Serate d'inverno/Impara l'arte e mettila da parte

Impara l’arte e mettila da parte

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La prima disgrazia Fiore d’arancio

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IMPARA L’ARTE E METTILA DA PARTE

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Odda aveva ventotto anni. Era orfana e senza marito. Abitava sola una sua villa ad Ameno sul lago d’Orta. Sola, coi suoi pennelli che sapeva adoperare maestrevolmente, colle massime del suo babbo, e con un’illusione tutta sua.

Le massime del babbo, che Odda aveva adottate, si riassumevano, o quasi, nel proverbio:

«Impara l’arte e mettila da parte.» Soltanto che il proverbio era applicato alle fanciulle, alla loro educazione.

Quanto all’illusione di Odda... ma è meglio, signore lettrici, che la vedano da loro, tenendo dietro al racconto.

Ecco come andò la cosa.

Odda aveva finito un quadro di genere, e l’aveva mandato all’esposizione di Brera. Non quest’anno però; le prego signore lettrici; non cerchino sul catalogo, non voglio fare personalità.

Mandare un quadro all’esposizione è cosa facile senza dubbio. Ma occorre sempre un parente, [p. 106 modifica] un amico, qualcheduno, che lo riceva, si assicuri che il viaggio non l’ha avariato, lo presenti, lo faccia collocare, e molti etcetera.

Il parente Odda l’aveva; un fratello del babbo. Ma era un uomo d’affari, che non ammirava l’arte in generale, e la odiava addirittura nelle donne, le quali, secondo lui, sono create e messe al mondo unicamente... per creare e mettere al mondo non già quadri, nè libri, nè statue, s’intende.

Dunque il parente Odda l’aveva, ma era come non l’avesse.

L’amico non l’aveva punto.

Dovette ricorrere al qualcheduno. Il qualcheduno era un pittore, di cui Odda aveva ammirati, studiati, copiati i quadri. Alcuni li aveva anche comperati, ed era superba, e più ancora felice di possederli. Si chiamava Fulvio... ed un cognome.

Ma qui finivano le informazioni di Odda. Chi era? Com’era? Giovine? Vecchio? Ricco? Povero? Bello? Brutto?

Di tutto questo non ne sapeva più di loro, signore lettrici. Sapeva però che ne era idealmente innamorata, e questo lo sanno anche loro a quest’ora. Colla loro penetrazione di donna l’hanno indovinato da questo esordio.

Dunque Odda aveva scritto un biglietto al [p. 107 modifica] signor Fulvio e lo aveva pregato per la loro fratellanza in arte, e per la sua cortesia verso una signora, a volersi incaricare di ricevere il suo quadro, presentarlo, farlo collocare e molti etcetera.

Ed il signor Fulvio, da uomo cortese, aveva risposto ringraziandola dell’atto di fratellanza, ed accettando l’incarico con entusiasmo. — E più tardi aveva sfogato in quattro «piedi» d’appendice d’un giornale quotidiano, la sua ammirazione pel talento artistico della signora Odda, la quale lesse quel giudizio colla gioia con cui i pochi eletti fra i molti chiamati leggeranno la loro parte di giudizio universale, nella valle di Giosafatte; lo imparò a memoria, e fabbricò un castello in aria colossale su quella base di carta.

* * *

L’esposizione stava per essere chiusa; lo zio Giorgio, il parente iconoclasta, era tornato dalla campagna colla famiglia: una figliuola di ventitrè anni, ed una sorella vedova — anni x.

Odda era giunta anch’essa in casa dello zio, per sapere cosa avvenisse del suo quadro, ritirarlo, o ritirarne il prezzo se si vendeva.

Era arrivata col treno della mezzanotte; s’era coricata subito, ed il mattino, alzandosi [p. 108 modifica] tardetto, aveva trovato lo zio in sala da pranzo che si bisticciava colla sorella per cagion sua.

— L’arte delle donne, diceva lo zio, è di essere buone mogli e buone mamme. Ecco la sola idea vera e sana che voi altre possiate avere; ecco la vostra felicità, la vostra gloria. La famiglia; non altro che la famiglia.

— E chi glie lo nega, zio? entrò a dire Odda che aveva udite quelle ultime parole.

— Tu stessa lo neghi, figliola, ed i paradossi del tuo povero babbo. S’è visto mai una stramberia simile? Avete una ragazza bella, robusta, buona, ed invece di farne una madre di famiglia, farne un’artista, un fenomeno!

— Ma crede che, se avessi trovato un uomo come l’avrei voluto, non l’avrei preferito ai pennelli ed alla tavolozza? E che il mio babbo non avrebbe approvata quella preferenza? Ma che! Le pare? Il babbo ha voluto che imparassi un’arte, e se l’avessi preferito mi avrebbe fatto imparare una scienza, o tutt’altra cosa, unicamente per prepararmi una passione di ripiego. Egli diceva:

«Le ragazze che non fanno nulla di serio, si mettono in testa d’essere al mondo soltanto per trovare un marito, e non pensano che a quella x incognita e sospirata. Si fanno belle per [p. 109 modifica] piacere alla x; acquistano una certa coltura, per interessare la x; non ne acquistano troppa, per non adombrare la x; sono casalinghe, economiche, oneste, per rassicurare la x. E quando invecchiano senza averla trovata, non sanno più per chi serbare tutte le qualità coltivate per la x, e le lasciano andare. E si persuadono che hanno fallito lo scopo della vita, e diventano stizzose, sfiduciate, invidiose; o, se sono buone, diventano beghine. Diamo loro un’occupazione nobile e seria, che le appassioni per sè stessa, indipendentemente dall’idea del marito. Se il marito verrà, lo ameranno malgrado la loro occupazione; se non verrà, continueranno a lavorare e ad amare il loro lavoro. Avranno sempre un’idealità, un amore nella vita.» Ecco quel che diceva il babbo.

— Ma quello che non capisco, osservò lo zio, è appunto che una ragazza quando non è un mostro, non abbia a trovare un marito.

— Eppure è facile capirlo, rispose Odda, dacchè il mondo è pieno di zitellone. Ma anche quelle che trovano marito, non lo trovano tutte come avrebbe voluto il babbo, e come vorrei io. Allevate nell’idea fissa che debbano maritarsi presto, e che il non maritarsi è una vergogna, le ragazze a vent’anni cominciano ad inquietarsi se [p. 110 modifica] non sono ancora spose. Hanno paura del celibato come dell’inferno. Pensano il giorno e sognano la notte domande di matrimonio. Ed appena si presenta un partito conveniente, lo accettano, non perchè amino quell’uomo-partito, ma per fuggire il pericolo di rimaner zitellone.

— Mettiamo capo alla teoria dell’amore prima del matrimonio, disse lo zio Giorgio con molta ironia.

— Precisamente, affermò Odda. L’amore ci dev’essere. È la sola guarentigia di felicità che abbiano gli sposi. Due persone che si uniscono senza amore, può darsi che si amino vivendo insieme; ma può anche darsi che non si amino; e mi pare troppo ardito tentare la prova. Bisogna amarsi per sposarsi, e non sposarsi per amarsi.

— Questo è un bisticcio, malignò ancora lo zio.

— Lo spiego. E, se la zia Claudina lo permette, lo spiego con un esempio.

— Fai pure, disse la vedova indovinando che Odda voleva parlare di lei. Fai pure. Siamo in famiglia.

— Ebbene. La zia aveva venticinque anni... Non ti preme di nasconderli, vero?

— No, no, tira via.

— Quelli là non li nasconde, disse ridendo lo zio Giorgio. Sono gli altri... [p. 111 modifica]

— Aveva venticinque anni, continuò Odda, ed era innamorata di qualcuno. Il qualcuno non sapeva il suo amore.

— Scusa, interruppe la zia, lascia che questa storia la racconti io che la conosco meglio. Il qualcuno sapeva perfettamente d’essere amato, ed aveva fatta la sua brava corte per riescirci. Ma se gli era caro farsi amare, ed essere preferito in società dalla zia che era una bella signorina molto elegante, gli era anche più cara la sua libertà; e respingeva sempre nelle penombre d’un avvenire indeterminato la famosa catena coniugale, il cui nodo gordiano gli faceva paura. Un giorno si presentò al babbo della signorina il signor Tale dei Tali, che aveva trent’anni, una bella situazione, quindici mila lire di rendita, e nessuna paura del nodo gordiano.

«Cosa fare? pensò la signorina. Se quell’altro non si decide ho da rimaner zitellona?» E spaventata da quella minaccia di ridicolo, sposò il giovine bello, ricco stimato, dicendo:

«Col tempo lo amerò.»

Ma invece non lo amò mai.

Egli sentì il contraccolpo della freddezza della moglie; ne fu afflitto, poi annoiato, poi disgustato.

Onesti entrambi, si resero infelici a vicenda. [p. 112 modifica] Ed alla fine, quel nodo gordiano che avevano stretto nella speranza di amarsi poi, dovettero invocare d’accordo la spada d’Alessandro per tagliarlo.

Vissero tre anni divisi e poi il marito morì in Inghilterra, lontano dal suo paese e dalla moglie, che rimase in una casa non sua, di peso a se stessa ed agli altri.

La zia stette un po’ impensierita dopo quel riassunto della sua vita uggiosa, e Odda accennandola allo zio disse:

— Ora veda. Se quella signorina, invece di passare tutte le sue ore di libertà ad aspettare lo sposo, e le altre ad occuparsi per lui, avesse diviso il suo tempo fra i doveri di casa ed un’arte, se ne sarebbe appassionata, e non avrebbe trovato il tempo lungo fino a venticinque anni, e l’avvenire senza marito non le sarebbe apparso deserto. Avrebbe pensato: «Se quel tale si deciderà a superare l’avversione del nodo gordiano, sarò felice tra la mia arte e lui; altrimenti mi resterà sempre l’arte, non sarò inutile al mondo.» E non avrebbe sposato quell’altro per fare infelice se stessa e il marito.

— Sì; ma queste sono le eccezioni, ribattè lo zio.

— Non sono le eccezioni; sono fra le molte [p. 113 modifica] eccezioni. Poi c’è l’altra eccezione di quelli che si sposano senza amore, e dopo qualche tempo si danno a vivere ciascuno a suo modo, hanno appartamenti differenti, abitudini differenti, e differenti relazioni. Poi l’altra eccezione del marito che ama la moglie, e dell’amico che ne è amato. Poi l’altra eccezione della moglie amante ma trascurata, che fila in casa il sentimento e la noia, mentre il marito si spassa fuori. Poi ancora l’altra eccezione della moglie coscenziosa, che combatte nel suo cuore un sentimento estraneo alla famiglia, ed è onesta ma infelice.

— E tu senza figlioli, senza sposo, sola nella tua casa deserta, sei felice perchè fai dei quadri?

— Ora non si tratta di me, zio. Le ho detto che l’arte è una passione di ripiego. Se fossi infelice, essa varrebbe a consolarmi, a preservarmi dalle invidiuzze, dai sentimenti meschini; a darmi un valore personale, che mi farebbe evitare il ridicolo, ed all’occorrenza mi aiuterebbe a guadagnarmi la vita. [p. 114 modifica]

* * *

Questo battibecco minacciava di durare tutto il giorno, col solito risultato delle discussioni, di lasciare ciascuno del proprio parere.

Ma fortunatamente per loro, signore lettrici, entrò un servitore con una lettera che lo zio Giorgio comunicò alle signore.

«Caro Giorgio.

«Ho fatto come l’ape, che vola di giardino in giardino, sugge i fiori, e passa, senza voltarsi a guardare se il suo bacio li ha avvizziti; poi, quando la primavera è passata, ed il suo corpo s’è fatto grave al volo, si richiude nell’alveare a deporvi il miele.

«Io ho svolazzato rubando dolcezze di baci traverso la Francia, l’Inghilterra, la Germania; ed ora che il sole di primavera è tramontato dietro i miei quarantacinque anni, portando seco le curiosità giovanili, i giovanili ardimenti, torno anch’io al mio bell’alveare ambrosiano.

«Non mi rimane più molto miele da deporvi, ma se tu mi aiuterai a trovare una collaboratrice giovine, onesta, buona, ho in mente che [p. 115 modifica] tra due ne avremo abbastanza per comporre a una discreta luna di miele.

«In volgare desidero di ammogliarmi. Pensaci un poco, e, prima di tutto, pensa a prepararmi da pranzo, perchè col treno che segue questa mia, sarò a Milano.

«Tuo

«Leonardo Leoni».


— Un buon partito per Valeria, disse l’incorreggibile zio Giorgio.

— Ma che! Tua figlia è troppo giovine per lui, osservò la zia facendosi rossa.

— Cosa importa l’età? Se stando qui per alcuni giorni gli riescisse di farsi amare.....

— Ma non deve riescirgli, insistè la zia. È un uomo leggero, disilluso, che ha fatto una vita galante.

E la signora Claudina diceva questo con enfasi, perchè quel Leoni era appunto il giovinotto che l’aveva corteggiata quand’era giovine lei, quello che aveva avuto paura del nodo gordiano. Ed ora che tornava disposto ad ammogliarsi, ed ella era vedova...

Ma lo zio non voleva saperne.

— Ubbie, ubbie, gridava. [p. 116 modifica]

Erano tutte ubbie per lui, dinanzi al fatto positivo d’una domanda di matrimonio. Le galanterie di Leoni erano cose passate; aveva fatte le sue scappate in gioventù, ma ora pensava a prender moglie, ed il proverbio dice «Prendendo moglie si fa giudizio».

Odda invece, colle sue idee ed i suoi principii, fu addirittura indignata dell’idea di maritare a quel modo Valeria. E disapprovò lo zio, e fece un’opposizione così calorosa, che la zia, la quale aveva cominciato dal farsi rossa, finì per farsi pallida, ed ebbe il sospetto che Odda fosse segretamente innamorata di Leoni.

L’aveva forse incontrato in società quando aveva ancora il babbo ed abitava a Milano; ed era per lui che non aveva mai voluto maritarsi, e s’era ritirata ad Ameno, dove aveva passato nell’isolamento e nel lavoro, tutto il tempo che Leoni era stato in viaggio, ecc., ecc.

* * *

Tutto il giorno la zia Claudina andò almanaccando prove in appoggio del suo sospetto. Verso sera, trovandosi sola con Odda le disse:

— Insomma, perchè ci opponiamo a questo matrimonio? Se alla ragazza piacesse?... [p. 117 modifica]

— Anche tu, zia! Ma ci opponiamo perchè Valeria è giovane e Leoni è vecchio. Perchè Valeria è buona ed affettuosa, ed egli ha logorato quel poco che aveva di bontà e di sentimento negli attriti di una vita leggera. Perchè Valeria, che ha paura di rimaner zitellona e ridicola, e, senza la prospettiva del matrimonio non saprebbe cosa fare della sua attività e dei suoi entusiasmi, accetterà quel partito, tanto per maritarsi. E poi s’accorgerà che non ama e non è amata, e sarà infelice.

— Ma, se invece di Valeria che ha ventitrè anni, fosse una donna più matura che sperasse in Leoni?

— Se lo sperasse soltanto, come un partito ignoto di là da venire, qualunque fosse l’età di quella donna direi a lei pure:

«Non vada incontro al matrimonio a sangue freddo, mia signora. Lasci che l’amore glielo conduca per mano. Non dubiti; l’amore è nel suolo, è nell’aria, è nella natura. Verrà.

— E se il suolo, l’aria, la natura avessero già esaltata questa loro produzione? Se quella donna matura amasse Leoni?

— Allora non avrebbe di meglio a fare che cercare d’esser corrisposta e sposarlo.

Parlava per se stessa? Era per cercare di [p. 118 modifica] esser corrisposta lei, che si opponeva a quel matrimonio? La zia Claudina non sapeva cosa pensarne. E tuttavia le premeva assai di saperlo.

Pensò che era meglio pigliare la questione di fronte, e, passando l’acqua dov’è più stretta, domandò a bruciapelo:

— E tu, Odda, non senti la mancanza dell’amore intorno a te? La nostalgia della famiglia?

— Fino all’anno scorso ebbi il babbo...

— Che! La famiglia ascendente non basta alle aspirazioni della vita giovanile.

— È vero, confessò Odda con sincerità. Ho sognato anch’io la mia famiglia colle sue cornici color di rosa e d’azzurro. Ma è là nell’azzurro. Cosa farci? Vorresti ch’io stessi giorno e notte colla testa in mano pensando se verrà o se non verrà? Oppure che, per farlo venire, prendessi il primo partito venuto, e gli facessi fare la parte del protagonista come in una commedia, a rischio di trovare poi che quella parte non gli va, e di rovinare la produzione?

— Allora vuol dire che là nell’azzurro, ci sarebbe il tuo protagonista?

— Sì, ma molto nell’azzurro. Figurati zia che non lo conosco ancora.

— Allora è un’idealità?

— No; è un uomo vero. Ma non mi fu [p. 119 modifica] presentato, e nella nostra società, per quanto si apprezzi l’ingegno d’una persona, per quanto s’abbia pensato a lei degli anni, non si può dire di conoscerla finchè un fantoccio qualunque non abbia detto fra noi:

«Il signor Tale; la signora Tale,» e che noi ci siamo inchinati l’uno all’altro.

— Questo non è accaduto, dunque non lo conosco, e può darsi ch’egli pensi a me come alla questione d’Oriente.

* * *

È una proprietà fatale della gelosia, di trovare delle ragioni per tormentarsi, anche nelle cose che sembrano fatte apposta per rassicurarla. La zia Claudina pensò:

— Ecco. È proprio lui. Lo conosce, ma non le fu presentato. Lo avrà veduto, udito discorrere con quella disinvoltura che possiede lui solo, saprà delle passioni che ha ispirate, delle sue avventure, e si sarà esaltata.

Ma mentre si angustiava con queste fisime, la povera zia aveva una rivale assai più pericolosa di Odda. [p. 120 modifica]

Lo zio Giorgio era andato dalla figliola, e le aveva detto il suo disegno:

— Leoni aveva tanto, e tanto. Agli anni non ci si doveva badare, perchè gli uomini, che Dio li benedica! non invecchiano mai. Lei invece a ventitrè anni non era più giovine. E però, dacchè Leoni era disposto ad ammogliarsi, egli, babbo, credeva conveniente di non lasciarsi sfuggire quel partito.

Valeria aveva trovato che il babbo aveva perfettamente ragione. Aveva provata una fitta al cuore, ed un momento il suo avvenire le era apparso triste come un annuncio di morte. Ma tuttavia aveva aderito a conoscere Leoni, e si disponeva a presentarsi a lui sotto l’aspetto più favorevole, a cercare di piacergli, ed a sposarlo se le riesciva.

Odda, che contava unicamente sull’opposizione della ragazza, si sentì scoraggiata quando la vide comparire in sala con un’abbigliatura che in casa non portava mai, e mettersi al pianoforte ad esercitarsi in un terribile pezzo, che avrebbe messi in fuga tutti i partiti della terra, se la bella figura di Valeria non avesse distratta la loro attenzione da quel supplizio acustico.

— Perchè ti sei fatta così bella, Valeria? domandò Odda. [p. 121 modifica]

— Per farti onore, disse la signorina continuando a precipitare i diesis ed i bemolli.

Esclusivamente per far onore a me?

— Tu pretendi un omaggio esclusivo?

— Domandare non è rispondere; ma ho già capito che, se lo pretendessi, sarei delusa. Ed accostandosi a Valeria, ed appoggiandosi alla spalliera della sedia, continuò:

— Confessa, bimba, che quell’abbigliatura non l’hai fatta per me.

— Non soltanto per te, via!

— Bene. Ora cominci ad esser sincera. E quell’affastellamento di crome e di biscrome, chi deve sedurre?

— Oh questo, non te sicuramente, che metti sempre in burla il pezzo della signorina di casa. Che pretendi si studiino le arti fino nelle viscere...

Odda in quel momento non aveva testa ad affermare le sue teorie. Rimase un momento a riflettere, poi senz’altro esordio, passando accanto al piano e guardando Valeria negli occhi, le disse:

— E tu acconsentiresti a quel matrimonio?

— Perchè no? — rispose la signorina con indifferenza.

— Perchè no? Ma perchè no, bambina: [p. 122 modifica] appunto perchè no, non deve essere, non può essere.

E vedendo che Valeria sorrideva amaramente mordendosi le labbra, picchiando con dispetto un la col suo ditino nervoso, le tirò accanto uno sgabello, si pose a sedere, e pigliandola amorosamente per la vita, le disse: — Senti, Valeria. Tu non sei un’ingenua da commedia. Sai che esistono i mariti e le mogli, ed anche gli innamorati. Sai che esiste un sentimento che si chiama l’amore, il quale si estende sopra una lunga scala, dalla simpatia nascente ed occulta che si riporta da un ballo, da un’adunanza, da una passeggiata, e si nutre in fondo all’anima, dove vive e muore ignorata, fino alle tempeste irrompenti dei romanzi e dei melodrammi, che molte volte hanno la loro parte di verità.

Valeria, picchiando sempre il la col ditino nervoso, osservò con un po’ di ironia:

— Mia cara Odda, a forza di star sola, e di corrispondere col mondo soltanto per iscritto, hai imparato a parlare come un libro. Bada che potrebbe essere ridicolo.

— Eh, che m’importa! esclamò con disprezzo la pittrice. Poi riprendendo il suo tuono affettuoso continuò:

— Dammi retta, Valeria. Non sacrificare ad [p. 123 modifica] idee convenzionali, ad un’ingenuità di forma, la confidenza che apre il cuore e può fargli del bene. Dillo a me sola, che non rido mai del sentimento, lo sai; dimmi; di quella lunga scala dell’amore, non t’è mai risuonata nel cuore, neppure una nota?

Valeria pose il primo dito sul do dei bassi, e facendolo scorrere di volo lungo la tastiera fece sonare tutti i tasti in una velocissima scala, poi disse col solito sorriso:

— Tutte!

Odda sussultò di sorpresa. Pensò un minuto come se cercasse di sciogliere un problema, poi facendosi mesta, domandò:

— E neppure una nota ti ha risposto in un altro cuore, forse?

Valeria pose le mani sul piano, eseguì di volo una scala cromatica, poi rispose, ridendo come una scettica dello stupore di Odda:

— Tutte. Anche i diesis.

— E sposeresti Leoni? domandò Odda sbalordita.

— Eh! disse Valeria stringendosi nelle spalle.

— Via, allora è di lui che sei innamorata.

— Che! Non so che viso abbia.

— Si può amare anche un uomo che non s’è mai veduto. [p. 124 modifica]

— Questa fenice non sarà Leoni però.

— Valeria, cos’è questo enigma? Vuoi sposare uno sconosciuto, un vecchiotto, mentre ami un altro e ne sei amata?

— Mia cara, tu vai nel romanzo.

— Ma non capisci, bimba, esclamò Odda spaventata da tanto scetticismo, non capisci che in amore il romanzo è la realtà? Che in ogni vita di donna c’è, ci dev’essere questo romanzo d’amore? E che, se non lo farai con tuo marito, lo farai con un altro?

— Stai sicura, disse Valeria con una calma sfiduciata che faceva contrasto all’eccitamento di Odda, che se quell’altro fosse qui a domandarmi di collaborar lui al mio romanzo come marito, sarei felice di accettarlo. Ma quello non c’è. Mi fa la corte; mi ama anzi. Ma è giovine, brillante, ha un bell’ingegno, un bel nome, e forse pensa al matrimonio come a farsi cremare. Io invece ci penso; debbo pensarci perchè sono alla vigilia di diventare una zitellona. Non ho un’arte come te che assorba i miei pensieri. M’hanno data soltanto l’educazione d’una signora. Non ho risorse in me stessa. Se non avrò una famiglia mia di cui occuparmi, passerò forse la vita a far pettegolezzi sul conto del prossimo, a spropositare sulla politica, ad allevare e vezzeggiare dei [p. 125 modifica] cani, a mettere il becco nelle cose altrui, a farmi ridicola per parer giovine, a rendermi uggiosa a tutti. Non ti pare che sia meglio sposare un invalido, ma pigliare un posto in società?

— Ma il tuo amore non lo conti? E quel tale che incontrerai forse sovente, e che sarà più bello di tuo marito, più giovine di tuo marito, più intelligente, più innamorato?

— Quel tale... Guarda; quando si è al municipio, si strappa via dal cuore. E faceva l’atto di strapparlo tirandosi l’abito convulsamente sul petto. Si mette là, fra due pagine del codice civile, e si chiude bene ad essicarvi, come un povero fiore appassito.

— Povera bimba! sospirò Odda.

— Ma che ti credi? Io non ho mai sperato di meglio. Quello là non è della pasta di cui si fanno i mariti. Il matrimonio per gli uomini è il corpo degli invalidi, e le donne che li sposano, si fanno suore di carità. Ma rassicurati sai; io saprò rispettare i miei voti; non farò parlare il mondo di me. Figurati! è per non farlo parlare che mi dispongo a sedurre legalmente il mezzo secolo venerabile del signor Leoni. [p. 126 modifica]

* * *

All’ora del pranzo, quando le signore comparvero per fare gli onori all’ospite che era giunto, Odda si presentò con un’abbigliatura così elegante e di buon gusto, che il lion si credette in dovere di lodarla come si loda un merito personale.

Aveva un abito di velluto nero a strascico, colla scollatura quadrata sul petto e le maniche corte. La gonna era ornata da una sciarpa ricchissima di blonda bianca ingiallita, sostenuta da un grosso mazzo di gerani rossi e limonaria. La scollatura era pure guarnita di blonda antica, con un mazzo di gerani. I capelli nerissimi, rialzati sulla nuca, come si vedono alle statue greche, erano intrecciati di grosse perle ingiallite, ed ornati con un mazzo di gerani e limonaria.

Odda aveva la persona elegantissima; alta, svelta, tondeggiante senza grossezza; aveva la carnagione fresca delle persone robuste e tranquille; gli occhi, nerissimi come i capelli, erano d’una serenità affascinante, e la bocca aveva il sorriso della bontà.

L’abito color di rosa di Valeria fu completamente ecclissato; e la zia Evelina che aveva [p. 127 modifica] studiata per la circostanza un’abbigliatura giovanile, mista di roseo e d’azzurro, apparve un po’ più matura di quel che fosse in realtà, perchè le sue forme pronunciate sembravano anche più grosse con quelle tinte chiare.

Non essendovi la moglie del capo di casa per occupare il centro della tavola in faccia a lui, quel posto toccava naturalmente alla zia, la quale nel disporre la mensa vi aveva messo il proprio nome, ed alla sua destra aveva messo il nome di Leoni.

Ma al momento d’andare a tavola, mentre la signora si alzava per invitare Leoni ad accompagnarla, questi s’affrettò ad offrire il braccio ad Odda.

La zia si lasciò accompagnare da un altro invitato, ma durante il pranzo si mostrò severa col suo vicino; gli domandò se per caso nella Cina i convitati usano disporre del loro braccio per accompagnare una signora a tavola, prima che la padrona di casa abbia scelto il suo cavaliere.

— Non saprei, non sono stato nella Cina, rispose Leoni.

— Allora deve aver viaggiato fra le pelli rosse.

Valeria invece non dava alcun segno di dispetto. Pensava il discorso passionale che le aveva fatto Odda la mattina, e diceva tra sè: [p. 128 modifica]

— Povera Odda! Perchè non dirmelo che lo amava lei? Voleva spingere me al romanzo, per paura che mutassi scioglimento al suo.

E, buona per natura, rinunciava tranquillamente a quel matrimonio. Per nulla al mondo avrebbe voluto frapporsi alla felicità d’un’amica.

Odda non aveva mai sfoggiato tanto spirito come quella sera. Si mostrò sotto un aspetto veramente seducentissimo. Leoni si ringiovaniva di dieci anni per corteggiarla. Le ore passarono in parlari arguti, in piccole civetterie; nessuno pensò a domandare il famoso pezzo studiato da Valeria. Fu il babbo stesso che, al momento di separarsi da’ suoi ospiti disse alla figliuola:

— Non ci suoni qualche cosa al piano, Valeria?

— Ah sì! appunto; La sonate de mademoiselle votre fille, disse Odda con un’ironia che nessuno aveva mai trovata nella sua bella voce, prima di quella sera.

Valeria non ripicchiò la parola acerba della cugina, non si mostrò punto risentita. Sonò «Parigi, o cara» senza variazioni, e ridendo per la prima di quello scherzo, disse che non sapeva altro.

Ma ritirandosi nella sua camera, camminava lenta, a capo chino, ed era tanto impensierita che [p. 129 modifica]non s’avvedeva d’un’infinità di goccie biancastre, che la candela stearica le lacrimava sull’abito color di rosa.

Ella pensava:

— Se l’amore rende invidiose ed intriganti le anime belle come quella di Odda, meglio essere scettica e sposare un invalido, che guastarmi il cuore. Però non cercherò di sposare il suo invalido. Lui o un altro, mi è tanto indifferente!

* * *

Odda invece era trionfante, e le balzava il cuore di gioia.

— Sono ancora riescita ad innamorarlo, diceva tra sè guardandosi allo specchio mentre si scioglieva i magnifici capelli. E sorrideva al proprio volto, e ad un’idea giuliva che aveva in mente.

L’indomani si alzò per tempo; vestì un elegante abito da mattina sciolto, color di bronzo, con rabeschi di velluto lontra profilati in oro, raccolse i capelli in una retina di filo d’oro brunito, infilò due pianelline di pelle bronzata con una grossa fibbia dorata, lucente come il sole; sorrise ancora nello specchio a quella sua abbigliatura [p. 130 modifica] da civettuola, e s’affrettò nel salotto dicendo tra sè:

— Verrà; sono sicura che mi sta spiando.

Infatti ebbe appena il tempo di sedere in una poltroncina e di far mostra di leggere un giornale, che Leoni entrò.

Dopo il buon giorno scambiato e qualche preliminare senza costrutto, egli le domandò il permesso di fumare un sigaro.

Odda non ebbe nulla in contrario; anzi le piaceva l’odore di sigaro.

— Sono molto contento che le piaccia, disse Leoni appoggiando su quelle parole per farle capire che avevano un senso recondito.

Odda s’affrettò a rilevarle colla compiacenza soverchia d’un’innamorata.

— Che cosa può importare a lei? domandò.

— M’importa assai perchè fumo sempre.

— Anche le locomotive fumano sempre, e non hanno punto piacere che io ami il loro orribile odor di carbone.

— Le locomotive non sentono nulla. Io non sono una locomotiva.

— È però ugualmente sempre in giro pel mondo. Fra un mese fumerà a Londra o a Parigi o al Paraguay, ed il suo fumo non mi farà più nè piacere nè dispiacere.

— Sa perchè ho viaggiato finora? domandò Leoni con piglio confidenziale. [p. 131 modifica]

— Per divertirsi, credo.

— No. Ho viaggiato perchè ero solo, e la mia casa era fredda.

— Non ci aveva i caloriferi?

— Via, non mi canzoni. Era fredda moralmente; e non trovavo una donna che la riscaldasse.

— Ha viaggiato perchè non aveva moglie, insomma.

— Appunto.

— E non era più semplice ammogliarsi che fare il giro del globo? A questo modo le azioni ferroviarie aumenteranno in proporzione diretta del numero dei celibi.

— Dimentica i viaggi di nozze, signorina. Poi rifacendosi serio, riprese:

— È presto detto ammogliarsi, e presto fatto anche. Ma io conoscevo molto le donne. Trovavo in tutte più vanità che cuore; molta civetteria, poca serietà; gli affetti di famiglia non abbastanza compresi; una smania esagerata di divertimenti. Via... avrei voluto una donna perfetta e non la trovavo.

— Allora può ripartire col primo treno; di donne perfette non ce ne sono. E neppure di uomini, veda; tanto meno.

— Le abbandono gli uomini, ma difendo le donne in una. Ce n’è una perfetta; una sola. [p. 132 modifica]

— E non l’ha sposata?

— La conosco soltanto da ieri.

— Mia zia?

— Che! Ho la memoria delle date. Un’afflizione....

— Mia cugina allora?

— Punto.

— A quella non può nuocere la memoria delle date.

— Non le ho badato nemmeno.

— Badi che potrei prenderla per una dichiarazione.

— La prenda, disse Leoni abbassando la voce d’un semitono per portarla alla nota della passione. E senza lasciarle il tempo di rispondere continuò:

— Ho trovato in lei la bellezza, lo spirito, l’istruzione che ho cercato invano nelle altre. So che ha un bel talento da artista ed un bel cuore di donna. So che è buona, casalinga, coraggiosa; che ha tutte le virtù...

— Ed in compenso mi offre il suo cuore disilluso, il suo passato... che non voglio conoscere, il suo avvenire che sarà quel che sarà. In compenso a tutte le virtù offre la sua persona. Il premio Montyon!

— Perchè mi deride? Perchè mi disprezza? Ho [p. 133 modifica] fatto la vita di tutti i giovani infine; non sono più colpevole d’un altro; e mi offro per quel che sono.

— Ma in compenso a tutte le virtù. È molto modesto. Però anch’io, veda, fra tutte le virtù ci ho pure la modestia, ed il premio Montyon ch’ella mi offre, lo rifiuto.

Leoni era uomo di mondo; e ricevette quella staffilata coll’aria compunta, e col rispetto che un gentiluomo serba sempre dinanzi ad una signora. Ma il suo amor proprio era profondamente ferito, e quando Odda stava per uscire dalla sala disse con voce sommessa:

— O ieri sera la mia vanità m’ha ingannato assai o lei ha voluto punirmi del mio passato con uno scherzo crudele.

Odda tornò indietro, gli porse cordialmente la mano, e gli disse:

— Che le pare! Che la mia pedanteria debba arrivare a voler punire il passato di chicchessia? No. Mi perdoni. Non ho agito bene forse, ma le giuro che non mi sono permesso un cattivo scherzo. Tutto questo è serio, molto serio...

— Ma allora.... interruppe Leoni cogliendo al volo un raggio di speranza che gli pareva balenare da quelle parole.

— Mi dia retta. Temevo, ero certa anzi, che [p. 134 modifica] mia cugina avrebbe attirata la sua attenzione e la sua simpatia. Dalla lettera che lei scrisse allo zio avevo saputo il suo proposito di scegliersi una sposa qui, ed avevo saputo anche la sua età, il suo passato... Dica, in coscienza, crede d’aver ancora tanta poesia nel cuore, tanto sentimento giovanile, tanto avvenire, da rendere felice una giovane di ventitrè anni? Dica, lo crede?

— Ma io non pensavo a sua cugina, rispose il lion mortificato, forse per la prima volta nella sua vita, e convinto. Pensavo a lei, che è seria, generosa, che non ama la società...

— E che ho ventotto anni, lo dica pure. Ma se io non mi fossi messa innanzi, se non avessi cercato di attirare la sua attenzione su di me con una civetteria che fa ridere me stessa, sarebbe stato a Valeria che avrebbe pensato; ed a quest’ora avrebbe domandato lei e non me. E quella ragazza, che non conosce il mondo come lo conosco io, avrebbe potuto accettare la sua proposta per l’infelicità d’entrambi.

D’entrambi, è un complimento.

— Se poi vuol dirmi anche che non ha più abbastanza cuore per soffrire della infelicità di sua moglie... Ad ogni modo questa è la ragione per cui mi sono data qualche ora alla civetteria. Volevo deprezzare la sua offerta con un rifiuto, per [p. 135 modifica] impedire a lei di ripeterla a Valeria, ed a Valeria di accettarla. Ed ora, mi perdona?

Leoni s’inchinò, e le strinse la mano con profonda stima. Non la profonda stima kristophle che si presta a firmare qualunque lettera sconclusionata; ma quella vera, che trova la via anche dei cuori disillusi. Ed avrebbe dati volentieri dieci anni della sua vita, non della passata, per poter ripetere con qualche speranza a quella simpatica zitellona, la proposta che ella aveva rifiutata.

* * *

Quel giorno stesso Odda ricevette una lettera dell’Accademia di Brera in cui le annunciavano che il suo quadro era fra i scelti per essere acquistati dall’Accademia stessa, e la invitava presentarsi per regolare le condizioni del contratto.

Odda non aveva la menoma attitudine agli affari, non ne capiva nulla. Era ancora il caso di rivolgersi ad un parente, ad un amico, a qualcuno che s’incaricasse di rappresentarla, e di fare i suoi interessi.

Ma il parente, l’unico, lo zio Giorgio, aveva un nuovo rancore contro la pittrice.

La sera innanzi era stato al di là d’ogni meraviglia vedendo Odda mettersi in galanteria con [p. 136 modifica] Leoni. In fondo, ben in fondo, era buon uomo, e, pennelli a parte, quell’unica figliuola d’un unico fratello gli era cara. A patto di non rimetterci nulla della sua borsa, nè delle sue opinioni, avrebbe fatto di tutto per vederla maritata.

Così non s’ebbe a male di quella specie di soperchieria che Odda faceva alla cugina beccandole lo sposo sotto gli occhi.

— Ciascuno fa il suo interesse, diceva colla sua logica d’uomo d’affari. Odda ha già ventotto anni; è più urgente per lei che per Valeria di maritarsi. E se questo deve guarirla dalle sue ubbie sull’amore e sull’arte, e farne una donna come le altre, mi rassegno volentieri a rinunciare al mio disegno per adottare il suo.

Ma quando il mattino udì da Leoni che Odda aveva rifiutata la sua domanda, non seppe più cosa pensare, e si sentì profondamente offeso.

— Dacchè non lo voleva per sè, perchè portarlo via a Valeria? La sapevo originale, ma non a questo punto. Così non l’avranno nè l’una nè l’altra. Un partito perduto. E diceva questo come se dicesse: Un capitale non impiegato.

In queste disposizioni di spirito, si può figurarsi come accolse la preghiera di Odda per l’affare dell’Accademia.

— Se vuoi che stiamo in pace, le disse, non parlarmi mai più de’ tuoi quadri. [p. 137 modifica]

Dunque per aiutare la povera Odda, ora come prima, il parente non c’era.

L’amico neppure.

Dovette rivolgersi daccapo al qualcheduno; lo stesso qualcheduno che aveva ricevuto e presentato il suo quadro all’esposizione, il signor Fulvio... ed un cognome.

Odda gli scrisse un altro biglietto, annunciandogli che si trovava a Milano, che desiderava di conoscerlo, e che le brighe per quel noto quadro non erano anche finite.

— Voleva continuargli la sua tutela? Voleva recarsi da lei?

Nel pomeriggio erano tutti nel salotto, e stavano prendendo il caffè dopo la colazione, quando il servitore annunciò il signor Fulvio.

Odda si fece rossa, e rimase un momento confusa. Le sussultava il cuore. Non osava parlare per paura che le oscillasse la voce. Erano più di due anni che pensava a lui, se n’era fatto un ideale, e se ne era appassionata. Tuttavia seppe vincere la propria commozione, gli porse la mano, e disse sorridendo:

— Ma io non ho il diritto di parlarle, nè di presentarla a chicchessia, dacchè nessuno l’ha presentata a me. Poi rivolgendosi al servitore gli ordinò seriamente: [p. 138 modifica]

— Annuncia anche noi.

Il servitore obbedì, e ripetè i nomi di tutti.

Quella trovata originale fece ridere la compagnia, e ciascuno alla sua volta s’inchinò e porse la mano a Fulvio.

— Ecco fatta la presentazione, disse Odda, è adesso soltanto che ci conosciamo.

La zia Evelina, che aveva gli occhi intenti su di lei, con un sentimento affatto differente da quello che la faceva travedere il giorno innanzi, s’avvide del turbamento di Odda, si ricordò di quanto le aveva detto, del suo amore ideale per una persona che non conosceva, e facendosi accanto a lei le susurrò:

— È lui?

— Sì, rispose Odda, stringendole la mano.

— Perdonami, Odda, avevo sospettato di te, ripigliò la zia.

— Che amassi Leoni?

— Sì.

— Non hai creduto di farmi torto, dacchè tu stessa lo ami.

— Lo sapevi?

— No. Ma questa mattina non sei fuggita abbastanza presto. Uscendo dal salotto, dove ero stata con Leoni, ho veduto il tuo abito da camera che scompariva in fondo al corridoio ed ho indovinato. [p. 139 modifica]

— È vero, t’ho seguita, ed ho ascoltato tutto.

— Povera zia! disse Odda pensando alla delusione che doveva provare.

Questo scambio di parole sommesse fu fatto in un minuto, mentre lo zio Giorgio presentava seriamente Leoni e la sua famiglia a Fulvio.

Quando Odda e la zia si voltarono per unirsi alla compagnia, lo zio diceva accennando Valeria:

— E questa è mia figlia.

Valeria era rossa come una fiamma, ed imbarazzata come una collegiale, lei che non si confondeva mai; mormorò senza guardare Fulvio:

— Noi ci conosciamo già.

— Sissignore, disse il pittore. Ebbi il piacere di vedere la signorina, e di esserle presentato all’ultimo ballo del casino.

La zia Evelina, che non si ricordava di questo, e non osava dirlo per non offendere Fulvio, guardava lui e Valeria in atto di stupore.

— Tu non c’eri, zia, rispose Valeria indovinando il suo pensiero. Ti ricordi che all’ultimo ballo sono andata colle signorine Tali e colla loro mamma?

Si parlò dell’esposizione. La zia e la nipote c’erano state due giorni prima. Valeria, che, passato il primo momento, aveva riacquistata l’usata [p. 140 modifica] sicurezza ne parlava con grande interessamento.

E quante cose sapeva!

Sapeva che il signor Fulvio aveva esposto tre quadri di genere ed una marina. Il quadro della prima sala era collocato bene, in luce; otteneva tutto il suo effetto. Che effetto! Peccato che lo avesse comperato il signor Flidgeby (fin il nome inglese sapeva!) Peccato! con quel nome là, il meno lontano che poteva portarlo era a Londra. Invece il quadro della seconda sala era così mal collocato dietro quell’enorme cornicione d’un quadro di battaglia, che lo adombrava tutto... E così in alto! Ne aveva provato un tal dispetto.... Fortuna che lo aveva scelto l’Accademia, e dopo l’Esposizione si potrebbe vederlo collocato meglio. E quel puttino del terzo quadro nella quinta sala! Quel puttino lo aveva sempre dinanzi; faceva greppo così bene, che nell’allontanarsi ella si era voltata per vedere se non era ancora scoppiato in pianto....

Odda, coll’occhio fisso, ed il cuore serrato come in una mano di ghiaccio, osservava la cugina mentre parlava cosí.

I modi indifferenti, la sua affettazione di scetticismo, erano affatto scomparsi. Aveva gli occhi scintillanti, il volto acceso, e da tutta la persona bella spiravano l’entusiasmo e la passione. [p. 141 modifica]

Che momento fu quello per Odda! Povera giovine. Ripensò i suoi entusiasmi, la sua passione che aveva coltivati per tanto tempo in fondo al cuore. Ella pure aveva in mente tutti quei quadri, li aveva analizzati, copiati, con infinito amore, e colla mente rivolta a quell’autore ignoto, studiandone l’ingegno, il cuore, l’ispirazione.

Ed ora, dopo due anni era venuto il giorno di conoscerlo quell’autore. Lo aveva aspettato palpitando e domandando a sè stessa coll’angoscia dell’incertezza:

— Sarà bello e cortese?

Sì, era bello e cortese. Ma là, accanto a lui, c’era una fanciulla che lo amava anch’essa, e che egli pure amava. Povera Odda!

Un momento la sua parte di debolezza umana le ricordò che il giorno innanzi coi suoi ventotto anni ella aveva potuto eclissare la cugina. Si ricordò la propria figura riflessa nello specchio; era nobile e bella. Leoni, l’uomo delle avventure galanti, malgrado la sua lunga esperienza, era caduto a’ suoi piedi.

— Se anche Fulvio mi trovasse bella? Se apprezzasse il mio ingegno? Se mi amasse come Leoni? Chissà?

Ma fu un pensiero che passò di volo. Il nobile cuore di Odda non era di quelli che la passione può indurre a commettere una slealtà. [p. 142 modifica]

— E Valeria? rispose subito a sè stessa. Valeria che lo ama, che me l’ha confessato; perchè era di lui che mi parlava ieri.

E qui la speranza, la terribile ingannatrice, le suggerì un dubbio.

— E se non fosse di lui?

Allora s’accostò al pianoforte dove i due giovani stavano discorrendo, fece scorrere il dito su la tastiera come aveva fatto Valeria il giorno innanzi, poi le domandò:

— E adesso le senti tutte quelle note?...

— Sì, tutte, tutte, anche i diesis, disse la signorina facendosi rossa, troppo rossa per un discorso affatto musicale.

Addio fallace speranza! Non fu che un disinganno di più.

Odda andò a sedere in disparte, e ripensò la sua arte, il successo del suo quadro, i suoi lavori finiti, i disegni audaci d’altri lavori. Ma tutto questo lo ripensò senza passione, perchè ormai le mancava il sentimento entusiasta che le aveva dato coraggio, ambizione, fermezza. Pure non si lasciò abbattere. Era quello o non mai il momento di sentire il vantaggio d’un’altra passione che non fosse l’amore.

— Perchè ho imparato un’arte? Perchè il babbo me l’ha data, se non per preservarmi dal vive[p. 143 modifica] re esclusivamente all’amore, dal rendermi ridicola nell’età matura cogli sterili rimpianti d’un sentimentalismo incompreso? Egli non mi ama? Pazienza. Il mio lavoro, un lavoro assiduo, interessante, studiato, mi occuperà la mente e il cuore. Sarò forte.

* * *

Lo zio Giorgio invitò Fulvio a pranzo perchè potesse avere il tempo di mettersi d’accordo con Odda circa il quadro.

Odda scese a pranzo vestita di nero, senza la menoma pretesa all’eleganza.

— Oggi non sei in vena di fare conquiste? le disse Valeria.

Odda stava per giustificarsi; ma Valeria non glie ne lasciò il tempo, e riprese:

— Odda, ti ringrazio dal fondo del cuore. La zia mi ha detto tutto. Ed io che ieri ho pensato male di te?

— Mi hai creduta innamorata di quel vecchio lion!

— Perdonami; non sapevo nulla ieri.

— Ed oggi cosa sai?

— So che recitavi una parte difficile, uggiosa, compromettente, per liberarmi da un matrimonio che mi avrebbe resa infelice. [p. 144 modifica]

— Non sai altro?

Valeria la guardò co’ suoi occhi alteri in cui si rifletteva la sincerità di un carattere che non discende mai ad una finzione.

— So che tu sei superiore alle debolezze delle altre donne, rispose. Che hai rifiutato Leoni, che rifiuteresti chiunque, che non hai altro amore fuorchè la tua arte: che hai rinunciato alle passioni della gioventù.

— Sì, ci ho rinunciato, disse Odda. Ti giuro che ci ho rinunciato.

- Ma so anche, continuò Valeria, che mi vuoi bene, e farai ancora qualche cosa per me.

Odda le strinse la mano in silenzio. Aveva il cuore troppo gonfio per risponderle in quel momento. Si volse a Leoni, fece un discorso sconclusionato, e quando si sentì tranquilla andò a sedere presso Fulvio, gli parlò del suo quadro, lo pregò di occuparsene. Poi soggiunse:

— E lei non ha alcun favore da domandarmi?

— Mi crede così interessato, rispose Fulvio, da chiedere un compenso al piccolo servigio che non le ho reso ancora?

— La credo troppo delicato per domandarmelo, ma abbastanza interessato per desiderarlo.

E vedendo che il giovine esitava e sembrava imbarazzato, continuò: [p. 145 modifica]

— Io sono la zitellona della famiglia, e sono più che parente, sono amica di Valeria. Via, mi faccia le sue confidenze.

— Ma io non so se debbo osare. Suo zio è così avverso agli artisti....

— No; lo zio è avverso solamente alle artiste. Gli uomini li autorizza a fare quanti quadri vogliono, a due sole condizioni: che ne ricavino molto denaro, e che non li facciano ammirare da lui. Lei adempie da un pezzo alla prima condizione, e credo che non avrà difficoltà ad adattarsi alla seconda.

— Pensi! Coll’attenzione che ha la bontà di accordar lei a’ miei quadri, non resta più nulla a desiderare al mio amor proprio.

— Dunque?

— Dunque, se crede che le mie speranze non siano troppo audaci ed infondate, dacchè mi legge nel cuore, mi abbandono a lei. Disponga di me.

Se quelle parole le avesse dette per lei stessa! Disporre di lui; trasportarlo nella sua solitudine d’Ameno, nella sua villa, piena di ricordi e dei lavori di lui; in riva al suo lago, su cui aveva tanto vagato solitaria, pensando al suo povero amore ignorato: vivere a due una stessa vita, colla stessa passione, la stessa arte, un ingegno gemello!... Povera Odda! Fu un momento cru[p. 146 modifica]dele. Quel sogno svanito si ravvivò ancora una volta al suo pensiero, tanto più splendido quanto più isperato. Si sentì infelice, sconfortata, sola, miserabile.

Si alzò con un singhiozzo strozzato in gola, salì frettolosa nella sua stanza, e si abbandonò ad un pianto disperato. Dinanzi ad una passione che si spezza, non c’è forza d’animo che valga. Una donna è sempre una donna, e bisogna che pianga.

Ma, pagato quel tributo alla fragilità umana, Odda fece chiamare lo zio, e gli domandò, a nome del suo illustre collega, la mano di Valeria.

La situazione di Fulvio era troppo bene assicurata, il suo nome troppo stimato come uomo e come artista, perchè lo zio Giorgio pensasse a rifiutare quella proposta.

— Ero in collera con te, Odda, le disse, perchè hai mandato a monte il mio disegno su Leoni. Ma ora me ne compensi. A conti fatti questo qui lavora, ha più avvenire, è anche più giovine, dacchè le donne ne fanno caso. Il partito è migliore. E poi dici che si amano... Un’altra cosa di cui fanno caso soltanto le donne, ma infine giacchè si può conciliar tutto, meglio così. Però non capisco perchè, dopo aver fatto la civettuola per innamorar Leoni, lo hai rifiutato. Me l’ha detto lui, che l’hai rifiutato. [p. 147 modifica]

— Giacchè gliel’ha detto...

— Scusa, è una pazzia. Potresti sposarlo. Tu hai ventotto anni; la differenza non è già più tanto grande. E poi è disoccupato, potrebbe stare ad Ameno quanto ti piace.... Ti converrebbe perfettamente. È robusto, bell’uomo, d’umore sereno, non gli manca assolutamente nulla.

— Nulla fuorchè una piccola cosa, un’inezia. D’inspirarmi un pochino d’amore. Oh! un’inezia affatto. Ma sa, zio, noi donne ci si bada alle inezie.

— Ma perchè lusingarlo allora?

— Ah! È stato un capriccio da zitellona. Non dice lei che il babbo, lasciandomi imparare un’arte, ha fatto di me un fenomeno! I fenomeni non si capiscono sempre.

E senza spiegarsi di più si avviò alla sala da pranzo.

La zia, i due ospiti e Valeria stavano aspettando. Fulvio e Valeria guardarono ansiosamente in volto ad Odda per leggervi la loro sentenza, e, vedendola pallida come una morta, tremarono pel loro amore. Nel loro giovanile egoismo non sospettarono nemmeno che potesse esservi un altro amore che si sacrificava.

Odda entrò, bella del suo coraggio eroico, andò a loro sorridente (povera Odda!) prese la mano di tutti e due, e disse: [p. 148 modifica]

— Vittoria! Il babbo acconsente, ed io vi unisco in nome del padre, della zia, e della vecchia cugina. E fece l’atto di benedirli. Poi volgendosi a Valeria, soggiunse:

— Vedi pure che ne’ miei consigli da romanzo hai trovato la felicità.

Aveva la voce commossa, ma tutti l’attribuirono alla gioia di quel momento. La zia sola, che sapeva il suo povero segreto, indovinò lo strazio che soffriva, e le susurrò:

— Ma l’ha trovata a prezzo della tua.

— Oh! io ho un altro amore, rispose Odda prendendole il braccio e traendola in disparte. Sposerò i miei pennelli. Finora furono sempre compiacenti con me, mi tennero buona compagnia, e la pace ha sempre regnato in famiglia. Il babbo lo diceva: «Impara l’arte e mettila da parte.» Ora è venuto il momento di trarne profitto. È una fortuna che sia là da parte.

— Come ti ammiro Odda! esclamò la povera zia. Tu sei così generosa, ed io invece ho il cuore pieno di fiele contro Leoni perchè non mi ama. Odio lui, odio tutte le persone che sono amate e felici. Vorrei far dei dispetti a tutti, e sento che se li vedessi miserabili ne godrei.

— Oh, zia!

— È orribile, Odda, ma è vero. Non so che [p. 149 modifica] fare di me stessa; mi sento vecchia e non mi ci so rassegnare; mi sento inutile al mondo; non so a chi voler bene.

— Non ne vuoi un poco a me, zia? Non vuoi che io cerchi di consolarti?

— Sì, Odda. È questo che volevo da te. Dimmi; non hai bisogno di una stupida creatura che sappia togliere la polvere a’ tuoi quadri, che ti sostenga la tavolozza? Mi pare che accanto a te, col tuo nobile esempio, lontana dalla società leggera e pettegola, mi affliggerei meno d’invecchiare. Potrei imparare ad occuparmi di qualche cosa meno irritante che il mio miserabile idillio morto, che non mi riesce di galvanizzare.

Odda le aperse le braccia e le disse con tutta cordialità:

— Sii la benvenuta, zia, nella mia villa modesta. Vedrai che non ci starai troppo male. I bimbi del paese ti ammireranno quando spiegherai loro i profondi misteri del sillabario, come il protagonista del tuo idillio non t’ha ammirata mai. E quando racconterai loro le storie dei Greci e dei Romani, ti vorranno bene come egli non te ne ha mai voluto.

— Quanti compensi trovi nel tuo bel cuore, Odda. Mi porterò un baule di sillabari; ed imparerò a memoria tutta la storia universale di Cesare Cantù. [p. 150 modifica]

— Troppo zelo, cara zia. Pensa che avrai altro a fare, ed il tuo tempo sarà prezioso laggiù. Vi saranno i vecchi poveri che aspetteranno un brodo per riscaldarsi lo stomaco; i malati poveri che avranno bisogno della medicina; vi sarà della gente che avrà fame; dell’altra che avrà freddo; e dei poveri piccini che il Padre Eterno, in un momento di distrazione, avrà mandati al mondo senza ricordarsi di provvederli del loro piccolo bagaglio di fascie e pannolini. Tu penserai a tutti. E quella gente ti sarà riconoscente, e ti benedirà, come non ha mai pensato ad esserti riconoscente ed a benedirti quello dell’idillio il quale non ha voluto neppure farti benedire dal prete.

— E nessuno sorriderà ironicamente, perchè sono vecchia?

— Ma che, zia! La provvidenza non invecchia mai. E tu sarai la provvidenza. Vedrai. Tutto codesto non è elegante, senza dubbio, ma vale assai meglio che trascinare la tua maturità mascherata da giovinetta, tirando un idillio per la coda.

Due mesi dopo, quando si celebrarono le nozze di Valeria, le due signore stabilite ad Ameno, fecero una gita a Milano per assistere a quella festa di famiglia.

La zia Evelina aveva smesse le abbigliature giovanili, le pettinature giovanili, le sentimen[p. 151 modifica] talità giovanili. La pace le era entrata nell’animo. Le occupazioni morali e serie che le riempivano la vita, le davano quel contento di sè, che tranquillizza il cuore e rasserena lo spirito. Era bella ancora, ma una bella matrona senza pretese, senza civetteria, senza ridicolaggini.

Leoni era stanco del suo isolamento, della sua stupida esistenza da scapolo, de’ suoi tentativi di conquista che riescivano come quello fatto con Odda.

S’intrattenne a lungo colla zia Evelina, si fece raccontare la sua nuova vita, le placide giornate d’Ameno, cosí occupate, così serene. La trovò buona, affettuosa, sensata. In un momento d’entusiasmo le disse:

— Come vorrei passare i miei giorni con lei e come lei ad Ameno!

— Come me, vale la pena di desiderarlo, rispose la zia Evelina; ma con me, poteva dirlo quindici anni fa; ora è troppo tardi.

— Oh! quindici anni... protestò Leoni, ostentando un’incredulità galante.

— Quindici, mio signore; e venticinque che ne avevo allora fanno quaranta. Ad Ameno s’impara a contare i proprii anni senza arrossire.

Odda, con quell’ospitalità cortese che la rendeva tanto simpatica, invitò Leoni a passare il no[p. 152 modifica] vembre alla sua villa. Egli accettò, ed appena celebrate le nozze dei giovani, partì colle due signore pel tranquillo romitaggio di Odda.

Egli aveva quarantacinque anni, e la zia Evelina ne aveva quaranta ed era molto ben conservata. E poi, non ricercava più l’amore, lo respingeva, era occupata d’altro, aveva acquistata l’attrattiva d’un frutto proibito.

Ad Ameno non si stampano giornali; non seppi altro. Ma i contadini si maritano giovani assai; eppure mi dissero che in quell’inverno, erano inscritti nell’albo municipale due sposi maggiorenni.