Voci di campanili/San Carlo

San Carlo

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Voci di campanili San Marco
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SAN CARLO




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II
n una calda e serena mattina del giugno passato, nelle strette vie intorno al Corso, davanti alle finestre spalancate di dove sbattevano tappeti e strofinacci, passarono lentamente, trattenute giù dall’aria pesante, nuvole di denso fumo; passavano come neri uccelli a cui avessero tarpate le ali.

Molte teste si sporsero a guardarle, sorprese. Di dove venivano? scendevano dai camini della casa? no, pareva venissero più di lontano, e, trovata la loro via incanalata fra i tetti delle alte case, se ne andassero così a portare per la città, gravi e solenni, la notizia di una sventura già compiuta. [p. 10 modifica]

Un incendio! un incendio nel centro di Milano!... forse l’officina elettrica, forse i magazzini di Bocconi. La mente prova uno smarrimento perchè non sa prevedere le conseguenze. Ci saranno vite umane in pericolo? potranno mettersi tutti in salvo in quell’alveare a mille cellette ch’è un casamento di città? i fili elettrici, i tubi di gas, tutta quella complicata rete che allaccia oggi una casa a quelle vicine ed anche alle lontane, non propagherà il pericolo?

In un attimo i terrazzi sopra i tetti sono popolati e un senso di sorpresa, di stupore, poi di uno sgomento affatto diverso da quello a cui si era preparati, s’impadronisce di tutti. Le popolane giungono le mani con terrore: «Brucia una chiesa! brucia San Carlo!»

La gran cupola fuma come un vulcano. Coperta di rame annerito dal tempo e dalla pioggia, resiste alle fiamme che covano sotto: dalle finestre arcuate che sono torno torno alla curva, prorompono colonne di fumo come da sfiatatoi di un’enorme macchina a vapore, o meglio come dalle punte di un immenso obice che debba scoppiare da un momento all’altro.

Cessato ogni timore di vittime umane, cessato quello di distruzione di un’opera artistica, rimane [p. 11 modifica]il fascino di uno spettacolo grandioso nella sua terribilità, reso solenne dal pensiero che è una casa di Dio che brucia nel centro di una città popolosa.

Nel gran tempio circolare dalle alte colonne di granito, che pare una maestosa sala romana dalla quale accedere a grandiose terme, il sentimento cristiano non sa trovarvi rifugio. Le preghiere si smarriscono là dentro, se ne vanno perdute nella vastità della cupola, fra gli intercolonii e nelle nicchie vuote: rabbrividiscono davanti alle bianche statue degli altari, battono inutilmente le ali contro tutta quella fredda architettura pagana.

Ed ecco che accumulate da mezzo secolo là sotto, ora escono finalmente, fatte torve dal lungo indugio, fatte ardenti dall’ansia compressa, dai dolori non consolati, dalle suppliche non esaudite; escono in lingue di fuoco dai pertugi trovati aperti, s’alzano guizzando e divampando verso il cielo finalmente ritrovato: verso il cielo ampio e sereno, verso il sole che le vince in ardore e in bagliore.

Screpola l’ampia copertura di rame, si contorce, si rizza, si ripulisce alla fiamma purificatrice, appare rossa e lucente, abbagliante sotto il sole; risuona tintinnando e stridendo sotto la [p. 12 modifica]sferza degli enormi soffii d’acqua delle pompe, lanciati dalle case vicine.

Forse mai i tetti di Milano videro tanta gente, certo mai tanta gente vide i tetti di Milano, poichè se vi salì fu in occasione di luminarie, quando tutto il resto rimane nel bujo. Quella mattina tutte le terrazze e le altane erano gremite: sbucava gente da ogni botola, da ogni abbaino: uomini scamiciati s’aggrappavano ai comignoli, si sedevano sui cornicioni dei palazzi; domestici, cameriere, signore; era un’allegria di parasoli colorati, di grembiali bianchi, di abiti chiari da mattina: un chiamarsi, uno sventolar fazzoletti, un salutarsi da una casa all’altra come a un’improvvisa festa.

Che sorpresa e che rivelazione per i più, fu la veduta dei tetti di Milano! Dominarli dal Duomo è tutt’altra cosa che vederli da un terrazzo da cui si misurano le altezze, da dove ogni campanile ed ogni torre appare disegnata sullo sfondo del cielo o ergentesi dai tetti intorno. Fu un viaggio di scoperta, quella mattina: un indicarsi campanili, torri e cupole, cercando indovinare a che chiesa o a che edificio appartenessero, e l’occhio, più che correre al di là della città, all’orizzonte nebbioso dove appena [p. 13 modifica]s’intravvedeva quel giorno la lunga linea delle Prealpi, andava di tetto in tetto curioso e affascinato.

La copertura esterna della cupola s’era completamente sfasciata, erano già cessate affatto le ansie che tutta la volta precipitasse in chiesa, e ancora molti s’indugiavano sulle terrazze, sotto il sole cocente; parecchie signore vi tornarono nell’ora del tramonto, quel giorno ed ancora altri giorni, per mostrare ai conoscenti la cupola denudata, ma in realtà per riprovare la sensazione gradevolissima di trovarsi in alto, di respirare liberamente al disopra delle strade e delle case, dei rumori e della folla.

L’incendio del cupolone di San Carlo ha portato in alto molti cuori, e i vecchi campanili sconosciuti o dimenticati hanno acquistato simpatie di cui si rallegrano.

Ecco che ora essi cantano nell’aria serena e infocata dei mesi caldi, nelle sere in cui giù non si respira e la folla si trascina, stanca e svogliata, in cerca, inutilmente, di fresco e di sollievo. Ecco cantano, ai cuori aperti e alle menti pensose che salgono in alto, le loro vecchie canzoni, raccontando antiche istorie e poetiche leggende.