Morgante maggiore/Canto ventesimoquinto

Canto ventesimoquinto

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Canto ventesimoquarto Canto ventesimosesto
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CANTO VENTESIMOQUINTO.




ARGOMENTO.

     Si manda Gano plenipotenziario
Da Carlo Magno al re Marsilione ,
Per trattar pace; ma tratta al contrario,
Per semper mantenersi un gran briccone.
Da’ segni apparsi in ciel si fa lunario,
E Malagigi a scongiurar si pone
Perchè tornin Rinaldo e Ricciardetto
De’ nemici a sfondar le rena e ’l petto.


1 Insino a qui la tua destra, Signore,
     Assai mi fu sanza altro filo o ingegno
     A uscir d’ogni laberinto fore;
     Ma ora in parte tanto oscura vegno,
     Che convien che qui mostri il tuo splendore
     Il modo a colorir nostro disegno:
     Pertanto i tuoi Cristian ti raccomando,
     Ma sopra tutto il tuo campione Orlando.

2 Carlo, tu se’ pur diliberato,
     Di mandar con disdegno al tuo nimico
     Un traditor che t’ha sempre ingannato;
     Non sai tu quanto possi un vizio antico
     In un cor traditor sempre ostinato:
     Tu pensi il re Marsilio fare amico;
     La pace fia col sangue e con la lancia,
     E piangerà tutto il regno di Francia.

3 Falserone avea già chiesto licenzia;
     E Ganellon con lui dovea partire,
     E inginocchiossi alla magnificenzia
     Di Carlo, e domandò s’altro vuol dire.
     Carlo rispose: Nella tua prudenzia
     Mi fido, e so ch’io non posso perire;
     Tu sa’ ’l proverbio, e puoi insegnare altrui:
     Commetti al savio, e lascia fare a lui.

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4 Abbraccia Orlando poi quel fraudolente,
     E innanzi che la pace si conchiuda,
     Lo domandò, se gli avea a dir niente,
     Che gli scrivessi; e trafelava e suda,
     Tante abbracciate fa viziatamente;
     Poi baciò Ulivier come fe’ Giuda,
     Ed appiccossi com’una mignatta,
     E disse: Questa sia per pace fatta.

5 Sorrise, e disse fra sè il Borgognone:
     O rabi, ave. Io so che tu ne menti.
     Il duca Namo, e ’l savio Salamone,
     Ottone, e gli altri parean malcontenti;
     Ed ebbon sempre ferma opinione,
     Che Gan pensassi a nuovi tradimenti:
     Ed avean detto il lor parere a Carlo,
     Che non dovessi a 'gnun modo mandarlo.

6 Ma benchè questa andata ognun pur danni,
     Lo imperator non vi ponea l’orecchio;
     Chè quando egli è barbato per molti anni,
     Convien che molto possi un error vecchio;
     E par di sè medesimo s’inganni,
     Chi s’è sempre veduto in uno specchio:
     Era il tempo venuto al tristo pianto,
     Che Malagigi avea predetto tanto.

7 Pareva a Carlo a suo modo dipingere
     Un uom, com’era Gan, da queste pratiche,
     Da saper ben dissimulare e fingere,
     Dove a trattar s’avea cose rematiche;
     E ’l traditor si faceva sospingere,
     Mostrando omai che gli pesi le natiche,
     Ch’era pur vecchio e molto cagionevole;
     Sì che la scusa parea ragionevole.

8 E dicea: Manda il figliuol di Milone,
     A trattar queste cose della Spagna,
     Ch’a lui più crederrà Marsilione.
     E non dicea dove sta la magagna,
     Che questo tordo avea bianco il groppone,
     Da rimanere alla pania o la ragna;
     Cioè prigion da non lasciare in fretta:
     E mostrògli più volte la civetta.

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9 Perchè e’ pensava: se costui vi resta,
     Marsilio arà ciò che vuole a sua posta
     Sanza metter più lancia in su la resta,
     E dirà a questa ch’ella è buona posta;
     E cognosceva la spiga alla resta,
     Chè Falserone ha veduto alla posta,
     E le sue maliziette avea ben conte,
     Che consigliava che v’andassi il Conte.

10 Dicendo a Carlo: Il re Marsilio sa,
     Ch’Orlando è malcontento, perchè e’ fu
     Colui che inver la Spagna acquistata ha,
     E morto Serpentino e Ferraù:
     Io ti dirò la pura verità,
     Io il manderei sanza pensarvi più:
     E basti: io dico: io so tu intendi: mandalo,
     Chè potrebbe pur nascer qualche scandalo.

11 E nel partire avea detto ad Orlando:
     Io so che 'l mio signor qualche giannetto
     Ti manderà in qua presto, perchè, quando
     Io mi parti’, già me l’aveva detto.
     Così di giorno in giorno cavalcando
     Sen va con Falseron quel maladetto;
     Ed avea l’arco e l’archetto parato,
     Ed aspettava d’esser domandato.

12 Domandò Falseron più volte, come
     E’ s’intendea con Orlando il Marchese;
     E quando e’ crede averlo per le chiome,
     La nebbia strinse, e fumo e vento prese:
     Ch’a Siragozza vuol condur le some.
     Gano e' risponde: Messer Albanese,
     E salta pur di Bacchillone in Arno,
     E il Bacchillone è chi tentava indarno.

13 Intese Falseron, come discreto,
     Che Ganellon con Marsilio riserba
     A scoprir della mente il suo segreto,
     E ruminava altro che fieno o erba;
     Sì che forse meglio era starsi cheto,
     Perchè e’ vedeva ancor la sorba acerba;
     Ed avea d’Ulivier notato il motto,
     E ’l bacio dato come Scariotto.

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14 E scrisse al re Marsilio, che veniva
     Imbasciatore il signor di Maganza,
     Che porterà la palma con l’uliva,
     Che l’onorassi più sù che l’usanza;
     Che forse i suoi pensier verranno a riva,
     E insino a qui n’avea buona speranza,
     Se si mettessi diligenzia a questo:
     Ch’a bocca poi gli chioserebbe il testo.

15 Quando Marsilio intese come Gano
     Era mandato, come falsa rozza,
     Per onorarlo ogni signor pagano
     E tutta la sua corte insieme accozza:
     Intant: trapassando un colle, un piano,
     S’appressa Ganellone a Siragozza;
     Sì che Marsilio si partì in persona,
     E ognuno seguitava la corona.

16 Quindici miglia fuor della cittate
     Venne Marsilio incontro a Ganellone,
     Con tutte le sue gente ammaestrate,
     Che giunti, ognuno smonti dell’arcione;
     E molte ceremonie ebbe ordinate,
     Ed acconciossi in bocca Cicerone,
     E scese in terra, come appresso è giunto;
     Ma Ganellon sapea la soia appunto.

17 E disse: Che vuoi tu, Marsilio, fare?
     Non debbe al servo far per certo questo
     Il mio signor che mi dee comandare:
     E dismontato della sella, presto
     Si volle al re Marsilio inginocchiare,
     Se non ch’e’ disse: E’ non sarebbe onesto,
     Sendo mandato dal tuo imperatore.
     Ed abbracciârsi con sincero amore.

18 Tutti i baroni in terra inginocchiati
     Ganellone abbraccioron con gran festa;
     E poi ch’e’ furon tutti rimontati,
     Si trasse il re Marsilio una sua vesta
     Dove eran certi falcon ricamati,
     E misse al conte Gano indosso questa
     Con le sue man con gran magnificenzia,
     Per dimostrar maggior benivolenzia.

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19 Poi gli dicea pel cammin ragionando:
     Come sta Carlo? ch’è del duca Namo?
     Ch’è d’Ulivier? ch’è del mio caro Orlando?
     Ora ecco il nostro Gan qui ch’io tanto amo,
     Ecco il tuo Bianciardino; e cavalcando
     Avea sempre alla bocca o l’esca o l’amo:
     E ’l traditor gli ride l’occhiolino,
     Ed abbracciò più volte Bianciardino.

20 Ma poi che furon presso alla città,
     L’alta regina e molte damigelle
     Incontra venne, e grande onor gli fa;
     E saltan tutte della sella quelle:
     E Ganellon dicea Ser Benlesà:
     Cadute in terra qua mi par le stelle,
     O le ninfe fuggite di Diana.
     Disse la dama: Che è di Gallerana?

21 Rispose il conte Gan: Magna regina,
     Gallerana m’impose una imbasciata,
     Che bench’ella sia fatta parigina,
     Non ha la patria sua dimenticata;
     E forse assalteravvi una mattina
     A Siragozza, e non sarà aspettata,
     Ch’ogni uccello aborrisce al suo nimico,
     E riveder s’allegra il nido antico.

22 E nel partir mi diè questo gioiello;
     Ma maggior cose disse arrecherebbe.
     Rispose presto la reina a quello:
     Gallerana farà quel ch’ella debbe,
     Di riveder la patria e ’l suo fratello,
     Che so che poi contento si morrebbe;
     E ciò che manda lei, sia il ben venuto,
     E così quel da ch’io l’ho ricevuto.

23 Per Siragozza si facevan balli,
     E giuochi, e personaggi, e fuochi, e tresche,
     E chi correva dinanzi a’ cavalli;
     Buffoni e scoccobrin fanno moresche;
     E gettan da’ balcon fior bianchi e gialli,
     Le dame addosso alle gente francesche,
     E tutti i moricin gridon per ciancia:
     Mongioia, e Carlo, e San Dionigi, e Francia.

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24 E pareva quel giorno veramente,
     Che tornò Furio alla città degna alma,
     Che correva a veder tutta la gente,
     E non mancò se non gittar la palma:
     Ma così tosto sarà ancor dolente
     Questa città, ch’oggi parea sì in calma,
     E reputava sdua salute Gano,
     Che dovessi portar la pace in mano.

25 Era il palazzo del re Bianciardino
     Presso alla corte di Marsilione:
     Il re con tutto il popol saracino
     Accompagnoron quivi Ganellone,
     Acciò che quel diavol tentennino
     Tentassi Gan, ch’era la tentazione;
     E così va Furcifer con Furcifero,
     Poi che ’l diavol vuol tentar Lucifero.

26 L’altra mattina il consiglio adunato,
     Marsilio fece una sedia parare
     D’incontra a sè, perchè il sinistro lato
     Non si potessi dal destro notare;
     E Gan con grande onor fu accompagnato,
     E tutto il popol veniva ascoltare
     Lo imbasciator, che di Francia è venuto;
     Ch’ognun s’avea della pace creduto.

27 Posti a sedere il re Marsilio e Gano,
     Quivi era Falserone, e Balugante,
     E Bianciardino appresso, e Gallerano,
     E l’Arcaliffa, ed alcun Ammirante:
     Guardato un tratto il gran popol pagano,
     Quel traditor che le sa tutte quante,
     Rivolse il viso al re Marsilione,
     Poi cominciò la sua degna orazione.

28 Quel vero Dio. che fece la natura,
     E dètte prima alle angeliche squadre
     La forma, il loco, il moto, e la misura,
     Poi nel campo Amascen fe il nostro padre;
     Che creato non fu, ma creatura,
     Onde tutti dannò la prima madre;
     Salvi e mantenga il bel vessillo e degno
     Del re Marsilio in grande stato e regno.

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29 Del mio signor l’alta corona e magna
     Mi manda a te, famoso Saracino,
     A far la pace, e renderti la Spagna,
     Come trattato fu con Bianciardino;
     Cioè sotto tua insegna si rimagna;
     E giura a te per l’ossa di Pipino,
     Che vuol che questa sia, poi che ti piace,
     Ultima, vera e intemerata pace.

30 Ma perchè e’ Saracin vengon da Sarra,
     Che non tenne la legge di Macone,
     Come la vostra bibbia e nostra narra,
     Vuol che tu abbi la juridizione;
     Cioè che tu comandi, imperi, e garra;
     Ma che più oltre non sare’ ragione,
     Che chi è battezzato si sbattezzi,
     Acciò che Cristo non si scandelezzi.

31 E perchè al conte Orlando fu promesso
     Di coronarlo di questo paese,
     Sappi ch’Orlando il primo m’ha commesso,
     E mostro il petto aperto e ’l cor palese,
     Che vuol che sia tutto tuo regno espresso:
     E non guardar che giurassi al Marchese,
     Non menar la sua sposa Alda la bella,
     Se già non fussi coronata quella.

32 Dunque, Marsilio, tu non hai perduto
     D’avere il Mainetto tuo allevato,
     Chè si ricorda ben, come è dovuto,
     Quanto in tua corte tu l’abbi onorato;
     E pentesi aver teco combattuto:
     Se non ch’e’ dice: il tempo è pur passato
     Con fama, insin che l’uno e l’altro è veglio,
     Ed ogni cosa reputa pel meglio.

33 Da ogni parte che tu vuoi, Marsilio,
     Ti proverrò che Carlo t’ama e stima,
     Perchè molto conforme è il tuo ausilio,
     E per l’altra ragion ch’io dissi prima,
     Quando tu l’allevasti come filio:
     E se tu ti levassi troppo in cima
     Tra le guerre di Francia e della Spagna,
     Quando si perde, e quando si guadagna.

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34 Ma sempre assai s’acquista d’ogni parte,
     Cioè che vi s’acquista esperienzia:
     Carlo ha ben letto nelle antiche carte,
     Ed Alcuin fatto ha la sapienzia,
     E legge in ogni facultate ed arte;
     Pertanto io fermerò questa sentenzia,
     Che non s’acquista sanza ostacol fama,
     Perchè l’una virtù l’altra a sè chiama.

35 E però consigliava Scipione,
     Che si dovessi conservar Cartagine,
     Acciò che Roma avessi oppugnazione
     In terra, e così in mar qualche voragine,
     Per non istare in ozio le persone,
     Se surgessi d’Annibal qualche immagine:
     Perchè e’ sapea ch’ogni virtù quel doma,
     E che doveva ancor far cader Roma.

36 Dico così, che il tuo certame o gara
     Con Carlo l’uno e l’altro ha fatto degno,
     Chè combattendo e vivendo s’appara,
     E intanto onor s’acquista, fama e regno;
     Però la tua grandezza gli fia cara,
     Poi che tutto riesce al suo disegno:
     Vera cosa è che pel regno di Francia
     Più sicura è la pace che la lancia.

37 E perchè Falseron detto ci avea,
     Come tu avevi già le gente armate
     In punto, poi che sentisti d’Antea;
     E la cagion che non furon mandate,
     Fu ch’ognun già del Danese sapea;
     Carlo ringrazia la tua maestate,
     E offerisce a te, quando e’ bisogna,
     La Francia e la Brettagna e la Borgogna;

38 Inghilterra, la Fiandra, e sua possanza,
     I paladini, e tutta la sua corte
     E tutte le mie forze di Maganza,
     E in un corpo due anime consorte,
     Pace, lega, amicizia e fratellanza,
     Che divider non possi altro che morte,
     Alter alterius onera portando;
     E così confirmato ha il nostro Orlando.

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39 Molte altre cose ancor Ganellon disse,
     Che fe’ maravigliar chi intorno ascolta,
     E replicò tutte le guerre o risse,
     Che Demostene parve a quella volta;
     E donde prima l’origin venisse;
     Tanto che fu questa orazion raccolta
     E scritta, e molto commendato quello
     Chè gl’intinse la lingua nel cervello.

40 E tentò insin della Fede Marsilio,
     Dicendo: A te sol una cosa or manca,
     Perchè l’anima tua ne va in esilio,
     Giù nell’Inferno, dove è Malabranca;
     Ricognoscere il padre vero e ’l filio:
     (Guarda se potea poi ciurmare in panca!)
     Che se tu confessassi il ver Vangelo,
     Tu saresti felice al mondo e in cielo.

41 Tutto faceva il traditor con arte,
     Ch’un certo Santaficca parer vuole:
     Marsilio, come e’ venne a questa parte,
     Mostrò che l’avea tocco dove e’ duole,
     E disse: Ognun si legga le sue carte,
     Chè cognobbe di Gan ben le parole:
     E fece la risposta egregia e magna
     Di Carlo, e della pace, e della Spagna.

42 Poi finse una sua certa novelletta:
     In una selva presso a Siragozza,
     Per quel ch’io udi’ già dir sendo in Tolletta,
     Dove ogni nigromante si raccozza,
     È una buca nello entrare stretta,
     Ma poi sotterra molto spazio ingozza,
     Dove stanno a guardar sei gran colonne
     Certi spirti gentil con varie gonne.

43 L’una colonna dicon che par d’oro,
     L’altra d’argento, e poi rame, e poi ferro;
     L’altra è di stagno tutto puro e soro,
     E l’ultima di piombo, s’io non erro:
     Io non credetti alcun tempo a costoro,
     Però che il ver con la ragion l’afferro;
     Sì che già molti vi mandai in effetto,
     E ritornati, così m’hanno detto:

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44 Queste colonne son significate
     Per le sei Fede, e quella d’oro è prima
     L’altre, secondo poi la qualitate,
     Di grado in grado più e men si stima;
     Quivi son le carattere segnate,
     Di cui convien ch’ogni anima s’imprima,
     E la Fede sua elegga in questo chiostro
     Prima che infusa sia nel corpo nostro.

45 Gli spiriti che guardan questo loco,
     Mentre l’anime passano, ognun priega;
     Elle sen vanno come uccello a giuoco,
     Volgonsi a quella ove il desio le piega;
     Perchè ancor semplicette sanno poco,
     Ma pur libero arbitrio non si niega;
     Quella che abbraccion, poi la fede è loro:
     Beato a quel ch’abbracciato arà l’oro.

46 Io parlo per parabola, chi intende,
     Ch’io so che tu se’ pur quel Gano antico,
     A cui bianco per nero non si vende,
     E non si scambia il dattero col fico;
     Ma sopra tutto un giusto amor raccende,
     Di riveder sì caro e vero amico:
     E ringrazio colui che t’ha mandato,
     Non so se Carlo o dal Cielo ordinato.

47 Poi che il parlar tra costor fu finito,
     E partito il gran popol saracino,
     Il conte Gan con gran corte n’è ito
     Al bel palazzo del re Bianciardino:
     Marsilio fece un solenne convito
     L’altra mattina ordinar nel giardino,
     E Gan vi venne e portò quella vesta
     Che gli donò, per far più allegra festa.

48 Ma drento nella mente sua lavora
     Un pensier ch’era amaro, oscuro e fosco;
     E dicea: Che farò? pentomi ancora:
     Questo peccato, poi ch’io lo cognosco,
     Tanto è più grave; e già s’appressa l’ora.
     Ma l’anima avea già beuto il tosco:
     E non isperi ignun con Dio concordia,
     Passato il segno di misericordia.

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49O sodalizio, o maladetto loco,
     Dove fu perpetrato tanto male!
     Vennon quante vivande e feste e gioco
     Richiedeva il convito trionfale,
     E ciò ch’io ne dicessi sare’ poco:
     E ’l traditor crudele e micidiale,
     Benchè tutto turbato è in suo segreto,
     Si dimostrava il dì più che mai lieto.

50 Avea da Falseron Marsilio inteso
     Ciò che Gan pel cammino aveva fatto,
     E che nel parlar suo poco ha compreso;
     Se non che tanto n’aveva ritratto,
     Che gli pareva vederlo sospeso,
     E non mostrassi quel che drento è piatto,
     E che volessi a lui dir qualche cosa
     Che ancor nella sua mente era dubbiosa.

51 E Bianciardin, ch’era con Gan molto uso,
     Provato avea, per iscalzargli il dente,
     Tutti i suoi ferri, e poi del tarabuso1
     Gli artigli, e non avea fatto niente;
     Sicchè Marsilio restava confuso,
     Chè interpetrar nol potea facilmente>;
     E cognosceva, che v’è macchia e dolo;
     Ed accordârsi che e’ tentassi solo.

52 Dopo molti piacer, sollazzi e balli,
     Canti, giuochi, buffon, come è usanza,
     E corso cervi, alepardi e cavalli,
     Per onorare il signor di Maganza:
     Marsilio chiamò a sè certi vassalli,
     Perchè s’aveva a ballare altra danza,
     E finse che la festa omai rincresca,
     Ed ordinò ch’ognun fuor del parco esca.

53 Rimasi soli Marsilione e Gano,
     Il re si volse con allegra fronte,
     E disse: Imbasciator, presa la mano,
     tu sai il proverbio: la mattina il monte
     Vicitare alle volte è grato e sano;
     Poi verso sera vicitar la fonte.
     Era già vespro e più che mezzo il giorno,
     E così inverso una fonte n’andorno.

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54 Posti a sedere e riguardato un poco,
     Laudò la fonte Gan, ch’assai gli piacque,
     Però che tutto è circondato il loco
     Di pomi, e fresche e cristalline l’acque;
     Ma non poterno spegnere il gran foco
     Onde principio al gran peccato nacque:
     Poi cominciò Marsilio come amico
     A ragionar con Gan del tempo antico.

55 E cominciossi insin dal Mainetto,
     E come Gallerana amassi quello,
     Mentre ch’egli era in corte giovinetto,
     Molto pronto, leggiadro, e savio e bello;
     E come prima s’avvide, nel petto
     Ardea di questi amanti Mongibello,
     E che per gentilezza tacer volse
     Di quel che in verità spesso gli dolse.

56 E che pensava d’aversi allevato,
     Non altrimenti che ’l suo Zambugeri,
     Un altro figlio di lui proprio nato,
     Perchè lo tenne in corte volentieri
     E molto fu alcun tempo onorato;
     E che fatti gli avea molti piaceri;
     Poi gli volse la punta della lancia,
     Come in mano ebbe lo scettro di Francia.

57 E disse poi delle guerre passate;
     E quante ingiurie gli avea fatte Carlo
     Onestamente furon ricordate;
     Dicendo: A sicurtà con teco parlo;
     Con parole pur destre accomodate,
     Per mostrar come al cor gli rode un tarlo,
     A ricordarsi del tempo preterito,
     E che aveva da lui cattivo merito.

58 E che gli aveva tre volte la Spagna
     Tolta, e volea pur coronarne il Conte;
     E ricordava al signor di Magagna,
     Non di Maganza, tutte le sue onte;
     Che, per veder se Marsilio si lagna
     Da beffe, gli occhi affisa nella fonte;
     E non guardava sè come Narciso,
     Ma gli atti e’ gesti di Marsilio al viso.

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59 E Marsilio anche, poi che vide attento
     Gano in su questo, riprese speranza,
     E le vele adattoe secondo il vento,
     E mutò presto nuovo suono e danza;
     E mostrò che il valor suo non è spento,
     Che avea tesoro ancor molto e possanza,
     E come e’ fussi Orlando un giorno morto,
     Che mosterrebbe a Carlo egli avea il torto.

60 Questo dicea come prudente, quello,
     Per veder se alla trappola guidarlo
     Volea quel traditor malvagio e fello,
     Chè poco poi si curava di Carlo:
     Ma come egli ebbe tocco quel zimbello,
     Non bisognò più Gano stuzzicarlo,
     Nè tirar sì che si spicchi la coda,
     E il capo alzò pien di malizia e froda.

61 Quest'ultimo parlar fu quella chiave
     La qual con mille ingegni aperse il core
     A Ganellon, tanto volse soave:
     E sospirò più volte il traditore,
     Come chi cosa dir vuol dura e grave:
     Poi disse: O savio, astuto tentatore
     Che mi costrigni a scoprir le mie colpe,
     Noi sarem, veggo, in un sacco due volpe.

62 Tu vuoi che muoia Orlando, e così sia,
     Ed Ulivieri; e sai della guanciata
     Che mi diè in corte, e della ingiuria mia,
     Che nel core e nel volto è ancor segnata:
     E Falseron credette per la via
     Avermi, e Bianciardin qua la ballata
     Più volte ha ribeccata, e ’l suo palagio
     Mi dèsti, chè a tentar quello avessi agio.

63 E Falseron fe’ in Francia l’abbracciate
     Col conte Orlando; e del suo Ferraue
     Furon tutte le ingiurie perdonate;
     Non so se colla lingua o col cor fue:
     Tutte le vostre astuzie ho ben notate;
     E ritentò più d’una volta e due,
     Se ti poteva in qua guidare Orlando;
     Però il venne co’ baci sciloppando.

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64 Ma perchè formicon vecchio è di sorbo,
     Che non isbuca all’accetta o al martello,
     Tu potresti aspettar, Marsilio, il corbo,
     Chè sai ch’egli è molto malvagio uccello;
     Ed ha con teco l’animo sì torbo
     Ch’a Siragozza non verrebbe quello,
     Chè si tien della Spagna ingiuriato,
     Donde e’ pensava d’esser coronato.

65 Ma s’io tel conducessi in Roncisvalle?
     Io non ti chieggo, come Giuda, argento;
     Ma vuolsi queste cose ben pensalle,
     E misurar, non ch’una volta, cento;
     Chè questo è grave peso alle mie spalle:
     Nè vo’ che sia chiamato tradimento,
     Ch’io porto d’Ulivier nel viso il segno,
     E licito ogni cosa è per isdegno.

66 Quando Marsilio intese Ganellone
     Che va su per la fatta a buon cammino,
     Parvegli tempo a metter l’artimone
     E non calare or più il timon latino;
     E va per Bianciardino e Falserone
     Per un uscio segreto del giardino;
     E ritornò dove il malvagio conte
     Ganellone aspettava a quella fonte;

67 E replicò ciò che gli aveva detto,
     Però che a questi nulla era segreto;
     E come egli avea aperto il core e ’l petto,
     E molto ognun di lor si fece lieto.
     O traditor ribaldo e maladetto,
     Che non cura più Dio nè suo decreto!
     E disse: Tante te n’ho fatte omai,
     Cristo, che questa mi perdonerai.

68 L’anima mia dove ella debbe gire,
     Credo che sia l’alloggiamento or preso,
     E non può la sentenzia preterire;
     Ulivier tante volte m’ha offeso,
     Ch’io non intendo viver nè morire,
     Che merito per merito fia reso:
     E s’io non porto questa ingiuria meco,
     Contento me ne vo nel mondo cieco.

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69 Era Gan traditor di sua natura,
     Prescito più che Giuda Scariotto;
     Ma non offenda ignun sanza paura
     Della vendetta, e noti bene il motto,
     Che per disperazion l’uom s’assicura,
     E dice: Se il disegno fia pur rotto,
     Come fortuna alle volte ingarbuglia,
     Che fia? mort’io, mort’una mosca in Puglia.2

70 Il tradimento Gano ha disegnato,
     Ch’Orlando in Roncisvalle venir debbe
     A ricevere un don che fia mandato,
     Il qual sempre tributo poi sarebbe;
     E Carlo appiè di Porto abbi aspettato;
     E che quivi la pace si farebbe,
     Dove Marsilio andar vuole in persona
     E inginocchiarsi a sua santa Corona.

71 E che voleva infin baciarli il piede,
     E far con lui sincera e vera pace;
     E che, se il Mainetto suo rivede,
     Dirà qual Simeon: Come a te piace,
     L’anima mia omai, Signor, recede;
     E tutte cose, che parran capace,
     Digeste, esaminate a parte a parte,
     Con mille scaltrimenti e con mill’arte,

72 Orlando in Roncisvalle, come io dico,
     Per fare al re Marsilio compagnia,
     Che paressi deposto ogni odio antico,
     E il tributo ricevere, il qual fia
     Le frutte amare3 di Frate Alberico.
     Ma mentre Ganellon questo dicia,
     Cadde la sedia ove Marsilio siede,
     E la cagion non s’intendeva o vede.

73 Ma miracol non è quel che il ciel vuole:
     Poi appariron gran prodigi e segni,
     E si turbò in un tratto in aria il sole;
     E’ nugoli, che d’acqua eran già pregni,
     Cominciono a tonar, come far suole
     Quando par Giove più crucciato sdegni:
     E vento e furia e grandine e tempesta
     Subito apparve: o Dio, gran cosa è questa!

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74 E mentre spaventati eran costoro,
     Venne una folgor che cadde lor presso,
     La qual percosse di cima un alloro,
     Ed abbruciollo, e insino in terra è fesso.
     O Febo, come hai tu que’ bei crin d’oro
     Così lasciato fulminare adesso?
     Dunque i suoi privilegi il lauro or perde,4
     Che per ogni stagion suol parer verde?

75 Disse Marsilio: O Macon, che fia questo?
     Chè certo esser non può sanza misterio;
     O Bianciardino, io ti dirò il ver presto:
     Questo è cattivo augurio al nostro imperio.
     Intanto venne un tremuoto rubesto,
     Che scosse questo e quell’altro emisperio!
     Falseron si turbò tutto nel volto,
     Ed anco a Bianciardin non piacque molto.

76 Ma per paura nessun non si mosse:
     In questo mezzo sopra loro apparse
     Un vampo, che parea di fuoco fosse;
     E l’acque vidon traboccate e sparse
     Fuor della fonte, che parevon rosse;
     E ciò che quelle toccorno, tutto arse:
     Sì che dintorno abbruciò la gramigna,
     Chè l’acqua bolle, e pareva sanguigna.

77 Era disopra alla fonte un carrubbio,
     L’arbor, si dice, ove s’impiccò Giuda:
     Questo più ch’altro misse Gano in dubbio,
     Perchè di sangue gocciolava e suda,
     Poi si seccò in un punto i rami e ’l subbio,5
     Sì che di foglie si spogliava e muda;6
     E cascò in capo a Ganellone un pome,
     Che tutte quante gli arriccia le chiome.

78 Gli animal che nel parco eran rinchiusi
     Comincioron tra lor tutti a urlare;
     Poi si rivolson musi contra musi
     E insieme comincioronsi a cozzare.
     E così stetton gran pezzo confusi
     Marsilio e gli altri le cose a mirare,
     E non sapeva ignun quel che si facci,
     Tanto l’ira del ciel par che minacci.

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79 Ma benchè nel giardin le triste aguria
     Apparissin, di fuor non fu sentito
     Per la città, nè da’ baroni in curia,
     Onde Marsilio è poi più sbigottito:
     E poi che fu passata questa furia,
     Ed ognuno era attonito e smarrito,
     Cominciò Bianciardino a confortargli,
     Ed a suo modo i segni a interpetrargli.

80 E mostrò con sua arte e sua dottrina,
     Che questi segni appariti sì strani
     Dinotavan l’incendio e la ruina,
     E ’l sangue che fia sparto de’ Cristiani;
     Ma Ganellone altrimenti indovina,
     E ben cognobbe gli argumenti vani:
     E tutta quella notte insino al giorno
     Varie cose alla mente ebbe dìintorno,

81 E combattè col senso la ragione,
     Poi vinse sua natura maladetta:
     L’altra mattina il re Marsilione
     Mandò per tutti i savi di Tolletta,
     Come colui ch'è in gran confusione,
     Che dovessino a lui venire in fretta;
     E non si fida a Bianciardin di questo,
     Chè non s’accorda ben la chiosa e ’l testo.

82 A Siragozza vennon tutti quanti
     A disputar sopra questa matera,
     Magi, astrolagi e molti nigromanti,
     Vaticini, auruspi, che ve n’era
     Gran copia allora, e famosi e prestanti.
     Marsilio contò lor la cosa intera,
     E comandò che debbin dire a quello
     Il vero, come a Nabucco Daniello.

83 Furono insieme adunque gl’indovini,
     E disson, dopo molto disputare,
     Che si potea per Carlo e’ paladini
     Il sangue e queste cose interpetrare,
     Come contra a Marsilio e’ Saracini;
     E d’alcun caso poi particulare
     Ebbon tra lor diverse opinione;
     Pur fecion tutti una conclusione.

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84 La folgor che l’alloro avea percosso
     Interpetrar si potea facilmente,
     Chè Cesare o poeta, e non uom grosso,
     Si solea coronarne anticamente;
     Però sarebbe un imperio rimosso:
     Poi disse un vecchio, tra loro sapiente,
     Che del carrubbio il caso era sì strano,
     Che lo lasciava interpetrare a Gano.

85 Questa parola a Gan dette terrore,
     Più che non fece il fatto per sè stesso:
     Non so se pur questo indovinatore
     Si disse a caso, come avviene spesso,
     O cognosceva Gan per traditore.
     Gan gli rispose: Egli è più tuo interesso
     Che ogni cosa a Marsilio distingua,
     Che si vorrebbe cavarti la lingua.

86 Riprese il re Marsilio il nigromante,
     E dette a tutti alla fine licenzia;
     Ed accordàrsi e’ si traessi avante
     Il tradimento con gran diligenzia,
     E che si metta la gente africante
     In punto, e tutta la lor gran potenzia:
     E sopra tutto ognun di loro intese
     Che si levassi di Spagna il Danese.

87 Intanto Ganellone a Carlo scrisse,
     Com'egli aveva la pace ordinata,
     E bisognava che Orlando venisse
     In Roncisvalle con la sua brigata;
     E del tributo e d’ogni cosa disse,
     E replicò tutta la intemerata;
     E che venissi appiè di Porto presto,
     Dove aspettar Marsilio pare onesto.

88 E disse: Il re Marsilione ti manda
     Un don che sare’ degno in cielo a Giove,
     Una ricca corona, una grillanda,
     Con un carbonchio mai più visto altrove,
     Che riluce la notte d’ogni banda,
     Quand’ella è bene oscura, e quando e’ piove;
     Ed oltra questo una ricca collana
     Di pietre preziose a Gallerana.

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89 Mandagli un vel, ch’è tutto lavorato
     D’oro e di seta, e drento al foco imbianca,
     E però Salamandra è appellato;
     Dove alcuno scrittor forse qui manca:
     Un dente d’elefante smisurato,
     E di serpente un corno ed una branca,
     Due selvaggi leon fuor di misura,
     Che a ognun fanno a vedergli paura.

90 Pel parco ancor molti destri alepardi,
     Che in pochi salti raggiungon le fiere,
     E tigri e cefi e bissonti gagliardi,
     E coccodrilli e giraffe e pantere;
     Mándati tanti stambecchini e dardi,
     Turcassi ed archi di mille maniere,
     Brenuzzi e cinti e molti cordovani,
     Falcon, girfalchi, e ghezzi e cani alani.

91 E poi che fur caricati i cammelli
     Di ricche merce e d’ogni arnese vario,
     Bertucce e babbuini e soprasselli,
     V’aggiunse il re Marsilio un dromedario,
     Il qual t’arrecherà tanti gioielli,
     Che non avea tanto tesoro Dario,
     E s’io il dicessi, e’ non sare’ creduto;
     E questo fia poi sempre il tuo tributo.

92 Mándati ancor due spiriti folletti,
     Floro e Faresse, e parlerai con loro
     In uno specchio dove e’ son costretti,
     E molte cose degne dirà Floro:
     Cento bianchi destrier, cento giannetti,
     Con tutte le lor selle e briglie d’oro,
     Al conte Orlando, e molte carovane
     Di drappi, arnesi e cose soriane.

93 A Ulivieri una leggiadra vesta,
     La qual tutta di gemme è ricamata:
     Diecimila seraffi o più val questa.
     E poi che fu la pace divulgata,
     Per Siragozza si fa fuochi e festa,
     E tutti i gran signor della Granata
     Vengono a corte a Marsilio adorarlo,
     E non si grida se non pace e Carlo.

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94 Credo per grazia il ciel m’ha riserbato
     A tanto bene, innanzi ch’io sia morto:
     E parmi il luogo che s’è disegnato,
     Di venire a San Gianni piè di Porto,
     Che sia proprio al bisogno accomodato:
     Ma io sarò costà, credo, di corto;
     Intanto fa’ che la tua corte adorni,
     E che tu scriva al Danese che torni.

95 La lettera il messaggio appresentoe
     A Carlo, e mai non si vide più lieto,
     E nel consiglio a tutti la mostroe,
     E chiama Ganellon savio e discreto:
     Ma Namo già non se ne rallegroe;
     E giudicava ognun nel suo segreto,
     Che Ganellon gittassi il giacchio tondo
     A questa volta, e che toccassi fondo.

96 E perchè Orlando andato era in Guascogna,
     E non voleva a Parigi più stare,
     Ed avea seco il duca di Borgogna;
     Carlo gli scrisse ch’e’ dovessi andare
     In Roncisvalle presto, ove bisogna
     Il re Marsilio e ’l tributo aspettare:
     E che e’ dovessi deporre ogni sdegno,
     Chè non gli mancherebbe stato e regno.

97 E mandògli la lettera, che scrisse
     Gano; e giurava per la sua corona,
     Poi che son terminate l’aspre risse,
     Ed Antea ritornata a Babillona,
     Benchè d’accordo di Francia partisse,
     Che gli voleva ritorre in persona
     E Babillona e Persia e la Soria,
     E dar di tutto a lui la signoria.

98 Chè, poi ch’egli era il campion ver di Cristo,
     Volea che ’l suo sepulcro lui guardassi,
     Che tolto aveva a’ nimici di Cristo:
     Pertanto al tutto in Roncisvalle andassi;
     E perchè tanto umiliossi Cristo,
     A Marsilio ancor lui s’umiliassi:
     (Vedi s’egli era all’usato pur cieco!),
     E che menassi il conte Anselmo seco.

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99 Questo è quel conte Anselmo, che si dice
     Che in Roncisvalle fe’ mirabil cose,
     Donde l’anima in ciel n’andò felice.
     Orlando in man la lettera gli pose.
     Ulivier questa andata contraddice;
     Ma poi seguire Orlando si dispose,
     Perchè pure era una volta cognato,
     E lungo tempo l’avea seguitato.

100 Or oltre in Roncisvalle Orlando va
     Per obbedir, com’e’ fe’ sempre, Carlo:
     Non so se Rafael con lui sarà;
     Credo che sì, chè non dovea lasciarlo;
     Forse che no; ma più tosto verrà
     Cogli altri in paradiso accompagnarlo,
     Dove l’anima giusta e benedetta
     Nella gloria de’ martiri s’aspetta.

101 Rescrisse a Gan lo imperator, ch’avea
     Ogni cosa ordinato, e la partenzia
     Il tal dì di Parigi esser dovea,
     E commendava la sua diligenzia.
     Or come il traditor questo intendea,
     Dal re Marsilio pigliava licenzia;
     E nel partire ordinava ogni cosa,
     Acciò che a tempo fiorisca la rosa.

102 E reputava Gan tanto gagliardo
     Orlando, che gli parve e’ bisognassi
     Cento mila Pagan nel primo sguardo;
     Nella seconda schiera ne cacciassi
     Dugento mila; e poi nel retroguardo
     Altrettanto di tutti non mancassi:
     Chè il terzo dì, se la battaglia dura,
     Ognuno arebbe d’Orlando paura.

103 E disse: Intendi ben quel ch’io ti dico,
     Marsilio: a questa parte abbi rispetto,
     Però che e’ fu fatato per antico,
     Che il terzo dì nessun gli regge a petto;
     E so che prezza poco ogni nimico;
     E Carlo molte volte me l’ha detto,
     Ch’e’ fu fatato infino in Aspramonte,
     Al tempo d’Agolante e del re Almonte.

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104 E che con le sue man l’angiol Michele
     Gli cinse quella spada Durlindana,
     E fecel cavalier di Dio fedele,
     Che difendessi la fede cristiana;
     Benchè alcun dica, più dolce che méle,7
     Che fu san Giorgio e la Fata Morgana:
     Ma credi qualche cosa sia di questo,
     Perchè la pruova lo fa manifesto.

105 Orlando è uom che non are’ paura
     Di Marte, se venisse con sua insegna,
     E farà cose il dì sopra natura,
     Ch’animo cesareo nel suo cor regna;
     Ed anche ci bisogna aver qui cura
     A Ulivier, ch’io credo con lui vegna,
     Ed arà seco forse il conte Anselmo,
     Che miglior cavalier non s’allaccia elmo.

106 Però secento mila combattenti
     De’ miglior della Spagna ti bisogna:
     E non sia ignun che consigli altrimenti,
     Ch’Orlando so ti farebbe vergogna:
     Parmi da far certi provedimenti,
     E non ti paia cosa che si sogna;
     Chè chi vuol quelle gente pigliar tosto,
     Come le pecchie gli pigli col mosto.

107 Però si mandi innanzi caricati
     Di vino e vettovaglia assai cammelli,
     Che come e’ fieno un poco riscaldati,
     Al primo assalto vinceranno quelli;
     Tanto che i primi Pagan fien tagliati,
     Poi torneranno di leoni agnelli;
     Pur la seconda schiera fia ancor rotta:
     La terza, no: tu vincerai allotta.

108 Ma fa’ che in Roncisvalle sien per tempo,
     Prima che ignun la corazza s’affibbi,
     Chè non aram così d’armarsi tempo,
     E sconteranno e datteri e’ zibibbi;
     Chè se le cose si faranno a tempo,
     Gli uomini son sanza arme come nibbi:
     Salvo ch’Orlando e’ paladin faranno
     Cose che scritte non si crederranno.

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109 Poi disse Gano: Una cosa ci resta:
     Baldovin mio figliuol vi raccomando,
     Il qual verrà con la cristiana gesta,
     Però che vuol sempre esser con Orlando.
     Disse Marsilio: La mia sopravvesta
     Gli porta e dì così, ch’io gliela mando,
     E vo’ che sempre per mio amor la tenga,
     E che con questa in Roncisvalle venga.

110 Poi che fu ordinato il tradimento,
     E recato la Bibbia e l’alcorano,
     E dato a tutti quanti il sacramento,
     Da Siragozza si partiva Gano;
     Marsilio volea dargli oro ed argento,
     Ma Ganellon non vi porse la mano,
     E fece un ben che sarà il primo e ’l sezzo,
     Chè ricever non vuol di sangue prezzo.

111 E tanto ha cavalcato il traditore,
     Che in pochi giorni a Parigi arrivava;
     E come e’ giunse ov’è lo imperatore,
     Carlo l’abbraccia, e quasi lacrimava
     Di tenerezza che gli venne al core;
     E Gan poi questo e quell’altro abbracciava:
     Par che venga da far qualche sant’opra,
     E tutta quella corte va sozzopra.

112 Pensa, lettor, che il traditor rassetti
     Tutte sue bagattelle e sue bugie;
     E mandragole e serpe e bossoletti,
     E polvere e cartocci e ciurmerie
     Mostrassi, e tutti sciogliessi i sacchetti:
     E lo stagnon dell’utriaca aprie,
     Ma non mostroe, chè l’ha nascoso, e sallo,
     L’arsenico, il nappello e il risagallo.

113 E poi con Gallerana cicalava,
     E disse come la reina Blanda
     A Siragozza un giorno l’aspettava,
     E però molte cose non gli manda;
     Poi Carlo tuttavia sollecitava,
     E sempre l’onor suo gli raccomanda,
     E ch’e’ menassi la sua corte adorna:
     E pure al fatto d’Orlando ritorna.

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114 Carlo si studia, che par che trafeli;
     Non dice come a Giuda: ad quid venisti?
     Chè Ganellon gli ha portati i Vangeli,
     E son proprio di man de’ Vangelisti;
     E non pensava a tanti amari feli,
     Insin che gli fia detto un dirupisti:
     Morto è Orlando e la sua gente tutta;
     E la tua Francia bella omai distrutta.

115 Io avevo pensato abbreviare
     La istoria, e non sapevo che Rinaldo
     In Roncisvalle potrebbe arrivare;
     Un angel poi da ciel m’ha mostro Arnaldo,
     Che certo un autor degno mi pare,
     E dice: Aspetta, Luigi, sta saldo,
     Chè fia forse Rinaldo a tempo giunto.
     Sì ch’io dirò come egli scrive appunto.

116 E so che andar diritto mi bisogna,
     Ch’io non ci mescolassi una bugia,
     Chè questa non è istoria da menzogna;
     Chè, come io esco un passo della via,
     Chi gracchia, chi riprende e chi rampogna,
     Ognun poi mi riesce la pazzia;
     Tanto che eletto ho solitaria vita,
     Chè la turba di questi è infinita.

117 La mia accademia un tempo, o mia ginnasia,
     È stata volentier ne’ miei boschetti,
     E puossi ben veder l’Affrica e l’Asia;
     Vengon le ninfe con lor canestretti,
     E portanmi o narciso o colocasia,
     E così fuggo mille urban dispetti:
     Sì ch’io non torno a’ vostri ariopaghi,
     Gente pur sempre di mal dicer vaghi.

118 Poi che Malgigi vide Carlo Mano,
     Che come un bufol drieto al suo disegno
     Si lasciava guidar pel naso a Gano,
     Si partì da Parigi per isdegno,
     E fece l’arte usata a Montalbano,
     Per saper dove, in qual paese e regno,
     Si ritrova Rinaldo e’ suo’ fratelli,
     Chè lungo tempo non sapea di quelli.

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119 Uno spirto chiamato è Astarotte,
     Molto savio, terribil, molto fero,
     Questo si sta giù nelle infernal grotte:
     Non è spirto folletto, egli è più nero:
     Malgigi scongiurò quello una notte,
     E disse: Dimmi di Rinaldo il vero,
     Poi ti dirò quel che mi par tu faccia:
     Ma non guardar con sì terribil faccia.

120 Se questo tu farai, io ti prometto
     Ch’a forza mai più non ti chiamo o invoco,
     E d’ardere alla morte un mio libretto,
     Che ti può sol costringer d’ogni loco,
     Sì che poi più tu non sarai costretto.
     Per che lo spirto, braveggiato un poco,
     Istava pure a vedere alla dura,
     Se far potessi al maestro paura.

121 Ma poi che vide Malgigi turbato,
     Che voleva mostrar l’anel dell’arte,
     E in qualche tomba l’arebbe cacciato;
     Volentier sotto si misse le carte,
     E disse: Ancor tu non hai comandato.
     E Malagigi rispose: In qual parte
     Si ritruovi Rinaldo e Ricciardetto
     Fa’ che tu dica, e d’ogni loro effetto.

122 Rinaldo le piramide a vedere
     È andato di Egitto, gli rispose
     Questo démone; e se tu vuoi sapere
     Tutti i suoi fatti, io t’ho a dir tante cose,
     Che ’l sonno so non potresti tenere.
     Disse Malgigi: Delle più famose
     Notizia voglio, e però non t’incresca;
     Ma dì più forte, acciò che ’l sonno m’esca.

123 Rinaldo Fuligatto aveva seco,
     Disse Astarotte, infino a qui t’ho detto,
     Quando altra volta ne parlai già teco;
     Guicciardo suo, Alardo e Ricciardetto
     Vollon veder tutto il paese greco,
     E poi passar d’Elesponto lo stretto,
     Perchè e’ sapevon per antica fama
     Del monte eccelso che Olimpo si chiama.

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124 E poi che furon tre giorni montati,
     Perchè pure a salir si suda e spasima,
     Sendo in alto una notte addormentati,
     Uccise Fuligatto la fantasima:
     Credo ch’egli eran tanto affaticati,
     Che per l’affanno venissi quest’asima;
     Che il sangue al cor per le vene s’accolse,
     E così mal della impresa gli colse.

125 Rinaldo il seppellì come e’ potea,
     E terminò pur di veder la cima:
     Vide che sotto le nugole avea,
     E lettere gran tempo scritte prima
     In su la rena scolpite leggea,
     Chè vento o pioggia non par che l’opprima;
     Ma poi trovò, nello scendere il monte,
     Una strana Chimera a una fonte.

126 Uccise questa, che fu maraviglia,
     Chè mai nessun più non v’era arrivato,
     Ch’affisar sol questo mostro le ciglia,
     Col guardo suo non l’avessi ammazzato:
     Poi verso il Cair rivolse la briglia,
     Poi vèr Domasco; ed al Giaffo arrivato,
     Volle vedere il sepulcro di Cristo,
     Benchè il diavol non dicessi: Cristo;

127 Disse il sepulcro del monte Calvario.
     Poi lasciâr quivi ciascuno il destriere;
     E tolson chi cammel, chi dromedario,
     E ’l monte Sinaì vollon vedere:
     E perchè il vento si misse contrario,
     Furno a pericol di non rimanere
     Tutti annegati in quel mar della rena,
     E con fatica lo passorno appena.

128 E sopra a Sinaì saliti, e scesi
     Da quella parte ove il gran fiume corre,
     Vollon vedere anche molti paesi,
     E dove fu di Nembrotte la torre;
     Poi ritornati, e’ lor destrier ripresi,
     Saliti prima al bel monte Taborre,
     Trascorson fino in India al prete Ianni,
     E combatteron là molti e molt’anni.

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129 Tanto che sol v’era un signor rimaso,
     Il qual non si voleva battezzare,
     E redurre alla fede di Tommaso:
     Ma perchè più non vollon soggiornare,
     Rinaldo se n’andò verso l’Occaso,
     E volle il grande Atlante superare,
     Sanza curarsi o di fatica o gielo,
     Forse per torgli dalle spalle il cielo.

130 Poi vide i segni che Ercule già pose,
     Acciò che i navicanti sieno accorti
     Di non passar più oltre, e molte cose
     Andò veggendo per tutti que’ porti;
     E quanto ell’eran più maravigliose,
     Tanto pareva più che si conforti:
     E sopra tutto commendava Ulisse,
     Che per veder nell’altro mondo gisse.

131 Or finalmente si tornò in Egitto,
     Ed ha molte provincie battezzate:
     Credo ch’egli abbi l’animo diritto,
     Di non tornar mai più in Cristianitate;
     E so che molte volte v’ha qua scritto,
     Ma non ci son le lettere arrivate,
     Che s’egli avessi seco avuto Orlando,
     Sarebbe mezzo il mondo a suo comando.

132 Già era Malagigi stato attento
     Tre ore o più, che quel demone ha detto,
     E disse: Non dir più ch’i’ m’addormento;
     Sol t'ho chiamato per questo rispetto,
     Che tu vadi a Rinaldo in un momento,
     E che tu porti lui con Ricciardetto
     In Roncisvalle, dove aspetta Orlando:
     E so che intendi, io te gli raccomando.

133 Disse Astarotte: E’ non si fideranno.
     Rispose Malagigi: Entra in Baiardo;
     Rinaldo e Ricciardetto vi saranno:
     Guicciardo non importa, e così Alardo;
     E inverso Montalban si torneranno:
     Ma fa che a questo tu abbi riguardo,
     Che non rincresca a Rinaldo la via,
     E che in tre giorni in Roncisvalle sia.

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134 Un’altra cosa ti bisogna dire,
     Ch’io son da un pensier tutto smarrito,
     E non posso la mente mia chiarire:
     Tu sai che Carlo di Francia è partito;
     Di questa andata che debbe seguire,
     Se Orlando in Roncisvalle fia tradito;
     E quel che fece il traditor di Gano
     A Siragozza col gran re Pagano.

135 Disse Astarotte: A giudicare è scuro,
     S’io non pensassi tutta questa notte,
     E non sarebbe il giudicio sicuro,
     Chè le strade del ciel son per noi rotte;
     Noi veggiam come astrolagi il futuro,
     Come tra voi molte persone dotte,
     Chè non camperebbe uomo nè animale,
     Se non che corte abbiam tarpate l’ale.

136 Dir ti potrei del Testamento Vecchio,
     E ciò che è stato per lo antecedente;
     Ma non viene ogni cosa al nostro orecchio,
     Perch’egli è solo un primo onnipotente
     Dove sempre ogni cosa in uno specchio,
     Il futuro e ’l preterito, è presente:
     Colui che tutto fe’, sa il tutto solo,
     E non sa ogni cosa il suo Figliuolo.

137 Però dir non ti posso, s’io non penso,
     Quel che debbe seguir di Carlo Mano:
     Sappi che tutto questo aire è denso
     Di spirti, ognun con l’astrolabio in mano,
     E ’l calcul tutto, e ’l taccuin remenso;
     Minaccia il ciel di qualche caso strano,
     E sangue e tradimento e guerra e storpio,
     Però che Marte angulare è in Scorpio.

138 E perchè meglio intenda, in ascendente
     Si ritruova congiunto con Saturno,
     Nella revoluzion tanto potente,
     Che non fu tanto alle guerre di Turno;
     Questo dimostra occisione di gente,
     E quanti casi terribil mai furno,
     E mutazion di stati e di gran regni:
     E non soglion mentir mai questi segni.

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139 Non so se a questi dì tu hai ben notate
     Quelle comete che sono apparite,
     Veru e Dominus, Ascone appellate,
     Che mostran tradimenti e guerre, e lite,
     E morte di gran principi, e magnate:
     Ed anche queste mai non son mentite.
     Sì che a me par, per quel ch’io intendo e veggio,
     Che s’apparecchi quel ch’io dico, e peggio.

140 Quel che Gan con Marsilio abbi trattato,
     Non so, ch’io non v’avea la mente volta;
     Credo che sia quel ch’egli è sempre stato,
     Però questa fatica mi sia tolta:
     E so ch’un seggio è per lui preparato,
     E s’io ho la sua vita ben raccolta,
     Piangerà le sue colpe in sempiterno
     Tosto l’anima trista nello inferno.

141 Diceva Malagigi: Tu m’hai detto
     Un punto che mi tien tutto confuso,
     Che il Figliuol tutto non sappi in effetto;
     Io non intendo il tuo parlar qui chiuso.
     Disse Astarotte: Tu non hai ben letto
     La Bibbia, e parmi con essa poco uso;
     Che, interrogato del gran dì il Figliuolo,
     Disse che il Padre lo sapeva solo.

142 Or nota, Malagigi, se tu vuoi
     Ch’io dica pur la mia diffinizione,
     E domanda i teologi tuoi poi:
     Voi dite: in una essenzia tre persone,
     Ovvero una sustanzia, e così noi,
     un atto puro sanza ammistione;
     Però che questo di necessitate
     Convien che sia quel che tutti adorate.

143 Un motor donde ogni moto deriva,
     Un ordin donde ogni ordin sia construtto,
     Una causa a tutte primitiva,
     Un poter donde ogni poter vien tutto,
     Un foco donde ogni splendor s’avviva,
     Un principio onde ogni principio è indutto,
     Un saper donde ogni sapere è dato,
     Un bene donde ogni bene è causato.

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144 Questo è quel padre, e quel monarca antico,
     C’ha fatto tutto e può tutto sapere,
     E non può preterir l’ordin ch’io dico,
     Chè ’l cielo e ’l mondo vedresti cadere:
     Or s’io non son, com’io solea già, amico,
     Non posso in quello specchio più vedere,
     Dove apparisce or forse i vostri guai,
     Benchè il futuro io nol sapessi mai.

145 E se Lucifer l’avessi saputo,
     E’ non avea tanta presunzione;
     E non sarebbe nel centro caduto,
     Per voler la sua sede in Aquilone;
     Ma non aveva ogni cosa veduto,
     Onde e’ seguì la nostra dannazione:
     E perchè il primo lui fu in questa pecca,
     Caduto è il primo lui nella Giudecca.

146 E non aremo invan tentati tanti,
     Che tutti son felicitati in cielo;
     Se non che, come io dico, tutti quanti
     Agli occhi della mente abbiamo un velo;
     E non arebbe il gran Santo de’ Santi
     Satan, come voi dite nel Vangelo,
     Tentato e poi portato in sul pinacolo,
     Infin che pur conobbe il suo miracolo.

147 E perchè tutto fa perfettamente,
     E tutto ha circunscritto e terminato,
     E ciò che fece gli è sempre presente,
     Perch’e’ fu con giustizia esaminato,
     Nota che mai questo signor si pente;
     E s’alcun dice che e’ s’è rimutato,
     Dico che il falso qui pel ver si stima,
     Chè così era nell’ordine prima.

148 Dimmi, rispose Malagigi ancora,
     Chè tu mi pari qualche angel discreto:
     Se quel primo motor, ch’ognuno adora,
     Cognosceva il mal vostro in suo segreto,
     E vedeva presente il punto e l’ora,
     E’ par che e’ sia qui ingiusto il suo decreto,
     E la sua carità qui non sarebbe,
     Perchè creati e dannati v’arebbe,

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149 E presciti imperfetti e con peccati;
     E tu di’ ch’egli è giusto e tanto pio,
     E non c’è spazio a esservi emendati:
     E par che partigian si mostri Dio
     Degli angeli che son lassù restati,
     Che conobbon il ver dal falso e ’l rio,
     E se il fine era o tristo o salutifero,
     E non seguiron, come voi, Lucifero.

150 Crucciossi com'un diavol Astarotte,
     Poi disse: E’ non amò più Micaelle,
     Che Lucifer, quel giusto Sabaotte,
     E non creò Cain peggior che Abelle;
     Se l’un superbo è poi più che Nembrotte,
     L’altro è tutto disforme a Gabrielle,
     E non si pente e non esclama Osanna,
     Libero arbitrio l’uno e l’altro danna.

151 Questo fu quel che ci ha dannati tutti,
     E lungo tempo per la sua clemenzia
     Ci comportò, per non ci far sì brutti,
     Insino al termin della penitenzia;
     E non possiam più in grazia esser redutti,
     Chè giusta è data la nostra sentenzia:
     E non ci tolse il proveder suo il tempo,
     Chè la grazia al ben far fu sempre a tempo.

152 Giusto è il Padre e ’l Figliuolo, e giusto il Verbo;
     E fu con gran pietà la sua giustizia,
     E non fu men d’ingrato che superbo
     Il peccato di tutti e la malizia;
     E non si pente il nostro animo acerbo,
     Però che ciò che dal volere inizia,
     Cognosciuto il ver prima per sè stesso,
     Non tentato d’alcun, mai fu dimesso.

153 Non cognobbe Adam vostro il suo peccato,
     Però dimessa fu questa fallenza,
     Perchè il serpente l’aveva tentato:
     Dispiacque sol la sua disobbedenza;
     Però di Paradiso fu cacciato,
     E riservato della penitenzia
     La grazia, e pace della sua discordia,
     E l’olio ancor della misericordia.

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154 Ma la natura angelica corrotta
     Non può più ritornar perfetta e intera,
     La qual peccò come natura dotta,
     E per questa cagion poi si dispera;
     Chè, se quel savio non rispose allotta,
     Quando Pilato domandò quel ch’era
     La verità, fu che l’aveva appresso,
     Sì che questo ignorar gli fu dimesso.

155 Se non che nel ben far perseverato
     Non ha costui quando le man s’imbianca;
     E non sarebbe anche Giuda dannato,
     Che si pentì, ma la speranza manca,
     Sanza la qual nessun mai fia salvato,
     E ’l detto d’Origen non lo rifranca;
     Nè sia chi l’altra opinion concluda,
     In diebus illis salvabitur Juda.

156 Dunque un primo è nel ciel che tutto intese,
     Da cui tutte le cose son create,
     E creando, e dannando, non ci offese,
     Ma fe tutto in justizia e in veritate;
     E ’l futuro e ’l preterito ha palese,
     Chè, come io dissi, è di necessitate
     Che tutto appaia a quel signor davante,
     Da cui procede ogni virtù informante.

157 E poi che del mio mal pur la cagione,
     Come maestro, m’hai costretto io dica,
     Tu vorresti sapere or la ragione
     Per che e’ durassi invan questa fatica,
     Poi che vedea la nostra dannazione:
     Sappi che segnata è questa rubrica,
     E riservata a quel signor giocondo;
     Sì ch’io nol so, però non ti rispondo.

158 Nè detto l’ho per metterti alcun dubbio
     Ma perch’io veggo che la umana gente
     Di molti errori avvolge a questo subbio,
     E vuol saper, sanza saper niente,
     Onde esca il Nil, non pur solo il Danubbio:
     Basta che tutto ha fatto giustamente,
     E giusto e vero è quel Signor di sopra,
     Come dice il Salmista, in ciascun’opra.

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159 E poeti e filosofi e morali,
     Queste cose, ch’io dico, anche non sanno,
     Ma la presunzion vuol de’ mortali
     Saper le gerarchie come elle stanno;
     Io ero Serafin, de’ principali,
     E non sapea quel che qua giù detto hanno
     Dionisio e Gregorio, ch’ognun erra
     A voler giudicare il ciel di terra.

160 E sopra tutto a questo ti bisogna
     Non ti fidar di spiriti folletti,
     Che non ti dicon mai se non menzogna,
     E metton nella mente assai sospetti,
     E farebbon più danno che vergogna:
     E perchè intenda, e’ non vengon costretti
     Nell’acqua o nello specchio, e in aria stanno,
     Mostrando sempre falsitate e inganno.

161 Vannosi l’un con l’altro poi vantando
     D’aver fatto parer quel che non sia:
     Chi si diletta ir gli uomini gabbando,
     Chi si diletta di filosofia,
     Chi venire i tesori rivelando,
     Chi del futuro dir qualche bugia;
     Sì ch’io t’ho letto un gentil mio quaderno,
     Chè gentilezza è bene anche in inferno.

162 Or basti, disse Malagigi, questo:
     Dimmi al presente quel che fa Marsilio.
     Disse Astarotte: Io tel dirò e presto:
     A Siragozza ha chiamato a concilio
     Il popol tutto, e veggo manifesto
     Gran gente d’arme e di molto navilio
     Apparecchiarsi, e lui nel volto lieto,
     Ma non dice a persona il suo secreto.

163 Potresti tu ritrar qualche parola
     Di Falserone o del re Bianciardino?
     Disse Astarotte: E’ basta questa sola,
     Che qualche tradimento m’indovino.
     Or non più, disse Malagigi, vola,
     E piglia inverso Rinaldo il cammino,
     E porta in Roncisvalle, ov’io t’ho detto,
     Quanto più presto lui con Ricciardetto.

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164 Disse il diavol: Ricciardetto ha seco,
     Per quel ch’io veggo, un leggiadro cavallo
     Che gliel donò lo imperator là greco,
     E non vorrebbe a ’gnun modo lasciallo;
     Però, se in groppa a Baiardo lui reco,
     Questo destrier non potre’ seguitallo:
     Ma per servirti ho pensato il rimedio.

165 Io dirò per tua parte a Rubicante
     Che porti Ricciardetto, o a Farferello,
     Che tentano un signor là di Levante
     Perchè e’ voleva battezzarsi quello:
     Tu se’ tanto famoso nigromante,
     Che sanza mostrar libro o altro anello,
     Per compiacerti, dello infernal chiostro
     Verrebbe Belzebù principe nostro.

166 Disse Malgigi: Se non vien costretto,
     Potrebbe questo spirito ingannarmi,
     E gittare in un fiume Ricciardetto;
     Dimmi, Astarotte, s’io posso fidarmi.
     Disse Astarotte: Non aver sospetto,
     Non ti bisogna adoperare altr’armi;
     E nota una parola, che ignun saggio
     Non fa mai cosa a suo disavvantaggio.

167 Tu potresti cacciarlo in qualche tomba,
     Ma non bisogna, chè ti stima ed ama,
     Tanto il tuo nome giù fra noi rimbomba;
     E vuolsi in ogni loco amici e fama.
     Poi si partì, che parve d’una fromba
     Quando il sasso esce, che per l’aria esclama;
     Anzi folgore proprio par che fosse;
     E la terra tremò, quando e’ si mosse.

168 Or lasciam Astatte andar per l’aria,
     Che questa notte troverrà Rinaldo:
     La nostra istoria è sì fiorita e varia,
     Ch’i’ non posso in un luogo star mai saldo;
     E non sia altra oppinion contraria,
     Chè troppe belle cose dice Arnaldo;
     E ciò che dice, il ver con man si tocca,
     Che mai bugia non gli esce di bocca.

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169 E ringrazio il mio car non Angiolino,8
     Sanza il qual molto laboravo invano,
     Piuttosto un Cherubino o Serafino,
     Onore e gloria di Montepulciano,
     Che mi dette d’Arnaldo e d’Alcuino9
     Notizia, e lume del mio Carlo Mano:
     Ch’io ero entrato in un oscuro bosco:
     Or la strada o ’l sentier del ver conosco.

170 E bisognava che Rinaldo vegna,
     Se non che Carlo non avea rimedio:
     Che se non fussi sua potenzia degna,
     Che molto tenne la battaglia a tedio,
     Marsilio ne venia colla sua insegna,
     E posto arebbe alla fine l’assedio
     Dove Carlo era, a San Gianni di Porto,
     E forse Gan non sarebbe al fin morto.

171 Era il Danese di Spagna tornato,
     E Berlinghieri, Astolfo e Sansonetto,
     E Carlo appiè di Porto hanno trovato,
     E molto di Marsilio avevon detto,
     Che Ganellone avea tanto onorato
     Che parea lor da pigliarne sospetto;
     E come e’ fece nel parco il convito:
     Ognun dicea quel ch’egli avea sentito.

172 Carlo pure all’usato si credea;
     Il perchè Astolfo e Berlinghier partissi,
     E Sansonetto; ch’ognun Gan vedea
     Sempre con Carlo che fa pissi pissi:
     E ’l traditor, che la birba sapea,
     Volle con lor Baldovino anche gissi,
     Per orpellare e coprir le sue colpe:
     Guarda se questo fu tratto di volpe!

173 E nel partir sopra l’armi la vesta
     Gli misse, che Marsilio avea mandata.
     Dicendo: Omai la tua divisa è questa,
     Tanto è degno colui che l’ha donata;
     E vo’ che tu la porti in guerra e in festa:
     Saluta Orlando e tutta la brigata,
     E dì che facci al re Marsilio onore,
     Chè così piace al nostro imperatore.

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174 In questo il re Marsilio ne venía
     Con le sue gente per trovare Orlando,
     Ed ognun si vantava per la via
     D’uccidere il nimico minacciando;
     Diceva un certo Arlotto di Soria:
     La testa d’Ulivieri al tuo comando,
     Chè sai ben quanto m’è stato nimico,
     Ti porterò, Marsilio, come io il dico.

175 E Falseron volea cavare il core
     Al conte Orlando che il suo figlio uccise:
     Non si ricorda in Francia il traditore
     Che l’abbracciò più volte, e pianse, e rise.
     Marsilion, che disiava onore,
     In questo modo le schiere divise,
     E ricordossi ben di mano in mano
     Di tutto l’ordin ch’avea dato Gano.

176 Però la prima schiera cento mila
     Volle che fussi sotto Falserone;
     E missevi di satrapi una fila,
     Gente di pregio e d’alta condizione;
     Come colui che l’opera compila,
     Sì come savio, con gran discrezione:
     Fra gli altri un re di fama e gagliardia,
     Ch’io dissi appresso, Arlotto di Soria.

177 Turchion, Fidasso e Finadusto nero,
     Ch’era ben sette braccia per lunghezza,
     E porta un bastonaccio sodo e fiero,
     Il qual tanta arme, quanto e’ truova, spezza;
     Non basta a questo il giorno un cimitero,
     Tanti n’uccise per la sua fierezza:
     Il re Malprimo, e Malducco di Frasse
     Credo che ancora in questa schiera entrasse.

178 Dico ch’io credo di questo Malducco,
     Chè nella terza lo mette Turpino,
     Acciò che ignun non mi ponga al baucco10
     Che mi sia riprovato un bruscolino,
     Che il popol ne fa poi suo badalucco;
     Ma nella schiera del re Bianciardino
     Dugento mila cavalier vi misse
     Marsilio, avvegnachè di più si disse.

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179 Ed evvi un re, chiamato Chiariello
     Di Portogallo, e il re Margheritonne,
     Balsamin, Fieramonte, e ’l re Fiorello,
     E Buiaforte, e il gran re Sirionne,
     E tanti altri signori in un drappello,
     Che tanti mai non ne vide Ilionne;
     L’ultima schiera fu di Balugante,
     Col resto delle gente tutte quante.

180 Io chiamo qui Turpin mio testimonio,
     Trecento mila è questa schiera terza;
     Quivi era l’Arcaliffa, e ’l re Grandonio,
     Che portava un baston come una sferza
     Con certe palle, e pareva un demonio
     Nero, e con questo baston non ischerza;
     E chi ’l vedeva sanza l’elmo in faccia,
     Dicea: Quel garre, e bestemmia, e minaccia.

181 Orlando in Roncisvalle era venuto
     Con la sua schiera usata anticamente,
     Ed aspettava Marsilio e ’l tributo,
     Che verrà presto sì miseramente:
     Il campo in ogni parte è sprovveduto,
     E già per tutto era sparta la gente:
     Orlando a spasso, per darsi diletto,
     Ispesso andava col suo Sansonetto.

182 E Sansonetto, figliuol del Soldano,
     Era del conte Orlando innamorato,
     Che per suo amore era fatto Cristiano,
     Allor che nella Mecca fu arrivato;
     E sempre lo seguia per monte e piano,
     Tanto che spesso il Soldan fu ammirato:
     Ma Ulivier pur mal contento stassi
     E confortava il campo s’afforzassi.

183 Aveva il re Marsilio già mandato
     Molti cammelli innanzi, e vettovaglia,
     E Bianciardin con essi era arrivato
     Appunto il dì dinanzi alla battaglia;
     E molto avea Orlando confortato
     Di pace, e d’ogni cosa lo ragguaglia,
     E che volessi il re Marsilio amico,
     E lasciar questa volta ogni odio antico.

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184 Poi finse insino a Carlo dovere ire,
     Con certi scaltrimenti suo’ malvagi,
     E seppe al re Marsilio riuscire,
     Per altra via tornato come i Magi,
     E d’Orlando e del campo a referire,
     Ch’alloggiato era con assai disagi;
     Di guardie, ascolte, e d’ogni cosa narra,
     Che non vi si vedea solo una sbarra.

185 Fece Marsilio una bella orazione
     La notte a tutti, dove e’ fecion alto,
     E cominciò: Laudato sia Macone:
     Chè sempre quello invoco, onoro, esalto;
     E’ convien pur ch’io dica la cagione,
     Prima noi siam co’ Cristiani all’assalto,
     Per quel ch’io v’ho condotti in questo loco;
     E vorrei molto dir, ma il tempo è poco.

186 Ognun sa quanto tempo combattuto
     Io ho con Carlo Magno e co’ Cristiani,
     Tanto che vecchio son fatto e canuto,
     E quanto sangue sparto è de’ Pagani,
     E non ho con Orlando mai potuto
     Essere un tratto in su’ campi alle mani,
     Ch’io sarei forse fuor d’un lungo affanno
     Che s’apparecchia o con salute o danno.

187 Tre volte m’ha la Spagna ribellata,
     Come sapete, e parte d’Aragona;
     Appena Siragozza m’è restata;
     Ed or pensava mettersi corona
     Di tutti i nostri regni e di Granata,
     E in Roncisvalle si truova in persona:
     E Macon credo che dal ciel lo mandi,
     E che la fede sua ci raccomandi.

188 Io mandai Bianciardin, poi Falserone
     In Francia a Carlo, a domandargli pace,
     Poi ch’io vidi la mia distruzione;
     Ma so che al nostro Dio questo non piace;
     E la risposta fu per Ganellone,
     Come sapete, superba ed audace,
     Che non volea che torni al Paganesimo
     La Spagna, o sbattezzar chi avea battesimo.

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189 Cesare disse che se, jusjurando,
     Cioè la fede che è data ed accetta,
     Romper si debba, lecito era, quando
     Si fa per tener regno o per vendetta;
     Sì ch’io non curo di tradire Orlando:
     E lecito fu ancor a vedovetta
     Per tradimento al lume di lanterne
     Riportarne la testa d’Oloferne.

190 Non so se ognun di voi s’ha bene inteso
     Del miracolo stato nella Mecche,
     Questo è che 'l nostro Dio si tiene offeso:
     Credo che fu di maggio il primo Alecche,
     Ch’egli apparì nell’aria un vampo acceso,
     E fu sentito dir Salamalecche,
     E l’arca santa di sangue sudare:
     Non so se questo gran segno vi pare.

191 Sì ch’io non veggo quel che far più deggio,
     Da poi che Macometto è in ciel crucciato,
     Tanto che sempre andian di male in peggio;
     E non m’è tanto di spazio restato,
     Ch’io possi appena più locarvi il seggio,
     Ch’era pur già sopra ogni altro onorato:
     E so che presto verrà nelle mani,
     E l’arca e quel, de’ ribaldi Cristiani.

192 Io v’ho per tanti paesi menati,
     Per tanti error, tante fatiche, affanni:
     Tutti siam per morir nel mondo nati;
     Venite ad onorar quest'ultimi anni,
     Voi sarete nel ciel ben ristorati;
     Ben si ricorda de’ suoi Mussurmanni
     Macone, e serba a chi fia suo fedele
     Le fonte e’ fiumi di latte e di méle.

193 Però, militi miei, se voi sarete
     Quel ch’io v’ho lungo tempo cognosciuti,
     Questo è quel dì che voi vittoria arete;
     Orlando sanguinosi i suoi tributi
     Ch’aspetta in Runcisvalle, voi il sapete,
     Come se schiavi ci avessi venduti:
     Ma se ancor taglian pur le nostre spade,
     Noi piglierem tutta Cristianitade.

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194 Noi piglierem la Francia e la Borgogna,
     Inghilterra, la Fiandra e la Brettagna,
     La Normandia, Navarra e la Guascogna,
     La Piccardia, Provenza, e poi Lamagna;
     E basta solo a me, quel che bisogna:
     Conservar la mia sedia antica e magna;
     Il resto, imperii e regni, si sia vostro,
     Chè sanza voi son nulla, e tutto è nostro.

195 E manderò poi Bianciardino a Roma
     Al gran papasso, a comandar che vegna
     A Siragozza a pena della chioma;
     Se non, ch’io volgerò là la mia insegna,
     E in su l’altar che di Pietro si noma,
     Per mostrar più la mia grandezza degna,
     E come il ver profeta è Macometto,
     Mangeranno i cavalli a suo dispetto.

196 Per tanto ognun si metta l’elmo in testa,
     La lancia in mano, e segua il suo stendardo;
     Non so se a ricordarvi altro mi resta:
     Penso che sì, ch’ognun abbi riguardo,
     Se voi vedessi la mia sopravvesta
     Che porta un giovinetto assai gagliardo,
     Fate che questo sia salvato solo,
     Però ch’egli è di Ganellon figliuolo.

197 Poi ch’egli ebbe finita l’orazione,
     E tutti i cavalieri ammaestrati,
     Rimontò a caval Marsilione,
     E furon gli stendardi in alto dati;
     E nella prima schiera è Falserone,
     Con le sue gente, tutti bene armati,
     E Belfagorre avea nello stendardo,
     Di color nero, e ’l campo era leardo.

198 Nella seconda schiera è Bianciardino,
     Ed occupava tutta una montagna;
     Però che molto popol Saracino
     Avea con seco menato di Spagna,
     E diguazzava il vento un Appollino
     Nella ricca bandiera azzurra e magna:
     Questo Appollino offende più d’un testo,
     E dice alcun che Trevigante è questo.

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199 La terza schiera guida Balugante,
     E pare un nuovo Marte in su l’arcione;
     Pensa che v’era più d’uno Amostante,
     Però che in questa viene Marsilione,
     E lo stendardo suo venía davante,
     Dove era figurato il lor Macone
     Nel campo rosso, con due ale d’oro:
     E in questo modo si schierâr costoro.

200 Or mi convien lasciar Marsilio, il quale
     Inverso Roncisvalle s’è diritto;
     Perchè Astarotte anche avea seco l’ale,
     E già Rinaldo ha trovato in Egitto,
     Ch’ancor bisogno non avea d’occhiale,
     E lesse ciò che Malagigi ha scritto;
     Poi domandò quel messaggier chi sia,
     Che così tosto ha spacciata la via.

201 E poi che l’ebbe da presso veduto
     Perchè gli fece molto fiero sguardo,
     Sorrise, e disse: Tu sia il ben venuto;
     E poi chiamava Guicciardo ed Alardo,
     E domandò se l’avean cognosciuto:
     Ma Farferel, che non v’ebbe riguardo,
     Apparì intanto in una forma oscura,
     Tanto che a tutti faceva paura.

202 Ricciardetto era a contemplar rimaso
     Una certa piramida che avea
     Un cerchio d’oro, e nol fe’ Chemi a caso,
     Chè tutto il corso del ciel vi vedea;
     L’altra di Mucerin di Armeo Damaso
     Non così bella o degna gli parea:
     Forse la prima gli pareva brutta,
     Da quei dodici satrapi costrutta.

203 Ma poi che tutto da Rinaldo intese,
     Pargli mill’anni di vedere Orlando;
     E così tosto il partito si prese,
     Guicciardo, Alardo ne vadin trottando
     A Montalban per qualche altro paese.
     E poi Rinaldo venìa domandando:
     Sarebbe, dimmi, Astarotte, possibile,
     Che pel cammin tu ci porti invisibile?

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204 Disse Astarotte: E’ fia per certo: aspetta
     Tanto ch’io mandi insino in Etiopia;
     E porteratti uno spirto un’erbetta,
     Che può far questo, e non pure elitropia;11
     E basta sol ch’addosso te la metta,
     Chè così è la sua natura propia;
     E dove manca ragione o scienzia,
     Basta al savio veder la sperienzia.

205 E poi si volse a un certo scudiere,
     E disse: Va’ per questa erba, Milusse.
     Rinaldo guarda, e non seppe vedere
     Con chi quel parli, e paura gl’indusse.
     Disse Astarotte: Io intendo il tuo tacere:
     Non chiamerei, se qualcun non ci fusse:
     Sappi ch’io ho mille demon qui intorno,
     Che m’accompagnon di notte e di giorno.

206 Disse Rinaldo: Adunque io son nel gagno12
     De’ diavoli! or su, qui siam, che fia?
     Disse Astarotte: Ognun fia buon compagno,
     O buon briccon, tu il vedrai per la via;
     Ed ogni dì qualche convito magno
     Vedrai sempre, e parata l’osteria,
     E chiederai tu stesso le vivande,
     Ch’io ti darò mangiare altro che ghiande.

207 Noi abbiam come voi, principe e duce
     Giù nell’inferno, e ’l primo è Belzebue;
     Chi una cosa, chi altra conduce,
     Ognuno attende alle faccende sue;
     Ma tutto a Belzebù poi si riduce,
     Perchè Lucifer religato fue
     Ultimo a tutti e nel centro più imo,
     Poi ch’egli intese esser nel ciel su primo.

208 E se vuoi pur che il ver presto ti dica,
     Non ti fidar di noi se non col pegno,
     Perchè alla vostra natura è nimica
     La nostra per invidia e per isdegno;
     Tu mi dai di portar questa fatica,
     Io fui già Serafin più di te degno;
     Or, per piacere al nostro Malagigi,
     Vedi ch’io fo di bastagio13 i servigi.

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209 Ma perch’io so che tu farai macello
     In Roncisvalle, volentier ti porto,
     E così Ricciardetto Farferello:
     Ch’io vedrò certo molto popol morto,
     E correrà di sangue ogni ruscello;
     Chè sai ch’egli è de’ miseri conforto,
     Di veder come lor qualche altro afflitto:
     Però ti traggo volentier d’Egitto.

210 Venne Milusse, e portò l’erba seco,
     E dettela a Rinaldo in un sacchetto,
     E disse: Dagli Antipodi l’arreco.
     Disse Astarotte: Dálla a Ricciardetto.
     Rinaldo guarda, e rimase al fin cieco,
     E disse: Il vero, Astarotte, m’hai detto;
     Pertanto andianne. E saltò in su Baiardo,
     Che questa volta gli parrà gagliardo.

211 Quando Baiardo il diavolo sentiva,
     Perch’altra volta di questi alloggioe,
     Intese ben come la cosa giva,
     E come un drago a soffiar comincioe;
     E così l’altro cavallo annitriva,
     E raspa e salta, e ’l cammin suo piglioe
     Con tanta furia, e così Astarotte,
     Che l’uno e l’altro non sente di gotte.

212 Lasciate le piramide, accadea
     Di Miride passar la gran palude;
     Per che Astarotte a Rinaldo dicea:
     Che vuoi ch’io facci? e Rinaldo conclude:
     Parmi tu salti; e così si facea:
     Ma Ricciardetto pur gli occhi si chiude,
     Per non veder quanto il caval vadi alto;
     Tant’è che questa si spaccia in un salto.

213 Poi cavalcando, e già per Libia entrato,
     Trovato ha il fiume, ovver palude o lago
     Il qual Triton da Tritonia è chiamato;
     E poi più oltre, lasciata Cartago,
     A destra il fiume Bagrade ha trovato,
     Dove uccise il serpente Attilio o ’l drago,
     Onde e’ si dice ancor tante novelle,
     E come a Roma quel mandò la pelle.

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214 Ma vogliam noi che Rinaldo cavalchi
     E non si facci però colezione,
     Benchè la fretta del cammin c’incalchi?
     Ben sai che no, chè non sare’ ragione.
     Disse Astarotte: Or su, qua tutti, scalchi;
     Apparecchiate la nostra magione.
     Disse Rinaldo: Che il becco s’immolli,
     E poi cantando ce n’andren satolli.

215 In questo in su ’n un prato è apparito
     Un padiglion che parea tutto d’oro,
     Ed ordinato subito un convito;
     Dunque da beffe non fanno costoro:
     Le mense acconce, e chi abbi servito,
     E tanti camerier già intorno loro,
     Con reverenze, ed abiti sì destri,
     Che parean tutti di nozze maestri.

216 Chi butta, alla lombarda il pannisello,
     Ed acqua lanfa è trovata alle mani;
     Posti a sedere, ecco giunto un piattello
     Di beccafichi e di grassi ortolani;
     Vedi che anticamente questo uccello
     Era, e non pur ne’ paesi toscani;
     E perchè qui non se ne crede altrove,
     Ambrosia o nèttar non s’invidia a Giove.

217 E come un dice gli ortolan, di botto
     Par che si lievi in tanta boria Prato;
     E però disse già il Piovano Arlotto
     Ch’avea più volte in su questo pensato,
     Perchè e’ sapeva e’ v’è misterio sotto,
     E finalmente or l’avea ritrovato:
     Cioè che Cristo a Maddalena apparve
     In ortolan, che buon sozio gli parve.

218 Vennon tante vivande in un baleno,
     Che mai convito si fe’ più solenne,
     E d’ogni cosa si missono in seno,
     E’ vi fu insino a’ pavon con le penne;
     I cavalli hanno dell’orzo e del fieno.
     Rinaldo quasi per le risa svenne,
     E dice: Questi mi paion miracoli;
     Facciam qui sei non che tre tabernacoli.14

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219 E Ricciardetto diceva: Fratello,
     A me par che noi siam bene alloggiati,
     Da poi che c’è buon oste e buon piattello
     E vernacce e razzesi15 dilicati.
     Ed Astarotte è intorno e Farfarello
     Col grembiul come l’oste apparecchiati,
     E dicean pur così piacevolmente:
     Messer, che dite? Mancavi niente?

220 Disse Rinaldo: Qui sta buon ostiere:
     Venghin poi le vivande dell’inferno;
     Ch’io avea voglia di mangiare e bere;
     E so che per un tratto io mi governo,
     Ch’io potrò cavalcare a mio piacere.
     E finalmente buono scotto ferno,
     Poi domandorno onde l’oste abbi avute
     Queste vivande che son lor venute.

221 Disse il diavol: Questa colezione,
     E le vivande che mangiate avete,
     Apparecchiava il re Marsilione;
     E giunti in Roncisvalle lo saprete,
     Chè i servi insieme ne fecion quistione;
     E se del vostro imperator volete
     Ch’io facci qui venire lesso o arrosto,
     Comanda pur, ch’e’ ci sarà tantosto.

222 Andiam via presto pel nostro cammino,
     Dicea Rinaldo chè il desio mi sprona
     Di rivedere il mio gentil cugino;
     Ogni cosa, Astarotte, è stata buona.
     E mentre questo dice il paladino,
     Il padiglion non veggon nè persona;
     Per la qual cosa a caval rimontorno,
     Ch’era passato più che mezzo il giorno.

223 E perchè il fiume Bagrade è pur grande,
     E per la pioggia sette rami avea
     Fatti, e per tutto il paese si spande,
     Con Ricciardetto Rinaldo dicea:
     Noi smaltirem qui forse le vivande,
     Però che il mar questo fiume parea;
     E’ ci convien saltar, questo è l’effetto.
     Saltian pur tosto, dicea Ricciardetto.

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224 Disse Rinaldo: O mio gentil Baiardo,
     Tu non avesti ancor giammai vergogna;
     Or ti cognosco se sarai gagliardo:
     O Astarotte, andar qui ci bisogna
     Di salto in salto come il leopardo,
     Che forse ancor fia scritto per menzogna.
     Disse Astarotte: Non temer, Rinaldo,
     Attienti in su la sella, e sta pur saldo.

225 Era Baiardo fier di sua natura,
     E se non fusse anco Astarotte in quello,
     Saltato arebbe, e non are’ paura
     A trattar l’aria come lieve uccello;
     E cominciò quanto la terra è dura,
     Come 'l gru per levarsi o altro uccello
     A trottar, poi si chiudea di gualoppo
     Poi si levò, che non pareva zoppo.

226 Vedestu mai, lettor, di salto in salto
     Il pesce in mar, per ischifare il gurro?
     Così questo caval; ma va su alto,
     Da dir: Fetonte più basso ebbe il curro;
     Da creder prima che torni allo smalto,
     Che tocchi l’air dove e’ pare azzurro:
     Credo che Giuno ebbe paura e sdegno,
     E dubitassi del suo scettro o regno.

227 Passato il fiume Bagrade, ch’io dico,
     Presso allo stretto son di Gibilterra,
     Dove pose i suoi segni il Greco antico
     Abila e Calpe, a dimostrar ch’egli erra,
     Non per iscogli o per vento nimico,
     Ma perchè il globo cala della Terra,
     Chi va più oltre, e non truova poi fondo,
     Tanto che cade giù nel basso Mondo.

228 Rinaldo allor ricognosciuto il loco,
     Perchè altra volta l’aveva veduto,
     Dicea con Astarotte: Dimmi un poco,
     A quel che questo segno ha proveduto.
     Disse Astaròt: Un error lungo e fioco,
     Per molti secol non ben conosciuto,
     Fa che si dice d’Ercul le colonne,
     E che più là molti periti sonne.

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229 Sappi che questa opinione è vana,
     Perchè più oltre navicar si puote,
     Però che l’acqua in ogni parte è piana,
     Benchè la terra abbi forma di ruote;
     Era più grossa allor la gente umana,
     Tal che potrebbe arrossirne le gote
     Ercule ancor d’aver posti que’ segni,
     Perchè più oltre passeranno i legni.

230 E puossi andar giù nell’altro emisperio,
     Però che al centro ogni cosa reprime,
     Sì che la terra per divin misterio
     Sospesa sta fra le stelle sublime,
     E laggiù son città, castella e imperio;
     Ma nol conobbon quelle gente prime:
     Vedi che il SDol di camminar s’affretta,
     Dove io ti dico, chè laggiù s’aspetta.

231 E come un segno surge in oriente,
     Un altro cade con mirabile arte,
     Come si vede qua nell’Occidente,
     Però che il ciel giustamente comparte:
     Antipodi appellata è quella gente,
     Adora il Sole, e Juppiter, e Marte;
     E piante e animal come voi hanno,
     E spesso insieme gran battaglie fanno.

232 Disse Rinaldo: Poi che a questo siamo,
     Dimmi, Astarotte, un’altra cosa ancora:
     Se questi son della stirpe d’Adamo,
     E perchè varie cose vi s’adora,
     Se si posson salvar qual noi possiamo?
     Disse Astarotte: Non tentar più ora,
     Perchè più oltre dichiarar non posso,
     E par che tu domandi come uom grosso.

233 Dunque sarebbe partigiano stato
     In questa parte il vostro Redentore,
     Che Adam per voi quassù fussi formato,
     E crucifisso lui per vostro amore:
     Sappi ch’ognun per la CVroce è salvato;
     Forse che ’l vero dopo lungo errore
     Adorerete tutti di concordia,
     E troverrete ognun misericordia.

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234 Basta che sol la vostra Fede è certa,
     E la Vergine è in Ciel glorificata;
     Ma nota che la porta è sempre aperta,
     E insino a quel gran dì non fia serrata,
     E chi farà col cor giusta l’offerta,
     Sarà questa olocausta accettata:
     Chè molto piace al Ciel la obbedienzia,
     E timore, osservanzia e reverenzia.

235 Mentre lor ceremonie e devozione
     Con timore osservorono i Romani,
     Benchè Marte adorassino e Junone,
     E Giuppiter, e gli altri idoli vani,
     Piaceva al Ciel questa religione,
     Che discerne le bestie dagli umani;
     Tanto che sempre alcun tempo innalzorno,
     E così pel contrario rovinorno.

236 Dico così, che quella gente crede,
     Adorando i pianeti, adorar bene;
     E la giustizia sai così concede
     Al buon remunerazio, al tristo pene;
     Sì che non debbe disperar merzede
     Chi rettamente la sua legge tiene:
     La mente è quella che vi salva e danna,
     Se la troppa ignoranzia non v’inganna.

237 Nota ch’egli è certa ignoranzia ottusa,
     O crassa, o pigra, accidiosa e trista,
     Che, la porta al veder tenendo chiusa,
     Ricevette invan l’anima e la vista:
     Però questa nel Ciel non truova scusa:
     Noluit intelligere, il Salmista
     Dice d’alcun tanto ignorante e folle,
     Che, per bene operar, saper non volle.

238 Tanto è, chi serverà ben la sua legge,
     Potrebbe ancora aver redenzione,
     Come de’ padri del Limbo si legge;
     E che nulla non fe’ sanza cagione
     Quel primo Padre ch’ogni cosa regge:
     Sì che il mondo non fe’ sanza persone,
     Dove tu vedi andar laggiù le stelle,
     Pianeti, segni e tante cose belle.

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239 Non fu quello emisperio fatto a caso,
     Nè il Sol tanta fatica indarno dura,
     La notte, il dì, dall’uno all’altro occaso,
     Chè il sommo Giove non arebbe cura,
     Se fussi colaggiù vòto rimaso:
     E nota che l’angelica natura,
     Poi ch’a te piace di saper più a dentro,
     Da quella parte rovinò nel centro.

240 Vera è la Fede sola de’ Cristiani,
     E giusta legge, e ben fondata e santa;
     Tutti i vostri dottor son giusti e piani,
     E ciò appunto la scrittura canta;
     E tutti i Giudei perfidi e i Pagani,
     Se la grazia del Ciel qui non rammanta,
     Dannati sono, e le lor legge tutte
     Dell’Alcoran, de’ matti, e del Talmutte.

241 Vedi quanto gridato hanno i profeti
     Della Virgin, dell’alto Emanuello,
     E da quel tempo in qua son tutti cheti,
     Che il Verbo Santo si congiunse a quello:
     Tante sibille, insin vostri poeti
     Disson, che il secol si dovea far bello:
     Lèggi Eritrea, del signor Nazzareno,
     Che dice insin ch’e’ giacerà nel fieno.

242 E se la prava opinion de’ matti
     Aspetta altro Messia che ’l vostro ancora,
     E confessa i miracol ch’egli ha fatti,
     E come e’ disse a Lazzer: veni fora;
     E muti e ciechi sanava ed attratti,
     Che negar non si può; certo ella ignora
     Che liberassi gli uomini e le donne
     Per la virtù del Tetragramatonne.16

243 Ed altro argumentar non vi bisogna
     Contra a’ Giudei d’Eliseo o d’Elia:
     Che s’egli avessi detto in ciò menzogna,
     Come egli era mandato il ver Messia
     Dal Padre, il qual sol veritate agogna,
     Perchè egli è vita, e verità, e via;
     Potestà non arebbe in quella vece,
     Di far le cose mirabil ch’e’ fece.

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244 Io ho queste parole ritrattate
     Ch’io dissi, e forse Malgigi m’appunta,
     Che molte cose non son rivelate
     Al Figliuol, quanto alla natura assunta:
     Sì ch’io parlavo dell’umanitate;
     Ma la natura divina congiunta,
     Perch’ella è sol la somma sapienzia,
     Ogni cosa ab initio ha in sua presenzia.

245 Disse Rinaldo: Or su, troviam Orlando;
     Poi, perchè di’ colaggiù si fa guerra,
     Io voglio andar que’ paesi cercando,
     E passar questo mar dove Ercul erra,
     Chè vivere e morir vuolsi apparando:
     Ma or passar ci convien Giubilterra;
     Lasciami un poco smontar dell’arcione.
     Poi scese, e fe’ questa breve orazione.

246 Se tu se’, Signor mio, deliberato
     Ch’io vadi in Runcisvalle, abbi merzè
     Di me che son da’ nimici portato
     Per soccorrere Orlando e la tua fè:
     Ricórdati che il mare fu allargato,
     Per salvar la tua gente a Moisè;
     E spira in me quel per me non intendo,
     In manus tuas me valde commendo.

247 Come Baiardo alla riva fu presso,
     Parve che tutto di fuoco sfavilli,
     Poi prese il salto ed in aer si fu messo;
     Ma così alto non saltono i grilli;
     E non è tempo di segnarsi adesso,
     Chè non piace al demon nostri sigilli:
     O potenzia del ciel, poi ch’a te piacque,
     Maraviglia non fia saltar quest’acque.

248 Ricciardetto ebbe paura e riprezzo,
     Perchè tanto alto si vide di botto,
     Che si trovò con Farfarello al rezzo,
     E dubitò; chè si vide il Sol sotto,
     Come s’e’ fussi tra ’l cielo e lui in mezzo;
     E ricordossi d’Icaro del botto,
     Per confidarsi alle incerate penne;
     E con fatica alla sella s’attenne.

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249 Rinaldo arebbe voluto in quel salto
     Potere al Sole aggiugnere alla chioma;
     Ma non potea, chè si truova più alto,
     Perchè quel già sotto l’acque giù toma:
     Baiardo, quando cascò in sullo smalto,
     Anche non parve la sua forza doma,
     E poco cura il salto ch’egli ha fatto,
     E cadde in terra lieve come un gatto.

250 Diceva Ricciardetto a Farferello,
     Come e’ giunse alla riva: Io ti confesso,
     Che questa volta io non son buono uccello,
     Però che il Sol non mi parea più desso,
     Quand’io mi vidi volar sopra a quello:
     Credo ch’io ero al Zodiaco appresso;
     Troppo gran salto a questa volta fue:
     Io non mi vanterei di farne piue.

251 Il caval si sentì di Ricciardetto
     In un modo anitrir che par che rida,
     Chè quel diavol ne prese diletto
     Delle parole che colui si fida;
     E poi diceva: Non aver sospetto,
     O Ricciardetto, tu hai buona guida.
     Dicea Rinaldo: Facciam questo patto,
     Che in Roncisvalle si salti in un tratto.

252 Rispose Ricciardetto: Adagio un poco;
     Volgi pur largo, Farferello, a’ canti;
     Tu non ti curi come vadi il giuoco,
     O drento o fuor, poi te ne ridi e vanti:
     Io sono ancor per la paura fioco,
     E sento i sensi tremar tutti quanti,
     E parmi i panni in capo aver rovesci,
     E cader giù nell’acqua in bocca a’ pesci.

253 Era la notte appunto cominciata,
     Quando costoro hanno passato Calpe,
     E poi la Spagna Betica trovata,
     E vanno attraversando i piani e l’alpe;
     E così costeggiando la Granata,
     Si ritrovano al buio come talpe;
     E di dormir per certo avean bisogno,
     Ma non è tempo a camminare in sogno.

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254 E capitorno al fiume detto Beti,
     Presso a Cordoba antica, in un momento,
     Ove dicon gli storici e i poeti
     Nacque Avicenna, quel che il sentimento
     Intese d’Aristotile e i segreti,
     Averroìs che fece il gran comento:
     Ma questo all’uno ed all’altro cavallo
     Credo che fussi un saltellin da ballo.

255 Egli avevon disposto di saltare:
     Orsù, noi salteremo anche Guadiana,
     Un altro fiume che s’avea a passare,
     Che dagli antichi appellato fu Ana;
     Là dove Castulion posson mirare,
     Città famosa in quel tempo pagana:
     Ed anche il Tago più oltre saltorno,
     Presso a Tolletto, al cominciar del giorno.

256 Che dirai tu, lettor, che un nigromante,
     Sendo in Tolleto, avea chiamato a caso
     Quello spirto ch’io dissi, Rubicante?
     Il qual verso lo Egitto era rimaso
     A tentar quel signore o ammirante;
     E sendo dal maestro persuaso,
     Di saper quel che Marsilio facea,
     Molte cose di lui dette gli avea.

257 E mentre col maestro suo favella,
     Vede Rinaldo, e vede Ricciardetto
     Che fuor della città passano in quella;
     E perchè e’ sa di costoro ogni effetto,
     Disse: Marsilio arà trista novella,
     Tanto ch’io ho del suo regno sospetto;
     Chè di qua passa, mentre io ti rispondo,
     Il miglior paladin ch’abbi oggi il mondo.

258 Ed ha con seco un suo gentil fratello,
     Che Ricciardetto per nome è chiamato,
     E portagli Astarotte e Farferello,
     Chè così Malagigi ha ordinato:
     Rinaldo, il paladin ch’io dico, è quello,
     Che in Roncisvalle ne va difilato;
     E farà de’ Pagan crudel governo,
     Sì che doman trionferà lo ’nferno.

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259 Questa città di Tolletto solea
     Tenere studio di nigromanzia:
     Quivi di magica arte si leggea
     Publicamente e di Piromanzia;
     E molti geomanti sempre avea,
     E sperimenti assai d'Idromanzia,
     E d’altre false opinion di sciocchi,
     Come è fatture o spesso batter gli occhi.

260 Dicea quel nigromante: Sai tu chiaro,
     Che questo sia il signor di Montalbano?
     Se così fusse, e’ non ci fia riparo.
     Disse lo spirto: Egli attraversa il piano,
     Chè que’ demoni ne’ cavalli entraro,
     E van per bricche, e d’ogni luogo strano
     Sempre a traverso, e folgor par che sieno,
     E domattina in Roncisvalle fieno.

261 Disse il maestro: Sai tu ignun rimedio,
     Che si potessi impedire il cammino
     In qualche modo, e di tenergli a tedio?
     Rispose Rubicante: Io m’indovino,
     Che presto aranno dalla sete assedio
     I lor cavalli a un certo confino,
     Dove bisogna attraversare un monte,
     Sopra il qual nella cima è una fonte.

262 Credo che a questa si riposeranno,
     Ed aran voglia di mangiare e bere,
     Però che molto affannati saranno;
     Io posso adunque loro persuadere
     Di dar bere a’ cavalli; e se beranno,
     Quasi a piè questi vedrai rimanere,
     E non saranno in Roncisvalle a tempo,
     Ché la battaglia fia doman per tempo.

263 Perché quel santo che Galizia onora
     Arrivò una volta a quella fonte
     Tutto affannato, come fien questi ora,
     E riposossi e lavossi la fronte;
     Onde un pastor, che nol cognosce e ignora,
     Che guardava le capre in su quel monte,
     Gli disse: Peregrin, mal se’ venuto
     A questa fonte, se tu v’hai beuto.

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264 Sappi che ognun che v’ha beuto mai,
     Subito par che spiritato sia;
     Però, se tu bevesti, in corpo l’hai.
     Rispose il santo: Per la fede mia,
     Che questa volta tu non t’apporrai;
     Perch’io farò che pel contrario fia,
     Che quanti indemoniati qua beranno,
     Gli spiriti d’addosso fuggiranno;

265 E però, bestia, ritorna nel gagno.
     E così doppia grazia render volle.
     Io manderò là presto un mio compagno,
     Prima che sien montati in su quel colle,
     Squarciaferro, uno spirito mascagno:17
     Vedren se ignun di lor fia tanto folle,
     Ch’e’ creda a questo all’abito e la voce:
     Tu sai il proverbio, che il tentar non nuoce.

266 Rispose il nigromante: Or ferma il punto,
     Pensa ch’ognun abbi la sua malizia;
     Questo Astarotte sa la birba appunto
     Della fonte e del santo di Galizia;
     Guarda che qui tu non resti poi giunto,
     Però che c’è de’ cattivi dovizia;
     Grattugia con grattugia non guadagna,
     Altro cacio bisogna a tal lasagna.

267 Non so quel che Astarotte o Farferello,
     Rispose Rubicante, facci o dica;
     Ma spesso par serrato un chiavistello,
     Il qual tu non tentasti per fatica,
     Chè non era chiavato il boncinello;18
     E così, per non legger la rubrica,
     La poca diligenzia paga il frodo;
     Perde il punto il sartor che non fa il nodo.

268 Solo una cosa contrappesa qui;
     Che se Rinaldo in Roncisvalle va,
     Molti Pagan per lui morranno il dì,
     Sì che l’inferno in gran festa sarà;
     Però che verisimil par così:
     Ed Astarotte il suo conto farà,
     Che Belzebù non lo possi riprendere;
     E so ch’egli ha del cattivo da vendere.

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269 Ora io t’ho detto d’ogni cosa il vero:
     Lasciami andare alla faccenda mia,
     Ch’io non posso chiarirti il suo pensiero;
     Ma, sì o no, tutto in suo arbitrio fia:
     Ecco qui in punto un gentil messaggiero;
     Nota che il tempo fugge tuttavia.
     Intanto Squarciaferro si dimostra,
     Per non tediar tanto la istoria nostra.

270 Or oltre, Squarciaferro, e’ ti bisogna
     Adoperar qui tutte le tue arti,
     Disse il maestro, e dir qualche menzogna;
     Io posso in molti modi ristorarti;
     So che tu sai quel che ’l mio core agogna,
     Non bisogna le cose replicarti:
     Se non ch’una parola sol ti dico,
     Ch’io ti sarò ancor forse buon amico.

271 Già era al monte Rinaldo salito,
     E l’uno e l’altro cavallo affannato,
     E ’l messaggiero è a tempo apparito
     Allato all’acque; ed aresti giurato
     Che fusse un santo e devoto eremito,
     Con un baston, con un viso intagliato,
     La barba, i paternostri, col mantello
     Di frate Lupo, ma parea d’agnello.

272 E stava allato alla fonte a sedere,
     E facea bao bao, e pissi pissi,
     Che par che venga da un Miserere,
     O che dal vespro di poco partissi;
     E poi dicea: Ben vegnate, messere:
     Per carità vi ricordo, non gissi
     Più oltre un passo a cavarvi la sete,
     Perchè più acqua oggi non troverrete.

273 Questa è la migliore acqua che sia al mondo,
     E non fa male a bestie nè persone:
     Questi cavalli ognun par sitibondo,
     Pigliate alquanto di refezione.
     Ed accostossi frate Ciullo Biondo
     All’acqua, che parea la devozione,
     E guazza quella come un anitrino,
     E faceva a’ cavalli il zufolino.

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274 Or gusta qui, lettor, ben quel ch’io dico,
     Che sempre in ogni parte si vorrebbe
     Aver, giusta sua possa, ognuno amico,
     Chè nessun sa dove capitar debbe:
     Parea questo eremito un uomo antico,
     Tal che Rinaldo creduto gli arebbe,
     E più ch’io credo Rinaldo credessi
     Che sol per santità colui il vedessi.

275 Perch’egli era invisibil, come è detto:
     Pertanto, uditor mio, ti dico, nota,
     Che Astarotte non era costretto
     Di scoprire a Rinaldo questa nota;
     E non sia ignun che si fidi in effetto,
     Quando egli è bene in colmo della ruota,
     Di non condursi a ogni cosa estrema,
     Ed ognun prezzi e d’ogni cosa tema.

276 Ognun sa quasi sempre dove e’ nasce,
     Ma nessun sa dove e’ debbe morire;
     Quanti son già felici morti in fasce,
     Pe’ casi avversi che posson venire?
     Quanti n’uccide la speranza e pasce,
     Quanti gran legni si vede perire,
     Disse il Poeta, all’entrar della foce!
     Benchè foco nè ferro a virtù nuoce.

277 Talvolta a discrezion d’un zolfanello
     Si ritruova in un bosco, e di poca esca,
     E spesso un uom mendico e poverello
     Ti può salvar, pur che di te gl’incresca:
     Potea dunque Astarotte, come fèllo,
     Lasciar Baiardo andar per l’acqua fresca,
     Ma perchè gli era Rinaldo piaciuto,
     L’ammaestrò che non abbi beuto.

278 E disse: Posa, posa, Squarciaferro;
     Non ti bisogna l’acque diguazzalle,
     Chè le tue maliziette, sai, non erro;
     E Malagigi, perchè tutte salle,
     Ti metterà la coda in qualche cerro;
     Ma se tu vuoi venire in Roncisvalle,
     Vienne con meco, e vedremo un bel fiocco,
     O tu ritorna al tuo maestro sciocco.

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279 E di’ ch’io fui cattivo insin nel cielo,
     Pensi quel ch’io son fatto negli abissi;
     E che m’avea molto tondo di pelo,
     A creder che il suo inganno riuscissi;
     E tu credevi abbagliarmi col velo,
     E che Baiardo al tuo fischio venissi:
     Tra furbo e furbo, sai, non si camuffa,
     Vienne tu, dico, a veder questa zuffa.

280 Rinaldo, quando intese il parlar, subito
     Si fermò col caval turbato e presto,
     Ch’era presso alla fonte a men d’un cubito;
     E disse: Dimmi quel che vuol dir questo?
     O Astarotte: a questa volta io dubito,
     E non intendo la chiosa nè ’l testo:
     E perch’io so che l’uno e l’altro io erro,
     Vorrei saper che cosa è Squarciaferro.

281 Disse Astarotte: Or vuoi tu confessarti?
     Sappi che questo è un romito santo,
     Che veniva la sete a ricordarti,
     Come tu vedi; e quel devoto ammanto
     Non è fatto per man de’ vostri sarti.
     Rinaldo lo squadrava tutto quanto,
     Poi disse: Frate, tu se’ pur de’ nostri;
     Chi non ti crederrebbe a’ paternostri?

282 E poi ch’egli ebbe ogni cosa saputo,
     Disse: Astarotte, tu se’ pure amico,
     Ed io ti son veramente tenuto,
     E tanto in verità t’affermo e dico:
     Se mai per grazia e’ sarà conceduto
     Che il ciel rimuti il suo decreto antico,
     Sua legge, sua sentenzia o suo giudicio,
     Ricorderommi d’un tal benificio.

283 Altro certo offerir non ti posso ora:
     L’anim chi la diè, credo sua sia,
     Il resto tutto sai convien che mora:
     O sommo amore, o nuova cortesia!
     (Vedi che forse ognun si crede ancora
     Che questo verso del Petrarca sia,
     Ed è già tanto e’ lo disse Rinaldo;
     Ma chi non ruba, è chiamato rubaldo.)

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284 Disse Astaròt: Il buon volere accetto;
     Per noi fien sempre perdute le chiavi,
     Maestà lesa, infinito è il difetto:
     O felici Cristian, voi par che lavi
     Una lacrima sol col pugno al petto,
     E dir: Signor, tibi soli peccavi:
     Noi peccammo una volta, e in sempiterno
     Religati siam tutti nello inferno.

285 Chè pur se dopo un milione e mille
     Di secol noi sperassin rivedere
     Di quell'Amor le minime faville,
     Ancor sarebbe ogni peso leggiere:
     Ma che bisogna far queste postille?
     Se non si può, non si debbe volere;
     Ond’io ti prego, che tu sia contento
     Che noi mutiamo altro ragionamento.

286 Or oltre, padre santo; non bisogna
     Disse Rinaldo, arrossir però in volto.
     Rispose Squarciaferro in la vergogna:
     Non t’accostar, ma s’io t’avessi còlto?
     Disse Astarotte: O Malagigi in gogna
     Ti metterà, prima che passi molto,
     O tutti in Roncisvalle insieme andremo,
     Poi nello inferno ci ritorneremo.

287 E so che vi sarà faccenda assai
     Per la virtù di questi paladini,
     E come ghezzo staffier ne verrai;
     E fa che allato a Rinaldo cammini.
     Rispose Squarciaferro: Or lo vedrai.
     E poi in un tratto apparirono i crini
     Neri, arricciati, e gli occhi come fuoco,
     E transmutossi in ghezzo a poco a poco.

288 E poi rivolse a Rinaldo lo sguardo,
     E disse: Andianne, ch’io sono indiano,
     E non son più quel romito bugiardo:
     La pace è fatta. E toccògli la mano.
     Allor Rinaldo moveva Baiardo,
     E monti e balzi ogni cosa era piano;
     Sì che di poco si mostrava il giorno,
     Che presso a Siragozza capitorno.

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289 Rinaldo, quando vide Siragozza
     E ’l fiume Iber, pargli una cosa strana
     Che così tosto la via fussi mozza,
     E ricordossi pur di Luciana;
     Non so se questa volta parrà sozza:
     E come e’ giunse sopra alla fiumana,
     Disse: Astarotte, poi che presso siamo,
     Io vo’ per mezzo la terra passiamo,

290 E squadrar le fortezze d’ogni banda:
     Però di questo mi contenterai;
     E quel che facci or la reina Blanda,
     Dimmi, ti priego, ch’ogni cosa sai.
     Disse Astarotte: In punto è la vivanda,
     E se con essa desinar vorrai,
     Appiè della sua mensa ci porremo;
     Non domandar se noi trionferemo.

291 Or m’ha’ tu il gorgozzul grattato e l’occhio,
     Disse Rinaldo, ch’io veggo la fame,
     E non è tempo a indugiarsi al finocchio;
     Noi ci staremo un poco con le dame:
     E gratteren col piè loro il ginocchio,
     Ed udirem dir mille belle trame
     Di Roncisvalle, e forse il tradimento.
     Disse il diavol: Tu sarai contento.

292 E come e’ furno in Siragozza entrati,
     Non vi si vede bestie nè persone,
     Chè solo i moricini eron restati;
     E non si truova un uom per testimone,
     Chè tutti alla battaglia sono andati
     In Roncisvalle con Marsilione:
     Dunque al palagio in corte dismontorno:
     La prima cosa, i destrier governorno.

293 E Farferello il famiglio facea,
     Ed orzo e fien traboccava a’ cavalli;
     Per che il maestro di stalla dicea:
     Chi è costui? a certi suoi vassalli;
     Ognun risponde che nol cognoscea.
     Ma Farferel due occhi rossi e gialli
     Gli strabuzzò, poi gli fece paura
     Con un baston ch’è di lunga misura.

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294 E disse: L’arcifanfan di Baldacco
     è venuto madonna a vicitare:
     Questo baston, se addosso te l’attacco,
     Ti farà d’altro linguaggio parlare;
     Ed attendeva a dar dell’orzo a macco,
     Sì che faceva colui disperare;
     E perchè ignun non uscissi del guscio,
     E’ s’arrecava col bastone all’uscio.

295 Rinaldo e Ricciardetto in su la sala,
     Ed Astarotte intanto è comparito:
     Vede che quivi si fa buona gala,
     E non è nè veduto nè sentito,
     Perchè la turba dintorno cicala,
     E cominciava a bollire il convito;
     E Luciana ancor parea pur bella,
     Però che allato alla reina è quella.

296 Posonsi appiè della mensa a sedere:
     Ecco un piattello: Astarotte lo ciuffa;
     Onde e’ si volge a un altro scudiere
     Colui che il porta, e con esso s’azzuffa:
     Intanto la reina volea bere,
     Mentre che sono in su questa baruffa:
     E Ricciardetto s’accosta pian piano,
     E poi gli lieva la tazza di mano.

297 Rinaldo intanto attende a pettinarsi;
     E d’ogni cosa che lo scalco manda,
     E’ faceva la parte sua recarsi:
     I servi, a chi tolta era la vivanda,
     Cominciavon tra lor tutti azzuffarsi,
     E intanto grida la reina Blanda:
     Che cosa è questa? e dove è la mia tazza?
     Voi mi parete qualche ciurma pazza.

298 Ognun con la reina facea scusa,
     Tanto che infine ella si maraviglia:
     Rinaldo star non voleva alla musa,19
     E del tagliere di Luciana piglia;
     E Luciana pareva confusa,
     E in qua ed in là rivolgeva le ciglia,
     E non sapeva fra sè che si dire,
     Chè la vivanda vedeva sparire.

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299 Egli era il dì dinanzi un lupo entrato
     Nella città per mezzo della turba,
     E fu per male augurio interpetrato,
     Chè non sanza cagion lupo s’inurba;
     E la reina la notte ha sognato,
     Che un gran lion la sua casa conturba:
     E non sapea che ’l lione era presso,
     Cioè che quel di Rinaldo era desso.

300 Sì che ell’aveva questo sogno detto;
     E poi veggendo questi effetti strani,
     Conturbato gli avien la mente e ’l petto,
     Dicendo: Egli è mal segno pe’ Pagani;
     E certo qualche spirito folletto,
     Da poi che son con Orlando alle mani,
     Annunziar ci vien trista novella.
     E così tutta avviluppata è quella.

301 E squarciaferro per piacevolezza
     Tra le gambe per sala s’attraversa
     A questo e quello, onde e’ cadeva, e spezza
     O vetro o vaso, e qualche cosa versa:
     E tutto la reina raccapezza,
     E dubitava d’ogni cosa avversa:
     E così tutti i baron suoi d’intorno
     Di queste cose si maravigliorno.

302 Rinaldo un pome, che si chiama musa,
     A un buffon, che gli pareva sciocco,
     Trasse, e con esso la bocca gli ha chiusa:
     Onde e’ si volge dintorno lo ignocco,
     E la reina e Luciana accusa;
     Ma Ricciardetto gli dette un barnocco
     Nel capo, e come una pera è caduto:
     Ma ogni cosa guastò lo starnuto.

303 Chè, mentre scompigliato era il convito,
     Non si potè Ricciardetto tenere,
     Ch’un tratto e due e tre ha starnutito;
     E non potendo chi fusse vedere,
     Comunque questo romor fu sentito,
     A furia ognun si lieva da sedere;
     Sì che in un punto si vòta la sala,
     E beato è chi ritruova la scala.

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304 Rinaldo tempo gli parve accostarsi
     A Luciana che volea fuggire,
     E fu tentato a costei palesarsi;
     Ma dubitò di non farla stupire:
     Ella gridava, e voleva levarsi,
     Ma non potè tanto destro partire,
     Che gli appiccò due baci alla franciosa,
     Ed ogni volta rimase la rosa.

305 Già erano i cavalli apparecchiati,
     E lo staffiere è ritornato ghezzo:
     Rinaldo e Ricciardetto rimontati
     Si dipartiron trastullati un pezzo,
     E lascion color tutti spaventati,
     Che per fuggir non s’aspettava il sezzo:
     E tutti quanti d’accordo dicieno,
     Come il palagio di diavoli è pieno.

306 Rinaldo pel cammin poi ragionando,
     Diceva: Ancora è Luciana bella:
     O Astarotte, io mi ricordo quando
     Giovane, un tratto innamorai di quella,
     A Siragozza per caso arrivando:
     Questa fu alcun tempo la mia stella,
     E venne insino in Persia a ritrovarmi,
     Con Balugante e con gran gente d’armi.

307 Ed arrecommi un padiglion sì bello,
     Che sempre per suo amor l’ho riservato,
     Però che molto artificioso è quello:
     Il foco è d’una banda figurato,
     Dall’altra l’aria con ciascuno uccello;
     Poi nella terra ogni animal notato;
     Nell’acqua i pesci; ma qui dèi comprendere,
     Che il ver di tutti non si possi intendere.

308 Disse Astarotte: Questo padiglione
     Io il veggo come e’ mi fusse presente,
     Però che al nostro veder non si oppone
     O monti o mura: lo spirto è una mente,
     Che vede ove e’ rivolge sua intenzione;
     Tu hai cercato il Levante e ’l Ponente,
     Ora all’occhio mentale è conceduto
     Di riveder ciò che tu hai veduto.

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309 Ma perchè di’ che tutti gli animali
     Vi si veggon dell’aria e della terra,
     Sappi che manca assai de’ principali
     Di quei che l’emisperio vostro serra:
     Però fia buon rimettersi gli occhiali;
     E perchè vegga Astarotte non erra,
     A Montalban nella tua zambra è quello
     Padiglion, certo, come detto hai, bello.

310 Disse Rinaldo: Tu m’hai punto il core,
     O Astarotte, con sì dolce ortica
     Che, se pur Luciana prese errore
     Nel padiglione, io vo’ che tu mel dica;
     Ed io v’aggiugnerò per lo suo amore,
     Ch’io sento ancor della mia fiamma antica;
     E ragionar di qualche bella cosa
     Fa la via breve, piana, e men sassosa.

311 Disse Astarotte: La gran Libia mena
     Molti animali incogniti alle genti,
     De’ quali alcun si dice Anfisibena;
     E innanzi e indrieto van questi serpenti,
     Che in mezzo di due capi hanno la schiena;
     Altri in bocca hanno tre filar di denti,
     Con volto d’uom, Manticore appellati,
     Poi son Pegàasi cornuti ed alati.

312 Da questi è detto il fonte di Pegaso:
     Un altro, il qual Rinoceronte è detto,
     Offende con un corno ch’egli ha al naso,
     Perchè molto ha l’Elefante in dispetto;
     E se con esso si riscontra a caso,
     Convien che l’un resti morto in effetto:
     E Callirafio il dosso ha maculato;
     E Crocuta è di lupo e di can nato.

313 Leucrocuta è un altro animale,
     Groppa ha di cervio, e collo e petto e coda
     Di leon tutto, e bocca da far male,
     Ch’è fessa, e insino agli orecchi la snoda,
     E contraffà la voce naturale
     Alcuna volta per malizia e froda;
     Ed Assi un’altra fera è nominata,
     Molto crudel, di bianco indanaiata.

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314 Ed un serpente è detto Catoblepa,
     Che va col capo in terra e con la bocca
     Per sua pigrizia, e par col corpo repa;
     Secca le biade, e l’erba, e ciò che tocca,
     Tal che col fiato il sasso scoppia e crepa,
     Tanto caldo velen da questo fiocca;
     Col guardo uccide periglioso e fello,
     Ma poi la donnoletta uccide quello.

315 Icneumone, poco animal noto,
     Coll’aspido combatte, e l’armadura
     Prima si fa tuffandosi nel loto;
     Dormendo il coccodrillo, il tempo fura,
     E in corpo gli entra come in vaso voto;
     Però che tiene aperta per natura
     La bocca, quando di sonno ha capriccio,
     E lascia addormentarsi dallo scriccio.

316 Un’altra bestia, che si chiama Eale,
     La coda ha d’elefante, e nero e giallo
     Il dosso tutto, e dente di cinghiale,
     Il resto è quasi forma di cavallo;
     E ha due corni, e non par naturale,
     Chè può qual vuole a sua posta piegallo;
     Come ogni fera talvolta dirizza
     Gli orecchi e piega per paura o stizza.

317 Ippotamo, animal molto discreto,
     Quasi cavallo o di mare o di fiume,
     Entra ne’ campi per malizia a drieto;
     E se di sangue superchio presume,
     Cercando va dove fusse canneto
     Tagliato, e pugne, come è suo costume,
     La vena e purga l’umor tristo allotta,
     Poi risalda con loto ov’ella è rotta.

318 E non ti paia opinion qui folle
     Che da quel tratto è la flobotomia,
     Perchè Natura benigna ci volle
     Insegnar tutto, per sua cortesia;
     Non si passa di questo, se non molle,
     Il cuoio, tanto duro par che sia;
     Co’ denti quasi di vetro ferisce,
     E con la lingua forcuta annitrisce.

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319 Liontofono è poco cognosciuto,
     Che del leone è pasto velenoso;
     Tragelafo è come becco barbuto;
     Toos, il qual non è sempre piloso:
     La state è nudo, e di verno velluto;
     Licaon è come lupo famoso;
     Altri animali appellati sono Alci,
     Caval silvestri, e traggon di gran calci.

320 Poi son Bissonti, buoi silvestri ancora,
     Che nascon molto in Scizia e in Germania;
     Ed un serpente che si chiama Bora;
     E Macli è bestia, ch’a dir pare insania,
     Che con le giunte niente lavora,
     Sì che dormendo rimane alla pania;
     Perchè appoggiato a un alber s’accosta,
     E chi quel taglia lo piglia a sua posta.

321 E Cefi sono altri animali strani
     Che nascon nelle parti d’Etiopia,
     C’hanno le gambe di drieto e le mani
     Dinanzi, come forma umana propia:
     Questi vide ne’ giuochi Pompeani
     Prima già Roma, e poi non ebbe copia:
     E Gano a questi giorni a Carlo scrisse,
     E, come falso, di questi promisse.

322 Ed una fera Tarando è chiamata,
     La qual, dov’ella giace, il color piglia
     Di quella cosa che ella è circundata;
     Sì che a vederla la vista assottiglia:
     Un’altra ancora è Salpiga appellata,
     Che nuoce assai sanza muover le ciglia:
     E Spettafico, Arunduco e molti angue,
     Che pur Medusa non creò col sangue.

323 Poi son Celidri, serpenti famosi,
     Edipsa, Emorrois e Caferaco,
     Saure e Prester, tutti velenosi;
     E non pur nota una spezie di draco;
     Ed animali incogniti e nascosi
     Che stanno in mare, e chi in padule o laco;
     E molti nomi stran di basilischi
     Si truova ancor con vari effetti e fischi.

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324 Dracopopode, Armene e Calcatrice,
     Irundo, Asordio, Arache, Altinanite,
     Centupede e Cornude e Rimatrice,
     Naderos molto è solitario immite,
     Beruse e Boa e Passer e Natrice,
     Che Luciana non avea sentite,
     E Andrio, Edisimon e Arbatraffa;
     E non si ricordò della Giraffa.

325 E degli uccelli Ibis, che par cicogna,
     Perchè e’ si pasce d’uova di serpente;
     Fassi il cristeo al tempo che bisogna
     Con l’acqua salsa, chi v’ha posto mente,
     Rivolto al culo il becco per zampogna:
     Che la natura sagace e prudente
     Intese, mediante questo uccello,
     Apparar poi i fisici da quello.

326 Agotile, appellato caprimulgo,
     Poppa le capre sì che il latte secca;
     E Chite, uccello ignorato dal vulgo,
     La madre e ’l padre in senettute imbecca;
     Un altro è appellato Cinamulgo,
     Del qual chi mangia, le dita si lecca,
     E non ispari il ghiotto questo uccello,
     Perchè di spezierie si pasce quello.

327 Meonide ancor son famosi uccelli,
     Che fanno appena creder quel che è scritto,
     Però ch’ogni cinque anni vengon quelli
     Di Meone al sepulcro insin d’Egitto;
     Combatton quivi, o gran misteri e belli!
     Mostrando pianto naturale afflitto,
     Come facessin l’esequie e ’l mortoro,
     Poi si ritornon nel paese loro.

328 Ed Ardea quasi l’aghiron simiglia,
     Che fugge sopra i nugol la tempesta;
     Goredul ciò che per ventura piglia,
     Del cor si pasce, e l’avanzo si resta;
     Carita vola e parrà maraviglia,
     Per mezzo il foco, e non incende questa.
     Nè so se ancora un uccel cognoscete,
     Nimico al corbo, appellato Corete.

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329 Ed un uccel, che di state si vede
     Dopo la pioggia, si chiama Driaca,
     Che la natura creò sanza piede;
     Ed Atilon, che gridando s’indraca
     Drieto alla volpe; se l’asino vede,
     Amico il segue, e con esso si placa:
     Bistarda è grave; e dir non ne bisogna,
     Chè, come vil, si pasce di carogna.

330 Non so se del Calandro udito hai dire,
     Il qual, posto all’infermo per obbietto,
     Si volge indrieto, se quel dee morire;
     Così al contrario pel contrario effetto;
     Ibor come caval s’ode annitrire;
     Luce Licidia, un pulito uccelletto,
     Tanto che quasi carbonchio par sia,
     Sì che di notte dimostra la via.

331 Incendola, col gufo combattendo,
     Vince il dì lei, e il gufo poi la notte:
     Ma sopra tutto Porfirio commendo,
     Un certo uccel che non teme di gotte;
     Chè ciò che piglia lo mangia bevendo,
     Sì ch’e’ vuol presso la madia e la botte;
     L’un piè par d’oca, perch’e’ nuota spesso,
     E l’altro con ch’e’ mangia, è tutto fesso.

332 Or s’io volessi de’ pesci contare
     E tante forme diverse narralle,
     Sarebbe come in Puglia annumerare
     Le mosche, le zenzare e le farfalle;
     Io veggo la battaglia apparecchiare,
     E non saremo a tempo in Roncisvalle.
     Or lasciam questi così ragionando:
     Cristo ci scampi, se si può, Orlando.

  1. [p. 315 modifica]tarabuso. È il tarabuso un uccel di padule che ha il collo lunghissimo e il becco lungo, auzzo, grosso e tagliente, il quale quando e’ mette nell’acqua fa così gran romore che sembra il muggito d’un toro. È lo stesso che l’ardea stallaria. Con tutto questo discorso il Poeta vuol [p. 316 modifica]significare che Bianciardino aveva adoperate tutte sue arti per far dire a Gano ciò ch’e’ covava, ma che non v’era riuscito.
  2. [p. 316 modifica]mort’io ec. Cioè, morto io sarebbe come se non fosse morto alcuno. La Puglia è paese assai caldo, e però abbondantissimo di mosche, e simili insetti.
  3. [p. 316 modifica]mort’io ec. Cioè, morto io sarebbe come se non fosse morto alcuno. La Puglia è paese assai caldo, e però abbondantissimo di mosche, e simili insetti.
  4. [p. 316 modifica]Dunque i suoi privilegi ec. Credevasi dagli antichi che il lauro, come quello in che da Apollo era stata convertita Dafne, non potesse esser tocco dal fulmine.
  5. [p. 316 modifica]subbio. Il tronco dell’albero, così chiamato per una certa analogia con quel legno lungo e rotondo, sul quale i tessitori avvolgono la tela ordita.
  6. [p. 316 modifica]e muda. Mudare si dice propriamente degli uccelli quando rinnuovan le penne. Qui per similitudine.
  7. [p. 316 modifica]più dolce che mèle. Credulo.
  8. [p. 316 modifica]Angiolino, Angiolo Poliziano.
  9. [p. 316 modifica]d’Arnaldo e d’Alcuino ec. Ambedue scrittori delle cose di Carlo Magno, e de’ suoi tempi.
  10. [p. 316 modifica]al baucco. Forse al bacucco, che è un certo arnese di panno il quale serve per mettere in capo a uno per cuoprirgli il volto, e impedirgli il ben mandar fuori la voce.
  11. [p. 316 modifica]elitropia. Pietra che reputavasi rendere invisibile chiunque l’avesse indosso. La superstiziosa credenza che avevasi della virtù di questa pietra, forma il bizzarro argomento della novella di Calandrino.
  12. [p. 316 modifica]
  13. [p. 316 modifica]bastagio. Facchino, portatore; dal greco βαστάζειν, che val condurre, portare.
  14. [p. 316 modifica]Facciam qui sei ec. Gli Apostoli presenti alla trasfigurazione, proposero di eriger quivi tre tabernacoli , uno per Gesù Cristo, uno per Elia, e uno pur Mosè. Vedi San Luca, Cap. IX, v. 35.
  15. [p. 316 modifica]razzesi. Era il razzese un vino che faceva nella riviera di Genova.
  16. [p. 316 modifica]Tetragramatonne. Tetragrammata, nome composto di quattro lettere, e si dice specialmente dell’ineffabile e Santissimo nome di Dio, che del Tetragrammato Jehova si vede formato presso gli Ebrei.
  17. [p. 316 modifica]mascagno. Scaltrito, vafer.
  18. [p. 316 modifica]Ma spesso ec. Spesso una cosa pare difficile, ed essa è agevolissima a fare.
  19. [p. 316 modifica]Rinaldo star ec. Stare alla musa, o musare, significa stare oziosamente a guisa di stupido, tratta forse la metafora dall’atto che fanno le bestie quando per difetto di pasciona, o per istanchezza, malinconia, o altra cagione si stanno stupidamente col viso levato. Vedi Varchi, Ercolano.