Versi del conte Giacomo Leopardi/Epistola al conte Carlo Pepoli

Epistola al conte Carlo Pepoli

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Sonetto V Guerra dei topi e delle rane
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E P I S T O L A

A L   C O N T E   C A R L O   P E P O L I

MDCCCXXVI



Questo affannoso e travagliato sonno
Che noi vita nomiam, come sopporti,
Pepoli mio? di che speranze il core
Vai sostentando? in che pensieri, in quanto
5O gioconde o moleste opre dispensi
L’ozio che ti lasciar gli avi remoti,
Grave retaggio e faticoso? È tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell’oprar, quel proccurar che a degno
10Obbietto non intende, o che a l’intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. La schiera industre
Cui franger glebe o curar piante ed erbe
Vede l’alba tranquilla e vede il vespro,
15S’oziosa dirai, da che sua vita
È per campar la vita, e per se sola
La vita a l’uom non ha pregio nessuno,
Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne

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20Sudar ne le officine; ozio le vegghie
Son de’ guerrieri e ’l perigliar ne l’armi;
E ’l mercatante avaro in ozio vive:
Ché non a sé, non ad altrui, la bella
Felicità, cui solo agogna e cerca
25La natura mortal, veruno acquista
Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
Pure a l’aspro desire onde i mortali
Già sempre infin dal dì che ’l mondo nacque
D’esser beati sospiraro indarno,
30Di medicina in loco apparecchiate
Ne la vita infelice avea Natura
Necessità diverse, a cui non senza
Opra e pensier si provvedesse, e pieno,
Poi che lieto non può, corresse il giorno
35A l’umana famiglia; onde agitato
E confuso il desio, men loco avesse
Al travagliarne il cor. Così de’ bruti
La progenie infinita, a cui pur solo,
Né men vano che a noi, vive nel petto
40Desio d’esser beati; a quello intenta
Che a lor vita è mestier, di noi men tristo
Condur sappiamo e malgradito il tempo,
Né la lentezza accagionar de l’ore.
Ma noi, che ’l viver nostro a l’altrui mano

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45Provveder commettiamo, una più grave
Necessità, cui provveder non puote
Altri che noi, già senza tedio e pena
Non adempiam: necessitate, io dico,
Di consumar la vita: improba, invitta
50Necessità, cui non tesoro accolto,
Non di greggi divizia, o pingui campi,
Non aula puote e non purpureo manto
Sottrar l’umana prole. Or s’altri, a sdegno
I vóti anni prendendo, e la superna
55Luce odiando, l’omicida mano,
I tardi fati a prevenir condotto,
In se stesso non torce; al duro morso
De la brama insanabile che invano
Felicità richiede, esso da tutti
60Lati cercando, mille inefficaci
Medicine procaccia, onde quell’una
Che Natura apprestò, mal si compensa.
   Lui de le vesti e de le chiome il culto
E de gli atti e de i passi, e i vani studi
65Di cocchi e di cavalli, e le frequenti
Sale, e le piazze romorose, e gli orti
E le ville e i teatri, e giochi e feste
Tengon la notte e ’l giorno; a lui non parte
Mai da le lebbra il riso; ahi, ma nel petto,

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70Ne l’imo petto, grave, salda, immota
Come colonna adamantina, siede
Noia immortale, incontro a cui non puote
Vigor di giovanezza, e non la crolla
Dolce parola di rosato labbro,
75E non lo sguardo tenero, tremante,
Di due nere pupille, il caro sguardo,
La più degna del Ciel cosa mortale.
   Altri, quasi a fuggir volto la trista
Umana sorte, in cangiar terre e climi
80La età spendendo, e mari e poggi errando,
Tutto l’orbe trascorre, ogni confine
De gli spazi che a l’uom ne gl’infiniti
Campi del Tutto la Natura aperse,
Peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s’asside
85Su l’alte prue la negra cura, e sotto
Ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno
Felicità, vive tristezza e regna.
   Avvi chi le crudeli opre di marte
Si elegge a passar l’ore, e nel fraterno
85Sangue la man tinge per ozio; ed avvi
Chi d’altrui danni si conforta, e pensa
Con far misero altrui far se men tristo,
Sì che nocendo usar procaccia il tempo.
E chi virtute o sapienza ed arti

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90Perseguitando, e chi la propria gente
Conculcando e l’estrane, o di remoti
Lidi turbando la quiete antica
Col mercatar, con l’armi, e con le frodi,
La destinata sua vita consuma.
    95Te più mite desio, cura più dolce
Regge nel fior di gioventù, nel bello
April de gli anni, altrui giocondo e primo
Dono del Ciel, ma grave, amaro, infesto
A chi patria non ha. Te punge e move
100Studio del vero, e di ritrarre in carte
Il bel che raro e scarso e fuggitivo
Appar nel mondo, e quel che più benigna
Di Natura e del Ciel, fecondamente
A noi la vaga fantasia produce
105E ’l nostro proprio error. Ben mille volte
Fortunato colui che la caduca
Virtù del caro immaginar non perde
Per volger d’anni; a cui serbare eterna
La gioventù del cor diedero i fati;
110Che ne la ferma e ne la stanca etade,
Così come solea ne l’età verde,
In suo chiuso pensier natura abbella,
Morte, deserto avviva. A te conceda
Tanta ventura il Ciel; ti faccia un tempo

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115La favilla che ’l petto oggi ti scalda,
Di poesia canuto amante. Io tutti
De la prima stagione i dolci inganni
Mancar già sento, e dileguar da gli occhi
Le dilettose immagini, che tanto
120Amai, che sempre infino a l’ora estrema
Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.
Or quando al tutto irrigidito e freddo
Questo petto sarà, né degli aprichi
Campi il sereno e solitario riso,
125Nè degli augelli mattutini il canto
Di primavera, nè per colli e piagge
Sotto limpido ciel tacita luna
Commoverammi il cor; quando mi fia
Ogni beltate o di natura o d’arte,
130Fatta inanime e muta; ogni alto senso,
Ogni tenero affetto, ignoto e strano;
Del mio solo conforto allor mendico,
Altri studi men dolci, in ch’io riponga
L’ingrato avanzo della ferrea vita,
135Eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi
Destini investigar de le mortali
E de l’eterne cose; a che prodotta,
A che d’affanni e di miserie carca
L’umana stirpe; a quale ultimo intento

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140Lei spinga il Fato e la Natura; a cui
Tanto nostro dolor diletti o giovi:
Con quali ordini e leggi a che si volva
Questo arcano Universo; il qual di lode
Colmano i saggi, io d’ammirar son pago.
    145In questo specolar gli ozi traendo
Verrò; chè conosciuto, ancor che tristo,
Ha suoi diletti il vero. E se del vero
Ragionando talor, fieno a le genti
O mal grati i miei detti o non intesi,
150Non mi dorrò, chè già del tutto il vago
Desio di Gloria antico in me fia spento:
Vana Diva non pur, ma di Fortuna
E del Fato e d’Amor, Diva più cieca.