Canti (Leopardi - Ginzburg)/Al conte Carlo Pepoli

XIX. Al conte Carlo Pepoli

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
XIX. Al conte Carlo Pepoli
Alla sua donna Il risorgimento

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XIX

AL CONTE CARLO PEPOLI

     Questo affannoso e travagliato sonno
che noi vita nomiam, come sopporti,
Pepoli mio? di che speranze il core
vai sostentando? in che pensieri, in quanto
5o gioconde o moleste opre dispensi
l’ozio che ti lasciâr gli avi remoti,
grave retaggio e faticoso? È tutta,
in ogni umano stato, ozio la vita,
se quell’oprar, quel procurar che a degno
10obbietto non intende, o che all’intento
giunger mai non potria, ben si conviene
ozioso nomar. La schiera industre
cui franger glebe o curar piante e greggi
vede l’alba tranquilla e vede il vespro,
15se oziosa dirai, da che sua vita
è per campar la vita, e per sé sola
la vita all’uom non ha pregio nessuno,
dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne
20sudar nelle officine, ozio le vegghie
son de’ guerrieri e il perigliar nell’armi;
e il mercatante avaro in ozio vive:
che non a sé, non ad altrui, la bella
felicitá, cui solo agogna e cerca

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25la natura mortal, veruno acquista
per cura o per sudor, vegghia o periglio.
Pure all’aspro desire onde i mortali
giá sempre infin dal dí che il mondo nacque
d’esser beati sospiraro indarno,
30di medicina in loco apparecchiate
nella vita infelice avea natura
necessitá diverse, a cui non senza
opra e pensier si provvedesse, e pieno,
poi che lieto non può, corresse il giorno
35all’umana famiglia; onde agitato
e confuso il desio, men loco avesse
al travagliarne il cor. Cosí de’ bruti
la progenie infinita, a cui pur solo,
né men vano che a noi, vive nel petto
40desio d’esser beati; a quello intenta
che a lor vita è mestier, di noi men tristo
condur si scopre e men gravoso il tempo,
né la lentezza accagionar dell’ore.
Ma noi, che il viver nostro all’altrui mano
45provveder commettiamo, una piú grave
necessitá, cui provveder non puote
altri che noi, giá senza tedio e pena
non adempiam: necessitate, io dico,
di consumar la vita: improba, invitta
50necessitá, cui non tesoro accolto,
non di greggi dovizia, o pingui campi,
non aula puote e non purpureo manto
sottrar l’umana prole. Or s’altri, a sdegno
i vòti anni prendendo, e la superna
55luce odiando, l’omicida mano,
i tardi fati a prevenir condotto,
in se stesso non torce; al duro morso
della brama insanabile che invano
felicitá richiede, esso da tutti
60lati cercando, mille inefficaci

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medicine procaccia, onde quell’una
cui natura apprestò, mal si compensa.

     Lui delle vesti e delle chiome il culto
e degli atti e dei passi, e i vani studi
65di cocchi e di cavalli, e le frequenti
sale, e le piazze romorose, e gli orti,
lui giochi e cene e invidiate danze
tengon la notte e il giorno; a lui dal labbro
mai non si parte il riso; ahi, ma nel petto,
70nell’imo petto, grave, salda, immota
come colonna adamantina, siede
noia immortale, incontro a cui non puote
vigor di giovanezza, e non la crolla
dolce parola di rosato labbro,
75e non lo sguardo tenero, tremante,
di due nere pupille, il caro sguardo,
la piú degna del ciel cosa mortale.

     Altri, quasi a fuggir volto la trista
umana sorte, in cangiar terre e climi
80l’etá spendendo, e mari e poggi errando,
tutto l’orbe trascorre, ogni confine
degli spazi che all’uom negl’infiniti
campi del tutto la natura aperse,
peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s’asside
85su l’alte prue la negra cura, e sotto
ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno
felicitá, vive tristezza e regna.

     Havvi chi le crudeli opre di marte
si elegge a passar l’ore, e nel fraterno
90sangue la man tinge per ozio; ed havvi
chi d’altrui danni si conforta, e pensa
con far misero altrui far sé men tristo,
sí che nocendo usar procaccia il tempo.

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E chi virtute o sapienza ed arti
95perseguitando; e chi la propria gente
conculcando e l’estrane, o di remoti
lidi turbando la quiete antica
col mercatar, con l’armi, e con le frodi,
la destinata sua vita consuma.

     100Te piú mite desio, cura piú dolce
regge nel fior di gioventú, nel bello
april degli anni, altrui giocondo e primo
dono del dciel, ma grave, amaro, infesto
a chi patria non ha. Te punge e move
105studio de’ carmi e di ritrar parlando
il bel che raro e scarso e fuggitivo
appar nel mondo, e quel che piú benigna
di natura e del ciel, fecondamente
a noi la vaga fantasia produce
110e il nostro proprio error. Ben mille volte
fortunato colui che la caduca
virtú del caro immaginar non perde
per volger d’anni; a cui serbare eterna
la gioventú del cor diedero i fati;
115che nella ferma e nella stanca etade,
cosí come solea nell’etá verde,
in suo chiuso pensier natura abbella,
morte, deserto avviva. A te conceda
tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo
120la favilla che il petto oggi ti scalda,
di poesia canuto amante. Io tutti
della prima stagione i dolci inganni
mancar giá sento, e dileguar dagli occhi
le dilettose immagini, che tanto
125amai, che sempre infino all’ora estrema
mi fieno, a ricordar, bramate e piante.
Or quando al tutto irrigidito e freddo
questo petto sará, né degli aprichi

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campi il sereno e solitario riso,
130né degli augelli mattutini il canto
di primavera, né per colli e piagge
sotto limpido ciel tacita luna
commoverammi il cor; quando mi fia
ogni beltate o di natura o d’arte,
135fatta inanime e muta; ogni alto senso,
ogni tenero affetto, ignoto e strano;
del mio solo conforto allor mendico,
altri studi men dolci, in ch’io riponga
l’ingrato avanzo della ferrea vita,
140eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi
destini investigar delle mortali
e dell’eterne cose; a che prodotta,
a che d’affanni e di miserie carca
l’umana stirpe; a quale ultimo intento
145lei spinga il fato e la natura; a cui
tanto nostro dolor diletti o giovi:
con quali ordini e leggi a che si volva
questo arcano universo; il qual di lode
colmano i saggi, io d’ammirar son pago.

     150In questo specolar gli ozi traendo
verrò: che conosciuto, ancor che tristo,
ha suoi diletti il vero. E se del vero
ragionando talor, fieno alle genti
o mal grati i miei detti o non intesi,
155non mi dorrò, che giá del tutto il vago
desio di gloria antico in me fia spento:
vana Diva non pur, ma di fortuna
e del fato e d’amor, Diva piú cieca.