Canti (Leopardi - Ginzburg)/Ad Angelo Mai

III. Ad Angelo Mai

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Giacomo Leopardi - Canti (1819 - 1831)
III. Ad Angelo Mai
Sopra il monumento di Dante Nelle nozze della sorella Paolina

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III

AD ANGELO MAI,

quand’ebbe trovato i libri di cicerone

della repubblica

     Italo ardito, a che giammai non posi
di svegliar dalle tombe
i nostri padri? ed a parlar gli meni
a questo secol morto, al quale incombe
5tanta nebbia di tedio? E come or vieni
sí forte a’ nostri orecchi e sí frequente,
voce antica de’ nostri,
muta sí lunga etade? e perché tanti
risorgimenti? In un balen feconde
10venner le carte; alla stagion presente
i polverosi chiostri
serbaro occulti i generosi e santi
detti degli avi. E che valor t’infonde,
italo egregio, il fato? O con l’umano
15valor forse contrasta il fato invano?

     Certo senza de’ numi alto consiglio
non è ch’ove piú lento
e grave è il nostro disperato obblio,

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a percoter ne rieda ogni momento
20novo grido de’ padri. Ancora è pio
dunque all’Italia il cielo; anco si cura
di noi qualche immortale:
ch’essendo questa o nessun’altra poi
l’ora da ripor mano alla virtude
25rugginosa dell’itala natura,
veggiam che tanto e tale
è il clamor de’ sepolti, e che gli eroi
dimenticati il suol quasi dischiude,
a ricercar s’a questa etá si tarda
30anco ti giovi, o patria, esser codarda.

     Di noi serbate, o gloriosi, ancora
qualche speranza? in tutto
non siam periti? A voi forse il futuro
conoscer non si toglie. Io son distrutto
35né schermo alcuno ho dal dolor, che scuro
m’è l’avvenire, e tutto quanto io scemo
è tal che sogno e fola
fa parer la speranza. Anime prodi,
ai tetti vostri inonorata, immonda
40plebe successe; al vostro sangue è scherno
e d’opra e di parola
ogni valor; di vostre eterne lodi
né rossor piú né invidia; ozio circonda
i monumenti vostri; e di viltade
45siam fatti esempio alla futura etade.

     Bennato ingegno, or quando altrui non cale
de’ nostri alti parenti,
a te ne caglia, a te cui fato aspira
benigno si che per tua man presenti
50paion que’ giorni allor che dalla dira
obblivione antica ergean la chioma,
con gli studi sepolti,

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i vetusti divini, a cui natura
parlò senza svelarsi, onde i riposi
55magnanimi allegrâr d’Atene e Roma.
Oh tempi, oh tempi avvolti
in sonno eterno! Allora anco immatura
la ruina d’Italia, anco sdegnosi
eravam d’ozio turpe, e l’aura a volo
60piu faville rapia da questo suolo.

     Eran calde le tue ceneri sante,
non domito nemico
della fortuna, al cui sdegno e dolore
fu piú l’averno che la terra amico.
65L’averno: e qual non è parte migliore
di questa nostra? E le tue dolci corde
susurravano ancora
dal tocco di tua destra, o sfortunato
amante. Ahi dal dolor comincia e nasce
70l’italo canto. E pur men grava e morde
il mal che n’addolora
del tedio che n’affoga. Oh te beato,
a cui fu vita il pianto! A noi le fasce
cinse il fastidio; a noi presso la culla
75immoto siede, e su la tomba, il nulla.

     Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,
ligure ardita prole,
quand’oltre alle colonne, ed oltre ai liti
cui strider l’onde all’attuffar del sole
80parve udir su la sera, agl’infiniti
flutti commesso, ritrovasti il raggio
del Sol caduto, e il giorno
che nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo;
e rotto di natura ogni contrasto,
85ignota immensa terra al tuo viaggio
fu gloria, e del ritorno

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ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto
l’etra sonante e l’alma terra e il mare
90al fanciullin, che non al saggio, appare.

     Nostri sogni leggiadri ove son giti
dell’ignoto ricetto
d’ignoti abitatori, o del diurno
degli astri albergo, e del rimoto letto
95della giovane Aurora, e del notturno
occulto sonno del maggior pianeta?
Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco tutto è simile, e discoprendo,
100solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
il vero appena è giunto,
o caro immaginar; da te s’apparta
nostra mente in eterno; allo stupendo
poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
105e il conforto perí de’ nostri affanni.

     Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo
sole splendeati in vista,
cantor vago dell’arme e degli amori,
che in etá della nostra assai men trista
110empiêr la vita di felici errori:
nova speme d’Italia. O torri, o celle,
o donne, o cavalieri,
o giardini, o palagi! a voi pensando,
in mille vane amenitá si perde
115la mente mia. Di vanitá, di belle
fole e strani pensieri
si componea l’umana vita: in bando
li cacciammo: or che resta? or poi che il verde
è spogliato alle cose? Il certo e solo
120veder che tutto è vano altro che il duolo.

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O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsa
tua mente allora, il pianto
a te, non altro, preparava il cielo.
Oh misero Torquato! il dolce canto
125non valse a consolarti o a sciorre il gelo
onde l’alma t’avean, ch’era sí calda,
cinta l’odio e l’immondo
livor privato e de’ tiranni. Amore,
amor, di nostra vita ultimo inganno,
130t’abbandonava. Ombra reale e salda
ti parve il nulla, e il mondo
inabitata piaggia. Al tardo onore
non sorser gli occhi tuoi; mercé, non danno,
l’ora estrema ti fu. Morte domanda
135chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

     Torna torna fra noi, sorgi dal muto
e sconsolato avello,
se d’angoscia sei vago, o miserando
esemplo di sciagura. Assai da quello
140che ti parve sí mesto e sí nefando,
è peggiorato il viver nostro. O caro,
chi ti compiangerla,
se, fuor che di se stesso, altri non cura?
chi stolto non direbbe il tuo mortale
145affanno anche oggidí, se il grande e il raro
ha nome di follia;
né livor piú, ma ben di lui piú dura
la noncuranza avviene ai sommi? o quale,
se piú de’ carmi, il computar s’ascolta,
150ti appresterebbe il lauro un’altra volta?

     Da te fino a quest’ora uom non è sorto,
o sventurato ingegno,
pari all’italo nome, altro ch’un solo,
solo di sua codarda etate indegno

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155allobrogo feroce, a cui dal polo
maschia virtú, non giá da questa mia
stanca ed arida terra,
venne nel petto; onde privato, inerme,
(memorando ardimento) in su la scena
160mosse guerra a’ tiranni: almen si dia
questa misera guerra
e questo vano campo all’ire inferme
del mondo. Ei primo e sol dentro all’arena
scese, e nullo il seguí, che l’ozio e il brutto
165silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.

Disdegnando e fremendo, immacolata
trasse la vita intera,
e morte lo scampò dal veder peggio.
Vittorio mio, questa per te non era
170etá né suolo. Altri anni ed altro seggio
conviene agli alti ingegni. Or di riposo
paghi viviamo, e scorti
da mediocritá: sceso il sapiente
e salita è la turba a un sol confine,
175che il mondo agguaglia. O scopritor famoso,
segui; risveglia i morti,
poi che dormono i vivi; arma le spente
lingue de’ prischi eroi; tanto che in fine
questo secol di fango o vita agogni
180e sorga ad atti illustri, o si vergogni.