Morgante maggiore/Canto settimo

Canto settimo

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Canto sesto Canto ottavo
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CANTO SETTIMO.




ARGOMENTO.

     Rinaldo e Orlando, le visiere alzate,
S’abbracciano tra lor con gran diletto:
Per Morgante racquista libertate
Dodon, ch’avea le forche addirimpetto:
Il gigante le membra affardellate
Di Manfredonio sfardellando, un getto
Ne fa ’n un fiume; il re dall’acque tratto,
È vinto, ed in Soria torna per patto.


1 Osanna, o Re del sempiterno regno,
     Che mai non abbandoni i servi tuoi,
     E perdonasti a quel che gustò il legno1
     Che gli vietasti già per gli error suoi;
     Aiuta me, sovvien tanto il mio ’ngegno,
     Che basti al nostro dir come tu puoi,
     Sicch’io ritorni alla mia storia bella,
     Cogli occhi volti a te come a mia stella.

2 Rinaldo il conte Orlando rimirava;
     Orlando non sapea di tale effetto,
     E Ulivieri spesso sogghignava;
     Non gli cognosce, ch’avevon l’elmetto.
     Allor Rinaldo a parlar cominciava:
     A questi dì trovammo in un boschetto
     Tre cavalier cristian feroci e forti,
     E tutt’a tre gli abbiam lasciati morti.

3 Per certo oltraggio, che ci vollon fare,
     A corpo a corpo insieme ci sfidammo,
     E cominciamo le spade a menare;
     Finalmente di forza gli avanzammo;
     Credo ch’e’ lupi gli possin trovare,
     Chè nel boschetto morti gli lasciammo:
     Ma cavalier parean da spada e lancia,
     Ch’eron venuti del regno di Francia.

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4 Orlando, quando udì queste parole,
     Rispose presto: Bene avete fatto;
     Tutti son rubator, non me ne duole;
     Io n’ho già gastigati più d’un tratto:
     Così sempre a’ nimici far si vuole:
     Ma dimmi, cavaliere, ad ogni patto
     I nomi lor, per veder s’io cognosco
     Di questi alcun ch’uccidesti in quel bosco.

5 Disse Rinaldo: Egli ha nome Ulivieri
     L’un di costor, che dice era marchese;
     L’altro da Montalban quel buon guerrieri.
     Ch’aveva fama per ogni paese:
     Credo che ’l terzo anco era cavalieri,
     Dodon chiamato figliuol del Danese.
     Orlando udendol si maravigliava,
     Ma del lion con seco dubitava.

6 Seguì più oltre il suo ragionamento
     Rinaldo: Io intendo mostrarvi i cavagli.
     Orlando disse: Ne son ben contento,
     Ch’e’ nomi lor non posso ritrovagli.
     Vanno a veder: Orlando ebbe spavento,
     Subito come comincia a guardagli,
     Perchè conobbe presto Vegliantino,
     E disse: Il ver pur dice il Saracino.

7 Alla sua vita mai fu più doglioso,
     E poco men che in terra non cadea:
     Ulivier, che il vedea sì doloroso,
     Drento all’elmetto con seco ridea:
     Tornano in sala, e ’l paladin famoso
     Vendetta farne fra sè disponea,
     E disse: S’altro tu non vuoi parlarmi,
     A Manfredonio al campo vo’ tornarmi.

8 Disse Rinaldo: Alquanto v’aspettate.
     E menò in una camera il barone;
     E poi che l’arme sue s’ebbe cavate,
     La sopravvesta e l’altre guernigione,
     Mostrava le divise sue sbarrate;2
     Trassesi l’elmo, e così il Borgognone:
     Orlando, quando Rinaldo suo vede,
     Per gran letizia tramortir si crede.

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9 Abbraccia mille volte il suo cugino;
     Ulivieri abbracciava il suo cognato;
     Diceva Orlando: O giusto Iddio divino,
     Che grazia è questa, ch’io t’ho qui trovato!
     Poi domandò dell’altro paladino:
     Dodon dov’è, che tu m’hai nominato?
     Disse Rinaldo: Sappi che Dodone
     È quel che venne preso al padiglione.

10 Morgante vide costoro abbracciare,
     E disse al conte: Per tua gentilezza,
     Chi son costor non mi voler celare,
     Chè tu gli abbracci con tal tenerezza.
     E poi ch’udì Rinaldo ricordare,
     Ed Ulivieri, avea grande allegrezza,
     E ’nginocchiossi, e per la man poi prese
     Rinaldo presto e ’l famoso marchese.

11 E pianse allor Morgante di buon core.
     Re Caradoro in zambra era venuto;
     Dicea Rinaldo: Cugin di valore,
     Per mio consiglio, se a te par dovuto,
     Non tornerai nel campo; i’ ho timore
     Che Manfredon non t’abbi conosciuto,
     O come a Carador Gan gli abbi scritto:
     Ma Dodon nostro ove riman sì afflitto?

12 Disse Morgante: Lascia a me il pensiero;
     Io lo condussi al padiglion di peso,
     Così l’arrecherò qui come un cero.
     Orlando disse: Morgante, io t’ho inteso,
     E del tuo aiuto ci farà mestiero.
     Morgante più non istette sospeso;
     Disse: A me tocca appiccar tal sonaglio, 3
     Ma ogni cosa farò col battaglio.

13 A Manfredonio andò cautamente,
     E per ventura giugneva il gigante,
     Che Dodon era a Manfredon presente,
     Che lo voleva impiccar far davante
     Al padiglion; Dodone umilmente
     Si raccomanda: in questo ecco Morgante,
     E disse a Manfredon: Che vuoi tu fare?
     Manfredon disse: Costui fo impiccare.

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14 Non lo impiccar, disse Morgante presto:
     dice Brunoro ch’io ’l meni alla terra,
     E dè’ saper per quel ch’e’ faccia per questo;
     Tu sai ch’egli è fidato, e ch’ e’ non erra.
     Rispose Manfredon: Venga il capresto,
     Io vo’ impiccarlo come s’usa in guerra;
     Sia che si vuole, o seguane al fin doglia,
     Ch’io mi trarrò, Morgante, questa voglia.

15 Dicea Morgante: Il tuo peggio farai,
     Chè si potrebbe disdegnar Brunòro;
     E se tu perdi lui, tu perderai
     Me e il tuo stato col tuo concistoro:
     Io il menerò, se tu mi crederai;
     Credo ch' accordo tratti Caradoro;
     E forse ti darà la sua figliuola,
     Ch’io n’ho sentito anch’io qualche parola.

16 Manfredon disse: Per lo Iddio Macone
     È già due dì ch’io giurai d’impiccarlo,
     Come tu vedi, innanzi al padiglione;
     Non è Macone Iddio da spergiurarlo.
     Allor chiamava il suo Cristo Dodone,
     Che non dovessi così abbandonarlo.
     Morgante, udendo far questa risposta,
     A Manfredon più dappresso s’accosta.

17 Il padiglione squadrava dintorno,
     Vide ch’egli era un padiglion da sogni;
     Prima pensò d’appiccarli un susorno4
     Al capo, e dir ch’a suo modo zampogni;
     Poi disse: Questo sare’ poco scorno,
     E credo ch’altro unguento qui bisogni:
     E finalmente il padiglion ciuffava
     Di sopra, e tutte le corde spezzava.

18 Dette una scossa sì fiera e villana,
     Ch’arebbe fatto cader un castello;
     O s’egli avessi scossa Pietrapana,
     Arebbe fatto come fece a quello:
     Così in un tratto il padiglion giù spiana,
     E d’ogni cosa ne fece un fardello,
     E Manfredonio e Dodon vi ravvolse,
     E fuggì via, e ’l suo battaglio tolse.

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19 E in su la spalla il fardel si gittava,
     Dall’altra man col battaglio s’arrosta;5
     Il capo a questo e quell’altro spiccava
     Di que’ Pagan che volevon far sosta:
     Talvolta basso alle gambe menava,
     Tanto che ignuno a costui non s’accosta,
     E teste e gambe e braccia in aria balzano:
     La furia è grande, e le grida rinnalzano.

20 Subito il campo è tutto in iscompiglio,
     E corron tutti come gente pazza;
     Morgante fece il battaglio vermiglio
     Di sangue, e intorno con esso si spazza:
     A chi spezza la spalla, e a chi il ciglio;
     E Manfredon quanto può si diguazza,6
     E grida, e scuote, e chiamava soccorso:
     Dodon più volte l’ha graffiato e morso.

21 Morgante il passo quanto può studiava,
     E a dispetto di tutti i Pagani
     Passato ha 'l fiume, e 'l fardel ne portava;
     Tanto menato ha il battaglio e le mani.
     Ma finalmente Dodone affogava;
     Onde gridò: Se scacciati hai que’ cani,
     Posami in terra, ch’io son mezzo morto,
     Per Dio, Morgante, e donami conforto.

22 Morgante in terra posava il fardello,
     Chè non aveva più d’intorno gente,
     E confortava Dodon cattivello;7
     Ma poi di Manfredon poneva mente,8
     Ch’era ravvolto come il fegatello:
     Vide che morto parea veramente,
     E disse: Te non porterò alla terra;
     Poi che se’ morto, finita è la guerra.

23 Disse Dodon: Deh gettalo nel fiume.
     Morgante vel gittò, sanza più dire;
     Ma presto ritornàr gli spirti e ’l lume,
     Però che l’acqua lo fe risentire,
     Come egli è sua natura e suo costume;
     E Manfredon comincia a rinvenire:
     E corse là di Pagani una tresca,9
     Tanto che in fine costui si ripesca.

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24 Morgante con Dodon suo se n’andava,
     E rimenollo a Rinaldo ed Orlando,
     E la novella a costor raccontava,
     Come il Pagan venne al fiume gittando;
     E che sia morto con seco pensava,
     E come il padiglion venne spianando.
     Non domandar che risa fuor si caccia;
     E Dodon mille volte Orlando abbraccia.

25 E intese tutto ciò ch’era seguito,
     E come Gan gli seguitava ancora.
     Re Manfredon, che s’era risentito,
     Con gran sospiri in sul campo dimora,
     Maravigliato del gigante ardito;
     E come uscito dell’acqua era fora,
     E d’ogni cosa che gli era incontrato,
     Gli pareva a lui stesso aver sognato.

26 In questo giunse un messaggier di Gano,
     Che l’avvisava come Caradoro;
     E com’ e’ v’è il signor di Montalbano,
     E Ulivieri e Dodon con costoro,
     E nel suo campo il Senator Romano,
     E che cercavan sol del suo martoro;
     E come il tradimento doppio andava,
     Per pigliar due colombi a una fava.

27 Ah, disse Manfredonio, or la cagione
     So perchè Orlando è ito alla cittade:
     E quel prigion doveva esser Dodone;
     Or si conosce la lor falsitade:
     Or son tradito, or son giunto al boccone,10
     E vassi pur a Roma per più strade:
     Ma traditor non credevo che il conte
     Fussi, nè ignun del sangue di Chiarmonte.

28 Or aremo acquistata qua la dama,
     E Caradoro vinto con assedio;
     Questi son paladin di tanta fama,
     Ch’io non conosco al mio stato rimedio:
     Questo gigante ha condotto la trama,
     Perchè più in dubbio mi teneva e tedio,
     Che fussin tutti baroni affricanti,
     Chè tra’ Cristian non suol’esser giganti.

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29 Ebbe re Manfredon tanta paura,
     Che si pensò la notte di far alto;11
     Poi disse: Noi siam sì sotto alle mura,
     Che non si può spiccar qui netto il salto;
     E’ ci bisogna provar l’armadura,
     Ed aspettar de’ nimici l’assalto;
     Non sarà giorno, che Rinaldo e ’l conte
     E Ulivieri scenderanno il monte.

30 E tutto il campo mio sarà in travaglio,
     E ne verrà Dodon per far vendetta,
     E quel diavol con quel suo battaglio12
     Alla mia gente darà grand’istretta:
     Pur ci convien stare fermi al berzaglio,
     E Macon priego che le man ci metta:
     E mentre ch’e’ dicea queste parole
     Tutti i baron per suo consiglio vuole.

31 Ed accordârsi che si stessi saldo.
     Tutta la notte stetton con sospetto;
     Morgante, ch’era di potenzia caldo,
     La sera al conte Orlando aveva detto:
     Poi ch’egli è morto Manfredon ribaldo,
     Non sarà prima dì, ch’io vi prometto
     Ch’io voglio andar col mio battaglio solo
     Tra que’ Pagani in mezzo dello stuolo,

32 Ed arder le trabacche e’ padiglioni;
     Colla granata gli voglio scacciare;
     Vedrete che bel fumo da’ balconi,
     E tutto il campo a furia spulezzare:
     Io gli farò fuggir come ghiottoni;
     Le pecchie soglion pel fuoco sbucare:
     Io porterò il battaglio e ’l fuoco meco,
     Vedrete poi che mazzate di cieco.

33 Mancato è il capo, male sta la coda;
     Adunque male star dee tutto il dosso;
     Per gli occhi a tutti schizzerà la broda:13
     Io schiaccerò la carne, i nervi e l’osso,
     Quand’io darò qualche bacchiata soda;
     So ch’al principio n’arò molti addosso,
     Ma tutti poi gli vedrete fuggire.
     Orlando per le risa è ’n sul morire.

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34 E disse: Va, ch’io ne son ben contento;
     E poi si volse ove Carador era,
     E sì dicea: Questo ragionamento
     So che saranno parole da sera,14
     Che come fumo ne le porta il vento;
     O distruggonsi al Sol qual neve o cera;
     A me par, Caradoro, da vedere
     Quel che fa il campo e le Pagane schiere.

35 Se per sè stessi si dipartiranno,
     Lasciagli andar, che mi par più sicuro;
     Però che sempre è nel combatter danno,
     E solo Iddio sa il tutto del futuro:
     Vedrem pur che partito piglieranno,
     E staremci doman qui drento al muro;
     Non si partendo il dì, poi gli assaltiamo,
     Chè in ogni modo te salvar vogliamo.

36 Poi ci darai la tua benedizione,
     E cercheremo ancor meglio il levante.
     E così disse Rinaldo e Dodone,
     E Ulivier, ma non v’era Morgante.
     Vannosi a letto con questa intenzione,
     Ch’avevon tutti cenato davante;
     E Caradoro avea massimo onore
     A tutti fatto e con allegro core.

37 Morgante avea mangiato quel che vuole,
     Un gran castron, che gli fu dato arrosto;
     Andossi prima a letto che non suole,
     Chè com’e’ disse fare era disposto;
     Nè prima in oriente appare il Sole
     L’altra mattina, ch’e’ si leva tosto;
     Prese il battaglio e certo fuoco in mano,
     Ed avviossi nel campo pagano.

38 I Saracin trovò ch’erano armati,
     Ma pure il fuoco in un lato appiccoe,
     Dov'eran i destrier sotto i frascati,
     Tanto che molti di quegli abbrucioe;
     Ma furon presto scoperti gli aguati,
     E in mezzo a più di mille si trovoe:
     E tutto il campo a furia sollevossi;
     Ognuno addosso al gigante cacciossi.

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39 E gli feciono intorno un rigoletto,15
     Che lo faranno cantare in tedesco;
     Al ponte di Parisse era in effetto,
     In mezzo a’ Saracini, e stava fresco:
     Chi getta lance, e chi sassi nel petto,
     Pure al battaglio stavano in cagnesco;16
     Ma tanta gente alla fine v’è corso,
     Che bisognava a Morgante soccorso.

40 E tuttavia più la turba s’affolta:
     Era sì grande e sì grosso il gigante,
     Ch’ognun che getta facea sempre colta.
     Pur molti morti n’aveva davante;
     Chè chi toccava il battaglio una volta,
     Lo sfracellava dal capo alle piante:
     E spesso tondo il battaglio girava,
     E cento capi per l’aria balzava,

41 Tanto che ’l cerchio faceva allargare;
     Alcuna volta menava frugoni,17
     Che si sentien le corazze sfondare,
     E pesta loro i fegati e’ polmoni;
     Quando si sente arnese sgretolare
     E d’ogni gamba farne due tronconi:
     E grida e mugghia il gigante feroce,
     Tanto ch’assai ne stordisce la voce.

42 E pareva ogni volta che mugghiava,
     Quando Cristo Quem quæritis diceva,
     Ch’ognuno a quella voce stramazzava;
     E tanti morti d’intorno n’aveva,
     Ch’ognun discosto alla fine lanciava,
     E chi con archi, e chi dardi traeva:
     Tal che Morgante di molte uova succia18
     Per le ferite, e com’orso si cruccia.

43 Egli era come a dare in un pagliaio,
     E già tutto è forato come un vaglio,
     E si volgeva com’un arcolaio
     A’ Saracin che facieno a sonaglio;19
     E mai non uccideva men d’un paio,
     Quando e’ menava più lento il battaglio:
     E più di cinque mila n’avea morti,
     Ma ricevuto da lor mille torti.

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44 Avea nel dosso migliaia di zampilli,
     Che gettan sangue già per le punture,
     Ch’erano state d’altro che d’assilli;20
     Chi dà percosse di mazze e di scure,
     Chi ’l petto par, chi le gambe gli spilli;
     Chi dà sassate che parevon dure:
     Era un diluvio la gente ch’è intorno,
     Per ammazzare il gigante quel giorno.

45 E già pel campo il romore è sì forte,
     Ch’alla città ne fu tosto sentore;
     Le guardie, ch’eran lasciate alle porte,
     Cominciorno a gridar con gran furore,
     Come Morgante era presso alla morte.
     Diceva Orlando: Vedrai bello errore,
     Che Manfredonio sarà pur scampato,
     E questo matto ha il suo campo assaltato.

46 Tanto andata sarà la capra zoppa,
     Che si sarà ne’ lupi riscontrata;
     Questa sua furia alcuna volta è troppa;
     E’ fece pur in ver pazza pensata
     D’ardere un campo come un po’ di stoppa,
     E come a’ topi far colla granata:
     Ma il topo sarà egli in questo caso
     Al cacio nella trappola rimaso.

47 Subito fece i suo’ compagni armare,
     E Caradoro le sue gente tutte,
     Perchè Morgante si possi aiutare
     Da’ Saracin, che gli davon le frutte:
     Così avvien21 chi pel fango vuol trottare,
     E può di passo andar per le vie asciutte:
     E fece a Vegliantin la sella porre
     Orlando, che ’l destrier suo vuol pur torre.

48 A Ulivier si fe dar Durlindana,
     Ed a lui dette Cortana e Rondello,
     E la bella e gentil Meridiana
     Ulivier arma, ch’è ’l suo damigello:
     Corsono al campo alla turba pagana
     Si presto ognun, che pareva un uccello.
     Morgante vide il soccorso venire,
     E col battaglio riprese più ardire.

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49 E cominciava a sgridar que’ Pagani,
     E far balzar giù molti della sella,
     E capi e braccia in tronco, e spalle e mani.
     Tocca, e ritocca, e risuona, e martella;
     I Saracini uccide come cani:
     Un mezzo braccio v’alzar le cervella;
     E sopra i corpi morti si cacciava
     Addosso a’ vivi, e la rosta menava.22

50 Ed ogni volta levava la mosca,
     Ma ne portava con essa la gota,
     O dov’e’ par che bruttura conosca,
     Sempre col pezzo ne lieva la nuota;
     L’aria pareva sanguinosa e fosca,
     Sì spesso par che il gigante percuota:
     Balzano i pezzi di piastre e di maglia,
     Come le schegge d’intorno a chi taglia.

51 E spesso avvenne ch’un capo spiccoe
     E poi quel capo a un altro percosse
     Sì forte, che la testa gli spezzoe,
     E morto cadde che più non si mosse:
     Oh quanti il giorno all’inferno mandoe!
     Quanti morti rimason per le fosse!
     E Manfredonio già s’è messo in punto
     Con molta gente, e ’n quella parte è giunto.

52 Dall’altra parte Orlando è comparito,
     E il sir di Montalban tanto gagliardo,
     Ch'accetta prima ch’uom facci lo ’nvito:
     E fece un salto pigliare a Baiardo
     In mezzo dove il gigante è ferito:
     Sopra gli uomin saltò sanza riguardo,
     E ritrovossi al rigoletto in mezzo
     De’ Saracin, ch’omai faranno lezzo.23

53 Quando Morgante vedeva quel salto,
     Parve che ’l cuore in aria si levasse,
     Chè più di dieci braccia andò in aria alto
     Baiardo, prima che in terra calasse.
     Or qui comincia il terribile assalto;
     Rinaldo presto Frusberta sua trasse,
     Quella che fesse il mostro dall’inferno,
     Per far de’ Saracin crudo governo.

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54 Punte, rovesci, tondi, stramazzoni,
     Mandiritti, traverse con fendenti,
     Certi stramazzi, certi sergozzoni,24
     In dieci colpi n’uccise ben venti;
     E chi partiva insin sotto agli arcioni,
     Chi 'nfino al petto, e ’l manco infino a’ denti;
     E le budella balzavan per terra:
     Mai non si vide tanta crudel guerra.

55 Orlando nostro sprona Vegliantino,
     Giunse d’un urto tra quel popol fello,
     Che più di cento caccia a capo chino;
     Poi cominciava a toccare a martello;25
     Non tocca il polso sopra il manichino;
     Facea de’ Saracin come un macello
     Ed avea detto: Non temer, Morgante;
     Cesare è teco,26 ove è ’l signor d’Angrante.

56 Queste parole avean sì sbigottiti
     I Saracin, ch' assai del popol fugge,
     E buon per que’ che son prima fuggiti,
     Tanto i nostri baron già ciascun rugge:
     E’ ne facean gelatine e mortiti;27
     Appoco appoco la turba si strugge:
     E Ulivieri e Dodon giunti sono
     Con romor grande, che pareva un tuono.

57 E Manfredonio in sul campo scontrava;
     La lancia abbassa, chè lo conosceva:
     Re Manfredonio il cavallo spronava,
     E Ulivieri allo scudo giugneva,
     E ’nsino alla corazza lo passava
     Tanto che tutto d’arcion lo moveva:
     E si gran colpo fu quel che gli diede,
     Ch’Ulivier nostro si trovava a piede.

58 Ed ogni cosa la donzella vide,
     Ch’era venuta con sua gente al campo,
     E fra sè stessa di tal colpo ride;
     Ulivier come un lion mena vampo,
     E per dolore il cor se gli divide,
     Dicendo: Appunto al bisogno qui inciampo;
     Caduto son dirimpetto alla dama,
     Donde ho perduto il suo amore e la fama.

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59 Guarda se a tempo la trappola scocca;
     Non si potea racconsolar per nulla:
     Sempre fortuna alle gran cose imbrocca,28
     E ’nfin sopra la soglia ci trastulla:
     Non domandar se questo il cor gli tocca.
     Per gentilezza allor quella fanciulla
     Se gli accostava, e diceva: Ulivieri,
     Rimonta, vuoi tu aiuto? in sul destrieri.

60 Or questo fu ben del doppio lo scorno,
     E parve fuoco la faccia vermiglia;
     Are’ voluto morire in quel giorno.
     Meridiana pigliava la briglia,
     Dicendo: Monta, cavaliere adorno.
     Or questo è quel ch’ogni cosa scompiglia,
     E per dolor dubitò sanza fallo,
     Non poter risalir sopra il cavallo.

61 Morgante aveva ogni cosa veduto,
     Come Ulivier dal gran re Manfredonio
     Del colpo della lancia era caduto,
     E la donzella vi fu testimonio;
     E disse: Io proverò, come è dovuto,
     S’io gli potessi appiccar questo conio:29
     Io intendo d’Ulivier far la vendetta.
     E ’nverso Manfredon presto si getta.

62 Meridiana, che ’l vide venire,
     Gridava: In drieto ritorna, Morgante!
     E Manfredonio correva assalire,
     Per far vendetta del suo caro amante.
     Morgante pur lo veniva a ferire,
     E com'e’ giunse, gridava il gigante:
     Tu sei qui, re di naibi, o di scacchi;30
     Col mio battaglio convien ch’io t’ammacchi.

63 Disse la dama: La battaglia è mia;
     E se ci fussi al presente qui Orlando,
     Non mi faresti sì gran villania;
     Tirati addrieto, io ti darò col brando:
     Venuto è qua colla sua compagnia,
     La fama e ’l regno di tormi cercando.
     Morgante in drieto alla fine pur torna,
     Per ubbidir questa fanciulla adorna.

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64 Trovò Dodone in luogo molto stretto,
     Ch’era venuto tra cattive mane;
     Pur s’aiutava questo giovinetto,
     E cominciava a dar mazzate strane,
     A questo e quello spezzando l’elmetto,
     Tanto che gli elmi faceva campane,
     Quando egli assaggian di quel suo picciuolo;31
     Ma dà di sopra come all’oriuolo.

65 E rimaneva il segno ov’e’ percuote;
     Quanti ne tocca il battaglio feroce,
     Non si ponea più le mani alle gote,
     Chè ne facea com’e’ fussi una noce;
     Alcuna volta facea certe ruote,
     Ch’a più di sette domava la voce;
     Com’un nocciol di pesca ogn’elmo stiaccia,
     E fa balzar giù capi e spalle e braccia.

66 E rimisse Dodon sopra il destrieri;
     Dodon gridava al popol soriano:
     Io ne farò vendetta, e d’oggi e d’ieri,
     Quando impiccar mi volea quel villano.
     In questo tempo il famoso Ulivieri
     Era pel campo colla spada in mano,
     E dove Manfredon combatte, arriva,
     Colla donzella florida e giuliva.

67 Un' ora o più combattuto questi hanno,
     E non si vede de’ colpi vantaggio:
     Ulivier tutto arrossì, come fanno
     Gli amanti presso alla dama, il visaggio:
     E disse: Dama, non ti dar più affanno,
     Lascia pur me vendicare il mio oltraggio:
     Io vorrei esser morto veramente,
     Quand’io cascai, che tu v’eri presente.

68 Alla mia vita non caddi ancor mai,
     Ma ogni cosa vuol cominciamento.
     Disse la dama: Tu ricascherai,
     Se tu combatti, cento volte e cento,
     E sempre avvenir questo troverai
     A cavalier che sia di valimento:
     Usanza è in guerra cascar del destriere,
     Ma chi si fugge non suol mai cadere.

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69 Io vo’ con Manfredon, tu mi consenti,
     Che la battaglia mia sia in ogni modo,
     Per vendicar non un’ingiuria o venti,
     Ma mille e mille, e che paghi ogni frodo.
     Disse Ulivier: Se così ti contenti,
     Che poss’io dir, se non ch’io affermo e lodo?
     Re Manfredon, che le parole intese,
     In questo modo parlava al marchese.

70 Per Dio ti priego, baron d’alta fama,
     Tu lasci me come amante fedele
     Perdere insieme e la vita e la dama,
     Chè così vuol la fortuna crudele:
     Cercato ho quel che cercar suol chi ama,
     Trovato ho tosco per zucchero e mele:
     E poi che la mia morte ognun la vuole,
     Per le sue man morir non me ne duole.

71 So ch’io non tornerò più nel mio regno,
     So che mai più non rivedrò Soria,
     So ch’ogni fato m’avea prima a sdegno,
     So che fia morta la mia compagnia;
     So ch’io non ero di tal donna degno,
     So ch’aver non si può ciò ch’uom desia:
     So che per forza di volerla ho il torto,
     So che sempre, ov’io sia, l’amerò morto.

72 Non potè far Meridiana allora,
     Che del suo amante pur non gl’increscessi,
     E disse: Così va chi s’innamora;
     Se mille volte uccider lo potessi,
     Per le mie man non piaccia a Dio che mora,
     Quantunque a morte si danni egli stessi:
     E pianse, sì di Manfredon gli dolse,
     Ch’essere ingrata a tanto amor non volse.

73 E ricordossi ben, che combattendo
     L’aveva molte volte riguardata;
     Dicea fra sè: Perchè d’ira m’accendo
     Contro a costui? perchè son sì spietata?
     Ciò che fatto ha, com’io pur veggo e ’ntendo,
     È per avermi lungo tempo amata:
     Non fu lodata mai d’esser crudele
     Alcuna donna al suo amante fedele;

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74 Questo non vuol per certo il nostro Dio.
     Non sa più che si far Meridiana,
     E disse: Manfredon, se il tuo desio
     È di morir, non voglio esser villana.
     Se tu facessi pel consiglio mio,
     Per salvar te con tua gente Pagana,
     Tu soneresti a raccolta col corno,
     E in oriente faresti ritorno.

75 Poi che non piace al tuo fero destino,
     Ch’io sia pur tua, come tu brami e vogli,
     Perchè pugnar pur contra al tuo Apollino?
     Io veggo il legno tuo fra mille scogli:
     Tórnati col tuo popol Saracino,
     E ’l nodo del tuo amor per forza sciogli.
     A questo Manfredon rispose forte:
     Non lo sciorrà per forza altro che morte.

76 Allor seguì la donzella più avante:
     O Manfredon, di te m’incresce assai;
     E diègli un prezioso e bel diamante:
     Per lo mio amor, dicea, questo terrai,
     Per ricordanza del tuo amor costante,
     E pel consiglio mio ti partirai;
     E se tu scampi, e salvi le tue squadre,
     D’accordo ancor mi ti darà il mio padre.

77 Ogni cosa si placa con dolcezza,
     E chi per forza vuol tirar pur l’arco,
     Benchè sia sorian, sai che si spezza;
     Ogni cosa conduce il tempo al varco;
     E priego te per la tua gentilezza,
     Che tu comporti ogni amoroso incarco,
     E sia contento di qui far partita,
     E in ogni modo conservar la vita.

78 La dipartenza, perch’e’ non ci avanza
     Tempo, ch’io veggo morir la tua gente,
     Tra noi sia fatta, e questo sia bastanza,
     Poi che più oltre il Cciel non ci consente;
     E quel gioiel terrai per ricordanza,
     Ch’io t’ho donato, sempre in oriente:
     E se fortuna e ’l ciel t’ha pure a sdegno,
     Aspetta tempo, e miglior fato e segno.

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79 Quest’ ultima parola al cor s’affisse
     A Manfredonio udendo la donzella,
     Che mai più fermo in diaspro si scrisse:
     Volea parlare, e manca la favella;
     Ma finalmente pur piangendo disse:
     Aspetta tempo, e miglior fato e stella,
     Poi ch’al ciel piace, e tórnati in Soria;
     Quanto son vinto da tal cortesia!

80 Quando sará quel dì, quando fia questo?
     Or quel che non si puó, voler non deggio.
     Io tornerò, per non t’esser molesto;
     Ricórdati di me, ch’altro non chieggio:
     Col popol mio, con quel che c’è di resto,
     Chè molti morti pel campo ne veggio,
     Ritornerò sanza speranza alcuna,
     Nel regno mio, se così vuol fortuna.

81 E per tuo amor terrò questo gioiello,
     Questo sempre sarà presso al mio core:
     S’io ho peccato, lasso meschinello,
     Contro al tuo padre, contro al mio signore,
     Incolpane colui ch’è stato quello
     Che m’ha condotto dove vuole, Amore;
     E in ogni modo a te chieggio perdono,
     E viver per tuo amor contento sono.

82 E poi si volse al marchese Ulivieri,
     E chiese a lui perdon del cadimento:
     Ulivier gli perdona volentieri,
     Chè del suo dipartir troppo è contento,
     Perchè eran due gran ghiotti a un taglieri;
     Ed era stato alle parole attento
     Che dette avea Meridiana a quello,
     E confermato e postovi il suggello.

83 E poi ch’egli ebbe lagrimato alquanto,
     Re Manfredonio al fin s’accommiatava;
     E la donzella con sospiri e pianto,
     Addio dicendo, la man gli toccava:
     E dèi pensar se si cavorno il guanto.
     Ulivier presto Orlando ritrovava,
     E dicea ciò ch’egli avea fermo e saldo:
     E molto piacque ad Orlando e Rinaldo.

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84 Venne per caso quivi Caradoro,
     E intese come l’accordo era fatto.
     Morgante insieme veggendo costoro,
     Inverso lor col battaglio era tratto,
     E quel che fussi saper vuol da loro;
     Ma col battaglio non dava di piatto.
     Orlando disse: Non far più, Morgante.
     Allor più forte combatte il gigante.

85 Re Manfredonio e la sua compagnia
     Contento è di lasciar Meridiana,
     Diceva Orlando, e tornarsi in Soria.
     Morgante allora il battaglio giù spiana,
     E disse: Orlando, questa era tra via;
     E dette a uno una picchiata strana:
     Un altro ammacca, che parve di cera:
     Ed anco questo ne’ patti non era.

86 Orlando disse: Il battaglio giù posa,
     Assai morti n’abbiam per questo giorno.
     Re Manfredon sua gente dolorosa
     Per tutto il campo raguna col corno:
     E così la battaglia sanguinosa
     A questo modo quel dì terminorno;
     Come nell’altro dir seguirò poi,
     Cristo vi guardi, e sia sempre con voi.

Note

  1. [p. 154 modifica]a quel che gustò il legno. A Adamo. Legno è posto per albero, o per il frutto di quello. Anche Dante chiamò legno l’albero il di cui frutto era stato dal Creatore Divino vietato ad Adamo:

    Legno è più su che fu morso da Eva,
    E questa pianta si levò da esso.
                             Purgat., Canto XXIV.

  2. [p. 154 modifica]le divise sue sbarrate. Cioè divise a sbarre; che hanno sbarre che dalla sinistra dello scudo vanno in basso a terminarsi verso la destra.
  3. [p. 154 modifica]a me tocca appiccar tal sonaglio. Appiccar sonagli ad alcuno vole propriamente dirne male, il che dicesi anche affibbiar bulloni senza ucchielli. Vedi Varchi, Ercolano. Qui pare che Morgante voglia dire: a me tocca pigliar sopra di me questa faccenda, questa impresa.
  4. [p. 154 modifica]un susorno. È voce antica, e significa suffumicazione, suffumigio. S’usa ancora, come in questo luogo, per un forte colpo che si dà altrui in sul capo.
  5. [p. 154 modifica]col battaglio s’arrosta. Arrostarsi significa volgersi in qua e in [p. 155 modifica]là, o con le braccia, o coll’altre membra, schermendosi e difendendosi:

    . . . . . . . . . . . . giace poi cent’anni
    Senza arrostarsi quando ’l fuoco il foggia.
    Dante, Inf., Canto XV.

  6. [p. 155 modifica]si diguazza. S’agita, si dimena.
  7. [p. 155 modifica]cattivello. Misero, infelice.
  8. [p. 155 modifica]Ma poi di Manfredon poneva mente. Il Vocabolario non ha esempii di por mente di una cosa o persona; ma sempre a una cosa o a una persona.
  9. [p. 155 modifica]di Pagani una tresca. Tresca, dice il Landino, significa ballo, il qual habbi in sè veloce movimento. I Greci chiamavano θρησκεία l’adorazione, e il culto, e le cerimonie con che onoravano gli Dei; e il Castelvetro tira da questa voce la etimologia di tresca dicendo: «θρησκεία è ballo ordinato in onore di Dio.» Ma non è che cotal voce stesse ad indicare soltanto una specie di ballo fatto ad onore degli Dei; è bensì vero che fra le cerimonie del culto pagano entrava spessissimo la danza; e un simil genere di culto intese rendere al vero Dio il re David, di cui Dante disse:

    Lì precedeva al benedetto vaso
    Trescando alzato l’umile Salmista;
    E più e men che re era in quel caso.
                             Purgat., Canto X.

    Il Tassoni però, nelle Considerazioni sopra il Petrarca, opina tresca esser voce provenzale, e di fatto nel Glossario Provenzale Latino si legge: «Trescar, Choream intricatam ducere.» Il Giambullari, nel Gello, la vuole tedesca, e il Menagio la fa invece derivare dalla latina restis (fune, corda). Restim ducere chiamavasi il danzare insieme de’ fanciulli e fanciulle tenendosi per la mano l’un l’altro; onde Terenzio negli Adelfi: «Tu inter eas restim ductitans saltabis;» il che Aristofane disse: κόρδακα ἕλkειν. Da tresca si disse trescone, un altro ballo contadinesco. Ora tresca s’adopra anche a significare compagnia, e conversazione di piacere, e di scherzo, συνουσία. Qui pare che valga turba o simili.

  10. [p. 155 modifica]or son giunto al boccone. Giugnere alcuno al boccone vale incalappiarlo, prenderlo ad inganno, il che dicesi anche giugnere alla schiaccia o al canto.
  11. [p. 155 modifica]far alto. Fare alto significa fermarsi, sistere. Sebbene il Vocabolario dia a questo luogo del Morgante lo stesso significato di fermarsi; nondimeno sarei, quanto a me, di parere che qui volesse piuttosto significare il contrario, cioè, levare il campo, e andarsene; e lo deduco da ciò che dice dipoi Manfredonio.
  12. [p. 155 modifica]con quel suo battaglio. È curiosa la etimologia che dà di questa voce battaglio il Giambullari, facendola derivare dalla aramea, o siriaca Batas, che significa percuotere.
  13. [p. 155 modifica]Per gli occhi a tutti schizzerà la broda. Broda, per ischerzo, invece di cervello. Broda e brodo viene dal latino brodium, usato nello stesso significato da Gaudenzio, nel Trattato terzo De Paschale. Si legge in Esichio: βλύδιον, ύγρόν, ζέον, dal che deduce il Menagio venire il latino brodium da questa stessa voce βλύδιον.
  14. [p. 155 modifica]parole da sera. Chiacchiere, cose di niun momento. Quando uno (dice il Varchi) dice cose non verisimili, se gli risponde che son parole da donne, o da sera, cioè da vegghia, o veramente elle son favole e novelle. ὕθλος γραϊκός dicevano i Greci.
  15. [p. 155 modifica]un rigoletto. Rigoletto è lo stesso che ridda, spezie di ballo nel quale (dice Giovan Battista Gelli) le persone, presesi per la mano l’una l’altra, vanno aggirandosi e cantando; ed è così detto da quel ridursi insieme tali persone. Quanto poi alla voce rigoletto, opina il Menagio venire da riga, cioè linea, «perchè cominciando i contadini questa sorta di ballo, si mettono con le loro donne in fila.» In questo luogo è posto figuratamente.
  16. [p. 155 modifica]Pure al battaglio stavano in cagnesco. Ma riguardavano con paura il battaglio.
  17. [p. 155 modifica]menava frugoni. Frugone è pezzo di legno o bastone appuntato, e atto a frugare, στέλεχος. Qui figuratamente per pugno o percossa data di punta.
  18. [p. 156 modifica]molte uova succia. Succiare è attrarre a sè l’umore e il sugo, e quel tirare che si fa del fiato a sè, ristringendosi in sè stesso quando o per colpo o per altro si sente grave dolore.
  19. [p. 156 modifica]che facieno a sonaglio. Fare a sonaglio è lo stesso che fare a mosca cieca; ed è un certo giuoco puerile, nel quale uno dei ragazzi, tirato a sorte, deve bendarsi gli occhi, e gli altri colle mani o con altra cosa si danno a percuoterlo, ed egli così alla cieca si va rivoltando, e percuotendo, e cui giugne colla percossa deve bendarsi in sua vece; il che dicesi star sotto. E perchè colui che sta sotto cerca di menar colpi forti, n’è venuto il modo di dire dare a mosca cieca, dare a sonaglio, e simili, per menar colpi spietati. Questo giuoco della mosca cieca era usato eziandio dagli antichi, i quali chiamavanlo Musca ænea.
  20. [p. 156 modifica]assilli. Insetti della specie delle mosche, ma alquanto più grossi. I Latini gli chiamarono Asili, e i Greci οἶστροι, onde Virgilio disse nel terzo delle Georgiche:

    . . . . . . . . . . . . . cui nomen asilo
    Romanum est, œstron Graii vertere vocantes.

    E perchè gli animali punti da tali insetti montano in grandissima smania, si è detto assillare per infuriare e smaniare, nel modo stesso che i Greci da οἶστρον fecero οἴστρειν, che egualmente significa montar nelle smanie, nelle furie. Chiamarono questo stesso animale anche μύωψ, onde Eschilo ne’ Supplichevoli:

    βοηλάτην μύωπα, κινητήριον
    οἶστρον καλοῦσιν αὐτὸν οἱ Νείλου πέλας.

    Dai quali versi apparisce essere la voce οἶστρον d’origine egiziana. Noi chiamiamo lo stesso insetto anche tafano, dal latino tabanus, e mosca culaia, perchè punge gli armenti, per lo più, sotto la coda.

  21. [p. 156 modifica]Così avvien. Cioè, così incontra a chi vuol porsi nel pericolo senza bisogno.
  22. [p. 156 modifica]e la rosta menava. Rosta chiamasi qualunque arnese atto a far vento, che i Latini chiamavan flabellum, e che era fatto in principio di foglie di alberi, specialmente di mirto, di acacia e di platano; da che per similitudine si dissero roste anche i ramucelli frondosi, onde Dante cantò:

    . . . . . . . . . . fuggendo sì forte,
    Che della selva rompieno ogni rosta.

    In questo luogo figuratamente è dato il nome di rosta al battaglio che Morgante andava agitando.

  23. [p. 156 modifica]ch’omai faranno lezzo. Coi lor cadaveri ammorberanno l’ aria; chè lezzo è mal’odore prodotto da checchessia, e viene dal latino olere in questo modo: olere, oletum, oletium, letium, letio, lezo, lezzo. Così il Menagio.
  24. [p. 156 modifica]certi sergozzoni. Gli architetti chiamano sergozzoni quei sostegni, che comunemente diconsi mensole; e da questi si è esteso tal nome a colpi dati colla man chiusa allo ’nsù; quasi che, osserva la Crusca, dando si faccia mensola alle mascelle. Viene da sotto e da gozzo, perchè è colpo dato sotto il gozzo. Comunemente dicesi ora sorgozzone.
  25. [p. 156 modifica]a toccare a martello. A percuotere, a ferire. Martello deriva dal latino marcus che ha lo stesso significato, sebbene il Giambullari voglia farlo voce d’origine etrusca.
  26. [p. 156 modifica]non temer, Morgante, ec. Tolto da ciò che narrasi di Giulio Cesare, il quale essendo in nave, e levatasi gran tempesta, e il nocchiero facendo segno d’aver gran paura, rivoltoglisi esclamò: Quid times? Cæsarem vehis.
  27. [p. 156 modifica]mortiti. È il mortito una specie di manicaretto a modo di gelatina, detto così, secondo la Crusca, dall’essere infuse dentro coccole di mortine, cioè mortella. Vedi in questo a Canto XXIII, St. 38, e a Canto XXVII, St. 56.
  28. [p. 156 modifica]imbrocca. Cioè, si oppone. Imbroccare val propriamente còrre nel segno, σκοποῦ ἐπιτυγχάνειν. Forse dal latino brocchus che significa un dente che non sta in fila o in linea [p. 157 modifica]cogli altri, ma viene pochetto in fuori, si derivò la voce brocco per intendere uno stecco o fuscello appuntato in modo da pungere; e di qui imbroccare o dar nel brocco, per córre nel mezzo del bersaglio, cioè in quello stecco col quale è confitto il segno.
  29. [p. 157 modifica]questo conio. Cioè il battaglio.
  30. [p. 157 modifica]re di naibi, o di scacchi. Naibi è un certo giuoco che fanno i fanciulli. Manfredonio è chiamato così per ischerzo.
  31. [p. 157 modifica]picciuolo. Picciuolo chiamasi il gambo delle frutte e di simil cosa, e viene dal latino petiolus che significa lo stesso. I Greci lo chiamavano μίχος. Qui chiama picciuolo per ischerzo il battaglio di Morgante.