Breve trattato delle cause che possono far abbondare li regni d'oro e d'argento dove non sono miniere/Dedica

Dedica

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Breve trattato delle cause che possono far abbondare li regni d'oro e d'argento dove non sono miniere Proemio

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All’illustrissimo ed eccellentissimo signor
il signor don
PIETRO FERNANDEZ DE CASTRO
conte de Lemos, marchese di Sarria, conte d’Andrada e di Villalva, dell’ordine della milizia d’Alcantara,
commendator della Zarza, della Camera di sua Maestá Cattolica
e nel Regno di NAPOLI
viceré, luogotenente e capitan generale, ecc.

La maraviglia (come affermano li naturali), signore eccellentissimo, può esser prodotta da due cause: overo dall’ignoranza, o che l’intelletto apprenda una cosa per grande. E di questo ultimo modo si maravigliò alcune volte Nostro Signore; ma il primo si può dire quasi commune e generale. E, benché l’ignoranza sia causa e principio d’ogni male, e quanto piú vi concorra malizia tanto maggior possa dirsi ignoranza, ché per questa ragione par che gli effetti causati da quella non possano producere cosa di buono: con tutto ciò, se in ogni altro fusse vero, non è nell’effetto della maraviglia, della quale con veritá s’afferma che abbia di continuo causato e causi in noi grandissimo bene; poiché, eccitando quello innato a tutti desiderio di sapere, scoprendo all’intelletto il velo col quale lo tiene legato l’ignoranza, fa diventare la mente indagatrice delle cause per le quali discorrendo viene a conoscere perfettamente donde e come possano procedere gli effetti delle cause; dal qual modo ebbe principio la filosofia, e in consequenza la veritá che si conosce per quella. Non si deve dunque poner fra numero di cose odiose questa dell’ignoranza figlia, ancorché descenda da matre tanto odiata, e altretanto gli uomini nelli quali si [p. 144 modifica]ritrova, si bene in quelli non oprasse il totale effetto di far loro conoscere quel che prima non conosceano, mentre opera almeno che errando s’impara e, a quel che loro non possano arrivare, d’altri l’intendano. Per questo, avendo considerato piú cittá d’Italia e alcune, ch’appareano dover abbondare, aver penuria, e altre, ch’appareano dover aver penuria, abbondare di moneta, non essercitandosi in nissuna miniera d’oro o argento; e, facendo reflessione in particulare nel nostro Regno, ritrovatolo in grandissima penuria, non obstante che di continuo le robbe sopra abbondanti, che in gran numero vi nascono, vadano fuora, e che si siano fatte diverse provisioni, né mai causato il desiato effetto: mosso da questa maraviglia, ho cercato investigare, in quanto il debole lume del mio picciolo intelletto può arrivare, donde procedano gli effetti predetti. Per li quali conoscere perfettamente, è stato necessario prima intendere le cause, che possano fare abbondare un regno d’oro o d’argento, dove di detti metalli non sia miniera; e dopo, da quelle inferire alla penuria e abbondanza, con le considerazioni delli mezzi e modi dell’operazioni, impedimenti e remedi di quelli, applicandoli al nostro Regno, per saper meglio l’espedienti che si possono per tale effetto tentare. E, si bene non avesse per questo arrivato alla vera cognizione, non restará che almeno errando non impari, e serva per materia e occasione a Vostra Eccellenzia (che è il principale mio intento) di discorrere col suo divino intelletto e arrivare all’intrinseco del vero, per posser dopo con sano conseglio provedere a una infirmitá sí pericolosa del presente Regno. Ché per tal rispetto, trattandosi di materia importante a prencipi pari suoi, e in particulare ritrovandosi nel felice governo del detto Regno, ho preso ardire dedicarli questo mio Trattato delle cause che possono fare abbondare li regni d’oro e d’argento dove non siano miniere, con applicarle al nostro Regno; ché, a rispetto dell’opera e autore, mi avria parso offendere l’orecchie di Vostra Eccellenzia, per ritrovarsi in lei ogni virtú e scienza in quell’eminenza maggiore di tutti suoi illustrissimi antepassati, che senza dubbio fra li prencipi di filosofo e fra filosofi di prencipe [p. 145 modifica]deve tenere il nome. E, resplendendo non solo per la sua illustrissima prosapia, ma per le qualitá, accennate fra pari suoi come il sole fra le stelle, meritamente dalla Maestá cattolica se l’è confidato e confidano li piú importanti carrichi che abbia nel suo grandissimo dominio, conoscendo che non solo per quella debba esser mantenuto il retto governo e quiete publica, ma reformato ogni disordine ed errore che si ritrovasse ne’ suoi popoli. Cosí come con ogni vigilanza attende che, in quanto si può, si riformi il culto della giustizia, cresca l’abbondanza del vivere, si conservi la pace, svellendo li turbatori di quella, protegendo l’infimi, con il timore ne’ grandi, cercando provedere a qualsivoglia disordine picciolo o grande che si ritrovi in detto Regno. Come al presente con esquisita diligenza, congregando consegli ed erigendo nuovi tribunali, cerca di sollevare il povero Regno da quel peso che l’ha posto al fondo e non lo lascia respirare né goder quello che la natura l’ha dato, e fattalo diventare peggiore assai dell’altre parti d’Italia, dico di sollevarlo dall’immenso debito che tengono tutte l’universitá, che per la grandezza di quello par senza remedio, in tanto che d’ogni ora va moltiplicando, e, se non si ripara, bisognará a non poche di dette universitá abbandonar la propria patria e abitare altrove. Qual male non solo si è sparso per tutto il corpo a guisa di lepra, ma maggiormente abbonda nella cittá che ne è capo, al che forse saran gran parte di riparo le provisioni che si aranno da fare, che causaranno l’abbondanza della moneta in detto Regno, che non solo giovaranno per il pericolo predetto, ma ancora che non abbondi di tanti furti e assassinii piú di qualsivoglia parte d’Italia. Restará dunque servita l’Eccellenzia Vostra, con quella solita umanitá, con la quale non sdegna anzi accetta quella picciolissima offerta delli duoi minuti della povera vedova, non sdegnare di legere, qualunque si sia, questa mia opera, la quale trattando materia grande e nuova, per li defetti che vi sono la defenderá l’una e l’altra qualitá. La prima, per non posserla supportare ingegni piccioli, che di sotto non vi caschino; e la seconda, per non permetterli guida, e, bisognandoli farsi essa la strada, non sará maraviglia [p. 146 modifica]se si erra. Sia dunque questa mia fatica per abbozzatura dell’imagine, lasciando ch’altri gli donino li perfetti colori e ultimi lineamenti, bastandomi assai far ufficio di cote e ch’il mio pensiero si drizzi a segno di servire in alcun modo il gran zelo di Vostra Eccellenzia. Alla quale, facendo umilissima reverenza, me l’inchino.

Dalle carceri di Vicaria, oggi a 10 di luglio 1613.

 Di Vostra Eccellenzia

umilissimo servitore
Antonio Serra.