Sole d'estate/Il tappeto

Il tappeto

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IL TAPPETO

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Durante la notte aveva piovuto: adesso, nella rinnovata serenità del mattino, il tratto di spiaggia che noi si frequentava, smosso, ma egualmente lucido, pareva una distesa di frumentone appena sgranato messo ad asciugare al sole. E il sole, a misura che saliva verso lo zenit, lo rendeva compatto, sempre più brillante nella sua filigrana d’oro argenteo. Tanto che si finì con l’abbandonarcisi su, come al solito, godendoci anzi il suo tepore lievemente umido, non più arido, ma come vegetale. E la spiaggia si animò d’un tratto, con più delizia del solito.

Dalle lontananze verso Ravenna si avanzò la figura rossa di una donna, che aveva nello stesso tempo la mansuetudine veloce del cammello e la sveltezza rapace della zingara. Con un pesante carico sulle spalle, e cassette e sacchi in mano, pareva venisse dall’antica città, con un tesoro rubato a qualche principessa bisantina. Infatti quando depose e snodò sulla sabbia il suo prezioso fardello, iniziando una lenta sapientissima [p. 210 modifica] esposizione delle cose che conteneva, tutti gli astanti, compresi i più refrattari all’incantesimo delle cianfrusaglie, stettero a guardare, a piegarsi, a toccare timidamente, poi a palpare, poi a sollevare, già sedotti, i lembi di quelle meraviglie.

Pizzi, ricami, merletti, tovaglie, scialli, trine d’oro e di perline, broccati e veli, vestiti di seta color luna e color tramonto, e fiori e fiori, arabeschi, greche, frangie, e il più iridescente e soffice imbroglio che si possa accettare anche da occhi bene esperti. In ultimo, quando già molti dei presenti, specialmente donne, se ne andavano coi loro acquisti, come oche con la coda del pavone, fu steso sulla nuda sabbia un tappeto per tavola, non grande: un metro e venti centimetri per un metro e venti, compresa la frangia che pareva fatta con bionde ciglia di sirene.

*

Frangia che si staccava da un bordo laminato, del quale sarebbe difficile riferire le tinte cangianti se non si ricordassero quelle di certi uccelli di palude: verdi metallici precipitanti in viola, marroni illuminati di canarino, grigi perlati di piuma: e delle piume [p. 211 modifica] più fini la stoffa aveva la morbidezza sensuale. Il resto del tappeto era poi tutta una vetrina di oreficeria: su un fondo carnicino dorato, degno della grande rosa centrale, si svolgevano corone di ghiande verdi, di foglie azzurre, di perle ovali rosse, di ghirigori d’oro e infine, meraviglia delle meraviglie, un ampio cerchio di cuori. Cuori che riassumevano tutti gli altri colori; e più fulgidi e vivi di quelli che si vedono sulle pareti di certe cappelle miracolose: d’argento e d’oro, e alluminati e opachi; alcuni verdi e azzurri nello stesso tempo, altri rossi fiammanti, altri, infine, d’un viola livido come cuori di donne assassinate per amore.

Il sole, adesso allo zenit, illuminava a picco questa cisterna d’incantesimo; e già il mare mormorava il suo fresco congedo meridiano alla gente della spiaggia. Bisognava tornare a casa: si sentiva il richiamo della modesta tavola familiare, che aveva anch’essa i suoi scintillii di cristallo, i tulipani dipinti sui piatti, i ricami dei lieti conversari. Eppure si stava ancora a guardare il tappeto: la prima ad ammirarselo era la venditrice stessa, accovacciata sulla sabbia, rossa e sudata e coi piedi gonfi come una bestia da soma e da tiro che si abbandona alla sua eterna stanchezza. Forse, più che la pania del brillantissimo straccio, fu la pietà per quei [p. 212 modifica] piedi d’ebrea errante, nudi e tristi nei sandali rotti, che ci costrinse a tirar fuori il borsellino. E il tappeto fu nostro.

*

Nostro, sempre più, come l’oggetto di una passione della quale ci si vergogna, e della quale tuttavia si vive. Andò bene per tutta la bella stagione: fu la nostra luna di miele. I colori del tappeto risaltavano sul tavolino da scrivere, davanti alla finestra dello studio di campagna: l’azzurro rispondeva all’azzurro, il verde al verde; quel fondo carneo luminoso alla lucentezza voluttuosa dei lunghi crepuscoli ancora turgidi di calore estivo. E i cuori si dondolavano mollemente, come un festone di pampini, felici delle ultime illusioni giovanili. La rosa era sepolta dal peso e dall’ombra del calamaio, ma pareva vi facesse forza, sotto, perché la penna pescava cose gentili dall’inchiostro torvo.

Di mattina il sole batteva sul tavolino, suscitandovi una diavoleria di lampeggi e colorazioni inverosimili; e il tappeto, a parte la nuvola del calamaio, sembrava lo specchio fedele del quadro della finestra. [p. 213 modifica] Avvenimenti felici vi si svolgevano sopra: pioggie di cartoline illustrate, con cari saluti da tutte le parti del mondo; tentativi di versi; macchioline di acquerelli, lasciate dalla pittrice in erba; e il rotolare delle monete di rame e di argento, puzzanti di pescheria, che la serva, visto che il tavolino era di tutti, vi deponeva sopra; e le schegge infocate della ceralacca schizzate dall’appassionata apertura delle amatissime lettere assicurate; e, infine, il camminare della penna sulla cartella soleggiata: camminare agile e vivo come quello delle fanciulle sulla spiaggia.

Intorno vi fiorivano scherzi, derisioni, critiche, invidiuzze puerili: il parente esteta dichiarò il tappeto la cosa più di cattivo gusto ch’egli conoscesse al mondo; il parente bonario, funzionario dello Stato, più crudele ancora, si piegò ad esaminare con un solo occhio la trama e dichiarò che si trattava di seta tessuta con l’ortica: la disegnatrice in erba, fatta più disinvolta da questi giudizi, lo macchiò d’inchiostro di china. E il gattino dei nostri vicini, balzando dalla finestra aperta, si esercitò a diradarne le frangie come il suo padrone i pampini del pergolato. Ma tu resistevi intrepido, o piccolo tappeto nuovo; con tutti i colori della giovinezza: rosso di sangue, azzurro di gioia, smeraldo [p. 214 modifica] di speranza; e i tuoi cuori pareva oscillassero, in un cerchio magico di danza, come veri cuori palpitanti di coppie innamorate.

*

Ma adesso le cose sono cambiate: finita la festa, gabbato il santo. Adesso il tappeto è qui, nel grigio inverno della città, esule drappo che la padrona ha voluto al seguito delle sue debolezze sentimentali. La solitudine affiora attorno, come il muschio sull’acqua stagnante; passano le cornacchie col loro lamento che ricorda quello del corvo del tetro poeta d’oltreoceano: poi gli scheletri degli alberi sogghignano nel cimitero della nebbia e delle luci vespertine.

I colori del tappeto se ne vanno: e sarebbe ingiusto chiedere loro di più. Hanno fatto la loro stagione, e basta. Il primo a trascolorarsi è stato il bordo: e non muoiono anch’essi, in questa stagione di caccia, i luminosi uccelli violacei e ramati, dal lungo becco verde simile allo stelo stroncato di un fiore?

Il tappeto languente si rianima ancora, in certi giorni di sole, e ritrova un sorriso d’illusione: ma il sole va via presto, e nella [p. 215 modifica] penombra i cuori sembrano lumache morte, mentre gli schizzi dell’inchiostro danzano come folletti neri intorno al monumento funebre del calamaio che ricorda quelli dei caduti in guerra. Carte melanconiche piovono adesso sulla desolazione del tavolino: gli avvisi delle tasse, la nota del dottore, l’annunzio di una morte, l’annunzio più funebre ancora delle nozze di un uomo brutto con una donna bella. Tutto sopporta il decaduto tappeto che vede già, negli occhi cattivi della sua padrona, anche l’annunzio della sua prossima fine. Invano, con un estremo luccichio, con un dondolarsi tenero dei cuori che tentano un’ultima seduzione, pare chieda la grazia sovrana.

— Salvami almeno dalla morte nel sacco della Sacra Famiglia. Tante cose abbiamo sopportato assieme, liete e tristi. E non sopportiamo forse ancora assieme la lista della spesa giornaliera, le lettere dei seccatori, la nota per la lavandaia?

Ah, ma a questo punto la padrona si sdegna e protesta: ricorda al tappeto che la nota per la lavandaia bisogna rispettarla, se non altro perché, dicono, fu da un grande maestro messa in musica.

— E, — aggiunge, — lasciando il resto del pesante fardello del logorio quotidiano, basta accennare alla foderetta del guanciale, [p. 216 modifica] che si porta via l’ombra delle insonnie coi suoi mali pensieri, ma anche l’impronta dei sogni buoni, e l’angolo ancora bianco della luce delle albe che si rinnovano: e la tovaglia che sentì le nostre querele ma anche le cordiali risate familiari e i complimenti agli ospiti benigni; e, infine, il fazzoletto ancora umido di lagrime, o con un nodo per una cosa che si vuole e non si può ricordare.

*

È inutile dunque che tu chieda pietà, o piccolo tappeto, che se hai ingannato non è per colpa tua ma dell’uomo che ti ha tessuto come tanti altri suoi inganni. Non è colpa tua: ma son bene le colpe degli altri quelle che più duramente si scontano.

Tu quindi te ne andrai rassegnato, lasciando il posto a un tuo compagno più severo, d’un colore neutro, che non sorriderà ma non procurerà neppure distrazioni.

Forse ti rimanderemo in campagna, a coprire un baule; forse andrai in una casa povera, sul tavolino di uno scolaretto ambizioso che ti amerà e disprezzerà nello stesso tempo. Ad ogni modo andrai anche tu per [p. 217 modifica] la tua strada, fino a cadere morto, come tutto cade, uomini e foglie; ma neppure allora andrai disperso, poiché anche per i tappeti c’è l’eterna legge della resurrezione; e rinascerai in tela da imballaggio, o in cartastraccia, o, fatto concime, in una rosa di maggio.