Canti (Leopardi - Ginzburg)/Appendice/Dediche/III

III. Notizia e dediche delle Canzoni (1824)

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
III. Notizia e dediche delle Canzoni (1824)
Appendice - II Appendice - IV
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[III]

[Notizia e dediche delle Canzoni, nell’ediz. Nobili, Bologna, 1824.]

[I]

A CHI LEGGE

Con queste Canzoni l’autore s’adopera dal canto suo di ravvivare negl’italiani quel tale amore verso la patria dal quale hanno principio, non la disubbidienza, ma la probità e la nobiltà cosí de’ pensieri come delle opere. Al medesimo effetto riguardano, qual piú qual meno direttamente, le istituzioni dei nostri governi, i quali procurano la felicità de’ loro soggetti, non dandosi felicità senza virtú, né virtú vera e generale in un popolo disamorato di se stesso. E però dovunque i soggetti non si curano della patria loro, quivi non corrispondono all’intento de’ loro Principi. Di queste Canzoni le due prime uscirono l’anno 1818, premessavi allora quella dedicatoria ch’hanno dinanzi. La terza l’anno 1820 colla lettera ch’anche qui se le prepone. E dopo la prima stampa tutte tre sono state ritoccate dall’autore in molti luoghi. L’altre sono nuove. [p. 173 modifica]

[II]

Giacomo Leopardi

al cavaliere Vincenzo Monti

Consacro a voi, Signor Cavaliere queste Canzoni perché quelli che oggi compiangono o esortano la patria nostra, non possono fare di non consolarsi pensando che voi con quegli altri pochissimi (i nomi de’quali si dichiarano per se medesimi quando anche si tacciano) sostenete l’ultima gloria degl’italiani; dico quella che deriva loro dagli studi e singolarmente dalle lettere e dalle arti belle; tanto che per anche non si potrà dire che l’Italia sia morta. Se queste Canzoni uguagliassero il soggetto, so bene che non mancherebbe loro né grandiosità né veemenza: ma non dubitando che non cedano alla materia, mi rimetto del quanto e del come al giudizio vostro, non altrimenti ch’io faccia a quello dell’universale; conformandomi in questa parte a molti valorosi ingegni italiani che per l’ordinario non si contentano se le opere loro sono approvate per buone dalla moltitudine, quando a voi non soddisfacciano; o lodate che sieno da voi, non si curano che il piú dell’altra gente le biasimi o le disprezzi. Una cosa nel particolare della prima Canzone m’occorre di significare alla piú parte degli altri che leggeranno; ed è che il successo delle Termopile fu celebrato veramente da quello che in essa Canzone s’introduce a poetare, cioè da Simonide, tenuto dall’antichità fra gli ottimi poeti lirici, vissuto, che piú rileva, ai medesimi tempi della scesa di Serse, e greco di patria. Questo suo fatto, lasciando l’epitaffio riportato da Cicerone e da altri, si dimostra da quello che scrive Diodoro nell’undecimo libro, dove recita anche certe parole d’esso poeta in questo proposito, due o tre delle quali sono espresse nel quinto verso dell’ultima strofe. Rispetto dunque alle predette circostanze del tempo e della persona, e d’altra parte riguardando alle qualità della materia per se medesima, io non credo che mai si trovasse argomento piú degno di poema lirico e piú fortunato di questo che fu scelto o piú veramente sortito da Simonide. Perocché se l’impresa delle Termopile fa tanta forza a noi che siamo stranieri verso quelli che l’operarono, e con tutto questo non possiamo tener le lagrime a leggerla semplicemente come [p. 174 modifica]passasse, e ventitré secoli dopo ch’ell’è seguita; abbiamo a far congettura di quello che la sua ricordanza dovesse potere in un greco, e poeta, e de’ principali, avendo veduto il fatto, si può dire, cogli occhi propri, andando per le stesse città vincitrici d’un esercito molto maggiore di quanti altri si ricorda la storia d’Europa, venendo a parte delle feste, delle maraviglie, del fervore di tutta una eccellentissima nazione, fatta anche piú magnanima della sua natura dalla coscienza della gloria acquistata, e dall’emulazione di tanta virtú dimostrata pur allora dai suoi. Per queste considerazioni riputando a molta disavventura che le cose scritte da Simonide in quella occorrenza fossero perdute, non ch’io presumessi di riparare a questo danno, ma come per ingannare il desiderio, procurai di rappresentarmi alla mente le disposizioni dell’animo del poeta in quel tempo, e con questo mezzo, salva la disuguaglianza degl’ingegni, tornare a fare la sua canzone; della quale io porto questo parere, che o fosse maravigliosa, o la fama di Simonide fosse vana e gli scritti perissero con poca ingiuria. Voi, Signor Cavaliere, sentenzierete se questo mio proponimento abbia avuto piú del coraggioso o del temerario; e similmente farete giudizio della seconda Canzone, ch’io v’offro insieme coll’altra candidamente e come quello che facendo professione d’amare piú che si possa la nostra povera patria, mi tengo per obbligato d’affetto e riverenza particolare ai pochissimi Italiani che sopravvivono. E ho tanta confidenza nell’umanità dell’animo vostro, che quantunque siate per conoscere al primo tratto la povertà del donativo, m’assicuro che lo accetterete in buona parte, e forse anche l’avrete caro per pochissima o niuna stima che ne convenga fare al vostro giudizio. [p. 175 modifica]

[III]

Giacomo Leopardi

al conte Leonardo Trissino

Voi per animarmi a scrivere siete solito d’ammonirmi che l’Italia non sarà lodata né anco forse nominata nelle storie de’ tempi nostri, se non per conto delle lettere e delle sculture. Ma da un secolo e piú siamo fatti servi e tributari anche nelle lettere, e quanto a loro io non vedo in che pregio o memoria dovremo essere, avendo smarrita la vena d’ogni affetto e d’ogni eloquenza, e lasciataci venir meno la facoltà dell’immaginare e del ritrovare, non ostante che ci fosse propria e speciale in modo che gli stranieri non dismettono il costume d’attribuircela. Nondimeno restandoci in luogo d’affare quel che i nostri antichi adoperavano in forma di passatempo, non tralasceremo gli studi, quando anche niuna gloria ce ne debba succedere, e non potendo giovare altrui colle azioni, applicheremo l’ingegno a dilettare colle parole. E voi non isdegnerete questi pochi versi ch’io vi mando. Ma ricordatevi che si conviene agli sfortunati di vestire a lutto, e parimente alle nostre canzoni di rassomigliare ai versi funebri. Diceva il Petrarca: «ed io son un di quei che’l pianger giova». Io non dirò che il piangere sia natura mia propria, ma necessità de’ tempi e della fortuna.