Notizie biografiche degli illustri comaschi/Conte Gianbattista Giovio

Conte Gianbattista Giovio

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Carlo Gastone Della Torre di Rezzonico Ignazio Martignoni

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CONTE GIAMBATTISTA GIOVIO

Un posto onorevole tra gli scrittori patrii si deve al conte Giambattista Giovio. Fu a un tempo storico, letterato e poeta, e nella sua casa, la più ricca d’immagini d’antenati fra le comensi, mantenne la riputazione degli immortali suoi maggiori, i fratelli Paolo e Benedetto. Nel dicembre 1748 ebbe in Como i natali dal conte Francesco e dalla contessa Felice di Rezzonico. Rimasto dai primi anni senza genitori, sebbene nobile e ricco, avvisò di buon’ora non esservi cosa più ignobile che un nobile sciocco, dappoco, ruvido, ignorante delle buone maniere e idiota. – Ebbe maestri, poi amici Venini, Tiraboschi, Bettinelli, Roberti; dai quali trasse amore allo studio ed alla storia patria. Primo frutto del suo ingegno fu il Dizionario ragionato degli uomini della comasca diocesi nelle arti e nelle lettere illustri. Trattano di cose comensi il commentario di Como ed il Lario, le Lettere lariane a Bettinelli, e gli opuscoli patrii. Scrisse anche diversi elogi, e, secondando la corrente, sentenziò con gusto anche d’arti belle. – Agli orgogliosi paradossi che facevano chiamare filosofia lo spregio d’ogni cosa sacra, oppose un Saggio sopra la Religione; operette ed epiloghi interessanti la religione ed il cuore, ed altri lavori ascetici. Ne’ Pensieri morali, espresse lo stillato di lunghe lettere. Mostrò primo coll’esempio che la lingua del ha forza, ha concisione che basti a far iscrizioni, ed alcune delle sue spirano soave pietà, patrio entusiasmo. Stampò, nel 1799, la Conversione politica. La sua lettera sull’inondazione del 1810, in cui rinfacciò al governo la gravezza dei carichi, intento che nulla [p. 35 modifica]si provvedeva a liberare la città dal flagello del lago, loda e chi ebbe la franchezza di scriverla ed il governo che gliela perdonò.

Ha stile pieno di reminiscenze e quasi generalmente fiorito, ma forse non si conformò sempre a vera e schietta eleganza. Ma i suoi libri erano dettati d’un getto sin tra il cicalío delle brigate, nè mai tocchi dalla lima. Eccedeva anche nel mostrare erudizioni, e nel non sapere staccar mai la mano da un soggetto, finchè non avesse scritto quanto una potente memoria gli dettava.

Educato alle migliori creanze, aveva discorso pieno di saporitissime vivezze: sostenne i poveri ed i perseguitati; ammirò i buoni, servì la patria, viaggiò; raccoglieva in sua casa ogni fior di letterati paesani ed avventicci; con molti ebbe carteggio, nè fra i tanti devesi tacere Ugo Foscolo, che, quantunque in tanta disparità di passioni e di natura, spesso con lui visse, e tenne corrispondenza di generosi sensi, o ne’ giorni gravidi d’avvenire, o quando, privo di tutto, fuorchè della speranza, andava fuggitivo per diversa gente.

Moriva il 17 maggio 1814.