Misteri di polizia/X. Le Processure Economiche. F. D. Guerrazzi e la Società: I figli di Bruto. La caduta d'un Ministro di Polizia

X. Le Processure Economiche. F. D. Guerrazzi e la Società: I figli di Bruto. La caduta d'un Ministro di Polizia

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X. Le Processure Economiche. F. D. Guerrazzi e la Società: I figli di Bruto. La caduta d'un Ministro di Polizia
IX. Le Processure Economiche. F. D. Guerrazzi e i funerali del Generale Colletta XI. Gli Ospiti illustri. Carlo Alberto in Toscana

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CAPITOLO X.


Le Processure Economiche. — F. D. Guerrazzi e la Società: I figli di Bruto. — La caduta d’un Ministro di Polizia.


In una nota riservata del dipartimento del Buon Governo, senza data, ma probabilmente del maggio o del giugno 1832, si legge quanto segue:

„Il dipartimento del Buon Governo è informato che il dottor F. D. Guerrazzi ha tenuto corrispondenza intima con un certo Doria, libraio di Genova, che gli ha diretto libri ed altri fogli incendiari. Introdottasi in Genova la sètta dei Figli di Bruto, il Guerrazzi ne ricevè tosto dal Doria le istruzioni, che si dicono accompagnate da scritti i più allarmanti.

„Sono molte le pratiche che il Guerrazzi ha esercitato a Livorno per estendere il suo partito. Ripetute si contano le conferenze segrete da lui tenute, come numerosi sono i suoi eccitamenti nei quali mette un ardore effrenato di rivoluzione, cui ha vantato pronto lo spirito pubblico.

„È noto che per favorire le sue vedute sediziose ha accolto emigrati pontifici, spedito espressi, collegato la corrispondenza de’ settari livornesi con altri di Montepulciano, Poggibonsi, Siena, ed altre parti, tenendo ovunque un carteggio coi più cogniti nemici del governo. In Montepulciano ha corrotto pressochè tutta la gioventù, spargendo in essa il suo contagio che già si estende.

„Queste notizie risultano per le asserzioni di qualche testimonio (legga il lettore: spia), maggiore ad ogni eccezione (per la polizia, è precisamente la canaglia, maggiore ad ogni eccezione) ed in parte confermate dal fatto e per altre notizie meritevoli di fede. Quindi si hanno ragioni per concludere ch’egli (il Guerrazzi) è uno dei capi-sètta tendenti ad abbattere l’attuale ordine di cose e non può [p. 66 modifica]dubitarsi della sua cooperazione delittuosa nella intrapresa, e quindi del suo delitto.„

Fu in base a siffatte informazioni che alla polizia pervenivano da fonti impurissime, che il Ciantelli ordinò al commissario interno di Livorno perchè procedesse economicamente a carico del Guerrazzi. Eseguita in casa dell’illustre scrittore una perquisizione, fra le diverse carte, che quasi tutte si riferivano alla compilazione dell’Indicatore Livornese, la polizia mise la mano sopra una lettera di Giuseppe Mazzini, ma di data non recente, rimontando questa, secondo la stessa polizia, al 1829, quando il grande agitatore genovese non aveva ancora preso la via dell’esilio.

Ecco la lettera del Mazzini1:

Caro Amico,

„Vi sono grato per avermi procacciato la conoscenza di due giovani italiani, che mi dovevano riuscire interessanti perchè forniti a dovizia di cuore e di mente, e perchè avevano pochi dì innanzi favellato a lungo con l’amico mio. L’amicizia ch’io vi ho giurato è tale che ogni cosa venuta da voi non può riuscirmi se non carissima. Il sentimento che i vostri scritti e le vostre lettere mi hanno ispirato somiglia molto all’amore che accende in noi la bellezza; bellezza intendo non di forme soltanto, ma intima e profonda; frazione insomma di quella bellezza ch’è sparsa nelle cose della natura, ove il fiato ammorbatore delle umane belve o le istituzioni sociali non la guastino o non la annebbino. Il genio, l’armonia delle forme, la musica, ecc., mi paiono altrettante formole esprimenti l’idea del bello che vive nell’anima, ed io bacerei, parmi, Byron, Foscolo e voi con lo stesso affetto, [p. 67 modifica]col medesimo entusiasmo col quale imprimerei il suggello d’amore sulle labbra della Venere di Canova se essa potesse rispondere al mio bacio. L’uno, il Bollini, mi è sembrato uomo di discernimento e di gusto nelle cose letterarie; italiano vero, e privo di quei pregiudizi municipali che otto secoli di divisioni e di gare hanno radicato negli abitanti della penisola; l’altro mi è sembrato uno di quei giovani che la smania di sapere le origini delle cose consuma e che trascorrono gli anni sacri alle illusioni nella ricerca di una realtà, che per lo più quando è colta ha sapore di cenere come i frutti del lago d’Asfaltite; uno di quei giovani insomma dei quali abbiamo il tipo espresso mirabilmente nel Faust di Goëthe, creazione che un dì o l’altro mi costringerà ad imparare il tedesco, come ho imparato l’inglese per gustare il Manfredo di Byron. E a proposito del Manfredo, io spero di leggerlo tradotto da voi, perchè mi pare, tra le cose di Byron, quella che più si affratelli col vostro ingegno, e il carattere che voi pingeste in Manfredi me n’è prova.

Ho veduto l’articolo K. X. Y. che mi vien detto essere il Tommasèo, sulla Battaglia di Benevento; nè voi poteste esserne scontento. Del resto gli articoli che incontro sovente nell’Antologia sottoscritti da queste iniziali mi sembrano dettati da un retto sentire e da un animo indipendente: egli pugna da gran tempo sotto la bandiera d’una causa che avrà trionfo dal tempo, ma che è vilipesa e calunniata tuttora da molti che non intendono e da pochi che non vogliono intendere; ed io lo so che qui in Genova, poche righe gettate sulla carta senza studio, come senza pretensione, mi hanno fruttato più assai biasimo e ridicolo, che lodi; e se io non ho merto per l’espressione, mi sembra pure non essere indegno affatto per l’intenzione. Intanto vi raccomando un amico mio, Lorenzo Ghiglini, che si conduce a Pisa. Egli è giovane di non comune ingegno, ha un’anima per sentire il bello e un cuore che batte più concitato al nome d’Italia: due doti che lo fanno commendevole a tutti e lo faranno, spero, a voi. Egli ha letto il romanzo — La Battaglia di [p. 68 modifica]Benevento e I Bianchi e i Neri; quindi ho dovuto dargli questa lettera perchè vi vuole ad ogni costo vedere.

„Ho veduto il manifesto di Zanobetti per le opere di Byron, ed anche senza il vostro nome che reca pel primo, riconobbi il vostro stile all’energia delle espressioni e alla profondità, dei concetti. Nelle nuove idee che dirigono oggi la letteratura, una traduzione intera di Byron è necessaria all’Italia, come lo è una traduzione di Shakespeare ad una di Goëthe, non fosse altro per far vedere ai nostri che vi hanno altre vie, oltre quelle del vecchio Aristotele, e che ogni secolo svolge una piega del cuore umano.

„Mi vien detto che voi vi occupiate d’un progetto di giornale a Livorno. Sarebbe ottima cosa, perchè i giornali, i drammi e i romanzi sono i tre generi più popolari di letteratura che io conosca. Dovreste voi restringervi con me al silenzio nelle vostre idee letterarie come vi restringeste sinora al silenzio sopra altre mie richieste importantissime? Scrivete molto pel bene d’Italia.„

Il penultimo periodo della lettera del Mazzini lascia chiaramente indovinare come lo scrittore genovese non si limitasse nelle sue lettere al Guerrazzi a parlare di letteratura, e come il nuovo culto di Shakespeare, di Byron e di Goëthe, allora introdotto nella penisola colla scuola romantica, non gli facesse obliare la patria — quella patria a cui egli doveva consacrare tutto sè stesso nei lunghi, dolorosi ed agitati anni dell’esilio. Ma il Guerrazzi non pare che nelle sue lettere fosse molto espansivo nelle cose non strettamente attinenti alle lettere, non reputando forse cosa savia l’affidare a un pezzo di carta i più scapigliati progetti di congiure e di sommosse. Il dottore in legge, nella sua persona, oltre il letterato e il tribuno, non c’era forse per nulla, senza tener conto che nelle opere di Niccolò Machiavelli, ch’egli studiava con cura amorosa, qualche cosa per fermo aveva dovuto imparare. E difatti, quando la polizia dell’odiato e temuto Ciantelli, nel giugno del 1832, in seguito ad una denunzia, gli perquisì le carte, delle lettere del Mazzini non rinvenne [p. 69 modifica]che quella da noi sopra pubblicata, e dove, da un forte sentimento d’italianità in fuori, sarebbe stato bravo quel poliziotto del tempo che ci avesse trovato qualche cosa anche lontanamente accennante a minaccia o pericolo pel trono e l’altare, che allora, come si sa, per formare la felicità dei popoli, vivevano fra loro da buoni amici.

Nè la lettera del Mazzini, nè quelle del Colletta, del Pareto, di Genova, del Tommasèo e d’altri scrittori liberali che si rinvennero in casa del Guerrazzi, potevano chiamarsi, nel linguaggio della polizia, compromettenti. Ma ai poliziotti del Ciantelli, quando mancava la realtà, bastava l’ombra; e il Guerrazzi, imputato di partecipazione ad una sètta pericolosa — quella dei Figli di Bruto — nonchè di diffusione di scritti e libri sediziosi, colla giunta d’un carteggio antipolitico (anche questa è una parola del dizionario della polizia del tempo) con persone notoriamente conosciute come intinte di pece liberale e nemiche dei governi legittimi, fu arrestato e posto in segreta. Insieme a lui furono arrestati Temistocle Guerrazzi, fratello minore di Francesco Domenico, Domenico Orsini, mercante di vino.

Il 28 luglio 1832, l’autore della Battaglia di Benevento subì il primo interrogatorio dinanzi al commissario Epifanio Manetti; il quale, avendolo interpellato sul personale di collaborazione, ma sopratutto sopra gl’intendimenti del giornale l’Indicatore Livornese che egli riputava fossero dirizzati ad abbattere l’ordine di cose che i trattati del 1815 avevano instaurato in Italia, si ebbe dal Guerrazzi per risposta: che l’Indicatore Livornese, giornale di carattere e d’intendimenti puramente letterari, fu fondato nel 1829 da una società di cittadini che ne affidò a lui la direzione, e che egli chiamò a collaborarvi i migliori ingegni della penisola, almeno quelli che tali additava la pubblica fama. „Scrissi al barone Giuseppe Poerio per ottenere da lui articoli legali, sapendo che i suoi lavori indefessi si avvolgevano [p. 70 modifica]intorno alla legislazione comparata, ramo di scienza che non doveva essere trascurato, come non si trascurò sull’Indicatore. L’avvocato Mazzini, di Genova, non fu invitato, ma spedì alcuni articoli che furono stampati. La Cecilia ne scrisse parecchi, ma nessuno venne pubblicato perchè di poco valore. Il Colletta fu da me ricercato piuttosto per non mancare al dovere che per speranza d’ottenere da lui degli scritti stante la malattia che lo affliggeva e che lo condusse al sepolcro. Niccolò Tommasèo, letterato dimorante a Firenze, che non conosco di persona, non potendo inserire nell’Antologia, dove tuttora scrive degli articoli segnati K. X. Y. mandò un estratto della Vita di Raffaello del Quatremère de Quincy; e siccome sul detto, argomento gli articoli furono vari, così ebbe luogo un certo carteggio. Per altro, quello che si stampava passava sotto la censura... Lo scopo cui era diretto il giornale, si ricava dal giornale medesimo, che non era quello di propagare dottrine liberali per l’Italia, come si scorge dal poco studio messo a ricercare abbuonati fuori di Livorno, dove non oltrepassavano i dugencinquanta; ma lo scopo era quello di eccitare all’amore dello studio la gioventù livornese.„

Contestatigli gli altri addebiti, il Guerrazzi negò recisamente che avesse tenuto carteggio col Doria, cui disse neppure conoscere di nome. Negò ugualmente che facesse parte della società: I Figli di Bruto. Quanto poi alla accusa indeterminata di liberalismo sorgente dalle sue opere, rispose:

„I miei scritti furono sempre sottoposti alla censura.... Non ho mai stampato cosa che non mi venisse approvata... D’altronde, nei paesi dove esiste la censura si suppone naturalmente che negli scritti d’un autore possano occorrere sentimenti e parole che debbano sopprimersi. Infatti, non è il pensiero che si punisce, ma la promulgazione di esso; e quando il governo si è procurato un mezzo per fare che questa promulgazione non accada, ha impedito con esso il nascimento del delitto. Ora se realmente si trova biasimevole qualche cosa nelle mie opere, parmi che la colpa sia del censore e non mia. Riguardo ai miei sentimenti.... [p. 71 modifica]Leggo poco i giornali; sono di natura poco favellatore, e mi piace dì stare molto a sentire. Quantunque punito per un’orazione accademica, ritengo che in quella non v’erano sentimenti nè espressioni che offendessero il governo.„

Nel secondo interrogatorio subìto il 30 luglio, fu interpellato sulla lettera del Mazzini da noi già riportata.

„Il signor Giuseppe Mazzini — rispose il Guerrazzi — scrisse alcuni articoli intorno alla Battaglia di Benevento; e siccome erano per me molto lusinghieri, gli scrissi ringraziandolo, per cui mi diresse la lettera rinvenuta fra le mie carte. Quando io era relegato a Montepulciano, egli facendo un viaggio per l’Italia, venne a visitarmi là e ad offrirmi i conforti dell’amicizia. Si trattenne un giorno, o poco più, e da quell’epoca in poi seppi che egli era emigrato; e con lui non ebbi più relazioni.„

Come ha veduto il lettore, il Francesco Domenico Guerrazzi, nelle sue risposte, fu prudente, se non addirittura fine. Egli non per nulla studiava allora, con intelletto d’amore, le opere del Machiavelli dove naturalmente doveva avere appreso come la scienza dello Stato non fosse altro che furberia, o per lo meno, non avesse per base che quest’ultima. Ma al commissario Manetti nè le reticenze sapientemente architettate, nè le risposte evasive, nè l’arguzia attica del brillante scrittore potevano fare smarrire il suo sentiero. Poliziotto destro, sapeva per lunga esperienza come nelle risposte degl’imputati il senso delle parole non fosse riposto in queste, ma fra una riga e l’altra. D’altronde si trattava d’una processura economica e non occorreva che l’imputazione fosse provata come in un procedimento ordinario. Il potere economico processava e condannava anche per semplici tendenze. O come poteva dunque nicchiare quel zelantissimo funzionario se oltre le tendenze, che non potevano mettersi in dubbio, ci aveva in mano qualche cosa di più che di un semplice sospetto? Laonde, imbastito il processo, ne trasmetteva gli atti al presidente del Buon Governo proponendo che il Guerrazzi fosse condannato, sino a nuova disposizione, alla relegazione nell’isola del Giglio. La qual misura, secondo il commissario, doveva riuscire al Guerrazzi più dolorosa di qualsiasi altro [p. 72 modifica]gastigo, perchè l’avrebbe posto nell’impossibilità non solo di esercitare la sua propaganda (chè con questa, in una isola quasi deserta, non avrebbe potuto fare proseliti che presso qualche pastore o qualche capraio) ma di esercitare eziandio la sua professione di legale da cui cominciava a ricavare profitti non indifferenti. Il demagogo scrittore sarebbe stato così anche punito, e forse più duramente, nella borsa.2

Via, per quanto poliziotto, il sor Epifanio Manetti aveva dello spirito!

Quanto a Temistocle Guerrazzi e all’Orsini proponeva che fossero condannati, il primo a diciotto mesi, ed il secondo ad un anno di relegazione.

Il Ciantelli, che cercava precisamente un’occasione per mostrare che anch’egli, come il Canosa, era tagliato nella stoffa di cui si fanno gli sbirri, impugnata la penna, il 9 agosto 1832, dirigeva a don Neri Corsini una relazione, nella quale, dopo d’aver esposto i risultati ottenuti dalla istruttoria segreta compiuta contro il Guerrazzi e i compagni di lui, passava a tracciare il ritratto morale del romanziere livornese:

„Parlerò del dott. F. D. Guerrazzi. Non è nuovo il suo nome nella serie di coloro che il Governo ha dovuto considerare come suoi nemici. Fermo nel concetto che da molti anni si è formato, di preparare in Toscana, e con ogni mezzo, le fondamenta ad una innovazione d’ordinamento politico, si è perciò adoperato costantemente onde [p. 73 modifica]preordinarvi con successo l’altrui opinione. Questo spirito turbolento e sedizioso ha sempre animato i suoi scritti tenendo in lui attiva una vigilanza indefessa ed uno studio non mai interrotto, allorchè il governo trovò necessario sopprimere il giornale da lui scritto e conobbe ad evidenza che questo foglio celando il contagio di pessime dottrine sotto mentite apparenze, era maliziosamente diretto alla propagazione del liberalismo e a combattere i principî d’ogni sano intendimento pei quali è illeso l’ordine sociale e rispettato il trono. Ora si è reso anche più manifesta la segreta tendenza di questa sua creazione (cioè, dell’Indicatore) dacchè sono conosciuti molti dei collaboratori a quell’opera, soggetti di massime corrotte e nemici ignoti al Governo. Vostra Eccellenza non ignora quanta perversità fosse ascosa nell’elogio in cui il Guerrazzi, celebrando il Del Fante, trascese in discussioni altamente impolitiche ed asperse copiosamente il suo dire di concetti nei quali la religione era conculcata ed oltraggiati i governi, insinuando con arte tutto ciò che meglio potesse infondere idee d’indipendenza e spirito di fanatismo, contro la legittimità, delle loro costituzioni. Principi di sedizione così decisi non sono venuti meno in lui per la disapprovazione dei magistrati, nè per altre misure già contro di lui prese. Così a Montepulciano ebbe relazione con Giuseppe Mazzini. Chiunque conosce le perniciose abitudini di questo soggetto, ora profugo in Marsiglia, non ignora gli sforzi ardimentosi coi quali si è accinto a disporre gli animi contro ogni governo monarchico, e la posizione eccentrica della città nella quale costui soggiorna. Scontata la pena, il Guerrazzi tornò in patria raddoppiando le pratiche per raggiungere il suo delittuoso proponimento.„

Passava poscia il Presidente ad analizzare le lettere e gli scritti sequestrati, ove attraverso la lente d’ingrandimento vedeva nitidamente disegnarsi le fila d’una cospirazione, e conchiudeva dicendo: „Il dott. Guerrazzi è il soggetto più terribile di quanti liberali conosca la Toscana.„ Esaminata poi la posizione del fratello dell’autore della Battaglia di Benevento e dell’Orsini, proponeva al ministro che il dott. F. D. Guerrazzi fosse condannato a tre anni di [p. 74 modifica]relegazione all’isola del Giglio, il fratello di lui a sei mesi di reclusione e l’Orsini ad otto mesi della stessa pena.

Il Ciantelli scritto che ebbe la sua relazione si soffregò le mani e un risolino di soddisfazione apparve per un momento sulle sue austere labbra. Egli credeva, in buona fede, d’avere salvato il trono.

Ma a Palazzo Pitti, di codesto ministro di polizia focoso, di questo rompi-scatole ch’era venuto in uggia a tutto il paese, nessuno voleva più sentir parlare. Il Granduca, ingegno limitato, ma non despota, era già da un pezzo che s’era accorto come la Toscana, ove le istituzioni per vecchia abitudine funzionavano silenziosamente, quasi che officio dei ministri fosse quello di rivestire di feltro i perni dell’ingranaggio della macchina governativa per paura che i morti potessero essere turbati nel loro sonno eterno dal rumore del mondo, il Granduca, diciamo, s’era già accorto come la Toscana fesse divenuta un’appendice del ducato di Modena o delle Legazioni. Veramente non vi s’era ancora impiccato nessuno; ma gli esili, gli sfratti, le visite domiciliari, le relegazioni fioccavano allegramente, con immensa mortificazione dello stesso principe, il quale di giorno in giorno vedeva diminuire d’intorno a sè quella riputazione di bontà che i toscani e gli stranieri gli avevano decretato. Gli stessi ministri, sopratutto il Fossombroni e il Corsini i quali non avevano mai creduto sul serio all’efficacia delle manette e dei bavagli, e che anche recentemente rifiutando l’ospitalità al principe di Canosa, cacciato da Modena, mentre l’accordavano, malgrado qualche riserva, alle vittime di quella sconcia e losca contraffazione di Sejano, avevano mostrato come coi birri, anche se spiegassero sul loro blasone una corona di principe, non fossero cuciti a filo doppio, erano stanchi del Ciantelli; e non parve loro che si potesse presentare migliore occasione di quella per metterlo alla porta, come un servitore imprudente e mancante di tatto.

La mattina del 20 agosto l’illustrissimo signor presidente del Buon Governo se ne stava tranquillamente sdraiato nella poltrona del suo gabinetto a Palazzo Non-Finito sognando forse di succedere allo stesso Corsini nel posto di [p. 75 modifica] segretario per gli affari interni, ove certamente avrebbe fatto sentire con forza maggiore di quella che non facesse il vecchio don Neri il principio d’autorità, quando per l’appunto da parte di Sua Eccellenza il ministro dell’interno gli fu consegnato un rescritto, in uno stile che avrebbe fatto l’ammirazione dello stesso Tacito. Esso diceva asciuttamente così:

„S. A. I. e R. ha rescritto: l’illustrissimo signor presidente del Buon Governo, nell’affare Guerrazzi e compagni, si valga delle sue facoltà a forma dell’art. 54 della Legge dei 30 novembre 1786, e nei limiti prescritti dalla medesima.

Neri Corsini.„

„Lì 19 agosto 1832„.


Se in quel momento fosse caduto nel gabinetto del Presidente il solito fulmine dei romanzieri, il Ciantelli non sarebbe rimasto meno sorpreso di quello che lo fu nel leggere l’epistola ministeriale. Si stropicciò, il poveretto, gli occhi e tornò a leggere; imperocchè, il disgraziato poliziotto credeva di avere le traveggole, non potendo ammettere come nell’anno del Signore 1832, quando le polizie dell’Europa, non esclusa quella costituzionale del signor Chiappini3erano tutte in moto, e a quattro passi fuori del confine s’impiccava in nome dell’altare e del trono, si potesse pensare a richiamare in vigore una disposizione leopoldina caduta in disuso, e che legava mani e piedi al presidente del Buon Governo circoscrivendo in angusti limiti le costui facoltà. Difatti, [p. 76 modifica]l’articolo 54 della legge del 1786 prescriveva che l’illustrissimo signor presidente del Buon Governo, per le trasgressioni ed i delitti puniti in via economica, non potesse applicare la multa che sino a lire cento, il carcere sino ad un mese e l’esilio sino a sei, salvo il ricorso al Granduca e la sospensione degli atti ove gl’imputati domandassero la procedura ordinaria. Come ognuno può vedere, erano queste facoltà assai limitate e diremmo quasi illusorie in molti casi, imperocchè bastava che l’imputato, specie se non militavano contro di lui che semplici sospetti, chiedesse la procedura ordinaria, perchè quella economica restasse di diritto annullata. Ma il rescritto parlava chiaro, ed il Ciantelli tragugiandolo come un’amara medicina, facendo per un momento buon viso all’avversa fortuna e rimangiandosi il suo famoso rapporto a don Neri, il giorno 21 agosto condannò i due Guerrazzi e l’Orsini alla pena del carcere d’un mese per ciascuno; e siccome allora sotto ogni poliziotto si trovava un Tartufo, così il Ciantelli aggiunse nel suo decreto che quella pena, così mite in rapporto al delitto perpetrato, si applicava colla veduta di ricondurre i colpevoli, per la via della dolcezza, alla retta via!...

Fu il canto del cigno. Pochi giorni dopo, quella caricatura del principe di Canosa, col grado di commendatore e quindici mila lire toscane di pensione, era posto fuori dell’uscio.

I fiorentini, a quella notizia, furono presi come da un delirio. La tranquilla Firenze di Leopoldo II di Lorena sembrò divenuta per un momento la Firenze del duca d’Atene e di Michele Lando; centinaia e centinaia di cittadini corsero in piazza Pitti a ringraziare il Granduca. Naturalmente la gioia popolare trasmodò. Non s’era stati per nulla penosamente per circa tre anni sotto l’incubo-Ciantelli, perchè cessato questo, si potesse frenare e misurare la gioia pubblica. Si corse di qua e di là per la città avvicendando alle grida di Viva Leopoldo II, quelle di Morte al Ciantelli. Alcuni buontemponi, ricordandosi che nelle loro vene scorreva il sangue di coloro che fecero parte [p. 77 modifica]delle famose e ridanciane compagnie della Calza e della Cazzuola o avevano cantato sulla fine del quattrocento i canti carnescialeschi di Lorenzo il Magnifico si recarono in via del Proconsolo, e quivi, sotto le finestre di Palazzo Non-Finito, colla massima gravità e compostezza, intuonarono il Miserere. Furono gridati evviva sotto le finestre delle case del Fossombroni e del Corsini. Insomma, i funerali del Ciantelli furono fiorentinamente celebrati.

E perchè la commenda e le quindicimila lire toscane di pensione decretate sul capezzale di morte dell’ex-ministro di Polizia non turbassero la pubblica esultanza, il Granduca, che era stanco di sentirsi chiamare il birro di Modena promulgò il 14 settembre una legge colla quale, definendo meglio le attribuzioni del presidente del Buon Governo, prescrisse il reclamo alla R. Consulta per ogni condanna pronunziata in via economica ed eccedente i quindici giorni di carcere.

Non era una gran cosa; ma la nuova legge fu salutata con trasporti di gioia. Si capiva da tutti che il Ciantelli, dopo quella manifestazione solenne della volontà del principe, non sarebbe più uscito dal sepolcro, ove l’indignazione degli onesti l’aveva precipitato.



Note

  1. Esiste in copia nell’Archivio Segreto. Una nota del segretario del Buon Governo informa che l’originale, dietro richiesta dello stesso Granduca, fu rimesso a palazzo Pitti, in occasione della dimora a Firenze di Giuditta Bellerio, la formosissima donna che il Mazzini, sullo scorcio del 1833, mandò in Toscana a scopo politico come narrammo in uno dei precedenti capitoli di quest’opera.
  2. Ecco le precise parole del rapporto: „Il mio subordinato sentimento sarebbe che il dott. Guerrazzi dovesse relegarsi fino a nuova disposizione nell’isola del Giglio. È difficile che in codesto luogo trovi terreno da spargervi la sua pericolosa semenza e proclamarvi le sue massimo antisociali. È sperabile anzi che dissestato negli interessi per non potere esercitare la sua professione legale e noiato d’una dimora che lo divide dai propri amici e compagni, si risolva a chiedere d’essere autorizzato a partire per l’estero ed abbandonare la Toscana, che farebbe un acquisto, perdendo un così cattivo e pericoloso soggetto.„ — Si capisce che ad illustrare la Toscana colle opere dello ingegno sarebbe rimasto lui, il sor Epifanio!
  3. Si chiamava così, a Firenze, Luigi Filippo d’Orleans, re dei Francesi, perchè si diceva che trovandosi sua madre, durante la rivoluzione di Francia, in Toscana, partorisse una femmina, e che di nascosto barattasse questa col figlio d’un birro, per nome Chiappini. Il Giusti, nel Dies Irae, cantò:

    „Il Chiappini si dispera,
    E grattandosi la pera,
    Pensa a Carlo Decimo.„