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Anno di Cristo CCXXI. Indizione XIV.
CALLISTO papa 5.
ELAGABALO imperadore 4.
Consoli

GRATO SABINIANO e CLAUDIO SELEUCO.

Più che mai andò continuando le sue sordidezze e follie l’Augusto Elagabalo1905, nelle quali consumò gran copia d’oro trovato nell’erario principesco, e nè pur bastavano al lusso e alla lussuria sua le rendite del pubblico. Ne’ borghi di Roma1906 avea fatto fabbricare un altro tempio di gran magnificenza. Venuto il settembre, conduceva colà a spasso il suo dio, cioè quella pietra, di cui abbiam parlato, posta sopra di un carro tutto ornato di oro e di pietre preziose, e tirato da candidissimi cavalli. Andava innanzi il folle Augusto, tenendo le briglie in mano, colla testa volta all’idolo, e camminando sempre all’indietro. Era composta la processione di tutto il popolo, che portava le statue degli dii di Roma, ed ogni cosa più rara de’ templi, con fiaccole accese in mano e corone in capo; e veniva fiancheggiato dalla cavalleria e fanteria di Roma. Finita poi la solenne funzione, saliva l’imperadore nelle altissime torri del tempio, e di là gittava alla plebe vasi d’oro e d’argento, e vesti e panni di varie sorte: il che finiva colla morte di parecchi affogati nella calca, o trapassati dalle lance dei soldati. Passò poi la sua sfrenatezza più oltre, perchè, non volendo essere da meno di Nerone e degli altri abbominevoli suoi predecessori, la notte travestito e con un cappellino in capo girava per le osterie e pei bordelli, facendo delle insolenze. Aprì anche un postribolo nello stesso palazzo. Sovente facea il carrozziere alla presenza di tutti i cortigiani e di molti senatori: de’ senatori, dico, ch’egli nulla stimava, solendo chiamarli schiavi togati. Più spesso facea il ballerino, non solamente nell’orchestra, ma ne’ sagrifizii ed in altre pubbliche funzioni. Di questo passo camminava lo scapestrato Augusto, perduta affatto ogni riverenza al suo grado, e divenuto, per le sue infami lascivie, l’obbrobrio del mondo: quando gli saltò in capo di dar moglie al suo dio Elagabalo. Scelse a questo effetto1907 la statua della dea Urania, o sia Celeste, venerata in Cartagine, oggetto di gran divozione ad ogni città dell’Africa. Era essa dea creduta la Luna; e però il pazzo imperadore diceva, ch’essendo quel suo dio il Sole, non potea darsi matrimonio più proprio e convenevol di questo. Quant’oro e cose preziose si trovarono in quel tempio di Cartagine, tutto volle portato a Roma, acciocchè servisse di dote al suo dio. Giunta poi quella statua, ordinò che in Roma e per tutta l’Italia si facessero feste ed allegrezze, affin di onorar le nozze di questi numi. Non era egli un imperador da legare? Qui racconta Dione1908 uno strano avvenimento, appartenente a questi tempi, di cui potè egli essere ben informato, trovandosi allora in Bitinia. Sulle rive del Danubio comparve un personaggio, creduto da esso Dione un dio, cioè un demonio, che diceva di essere Alessandro il Grande, quale veramente pareva all’aspetto ed all’abbigliamento. Seco menava quattrocento persone, portanti in mano dei tirsi, e addosso pelli, come si solea dipignere Bacco, ed imitanti quel dio e le baccanti colle lor danze e follie. Passò per la Mesia e per la Tracia, senza far male ad alcuno; nè i pubblici ministri nè i soldati gli si opposero mai; anzi tutte le città, per dove andò, gli preparavano l’alloggio, e somministravano quanto gli bisognava. Arrivato a Bisanzio, passò lo stretto, e venuto a Calcedonia, dopo aver quivi creato un sacerdote, disparve, senza apparire che ne fosse divenuto. [p. 763 modifica]Ma un altro Alessandro, non già immaginario come questo, si vide in questi medesimi tempi in Roma1909. Giulia Mammea, figliuola anch’essa di Giulia Mesa, siccome di sopra accennammo, avea un figliuolo appellato Alessiano, cugino, per conseguente, dell’Augusto Elagabalo, ma giovinetto di ottimi costumi ed affatto diversi da quel mostro regnante. Già dicemmo che donna accorta fosse Giulia Mesa. Costei, osservando le tante pazzie ed infamie del nipote Augusto, per le quali cominciò anch’ella ad odiarlo, ben considerò ch’egli non potea durare sul trono, e che presto o tardi farebbe il fine degli altri troppo screditati imperadori, e ch’ella con esso rimarrebbe spogliata dell’autorità, con pericolo anche di peggio. Prese dunque ad esaltar l’altro nipote Alessiano; e per ben condurre il disegno, destramente insinuò ad Elagabalo, che giacchè egli era occupato nella divozione verso il suo gran dio, ben sarebbe lo scegliere persona che per lui accudisse ai pubblici affari; e questo doversi prendere dalla casa propria, e non altronde, proponendogli infine il cugino Alessiano. Piacque ad Elagabalo questa proposizione, e però entrato un dì in senato coll’avola Mesa e con la madre Soemia, dichiarò che adottava per suo figliuolo Alessiano, dandogli il titolo di Cesare ed il nome di Alessandro, spacciando che ciò faceva per ordine del suo dio Elagabalo. Disegnollo ancora console per l’anno prossimo venturo. Risero i Romani al vedere ch’egli in età di circa diciassette anni voleva intitolarsi il padre del cugino, che già era in età di tredici o quattordici anni. Dione gli dà anche più età che allo stesso Elagabalo. Tuttavia tanto i senatori che i soldati di buon cuore accettarono il novello Cesare, già consapevoli del di lui buon naturale. E l’astuta Mesa, per renderlo vieppiù caro a’ soldati, divulgò dappertutto, che anche questo suo nipote era figliuolo di Antonino Caracalla: finzione, la quale poi prese un sì fatto piede, che laddove si tenea Elagabalo per un falso figliuolo di esso Caracalla, Alessandro comunemente veniva creduto nato da lui.