Vita di Erostrato/Capitolo XIII

Capitolo XIII
Sedizioni in Grecia ed ultima disperata impresa

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Capitolo XIII
Sedizioni in Grecia ed ultima disperata impresa
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CAPITOLO XIII.


Sedizioni in Grecia ed ultima disperata impresa.


Fu lodata la sentenza dalla maggior parte della città. Cleante uscì mesto della curia: Possideo ne evitò l’incontro. Giunta la novella ad Agarista col ritorno del suo oratore ne fu maravigliosamente consolata. Ella però ansiosa di trarre da lui precisa contezza di Possideo lo interrogava frequente sul costume e vicende sue. Intese pertanto con materna compiacenza, che nojato della milizia, e non contento dei premj suoi, ricercasse nella solitudine quel riposo, del quale era stato fino allora così nemico, ponendo anzi ogni sua felicità nel vivere tumultuoso. Sofferiva ben ella gravi molestie per l’assenza di lui qual madre abbandonata: ma all’opposito riconoscea che al suo ritorno a Lemno sarebbesi alla presenza [p. 134 modifica]de’ luoghi del suo amore infelice vie più irritata la tormentosa ferita del cuore. Per la qual cosa nodrendosi con la speranza che il tempo, come suole, mitigasse gli affanni, paga in allora che Possideo gustasse alcuna quiete, si proponea di ricuperarlo in calma virile. Mentre però ella si confortava in così grati pensieri, già Possideo saziato di quella calma movea l’animo a straordinarj disegni. Molte provincie del vasto impero di Persia si erano poc’anzi sottratte al ferreo scettro di Artaserse. Tebe pur allora e Chio, e Cos, e Rodi stringeano le armi contro la orgogliosa Atene. Tutta la Grecia ondeggiava in questa gara di oppressi e di oppressori. Il giovane solitario non resse a tale spettacolo, ma desta in lui la sopita audacia, abbandonò i silenzj dell’eremo per ingolfarsi in quelle perturbazioni. Ov’egli scorgea alcuno indizio di tumulto popolare, tentava in prima gli animi cautamente con segrete seduzioni; ove [p. 135 modifica]sperava maggiori progressi, da queste passava ad aperti ragionamenti nelle adunanze. Sclamava che gran parte delle nazioni gemono sotto il giogo de’ tiranni per la loro stoltezza. Rammentava gli esempj di quelle, le quali felicemente viveano libere perchè sprezzatrici di morte, e di altre che temendola sospiravano in vile servitù più trista della tomba. Esaltava il principio che ogni uomo nasce libero con le medesime ragioni di natura a ciascuno compartite: la violenza averle occupate: mantenere la usurpazione la ignoranza del volgo, la scaltrezza de’ magnati, il terrore della superstizione. Esser giunto il tempo, nel quale il cielo mosso a pietà de’ nostri mali c’invita alle sacre ragioni della origine prisca della società civile. Ella instituita per la comune utilità vedeasi ridotta a quella di pochi, anzi per ludibrio del genere umano a quella di un solo. Il quale foss’egli pure d’indole moderata, impazzava poi di certo per la sfrenata [p. 136 modifica]potenza vie più adulata quanto n’erano maggiori gli eccessi. Declamava tali e somiglianti dottrine ne’ fori, ne’ portici, negli atrj con perturbazione del volgo, e sdegno de’ buoni. Questi opponevano a così triste seduzioni ch’elle in aspetto di sapiente riforma conteneano la corruttela d’ogni ordine civile, il disprezzo della opera di secoli, della prudenza de’ legislatori, della sacra tutela di religione, della esperienza universale per attendere a’ garrimenti di un ribaldo perduto. Di questa audace impresa non raccolse miglior frutto che delle anteriori: perchè ove scacciato con tumulto popolare, ove condannato ad esilio da’ magistrati; ove alla morte; se ne sottrasse a stento con la fuga.

Cresceva però in lui con gli anni omai virili, e con tante prove infruttuose l’ardore della fama. Già osservavano i suoi familiari divenuti foschi gli occhi, le ciglia minacciose, le labbra severe, turbata la fronte, e tutto il volto oscurato [p. 137 modifica]da una caligine funesta. Sdegnato contro il destino persecutore d’ogni suo desiderio, deliberò vincerlo, e quasi insultarlo. Scese pertanto alla spiaggia di Corinto con Glaucolo solo consueto compagno di ogni sua ventura, senza far consapevole alcuno nè della partenza, nè dell’oggetto di quella. Pattuita la miglior nave, salpò verso l’Asia dirigendo ad Efeso il suo tragitto. Gli fu ora così propizio il vento quanto gli era stato fatale alle nozze. Entrato in Efeso vi rimase cautamente sconosciuto. Era suo quotidiano studio contemplare il tempio di Diana, considerarne la struttura, e la materia, ov’elle offrissero comodità al suo pensiero. Benchè magnifico ornato di avorio, di argento, d’oro, di gemme in offerte inestimabili, pure gran parte dell’edifizio reggevano colonne di cedro, e travi enormi di esso la vasta compage del tetto. Era costante memoria degli antenati che l’architetto Ctesifonte ne avea stivate le fondamenta con [p. 138 modifica]lana e carbone per correggere la umidità del luogo. Entrava spesso nel tempio quando vi fosse celebrità: vedea prostrati gli adoratori alla immagine della Dea: pomposi riti: splendide vesti sacerdotali, udiva i cori di inni armoniosi: odorava la fragranza de’ sacri profumi e con empia ira si compiaceva di distruggere in breve così antica opera di superstizione. Ne’ taciti pensieri dicea: «troverò ben io il modo di farvi attoniti, o stolti, dovrete ripetere in perpetuo il mio nome. Se per oneste imprese mi ricusaste la fama, vi sforzerò darmela per sempre con una trista.» In questa guisa trapassava i giorni vie più diligentemente investigando i modi per eseguire il suo terribile disegno. Tanto perciò era egli sempre alieno da ogni calma, che oltre le perturbazioni continue de’ sogni, sofferiva la infermità di sonnambolo. Per la quale si aggirava talvolta la notte intorno al tempio, ed a chi lo vide nelle ombre dubbiose parve [p. 139 modifica]una larva di trapassato. Per confermarsi poi nella audacia d’insultare gli Dei, quando più mugghiava il pelago tempestoso di notte sovra scoglio scosceso esposto al furore di Borrea sclamava: «Oh mostro insaziabile di morte, con quanto orgoglio le tue maestose onde la minacciano! Teti lusinghiera, meretrice Galatea or non già festose trascorrete nelle conche perlate i placidi flutti invitando i nocchieri col sorriso fallace, ma vi tuffate nel profondo per non udirne i lamenti. Tu almeno scuoti i lidi col tridente, palese tiranno, Nettuno superbo di tua possanza. Godi pur di questa, crudele persecutore di spose innocenti, mentre scorrono impuniti nel tuo regno immenso tanti ladroni corsali.» Da quello spettacolo passava alla foresta vicina nel cupo della notte, quando i turbini più fieri la scuotessero, e vi si inoltrava sfidando i venti, i fulmini, i numi della selva ad atterrirlo. Diverse fiate [p. 140 modifica]avea con deliberato animo stretta la face, ed altrettante la enormità del misfatto e la celeste potenza da lui con sforzi combattuta ma sentita, lo umiliò col terrore. Giunse alfine quella funesta e fra quante mai furono tenebrosa notte, in cui prevalsero gli Dei infernali. Era tutta la città immersa nel silenzio e nel sonno, ma in breve fu desta e in romore. Fremea il mare tempestoso. Da prima si udiva un cupo bisbiglio, poscia crescere in lamento, quindi scoppiare in grida per le vie, con istrepito di folla, e calpestio di frequenza. Incontanente fu la intera Efeso in iscompiglio, riconosciuta la vampa del tempio. Ciascuno si affrettava di recarvi acqua in conche, in orci, in brocche, in quanti vasi gli offeriva la sua masserizia. Ondeggiava in questi movimenti la calca, urtandosi, premendosi cadeano a mucchi affastellati i corpi sovra li corpi. Quindi il gemito per le membra frante, l’ambascia del respiro, le urla mortali. Piangeano [p. 141 modifica]le donne entro le case, e disperate sconvolgeano le chiome. Cadeano supplichevoli alle are de’ Penati le matrone: temeano gli uomini provetti che Diana abbandonasse per isdegno la patria loro. Intanto splendea tutta la città al riverbero della immensa combustione. Il fumo della quale offuscava gli occhi ed affannava il respirare. Sembrava liquido fuoco il mare sottoposto, donde i naviganti rimiravano attoniti il caso. Nulla valse a frenare l’incendio vorace. Il vento impetuoso lo favoriva. È anco fama che Erostrato possedesse qualche straordinario artifizio di fuoco inestinguibile, perchè arse così gran mole in un subito irreparabilmente. I custodi, e ministri del tempio ne trasportarono i tesori, e gli ornamenti quanto permise loro il tempo. Il simulacro della Dea solo in tanta distruzione fu illeso, quasi non ardissero le fiamme di avvicinarsigli: fu tratto del mezzo di quelle nè pure abbronzato. Intanto rimanea estatico lo in[p. 142 modifica]cenditore compiacendosi dell’opera sua, tanto che fu da molti osservato. Nè egli si curava di nascondersi dissimulando, anzi a quello spettacolo, vie più ebbro di celebrità si abbandonava ad una stolta allegrezza. Quindi preso dalla turba sdegnata fu condotto a’ Pritani, e stretto in catene. Udite poi le testimonianze, discusse le prove, dopo alquanti giorni fu interrogato. Ma egli con maraviglia del magistrato non che tentasse di coprire il suo delitto, vantandosene per lo contrario alteramente declamò in presenza de’ giudici, e della moltitudine una memorabile orazione.