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go poco i giornali; sono di natura poco favellatore, e mi piace dì stare molto a sentire. Quantunque punito per un’orazione accademica, ritengo che in quella non v’erano sentimenti nè espressioni che offendessero il governo.„

Nel secondo interrogatorio subìto il 30 luglio, fu interpellato sulla lettera del Mazzini da noi già riportata.

„Il signor Giuseppe Mazzini — rispose il Guerrazzi — scrisse alcuni articoli intorno alla Battaglia di Benevento; e siccome erano per me molto lusinghieri, gli scrissi ringraziandolo, per cui mi diresse la lettera rinvenuta fra le mie carte. Quando io era relegato a Montepulciano, egli facendo un viaggio per l’Italia, venne a visitarmi là e ad offrirmi i conforti dell’amicizia. Si trattenne un giorno, o poco più, e da quell’epoca in poi seppi che egli era emigrato; e con lui non ebbi più relazioni.„

Come ha veduto il lettore, il Francesco Domenico Guerrazzi, nelle sue risposte, fu prudente, se non addirittura fine. Egli non per nulla studiava allora, con intelletto d’amore, le opere del Machiavelli dove naturalmente doveva avere appreso come la scienza dello Stato non fosse altro che furberia, o per lo meno, non avesse per base che quest’ultima. Ma al commissario Manetti nè le reticenze sapientemente architettate, nè le risposte evasive, nè l’arguzia attica del brillante scrittore potevano fare smarrire il suo sentiero. Poliziotto destro, sapeva per lunga esperienza come nelle risposte degl’imputati il senso delle parole non fosse riposto in queste, ma fra una riga e l’altra. D’altronde si trattava d’una processura economica e non occorreva che l’imputazione fosse provata come in un procedimento ordinario. Il potere economico processava e condannava anche per semplici tendenze. O come poteva dunque nicchiare quel zelantissimo funzionario se oltre le tendenze, che non potevano mettersi in dubbio, ci aveva in mano qualche cosa di più che di un semplice sospetto? Laonde, imbastito il processo, ne trasmetteva gli atti al presidente del Buon Governo proponendo che il Guerrazzi fosse condannato, sino a nuova disposizione, alla relegazione nell’isola del Giglio. La qual misura, secondo il commissario, doveva riuscire al Guerrazzi più dolorosa di qualsiasi altro