Capitolo IX

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Capitolo IX.

Naviglio della Martesana e di Paderno. — Benazo, Transtentorff e Boldoni castellani. — Prigionia di Girolamo Morone. — Scorrerie del Medeghino. — Il Leyva si unisce a Trezzo con le milizie del Brunswick. — I castellani Catani e Tovar.


Tra le opere più grandiose che onorino il nome di Francesco Sforza è il Naviglio della Martesana, la cui costruzione, come si desume da atti officiali, veniva affidata con decreto del 1 di luglio, 1457, al commissario Rossino de’ Pioli e al valente idraulico Bertolino da Novate. Questi in soli tre anni condussero i lavori in modo, che le aque introdutte nel nuovo cavo poterono servire ad irrigare anche le vicine campagne. L’alveo si diparte poco in giù del Castello di Trezzo senza alcun artifizio per vincerne la pendenza. La divisione dell’aqua si fece con uno sperone nell’Adda che pel tratto di 500 braccia s’inalza solamente braccia quattro. Così [p. 89 modifica]nelle occasioni della piena, le aque spinte nel canale in gran copia, possono, con facilità, scaricarsi ancora nel fiume.

La vedova duchessa Bianca Maria stabilì nel 1467 le norme per li utenti di quell’aqua; indi Lodovico il Moro (1496) emanò una riforma atta a renderlo navigabile, ma non si riuscì a tale intento che nel 1567 e solo due volte la settimana, otturandosi negli altri giorni della stagione estiva le numerose bocche di estrazione. Nell’inverno si tenevano tutte chiuse ad eccezione della così detta Molinara poco discosta da Trezzo.

Secondo un calcolo officiale il naviglio della Martesana conta, da Trezzo alle mura di Milano, la lunghezza di metri 38,440 e nell’interno della città quella di metri 6,280. La totale caduta poi da Trezzo fino alla confluenza nel naviglio grande fuori di Milano è di metri 25,801.

Dal castello il naviglio è, per quasi cinque millia, scavato nella costa dell’Adda, passando per Concesa e Vaprio, sostenuto da alte arginature, ond’è gradito spettacolo, per chi passeggi la strada dell’alzaja, vedere al disotto l’onda vorticosa e spumante frangersi contro i massi, mentre in alto obedisce ai voleri dell’uomo.

Ma la navigazione dell’Adda non potè dirsi sicura finche non fu aperto l’arduo tronco sotto Paderno, iniziato nel 1520 dal governo di Francia. [p. 90 modifica]

Già fin dai tempi di Lodovico il Moro si erano fatti studj e livellazioni all’intento di aprire un naviglio da Brivio a Trezzo da Giussano Guasconi e da altri architetti. Sebbene, come crede il dott. Dozio, Leonardo da Vinci non fosse incaricato di quest’opera da Lodovico, e solo se ne occupasse per genio, certo è che egli fece in questo argumento qualche studio, avendo gettato su di un piccolo foglio un abbozzo dell’Adda da Brivio a Concesa, corredato di alcune note, misure e calcoli, dai quali tuttavia non è agevole il comprendere qual si fosse il suo progetto. Tale abbozzo sta nel foglio 328 del Codice atlantico dei disegni del Vinci conservato nell’Ambrosiana, dove di fianco al disegno dell’Adda tratteggiato con semplici linee leggesi: «Il cavo del naviglio è millia 6 e 2/5 dal molino di Brivio al porto di Trezzo; da Brivio al molino del Travaglia è millia 3 1/2; e da esso molino al ponte di Trezzo è millia 2 2/5; adunque il cavo sarà la metà di 8/10». Dal canale da lui segnato parallelo all’Adda pare che il Vinci avesse in animo di cavare appunto un naviglio dal molino di Brivio fino presso al molino del Travaglia allo sbocco della rocchetta2. Non molto dopo (luglio, 1516) il re Francesco I.° secondando le istanze de’ Milanesi per avere un terzo naviglio, donava alla città l’annuo reddito di 10,000 ducati d’oro sul dazio delle [p. 91 modifica]macine, a patto ch’ella ne spendesse ogni anno 5000 nella costruzione del nuovo canale dove più fosse opportuno. Fu allora ordinata una livellazione generale dell’alto Milanese ed un maturo esame di tutte le proposte, affine di scavare un condutto commodo e facile da qualcuno dei laghi superiori sino alla città. Intervenne a tali studj anche il valente matematico ed idraulico Carlo Pagnani, di cui si conserva un prezioso libretto contenente i più minuti particolari intorno ai luoghi esplorati ed alle misure tolte a base del miglior progetto dagli ingegneri3. Da ultimo prevalse quello compilato nel 1518 dall’architetto Benedetto Missaglia. Fra coloro che il 18 d’agosto, 1520, esaminarono il disegno e visitarono il luogo per rendere l’Adda navigabile, furono monsignore Benazo castellano di Trezzo ed altri gentiluomini francesi, i quali mostrarono d’essere appieno soddisfatti dell’opera. [p. 92 modifica]

Tuttavia, avvicendandosi le guerre e le pestilenze, le opere rimasero interrotte fino all’anno 1574, in cui furono riprese da Giuseppe Meda architetto e pittore milanese. Ma anche qui nuovi ostacoli si fraposero. Intanto il Meda morì, e da quest’epoca fin verso il 1750 la storia del naviglio non offre nulla d’interessante. Poco prima però del 1749 rinaque il pensiero di compierlo a spese dello Stato; ma anche allora sorsero gravi difficultà per l’esecuzione. Finalmente, ripigliati nel 1773 i lavori, sotto la direzione del celebre idraulico Paolo Frisi, furono essi affidati per la somma di 1,868,750, all’imprenditore Pietro Nosetti comasco che, associatosi il bergamasco Francesco Fè, terminò nel 1777, con lo sgombro dei massi caduti nell’Adda tra Porto e Trezzo, il nuovo naviglio detto di Paderno e la strada della Martesana fino a Brivio.

Qui il giorno 11 d’ottobre l’arciduca governatore Ferdinando inaugurò solennemente la navigazione, scendendo per Trezzo fino a Vaprio4.

Ricuperato l’avito dominio, Francesco II Sforza era entrato (4 di aprile, 1522) in Milano. Le fortezze dello Stato, e perciò anche Trezzo, non tardarono guari a cedere. Infatti mentre li imperiali [p. 93 modifica]e i ducheschi erano all’assedio di Trezzo spedirono ordini ai Trevigliaschi, ricercandoli per soccorso di archibugieri e guastatori. La communità accordò tosto i chiesti soldati, retribuendoli ancora con soldi otto imperiali (i caporali con sedici), aumentati poi, sopra reclami, Ano a dieci per ciascun giorno d’assedio. Nè per ciò essa. avrebbe corso alcun pericolo da parte de’ Francesi, se, contravenendo agli ordini de’ rettori, i soldati di guardia non avessero impedito, armata mano, ad alcune truppe di codesta nazione l’entrata nel borgo. Fu principalmente quest’insulto che attirò su Treviglio l’ira del maresciallo Lautrec, il quale l’abbandonò al saccheggio. Ma le imminenti sciagure, inevitabile effetto della militare licenza, furono sventate da un improviso favorevole evento, la cui fama vive colà tuttora5.

Serbasi ancora l’atto di nomina di Nicolò Transtentorff del primo d’ottobre a castellano di Trezzo, fatto in Pavia dal principe, come a ricompensa degli amichevoli servigi resigli da codesto cavalliere e consigliere nei giorni di esiglio pas sati in Trento, spoglio di ogni fortuna. Consta pure che il Transtentorff in quel dì stesso giurava in Milano l’osservanza dei consueti capitoli nelle mani del supremo cancelliere Morone e riceveva l’opportuno contrasegno.

Allorchè nel 1523 i Francesi, partiti da Caravaggio, si erano attendati presso Monza, Prospero [p. 94 modifica]Colonna seppe ottenere dai Veneziani che spedissero a Trezzo 400 cavalleggeri e 500 fanti per intercettare le vittovaglie loro inviate.

Espulsi l’anno appresso questi stranieri dalla Lombardia, ed esaltato novamente il duca nazionale, sopraggiunse ad amareggiare la publica gioja lo scoppio della pestilenza. Allora Francesco II per non esserne contaminato, veniva a chiudersi co’ suoi cortigiani nel nostro castello, mentre il gran cancelliere Girolamo Morone e le altre magistrature si ritiravano a Monza. Ce lo conferma una ducale data appunto in Trezzo il 2 di luglio, e con la quale si elegge un deputato nel Monte di Brianza per provedere di vittovaglie la città di Milano6.

Si presentarono alle mura di Bergamo (11 di luglio) senza tuttavia entrarvi, 5000 soldati, detti arcinetti, che la passata notte avevano stanziato a Gorlago. Fecero alto a Ponte S. Pietro, e il dì seguente s’avviarono a Trezzo per entrare nel Milanese. Il castellano vietò loro il passo, sicchè furono costretti a costeggiare il fiume, la qual marcia compirono rubando e commettendo ogni sorta di eccessi. Un onorevole attestato poi dal duca medesimo dato al Transtentorff l’ultimo di genajo, perchè se ne potesse valere presso qualunque signore, republica e potentato, ci mostra come egli, dopo aver servito sino a quell’ora nella qualità di castellano con piena soddisfazione del principe, aveva [p. 95 modifica]chiesto licenza di militare quindi innanzi in campagna e non serrato in fortezza. Il condiscendente duca trascelse allora per la custodia di Trezzo lo strenuo capitano Giovanni Ambrogio Boldoni detto Mariano, che il dì suddetto giurava nelle mani del supremo cancelliere quelli stessi capitoli alla cui osservanza si era prima obligato il Transtentorff.

Brevissima per altro fu la castellania del Boidoni. Già fin dal 4 di maggio il duca aveva eletto un nuovo castellano nella persona del conte Gerardo d’Arco, che venti giorni dopo prestava il suo giuramento nelle mani stesse del principe, ricevendo il consueto contrasegno.

Famoso è nei fasti della storia lombarda l’anno seguente (1525) per la cospirazione ordita dal Morene contro l’imperatore Carlo V. Prevalsa di que’ giorni la fortuna dei Cesarei, il Morone, mal soddisfatto dei frutti della loro vittoria e delle condizioni imposte al suo principe, volgeva del continuo in mente il pensiero di una rivincita. Tutto quello che si passò in tale occasione tra lo Sforza, il Pescara, il Morone e Carlo V, è attestato abbastanza per minuto da copiosi documenti già noti per le stampe, e dagli storici, tra cui primeggia il Ripamonti. Al nostro assunto basterà il dire che, il Pescara, dopo udita la confessione del Morone da lui fatto prigione in Novara il 14 di ottobre, richiese al duca alcune fortezze, la cui custodia voleva affidare agli imperiali. Lo Sforza allora privo di consiglio e d’ajuto, non avendo osato negare, [p. 96 modifica]cedette tutte le rôcche in riva all’Adda, cioè il Castello di Trezzo insieme con Lecco e Pizzighettone.

Morto che fu il Pescara, il marchese del Vasto con lettera del 20 di marzo, 1526, avvisò il Morone, prigioniero in Pavia, dell’imminente sua tramutazione a Trezzo, la quale fra pochi dì, come prova anche la seguente lettera, ebbe infatti luogo.

«Ill. Signore. — È stato qui il capitano del Monte qual me ha detto come V. S. per averla mutata da Pavia a quel castello sta di mala voglia, qual cosa è fatta se non per disgravare quella città, havendo riguardo al molto che ha patito in questi tempi passati, et non a verun mal fine a danno di V. S. che gli prometto mia fede, se tenessi libertà, non saria stato sin ad hora a liberarlo, et lo faria, se potessi, tanto de bona voglia come V. S. medema desidera. La prego havere un pò di patientia tanto che monsignor di Borbon arrivi, che sarà presto, et porta bona risolutione per lei: gionto che sia, si farà di maniera che V. S resterà contenta. Sicchè de novo la torno a pregare che stia di bon animo, che farò per lei tanto quanto vorrei si facesse per me stesso, e me li raccomando7.

Di Milano, alli 25 di marzo 1526

Al servitio di V. S.
Antonio de Leyva».


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Estratto poi dal Castello di Trezzo, il Morone fa tradutto a Monza, indi mediante lo sborso di 20,000 ducati restituito alla libertà il primo del 1527 dal duca di Borbone.

Frattanto i presidii spagnoli di Brivio e di Trezzo erano tra i più travagliati dalle bande del Medici che ardì assalirli più volte e con prospero successo; cosicchè il medesimo Leyva soleva dire «tornargli più dannose le tumultuarie bande de’ Medici, che non tutta la regolarità delle armi ducali.»

I progressi de’ Francesi in Lombardia e nel regno di Napoli mossero l’imperatore (1528) ad inviare in Italia un nuovo esercito, nel quale erano 600 cavalli e 10,000 fanti tedeschi capitanati da Enrico duca di Brunsvich, uomo di gran valore ed esperienza, ma crudele. Partito da Trento e varcato l’Adige, il Brunsvicese tentò invano la Chiusa, passo che dal Tirolo mette a Verona, laonde, forzato a mutar via, entrò nella valle di Caprino ed ebbe Peschiera per convenzione ed altre terre, a cui impose gravissime taglie. Di qui pel cammino di Bagnolo, Chiari e Ponte Ollio si trasferì col suo esercito nel Bergamasco. Allora il Leyva, gettato un ponte sull’Adda presso il nostro castello, al principio di giugno, riunito il suo esercito, la tragittò e si congiunse con le milizie del Brunswich a Baselle, abbazia presso Malpaga.

Sei anni dopo il castellano di Trezzo Agostino Cattani scrive al duca (4 di luglio, 1534) che nella sua residenza si manca di provigione, che ogni [p. 98 modifica]cosa va in rovina, che non si ponno più serrare nè ponti, nè porte, nè rastrelli, a che per le continue ciance di guerra dalle parti de’ Veneziani fa d’uopo gli si mandi un uomo d’ingegno per fornirla dell’occorente8. Gli succedette nell’officio Francesco de Tovar.


Note

  1. V. Melzo e Gorgonzola, del cav. Damiano Muoni. Milano, tip. Gareffi, pag. 111 e seg.
  2. L’Amoretti crede che Leonardo abbia atteso a siffatti studj dopo la prigionia di Lodovico Sforza, allorchè trovavasi a Vaprio in casa di Francesco Melzj.
  3. Il libretto è intitolato: Decretum super flumine Abduce recidendo navigabili Mediolanum usque cum testificatione Christianissimi Regis in hanc urbem. liberalitatis et munificèntice impressimi Mediolani per Augustinum de Vicomercato anno Domini MDXX die XXVI julii. È di 56 facce, e va adorno di due incisioni. L’una serve di frontispizio e presenta un disegno che, se non è di Leonardo, è al certo della sua scuola. Vi è raffigurato Sant'Ambrogio in abiti pontificali e il re Francesco I.° con seguito, in atto, come pare, di dirigere la parola ad alcuni consoli, sindaci o priori, di cui quattro gli stanno innanzi inginocchiati. Il terreno è sparso di fiori. In lontananza veggonsi alcune montagne; in basso, torri, castello e casuccie, e più sotto, il fiume Adda con alcune navi. L’altra incisione a faccia 52 presenta il corso dell’Adda da Lecco fino a Cassano. Circa le edizioni di quest’operetta può vedersi il Dozio nelle Notizie di Brivio e sua Pieve, p. 154.
  4. Fu coniata una medaglia coll’iscrizione: — mediolanum lario junctum euripo navibus aperto MDCCLXXVII. — Vedi il Naviglio di Paderno, cenno storico dei dott. Gio. Dozio. Milano, tip. Agnelli, 1858. — L’Adda sotto Paderno entra precipitando fra gli scogli, se non che una traversa nel fiume lunga metri 135, larga 12, ne volge parte delle acque nel naviglio, che raggiunge l’Adda navigabile fino al Castello di Trezzo.
  5. Vedi Breve storia delle cose memerabili di Trevì, descritta da Emanuele Lodi. Milano, Ramellati. 1647, p. 175, e segg.
  6. Trovasi presso l’ing. Riva Finolo.
  7. Vedi Ricordi inediti di Girolamo Morone publicati dal conte Tullio Dandolo. Milano, 1855, p. 204.
  8. Con altra lettera del 16 di dicembre, 1536, il medesimo Cattani avvisa il cardinale Caracciolo, governatore di Milano, che in giornata avrebbe sgombrato le sue robe dal castello. Dieci giorni dopo il nuovo castellano, Francesco de’ Tovar, scriveva al detto governatore d’aver ricevute le paghe, e che quelli che stavano per abbandonare il castello eransi pacificati.