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Interlocutori Atto primo - Scena prima
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Amore, in habito

Pastorale.


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CHi crederia, che sotto humane forme,
E sotto queste pastorali spoglie,
Fosse nascosto un Dio non mica un Dio
Selvaggio, ò de la plebe de gli Dei,
Ma tra grandi, e celesti il più potente,
Che fà spesso cader di mano à Marte

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La sanguinosa spada, & à Nettuno,
Scotitor de la terra, il gran Tridente,
Et i folgori eterni al sommo Giove,
In questo aspetto certo, e questi panni,
Non riconoscerà si di leggiero
Venere madre me suo figlio Amore.
Io da lei son constretto di fuggire,
E celarmi da lei, perch’ella vuole,
Ch’io di me stesso, e de le mie saette
Faccia à suo senno; e, qual femina, e quale
Vana, & ambitiosa, mi rispinge
Pur trà le corti, e trà corone, e scettri;
E quivi vuol, che impieghi ogni mia prova;
E solo al volgo de’ ministri miei,
Miei minori i fratelli, ella consente
L’albergar trà le selve, & oprar l’armi
Ne’ rozi petti. Io, che non son fanciullo,
Se ben hò volto fanciullesco, & atti,
Voglio dispor di me, come à me piace;
Ch’à me fù, non à lei, concessa in sorte
La face onnipotente, e l’arco d’oro.
Però, spesso celandomi, e fuggendo,
L’imperio nò, che in me non hà, ma i preghi,
C’han forza porti da importuna madre,
Ricovero ne’ boschi, e ne le case
De le genti minute, ella mi segue,
Dar promettendo à chi m’insegna à lei,
O dolci baci, ò cosa altra più cara,
Quasi io di dare in cambio non sia buono
A chi mi tace, ò mi nasconde à lei,
O dolci baci, ò cosa altra più cara.

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Questo io so certo almen, che i baci miei
Saran sempre più cari à le fanciulle,
Se io, che son l’Amor, d’amor m’intendo:
Onde sovente ella mi cerca in vano,
Che rivelarmi altri non vuole, e tace.
Ma, per istarne anco più occolto, ond’ella
Ritrovar non mi possa à i contrasegni,
Deposto hò l’ali, la faretra, e l’arco.
Non però disarmato io qui ne vengo,
Che questa, che par verga, è la mia face.
Cosi l’hò trasformata, e tutta spira
D’invisibili fiamme: e questo dardo,
Se bene egli non hà la punta d’oro,
È di tempre divine, e imprime Amore
Dovunque fiede. io voglio hoggi con questo
Far cupa, e immedicabile ferita
Nel duro sen de la più cruda Ninfa,
Che mai seguisse il Choro di Diana.
Nè le piaga di Silvia sia minore,
(Che questo è ’l nome de l’alpestre Ninfa)
Che fosse quella, che pur feci io stesso
Nel molle sen d’Aminta, hor son molt’anni,
Quando lei tenerella, ei tenerello
Seguiva ne le caccie, e ne i diporti:
E, perche il colpo mio più in lei s’interni,
Aspetterò, che la pietà mollisca
Quel duro gelo, che d’intorno al core
L’hà ristretto il rigor de l’honestate,
E del virginal fasto; & in quel punto,
Ch’ei fia più molle, lancerogli il dardo;
E, per far si bell’opra à mio grand’agio,

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Io ne vò à mescolarmi infra la turba
De’Pastori festanti, e coronati,
Che già quì s’è inviata, ove à diporto
Si stà ne’dì solenni, esser fingendo
Uno di loro schiera: e in questo luogo,
In questo luogo à punto io farò il colpo,
Che veder non potrallo occhio mortale.
Queste selve hoggi ragionar d’Amore
S’udranno in nuova guisa: e ben parrassi,
Che la mia Deità sia qui presente
In se medesima, e non ne’suoi ministri.
Spirerò nobil sensi à’rozi petti;
Raddolcirò de le lor lingue il suono;
Perche, ovunque i mi sia, io sono Amore.
Ne’pastori non men, che ne gli heroi;
E la disagguaglianza de’soggetti,
Come à me piace, agguaglio: e questa è pure
Suprema gloria, e gran miracol mio,
Render simili à le più dotte cetre
Le rustiche sampogne; e, se mia madre,
Che si sdegna vedermi errar frà boschi,
Ciò non conosce, è cieca ella, e non io,
Cui cieco à torto il cieco volgo appella.



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