'altro tempo, poi si diresse risolutamente verso levante dove si distingueva vagamente, sul fosco orizzonte, un piccolo punto luminoso che si poteva confondere con una stella.

— Il faro di Suda? — chiese Perpignano.

— Sì, — rispose Muley-el-Kadel.

— Quando giungeremo sulla riva del mare?

— Con questi cavalli non ci metteremo più di un'ora e mezza.
È necessario che voi v'imbarchiate prima dell'alba, onde evitare noie e spiegazioni da parte delle autorità turche.

— Potremo trovare subito una nave? — chiese la duchessa.

— Ho pensato a tutto, signora, — rispose Muley-el-Kadel — Fino da ieri mattina ho mandato a Suda due miei uomini a noleggiare per voi una gagliotta. Quando giungeremo, tutto sarà pronto e non avrete che da far spiegare le vele.

— Quante attenzioni per noi!

— Pago il mio debito di riconoscenza verso di voi, signora, e nessuno sarà più lieto di me d'aver salvata la più bella e la più valorosa donna che io abbia finora conosciuta.

Stette un momento in silenzio, poi guardando la duchessa che gli cavalcava a fianco, aggiunse con una certa tristezza:

— Sarei stato ben felice di potervi accompagnare ed aiutarvi nella vostra impresa... ma fra noi e voi sta il Profeta ed io sono nato turco, mentre voi siete cristiana.

— Avete fatto già troppo per me, Muley-el-Kadel e non mi scorderò giammai della generosità del Leone di Damasco.

— Come nemmeno io di voi, — rispose il turco, quasi con un soffio di voce.

— Al vostro ritorno avrete delle noie da parte di Mustafà? — chiese la duchessa, che si trovava imbarazzata a continuare quel discorso.

— Mustafà non oserebbe alzare un dito sul figlio del pascià di Damasco. Non temete per me, signora.

Spronò nuovamente il cavallo, costringendolo ad accelerare la marcia. I cristiani e gli schiavi fecero altrettanto, precipitando la corsa attraverso quelle campagne desolate dalla terribile guerra, che da mesi tutto devastava, tramutando i preziosi vigneti del dolcissimo vino in lande sterpose.

Verso la una del mattino il drappello, che non si era arrestato un solo momento, giungeva presso un miserabile villaggio, formato da tre o quattro dozzine di catapecchie annidate alla rinfusa in fondo ad un piccolo seno entro cui irrompevano, con muggiti prolungati, le onde del Mediterraneo.

All'estremità d'un minuscolo promontorio s'innalzava un piccolo faro sulla cui cima brillava una grossa lanterna a luce fissa.

Due negri che parevano attendessero i cavalieri dinanzi le prime case del villaggio, erano sbucati da una tettoia quasi tutta sfondata dicendo:

— Alt!

— Sono il padrone, — aveva risposto subito Muley-el-Kadel, rattenendo di colpo il cavallo con una poderosa strappata che lo fece piegare fino quasi a terra. — È pronta la gagliotta?

— Sì, padrone — rispose uno dei due negri.

— Chi la monta?

— Dodici rinnegati greci.

— Sanno che coloro che dovranno imbarcarsi sono cristiani?

— L'ho detto a tutti.

— E hanno acconsentito?

— Con piacere, padrone e si sono impegnati di obbedire ai cristiani.

— Guidateci.

I due negri attraversarono il villaggio che era oscuro e deserto, e condussero i cavalieri verso la lanterna dinanzi alla quale ondeggiava, scricchiolando, una nave di un centinaio di tonnellate, lunga e sottile, con due alberi muniti d'immense vele latine e cassero molto alto.

Una scialuppa montata da sei uomini, attendeva semiarenata sulla spiaggia.

— Il padrone, — disse uno dei due negri ai marinai, indicando Muley-el-Kadel che era già balzato a terra e che aiutava la duchessa a scendere dalla sella.

I sei uomini salutarono cortesemente, facendo un profondo inchino e togliendosi i fèz.

— Conduceteci a bordo, — disse Muley-el-Kadel. — Io sono l'uomo che ha noleggiata la nave.