Manuale di economia politica con una introduzione alla scienza sociale/Capitolo IX

Capitolo IX - Il fenomeno economico concreto

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Capitolo VIII Appendice

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CAPITOLO IX.

Il fenomeno economico concreto


1. Chi vuol studiare cristallografia, principia collo studiare geometria, non già perchè creda che i cristalli sono solidi geometrici perfetti; ma perchè lo studio di questi dà elementi indispensabili per lo studio di quelli. Similmente abbiamo principiato collo studio dell’economia pura, non già perchè credevamo che i fenomeni astratti di quella scienza fossero identici ai fenomeni concreti; ma solo perchè il primo studio ci giovava per poi compiere il secondo.

Nei capitoli VII e VIII già ci siamo volti a studiare i fenomeni concreti, investigando i caratteri di certi capitali; ora porremo mente ai fenomeni concreti dell’economia in generale.

2. Nel consumo, il fenomeno concreto diverge dall’astratto, principalmente perchè parecchi consumi sono fissati dall’uso, e perchè per gli altri l’uomo è bilancia molto imperfetta per pesare le ofelimità. L’eguaglianza delle ofelimità ponderate ha dunque solo luogo con più o meno grossolana approssimazione.

3. Molte merci prodotte in grande quantità debbono poi essere vendute al minuto. È singolare che parecchi economisti quasi sdegnano di occuparsi dei prezzi della vendita al minuto, come se fosse cosa al di sotto della dignità della scienza. Stimano poter discorrere del prezzo del vino per vendite ingenti, ma non del prezzo del litro di vino che [p. 439 modifica]vende l’oste. Eppure, tutto il vino prodotto finisce coll’essere venduto dall’oste, dall’albergatore, dal negoziante al minuto, dal produttore, per uso domestico.

Nella vendita al minuto, spesso la concorrenza opera poco o niente. I negozianti al minuto sono in numero molto maggiore, i loro capitali dànno una somma molto più ingente di ciò che sarebbe necessario per la distribuzione delle merci. Da tali circostanze trae origine il prospero successo delle cooperative di consumo e dei grandi magazzini.

4. Nei paesi più civili, quei negozianti al minuto costituiscono sindacati e fissano prezzi comuni, che generalmente sono enormemente maggiori dei costi delle merci in grosso o dei costi di produzione; sono spesso il doppio, il triplo, e anche più.

5. Il numero dei negozianti al minuto, e i loro capitali, crescono sinchè, nonostante quei prezzi tanto elevati, la professione non procacci maggior guadagno di ciò che in altre si può ottenere.

6. Occorre notare che i danni recati da cotanto imperfetto ordinamento della distribuzione, sono molto maggiori di quelli che si ha considerando solo la spesa per mantenere il numero soverchio dei negozianti e pagare il frutto del capitale superfluo. Supponiamo che, in un certo paese, quelle due somme dessero un totale di 100 all’anno; ci sarebbe un gran vantaggio, pei consumatori, di pagare direttamente quei 100 ai loro parassiti, purchè pel consumo si potessero avere prezzi quali risulterebbero da un bene ordinato sistema di distribuzione. Tale osservazione è generale, e vale per tutti i casi simili (VI, 8 e seg.).

Similmente, tra i danni principali cagionati dalle prepotenze dei sindacati operai, dei sindacati di capitalisti, e dei sindacati di rivenditori, si deve [p. 440 modifica]porre le alterazioni dei coefficienti di produzione, che hanno valori diversi di quelli che assicurerebbero il massimo di ofelimità. La ricchezza per tal modo distrutta è spesso molto maggiore di quella che si appropriano i sindacati.

7. I prezzi all’ingrosso di molte merci variano giornalmente, quelli al minuto rimangono costanti per periodi più o meno lunghi. Per esempio, ogni giorno variano i prezzi della farina, del caffè, del cotone all’ingrosso; mentre non variano i prezzi del pane, del caffè, del cotone, al minuto. Il consumatore non ha piacere che ci sieno troppo frequenti mutamenti di prezzo, ed il negoziante al minuto lo accontenta, prendendo medie tra i prezzi all’ingrosso. Anche in ciò dunque diverge il fenomeno concreto dal fenomeno astratto.

8. Nella produzione all’ingrosso si trovano fenomeni che più si avvicinano a quelli studiati dall’economia pura. L’ordinamento di tale produzione è assai perfetto, e ciò spiega come le cooperative di produzione hanno fatto poco o nessun buon frutto. Nella produzione in grosso troviamo anche i sindacati, i trusts, i monopolii. Per altro, in Europa, il danno che ne risentono i consumatori è forse minore di quello recato loro dai sindacati di bottegai, o dai sindacati operai. Negli Stati Uniti d’America può essere eguale e anche maggiore.

9. Soggettivamente, il fenomeno pare diverso; perchè la maggior parte delle persone che ne discorrono sono tratte dalla mania umanitaria dei nostri tempi a scusare nonchè ogni danno che viene dagli operai o dalla gente meno agiata, persino ogni delitto da quella brava gente compiuto; mentre è acciecata dall’odio, quando discorre della gente agiata e specialmente degli odiati «capitalisti», ed ancor più degli «speculatori». [p. 441 modifica]

Nota ottimamente il Pantaleoni che «è veramente singolare che questa crociata contro supposti monopolî, e quindi in favore della libera concorrenza, che dicesi minacciata, venga fatta da persone le quali, quando non si tratta di sindacati (trusts), non si stancano di segnalare danni altrettanto gravi quanto sono immaginari di quella istessa libera concorrenza, e ad invocare contro di essa rimedi legali non meno rigorosi di quelli che vorrebbero poter inventare contro ai sindacati (trusts). Ed è pure singolare che le medesime persone che riconoscono un monopolio qualificato in una convenzione fatta tra imprenditori affinchè le vendite di una merce si facciano piuttosto ad un prezzo che ad un altro, e che riconoscono ancora questo carattere alla convenzione, se versa sulla vendita di certi servizii, poniamo di quello che consiste nel trasporto per ferrovia o nave, non riconoscono più il medesimo carattere in una convenzione fatta tra individui venditori di servizii personali, p. es. di muratori o braccianti, ecc.»1.

10. I «trusts». — I moderni sindacati hanno due scopi principali, cioè: 1.° Dare alle imprese la mole che corrisponde al minimo costo di produzione. Di tale materia già ragionammo discorrendo dell’impresa in generale, e non occorre qui tornarci sopra. Il Pantaleoni aggiunge, come scopi, il legare insieme imprese connesse e riunirle in un complesso economico. E non si può negare che ciò qualche volta accada, ma, per ora almeno, è molto secondario di fronte all’altro scopo, che è quello di cui ci rimane da discorrere. 2.° Sottrarsi in parte od in tutto alla pressione della libera concorrenza. [p. 442 modifica]

11. In sostanza, quest’ultimo scopo difficilmente manca, soltanto è spesso nascosto. Per esempio, si dirà che il sindacato ha per scopo non di rialzare i prezzi, ma di impedire che scendano tanto da diventare rovinosi. Ma appunto quei prezzi, rovinosi per gli imprenditori, sono vantaggiosi pei consumatori, non solo direttamente, ma anche indirettamente; perchè è sotto la pressione di quei prezzi che le imprese introducono perfezionamenti nella loro produzione; ed il sindacato, col sottrarle a quella pressione, le sottrae pure alla necessità di tali innovazioni. È vero che rimane, per favorirle, il desiderio di fare maggiori utili; ma l’indole dell’uomo lo porta ad operare con molta maggiore energia per sottrarsi ad una imminente rovina, che per conseguire maggiori utili; ed è appunto perciò che le industrie esercitate dallo Stato, e che hanno ad ogni modo la vita assicurata in grazia dei contribuenti, non progrediscono quanto le industrie private, che combattono per la vita stessa.

12. Ci sono paesi ove i sindacati asseriscono avere solo per scopo di opporsi alla concorrenza sleale (contro la quale chiedono anche spesso l’aiuto della legge); ma basta guardare la cosa un poco da vicino per conoscere che quella concorrenza detta sleale è la semplice concorrenza, senza altro. Basti su ciò l’esempio seguente. Nel maggio 1905, i giornali svizzeri pubblicarono il seguente comunicato dei litografi: «L’assemblée generale de la Société suisse des patrons lithographes s’est réunie les 20 et 21 mai à Lucerne. La concurrence déloyale continuant à déployer ses effets, on a décidé d’instituer une commission d’honneur...... chargée d’apprécier les procédés déloyaux, spécialement les offres de prix dérisoires...... L’assemblée a été obligée, à [p. 443 modifica]regret, d’exclure une maison qui s’est signalée, à différentes reprises, par des prix dérisoires».

13. Che ci sieno stati trusts i quali hanno ottenuto prospero successo senza avere alcun privilegio, senza aiuto della protezione doganale, senza il sussidio di artifici, non si può negare; ma sono di poco conto in paragone dei trusts che a fatti di quel genere debbono origine e vita.

14. Notisi che, pei piccoli sindacati, che sono forse i più nocivi ai consumatori, perchè esistono in gran numero e perchè alzano molto i prezzi, basta spesso la benevolenza delle autorità e la codarda ignavia dei consumatori per render possibile il monopolio2. Da ciò ha in parte origine il buon esito delle società cooperative, che sarebbe anche migliore se avessero il coraggio di vendere a prezzi assai bassi per distruggere i parassiti economici che mantengono alti i prezzi; il che appunto fecero i grandi magazzini, e farebbero, ove, in certi paesi, non li opprimesse la legge e il fisco, che s’inframmettono [p. 444 modifica]per impedire che i consumatori abbiano a buon mercato le merci.

15. In sostanza, non c’è motivo per credere che i sindacati operai, di industrie, di bottegai, ecc., abbiano ad essere intrinsecamente nocivi ai consumatori: divengono tali solo per certi modi che usano, e solo in quanto li usano.

16. I contratti collettivi di produzione, di lavoro, ecc., possono avere grandi pregi: e quindi può darsi che, in certi casi, sostituiscano con vantaggio i contratti individuali; ciò dipenderà principalmente dai modi coi quali potranno essere stipulati e dalla sicurezza che si avrà che saranno eseguiti. La mancanza di tale sicurezza è l’ostacolo maggiore che incontrano i contratti collettivi del lavoro.

17. Fatti simili a quelli, ora notati, degli artifici coi quali certe persone fanno rincarare le merci per godere dei maggiori prezzi, li troviamo in ogni tempo nella storia dei nostri paesi; onde possiamo fermare, come uniformità che in essa si osserva, che l’attività degli uomini si spende per due vie, la prima essendo diretta alla produzione o [p. 445 modifica]trasformazione dei beni economici; la seconda, ad appropriarsi i beni prodotti da altri. Nell’antichità classica la guerra era mezzo principale per appropriarsi i beni altrui; oggi l’operazione ha luogo principalmente a danno dei concittadini.

18. Giova notare che la partizione accennata dell’attività degli uomini non è subordinata ad una distribuzione che risulterebbe dalla libera concorrenza, ma è generale. Supponiamo una società in cui i beni si distribuiscano secondo una norma qualsiasi: per esempio, ognuno dei componenti la società ne abbia parti eguali; avremo ancora quella partizione dell’attività degli uomini: cioè parte di essi si adopreranno a produrre i beni che debbono poi distribuirsi egualmente, e parte si adopreranno, non a produrre, ma ad appropriarsi i beni prodotti dagli altri.

19. È evidente che, per tale modo, non si consegue il massimo utile economico per la società. Non possiamo essere tanto recisi nell’affermare che venga meno del pari l’utile sociale, poichè la contesa per appropriarsi i beni altrui può favorire la selezione.

20. Al principio del secolo XIX gli economisti credettero che l’uniformità notata nella storia stava per avere fine: essi la ritenevano cagionata dalla ignoranza e avevano fede che, tolta la causa, col diffondersi della conoscenza della scienza economica, verrebbe pur meno l’effetto3. Era del [p. 446 modifica]rimanente il tempo in cui si diceva «aprite una scuola e chiuderete un carcere»; invece l’istruzione è aumentata, ma la delinquenza non è scemata; in Francia poi, di pari passo coll’istruzione, è cresciuta la delinquenza giovanile. Tutte le persone colte hanno imparato l’economia politica; ma la società di cui fanno parte non si è mossa menomamente per la via desiderata da G. B. Say: anzi la batte ora a ritroso. Le teorie operano pochissimo per determinare gli atti dell’uomo, molto maggior forza hanno [p. 447 modifica]perciò il tornaconto e le passioni, e sempre si trova qualche compiacente teoria che li giustifica.

21. Basti, fra molti esempi, quello stesso della bilancia del commercio, accennata dal Say. È impossibile avere una dimostrazione più chiara e rigorosa, teoricamente e praticamente, di quella che fa vedere che un paese non si arricchisce se la somma delle sue esportazioni supera quella delle sue importazioni; e, viceversa, che non s’impoverisce se la somma di queste supera la somma di quelle. Eppure, sino ai giorni nostri, c’è chi ripete impavido la sciocchezza che l’arricchirsi, o l’impoverirsi, di un paese dipende dall’avere favorevole, o sfavorevole, la bilancia del commercio.

22. Il Say è scusabile di essere caduto in errore, poichè egli non poteva conoscere i fatti, per lui futuri, che si svolsero nella seconda metà del secolo XIX, i quali dimostrano che l’uniformità osservata nel passato seguita a verificarsi nel presente, e che non è stata menomamente alterata dal diffondersi dell’istruzione in genere, nè della conoscenza dell’economia politica in particolare.

23. Nei secoli scorsi i prezzi cari erano considerati un male; i prezzi buon mercato, un bene: oggi è l’opposto. Altre volte i governi si studiavano di procacciare il buon mercato pei loro sudditi; oggi si studiano di far crescere i prezzi. Tempo fa si ponevano ostacoli all’esportazione del grano, perchè rimanesse a basso prezzo in paese; oggi si pongono ostacoli alla sua importazione, perchè sia caro in paese.

Verso la metà del secolo XVI, in Francia, erano tanti i lamenti per l’aumento dei prezzi, che il re se ne impensierì ed incaricò il Malestroict di compiere uno studio sulla materia; nella seconda metà [p. 448 modifica]del secolo XIX, perchè i prezzi lievemente scemavano, o meglio non seguitavano a salire, fu un agitarsi di uomini di Stato, di accademie, di scienziati, per ricercare la causa di tanta sventura. L’opposizione di quei due fatti, che sono tipi della specie, mette in chiara luce l’opposizione delle due epoche.

24. Conviene cercare la spiegazione di tale fenomeno. Al solito, non la troveremo in un sol fatto, ma in molti. Uno dei principali è il diverso ordinamento sociale. Altre volte possedevano, in Francia ed in altri paesi, parte preponderante nel governo dello Stato le persone aventi un’entrata fissa o quasi fissa, e a queste riesciva di danno il crescere dei prezzi (VI, 80): oggi, quella parte preponderante è degli imprenditori e degli operai, e ad essi torna di vantaggio l’aumento dei prezzi. Debbonsi poi aggiungere cause speciali, le quali potevano operare in senso contrario di quella generale ora notata, oppure nello stesso senso. Quando il sovrano aveva bisogno di denari, poneva balzelli, senza curarsi se ciò faceva crescere i prezzi, l’utile diretto in tal caso essendo maggiore del danno indiretto; e similmente concedevansi privilegi aventi lo stesso effetto. D’altra parte, pel grano, eravi una causa particolare che potentemente operava per consigliare a tenerne depresso il prezzo quanto era possibile. A cagione della scarsa ricchezza dei popoli in quei tempi, l’alto prezzo del grano era sinonimo di carestia, e seguivano sommosse e disordini di ogni genere. Il governo quindi poteva difficilmente cedere al desiderio dei possidenti che vogliono prezzi elevati del grano, per procacciarsi rendite.

25. Verso la metà del secolo XIV, in Inghilterra fu promulgato uno Statuto celebre che rimase in vigore sino al regno di Elisabetta, e mercè il quale [p. 449 modifica]ogni uomo valido, non avente rendite proprie, doveva lavorare ad un prezzo fissato dallo Statuto4.

Nonostante questo, i salari agricoli aumentarono e i tentativi per resistere a quell’aumento furono continui. Uno statuto del 5.° anno del regno di Elisabetta affidò ai giudici di pace, riuniti nelle loro sessioni ogni trimestre, di fissare i salari dei lavoranti dei mestieri e dei lavoranti agricoli; e questo regolamento ebbe vigore sino all’anno 1814; da questo tempo si lascia operare la concorrenza, ma si proibiscono le leghe operaie. Nel 1825, queste sono in parte permesse, ma sussistono restrizioni, che vengono tolte nel 1875. Si ha un brevissimo periodo di libertà; e poi i lavoratori, da oppressi divenuti oppressori, impongono le loro condizioni, e la legge li favorisce. Nel 1904 tutti i partiti, preparandosi alle prossime elezioni, fanno a gara nell’avvilirsi adulando gli operai. Il partito detto liberale, conservato il nome ma rinnegati i principii, volge al socialismo e promette, se conseguirà vittoria, di porre ogni potere della legge al servizio degli operai; il partito detto conservatore, che governa, può non solo promettere, ma dare effettivamente, e fa approvare dalla Camera dei Comuni una legge mercè la quale le Unioni operaie non avranno più responsabilità negli scioperi da esse promossi, e gli scioperanti [p. 450 modifica]potranno impunemente perseguitare i Krumiri; e si fa capire che questo è solo un piccolo pegno di future e maggiori concessioni.

26. In Francia, il fenomeno è anche più spiccato. Pochi anni fa, gli operai non potevano nemmeno sindacarsi; ora i sindacati godono di straordinari privilegi; gli scioperanti possono impunemente accoppare gli operai che vogliono lavorare, incendiare opifici, e saccheggiare banche e private abitazioni.

I modi e qualità delle imposte, nonchè, in parte, i modi delle spese dello Stato e dei Comuni, sono tra i sintomi più sicuri dello stato economico-sociale di un paese; poichè sempre la classe dominante fa cadere quanto più può le imposte sulla classe soggetta e volge a suo pro le spese. Sognano gli autori che discorrono «della giustizia nell’imposta»; per ora, il globo terrestre non l’ha mai veduta.

Il sig. Paul Leroy Beaulieu5 descrive ottimamamente la presente evoluzione, in Francia, nel modo segueute: «Ainsi les principaux impôts indirects ont été l’objet de réductions considérables depuis une vingtaine d’années, depuis dix ans surtout, et néanmoins les immunités de la contribution mobilière pour les petits et les moyens revenus ont été intégralement maintenues.

«Bien plus on a accordé, il y a quelques années, aux petites cotes fancières le degrèvement soit total, soit partiel, de la part de l’impôt foncier concernant l’Etat... Tournons-nous maintenant vers les catégories des contribuables moyens et des contribuables importants. La législation, depuis vingt ans, n’a fait qu’élever par des remaniements de tarif et par des taxes nouvelles, par [p. 451 modifica]l’introductions aussi du principe de la progression dans certains impôts, leur quote-part de taxes non seulement d’une façon absolue, mais d’une façon relative... Le caractère progressif de la contribution mobilière dans les villes a éte fortement accentué; l’impôt dont on déchargeait les petits loyers et les loyers modiques a été mis par une loi récente à la charge des loyers plus élevés. Les patentes moyennes, et surtout les grosses, ont été constamment accrues, tandis que l’on déchargeait constamment les petites. Les droits de succession ont été soumis à un tarif progressif accentué, qui finit, pour les grosses sucecssions collatérales, par équivaloir à une veritable extorsion, a une sorte de confiscation..... Autrefois, et naguère encore, le budjet de l’Etat ne faisait aucune part ou presque aucune à l’assistance et à la philanthropie.... Le budjet des communes, avait bien quelques dotations d’un caractère humanitaire, mais assez restreintes. L’instruction primaire n’était pas encore gratuite ou ne l’était qu’exceptionnellement. Aujourd’hui non seulement elle l’est partout mais l’école donne [des subsides].

«Le budjet de l’Etat et surtout le budjet des communes foisonnent de subventions et de concours de toutes sortes ayant un caractère philantropique et humanitaire. Il en résulte qu’une part chaque jour plus forte des ressources publiques est employée, non plus aux services généraux du pays, mais au profit particulier de la partie médiocrement aisée de la population».

27. Tutti quei fatti si possono esprimere, in generale, e senza volere con ciò fermare ogni minuto particolare, dicendo che ognora il fenomeno economico tende ad essere regolato secondo il tornaconto [p. 452 modifica]delle classi dalle società che hanno parte preponderante nel governo.

28. Se l’uomo reale fosse solo un homo oeconomicus, l’apparenza del fenomeno differirebbe meno assai dalla realtà ora accennata; ed ognuno che di certa scienza e per deliberato volere mira ad una certa meta, potrebbe spesso confessare schiettamente che a tale opera si accinge perchè vi trova il proprio vantaggio; ma l’uomo reale è anche un homo ethicus, onde quel tornaconto particolare tende a nascondersi sotto la veste di un interesse generale (II, 105, 106).

29. Altri fatti concorrono maggiormente per mutare forma al fenomeno, ed hanno origine da ciò che tali azioni sono non-logiche, e che vengono in parte compiute sotto la pressione di circostanze esterne all’uomo, senza che ne sia veduto chiaramente il fine.

30. Tutto ciò s’intende bene studiando la trasformazione che principia ora, e per la quale spunta una nuova classe privilegiata. La storia ci dà altri esempi di simili trasformazioni, delle quali, se conosciamo l’andamento generale, meno noti sono i particolari; mentre, di questa che ora si compie, i particolari sono meglio noti, e le linee generali, per essere ancora nel futuro, meno si scorgono; e perciò vicendevole sussidio si prestano gli studi del presente e del passato, ognuno di essi giovando come complemento all’altro.

Lievi mutamenti nelle società si possono compiere in un giorno, quello cioè in cui è mutata la legge; per altri di maggior momento, si passa bensì in un giorno dallo stato legale A allo stato legale B, ma già, sotto il sistema A, le sentenze dei tribunali piegano verso il sistema B, e costituiscono una transizione tra A e B. Infine, per profondi mutamenti sociali, esiste uno stato di transizione, che [p. 453 modifica]spesso dura molti anni, durante il quale la legge è nominalmente ancora A, ma poco a poco finisce col non avere valore alcuno, e lo stato B esiste di fatto quando viene legalmente riconosciuto6.

Questo fenomeno è tanto noto, nel diritto romano, nel diritto inglese, ed anche in altri diritti, che sarebbe proprio superfluo di fare qui cenno delle trasformazioni che, per tal modo, patirono quei diritti. Vogliamo solo ricordare un fatto recente, perchè rischiara una trasformazione che sta ora compiendosi nelle nostre società.

Una sentenza7 del tribunale federale svizzero si esprime così: «Ainsi que le Tribunal fédéral l’a reconuu en maints arrêts déjà, la garantie de la propriété, telle qu’elle figure à l’art. 12 de la constitution de Fribourg8, comme aussi, sous cette forme ou sous une autre, dans la constitution de [p. 454 modifica]tous les autres cantons (à une seule exception près)9, n’est pas une garantie absolue: le tribunal a toujours admis que les dispositions constitutionnelles du genre de celles de l’art. 12 précité ne garantissent l’inviolabilité de la propriété que dans la mesure dans laquelle cette propriété se trouve déterminée et définie par la législation intericure des cantons (sin qui andrebbe tutto bene, ma ora viene il bello); en d’autres termes la législation d’un canton peut sans porter atteinte au principe constitutionnel susrappelé, restreindre le contenu du droit de propriété, déterminer les droits spéciaux que comporte ce dernier, modifier, étendre ou restreindre le régime de la propriété, à la seule condition (si badi bene che è unica) qu’elle le fasso d’une manière générale, égale pour tous».

Unica essendo la condizione accennata, la restrizione del diritto di proprietà può essere spinta sino all’abolizione. Quindi secondo questo modo di ragionare, una legge che dicesse che la proprietà privata è abolita, senza alcun compenso, per tutti i cittadini egualmente, non sarebbe punto in contraddizione con un articolo della costituzione secondo il quale il diritto di proprietà è inviolabile e non può essere ristretto senza compenso. [p. 455 modifica]

Il motivo di questa contraddizione è patente. Siamo in uno stato di transizione, in cui già si ferisce la proprietà privata, ma ancora non si ardisce di fare ciò troppo palesemente.

«Sebbene lo Stato dei Carolingi — dice il Pertile10 — non sia per anco uno Stato feudale, pure si vanno svolgendo sotto la sua dominazione quegli elementi da cui sorgerà il feudo di diritto privato e la feudalità politica».

Sebbene — dirà lo storico futuro — lo stato della Francia al principio del secolo XX, non sia ancora uno stato dominato da una casta privilegiata venuta su dalla classe dei lavoratori, pure si vanno svolgendo quegli elementi da cui sorgerà il dominio di quella casta.

«Entre le VI et le IX siècle, — dice Fustel de Coulanges11 — entre l’époque de Clovis et celle de Charlemagne, l’histoire des institutions politiques est fort obscure. Ce n’est pas que les documents fassent défaut. Nous avons des chroniques... L’existence de ce temps-là y est décrite en termes nets et précis. Nous y pouvons voir comment les hommes vivaient, parlaient, pensaient. En dépit de tout cela, il demeure très difficile de savoir comment les populations étaient gouvernées. C’est que ces documents ne concordent pas entre eux....».

La stessa sconcordanza ci appare ora in Francia. Legalmente non esiste ancora una casta privilegiata12, e se studiamo solo la legge, dobbiamo [p. 456 modifica]dire che l’operaio è alla legge soggetto come lo è il borghese, lo scioperante come l’operaio che vuole lavorare, anzi la legge punisce chi mira a togliere ad altrui la libertà del lavoro. Ma se ci volgiamo a studiare direttamente i fatti, siamo tratti a conclusioni interamente contrarie. Vediamo poi che, sino a pochissimo tempo fa, queste, volute praticamente, non erano accettate, anzi venivano respinte teoricamente, e solo ora accennano ad essere dalla teoria approvate; col che ci avviamo verso l’ultimo periodo dell’evoluzione, nel quale acquisteranno forma legale. Ad un tempo, se a ciò giungiamo, verrà fissato chi sono precisamente coloro che fanno parte della casta privilegiata. Oggi ciò è ancora incerto. Non sono e probabilmente non saranno mai tutti gli operai, ma solo gli operai uniti in sindacato, anzi solo quelli di speciali sindacati ben voluti dal governo13. [p. 457 modifica]

31. Quegli operai sovrastano alla legge, perchè contro alle loro prepotenze non si oppone la forza pubblica; o si oppone, il che in sostanza è lo stesso, in modo inefficace; perchè se compiono delitti, non si procede contro di loro; e se si procede, il governo costringe i giudici ad assolverli; mentre poi mancano i testimoni a carico, poichè chi potrebbe deporre sa che non avrebbe riparo per salvarsi della vendetta degli accusati; e se pure, per caso, il tribunale li condanna, vengono tosto graziati; ed infine frequentissime amnistie maggiormente assicurano l’assoluta impunità.

A Lorient, nel 1903, il tribunale condannò uno scioperante colpevole di gravi violenze; i suoi compagni assediarono il tribunale, ruppero le finestre, ferirono un giudice. Ventisette di costoro furono giudicati e condannati, ma immediatamente il sottoprefetto s’inframmise, minacciò il presidente del tribunale di «renderlo responsabile» dei disordini che quella sentenza poteva provacare; onde il presidente riaprì l’udienza che era stata chiusa, e, coi giudici, mutò la sentenza. Ad Armentières la maggior parte degli autori dei saccheggi, incendi, aggressioni, non furono neppure processati; si procedette solo contro persone che non appartenevano alla casta privilegiata, e il pubblico ministero stesso nella sua requisitoria è costretto di confessare che «l’information se trouva dans une quasi impossibilité de recueillir des témoignages utiles, la plupart de ceux dont les maison furent euvahies et saccagées ayant pris la fuite ou s’étant cachés sous [p. 458 modifica]l’impression de la terreur, les autres hésitant ou se refusant à parler par crainte de représailles»14.

32. Fatti simili si possono recare in gran numero; eccone infine uno che può servire di tipo alla classe. Nel giugno 1904 ebbe luogo a Nizza uno sciopero degli impiegati dei tramways, accompagnato dalle solite violenze, e togliamo da un giornale francese il racconto del come finì il fatto:

Nice, 28 juin. — «Ce soir, à sept heures, le préfet et le procureur de la République étaient avisés par dépêche que la grâce des cinq manifestants condamnés au debut de la grève des employés des tramways, venait d’être signée par le Président de la République. On se rappelle que c’est sur la promesse formelle que la grâce des condamnés serait accordée dans les quarante-huit heures que les grévistes avaient consenti à reprendre le travail. Dans une réunion tenue hier soir, les employés des tramways, mécontents des lenteurs apportées à la signature de la mesure de clémence avaient décidé de quitter de nouveau le travail aujourd’hui, mardi, si à ce moment, leurs camarades prisonniers n’étaient pas libres. C’eût été alors la grève générale, car toutes les corporations ouvrières avaient déclaré se solidariser avec les employés de tramways. [p. 459 modifica]Les déténus ont été mis en liberté ce soir, à neuf heures et demie. C’est le procureur de la République lui-même, qui est allé à la maison d’arrêt remplir les formalités de la levée d’écrou. La nouvelle de l’élargissement des prisonniers a causé parmi les ouvriers la joie la plus grande».

Del rimanente è cosa solita che gli scioperanti, per tornare al lavoro, impongano che sieno messi in libertà quelli che tra loro furono arrestati e condannati dai tribunali; ed il governo umilmente obbedisce.

Nel maggio 1905, a Limoges, consenziente la forza pubblica, che assisteva inerte e benevola, gli scioperanti strinsero d’assedio, per parecchi giorni, l’officina e la casa Beaulieu, ove undici persone, fra le quali quattro bimbi, pativano la fame. Il sindaco, e deputato socialista, s’inframmise; ma colle buone, e pregava quegli egregi scioperanti e malfattori che lasciassero entrare nella casa stretta d’assedio almeno un poco di pane, per sfamare gli assediati, ma gli assedianti, aggiungendo lo scherno al mal fare, concessero solo che si potesse nella casa recare un unico pane per quegli undici affamati. Costoro, ammaestrati dai fatti di Cluses, non tentarono nemmeno di difendersi; se avessero tentato il menomo atto in quel senso, la forza pubblica si sarebbe subito mossa, li avrebbe arrestati, e sarebbero stati condannati dal tribunale, come intervenne ai disgraziati industriali di Cluses (II, 92). Un bambino, figlio del portiere, stretto dalla fame, volle andare a cercare un poco di latte. Fu percosso dagli scioperanti protetti dalle autorità, ed ebbe due coste fratturate; nè di ciò paghi, gli scioperanti, colla violenza, respinsero il medico che voleva andare a curare quel misero infermo. [p. 460 modifica]

Gli umanitari, naturalmente, prendono le parti di quegli egregi scioperanti e delinquenti. Il ministro Etienne, ai delegati dei commercianti di Limoges, venuti a Parigi per chiedere che le persone e i beni dei cittadini fossero protetti, disse «qu’ils étaient les fils ainés de la démocratie et qu’ils devaient faire preuve à l’égard de leurs frères cadets, les ouvriers, de sentiments de bienveillance et d’affection pour ramener au calme et à la raison les esprits égarés».

Nonostante il governo francese fu pure costretto di usare la forza per difendersi da quei «fratelli minori»; ma poi la Camera approvò sussidi egualmente pei feriti aggressori e pei feriti della forza pubblica aggredita; ponendo alla pari, senza distinzione alcuna, i delinquenti e coloro che la legge avevano difeso.

In Italia, i «ferrovieri» usarono quanto a loro piacque prepotenze contro il pubblico che li paga e li mantiene. Non furono puniti, non patirono il menomo danno, ebbero anzi lodi da persone appartenenti ad alta classe sociale; e i cittadini debbono rassegnarsi a patire i ghiribizzi di quella brava gente15.

In Italia, in Francia, in Russia16, fa ora [p. 461 modifica]capolino altra bellissima pretensione dei riveriti scioperanti; quella cioè di essere pagati pei giorni di sciopero, come se avessero lavorato; ed in qualche caso hanno trovato gente tanto debole e vile da concedere loro ciò. Se quest’ordinamento diventerà generale, non si vede perchè gli operai, sotto varî pretesti, non starebbero in sciopero tutto l’anno; andando a spasso e godendosi la paga. Meraviglia non è che desiderino ciò; poichè infine ciascuno s’adopra per procacciare il proprio utile; meravigliosa è invece la codarda sciocchezza dei signori umanitari, che vanno in cerca col lanternino di sofismi atti a giustificare tali pretensioni.

33. In ciò si manifesta chiaramente l’esistenza di una casta privilegiata, dalla quale sola il governo soffre quelle prepotenze, mentre non lo patisce, nè le patirebbe certo, dai borghesi o da altra qualsiasi classe sociale. E si manifesta pure il mutamento delle opinioni che precede e prepara il mutamento delle leggi, poichè quei fatti, nonchè muovere a sdegno, sono accettati con supina rassegnazione dalla stessa classe borghese. La Corte di cassazione, in Francia, giudicò che lo sciopero rompe il contratto del lavoro, onde così permane ancora la legge vigente; ma già l’opinione la vuole mutata, e lo Jaurés chiede che sia riformata, e che lo sciopero non rompa il contratto di lavoro. Quando ciò sia ottenuto, sarà costituito un nuovo e grandissimo privilegio in favore degli operai. Costoro potranno starsene lontani dall’officina per giorni, mesi ed anni, e l’imprenditore sarà sempre legato a loro dal contratto di lavoro; ma se, per esempio, l’oste dal quale certi operai stanno a retta cessasse dal dare loro da mangiare, s’intenderebbe, e giustamente, che il contratto sarebbe rotto, e che quegli operai potrebbero provvedersi altrove. [p. 462 modifica]

34. Meglio ancora si vede il mutamento progressivo dell’opinione in ciò che scrive un certo Michel Augé-Laribé nella Revue politique et littéraire del 10 giugno 1904, a proposito degli scioperi agrari del mezzogiorno della Francia. «Les grévistes barraient les chemins à la sortie ou à l’entrée des propriétés pour obtenir la cessation complète du travail. Mais il faut remarquer qu’en général ces barrages établis sur les routes n’ont pas soulevés de très vives protestations17. Que quelques petits propriétaires se soient armés pour forcer ces lignes, cela est exact mais exceptionnel.... il y a eu quelques incidents regrettables18, rarement des coups19 mais frequemment des menaces. Si l’on ne peut hésiter à les condamner20, ne faut-il pas [p. 463 modifica]cependant remarquer qu’il y a quelque injustice21 à proclamer le droit sacré de la grève22 tout en ne laissant aux anvriers aucun moyen legal d’en assurer l’exercice?23 Comment peut-on avec sincérité se féliciter du relèvement des salaires et condamner les procédés qui out été absolumemt nécéssaires pour l’obtenir?24 Il est en effet certain que ce mouvement gréviste n’aurait pas abouti si les ouvriers n’avaient pu se servir de cette tactique illégale»25.

Ben poco senno appare nella forma di questo [p. 464 modifica]scritto; ma nella sostanza è chiarissimo. L’autore vuole semplicemente dire che la nuova casta privilegiata deve avere podestà, in certi casi, che egli non definisce con precisione, di imporre il proprio volere al rimanente della società. Sinchè la legge non riconosca quel diritto, è necessario che esso si concreti colla violenza illegale. Similmente, sinchè la legge non reprimeva l’omicidio, suppliva la privata vendetta.

35. Grandi guerre europee od altri avvenimenti di quel genere possono fermare il corso dell’evoluzione che ora si compie; ma ove ciò non segua, ed essa giunga al fine, porrà capo ad uno stato economico non molto diverso nella sostanza, sebbene possa esserlo nei nomi, dello stato presente; avremo cioè ancora uno stato economico in cui i monopoli di certi privilegiati sussisteranno insieme alla libera concorrenza di altri cittadini. Principale mutamento nella sostanza sarà quello dei privilegiati; onde infine si avrà, sotto un altro nome, una nuova borghesia.

36. Abbiamo dunque nel presente uno stato economico il quale è in parte simile a quello del passato, e che probabilmente non muterà molto almeno in un prossimo avvenire. Esso è uno stato costituito da libera concorrenza con monopoli, vincoli, privilegi, restrizioni. Variano le proporzioni in cui si combinano quei vari elementi.

37. Al principio del secolo XIX si sviluppò la grande industria, e progredì più presto della legislazione restrittiva che ora la colpisce. A tale circostanza è dovuto in parte il crescere straordinario della ricchezza e della popolazione degli Stati civili in quel secolo (VII, 67).

Ma ora il moto si è fatto assai più lento e vi è una tendenza spiccatissima a cristallizzare una parte [p. 465 modifica]della forma sociale presente mercè vincoli di ogni genere, onde per tal modo ci avviciniamo agli inrigiditi ordinamenti26 che furono spezzati sul finire del secolo XVIII ed al principio del secolo XIX. Perciò la teoria in cui si suppone che l’uomo si possa muovere liberamente secondo i proprî gusti ha valore solo in un campo ognora più ristretto, crescendo ogni giorno i vincoli che sono imposti all’uomo, e che rigidamente determinano le sue azioni.

38. Dall’invasione di quegli ordinamenti restrittivi segue pure che si farebbe un errore grande procurando di prevedere, anche in materie [p. 466 modifica]strettamente economiche, i risultamenti pratici secondo le conseguenze delle sole teorie economiche. La parte principale tende a diventare quella dei provvedimenti restrittivi, e tale materia appartiene propriamente alla teoria delle azioni non-logiche.

39. Commercio internazionale. — L’argomento è molto complesso, e per essere trattato convenientemente occorrerebbe quasi tutto un volume come il presente. Dobbiamo dunque rassegnarci, per ragione di spazio, a darne solo brevissimi cenni.

40. Teoria economica. — Consideriamo due collettività, ognuna delle quali abbia certi capitali che, almeno entro certi limiti, non sono trasportabili nell’altra per concorrere coi capitali di questa.

Tra queste due collettività potranno accadere baratti di merci e di certi servizi di capitali, nonchè importazioni ed esportazioni di titoli del debito pubblico, di società industriali, ecc.

41. Principiamo col considerare solo i baratti delle merci e le importazioni e le esportazioni della moneta. Abbiamo già veduto che, nei paesi civili, la quantità di oro esistente nella circolazione è parte piccolissima della ricchezza nazionale, e che quella quantità d’oro non varia molto. Lo importazioni e le esportazioni di oro servono a stabilire l’equilibrio turbato, ma a lungo andare si compensano all’incirca e si possono trascurare di fronte ai baratti delle merci, e dei servizi dei capitali. In ciò sta la sostanza della teoria degli sbocchi di G. B. Say.

42. Ognuna delle collettività adoprerà i proprî capitali per l’uso che ad essa reca maggior vantaggio. Supponiamo che vi sieno due sole merci A e B, La prima collettività produce, ad esempio, A, e si procaccia B col baratto; la seconda collettività produce solo B, e si procaccia A col baratto. Da un [p. 467 modifica]tal fatto, si può solo dedurre che alla prima collettività giova meglio produrre A, pel suo consumo e per ottenere col baratto B, che produrre A e B pel suo consumo; e similmente, colle debite mutazioni, per la seconda collettività. Ma non si può concludere che B è prodotto più facilmente dalla seconda collettività che dalla prima, e che A è prodotto più facilmente dalla prima collettività che dalla seconda. In ciò sta la sostanza della teoria dei costi comparati del Ricardo.

Quanto ora abbiamo detto è per altro poco preciso; non si sa bene cosa voglia dire che una cosa è prodotta più facilmente di un’altra. Il prof. Bastable ci ammonisce che il paragone tra i costi di A e B deve portare non sui prezzi, ma sui sacrifizi; ma egli non ci dice, e non ci può dire, cosa sieno precisamente quei sacrifizi. In realtà questa teoria non si può esporre rigorosamente se non coll’aiuto della matematica.

43. Il Ricardo dà un esempio semplicissimo, in cui le collettività sono ridotte ciascuna ad un individuo. «Supponiamo — egli dice — due operai che sanno fare entrambi scarpe e cappelli. Uno di essi è valente in quei due mestieri, ma se fa cappelli ha vantaggio sul concorrente solo di un quinto, mentre che se fa scarpe ha vantaggio di un terzo. Non sarà meglio per tutti due che l’operaio più valente faccia solo scarpe, e il meno valente solo cappelli?»27. [p. 468 modifica]

Il prof. Bastable, che cita quell’esempio, aggiunge: «Basta fare un semplice calcolo per vedere che entrambi quegli operai trarranno vantaggio da quella combinazione».

44. Ciò non sta. È strano che egli non si sia accorto che ciò ha luogo solo in certi casi, e non ha luogo in altri. Il ragionamento del Ricardo vale solo per mostrare un caso possibile, non un caso necessario.

45. Indichiamo con A e B le due merci di cui discorre il Ricardo, e supponiamo che l’operaio meno valente, in un giorno, faccia 1 di A, oppure 1 di B. Per stare nelle ipotesi del Ricardo, l’operaio più valente in un giorno, farà sei quinti di A oppure quattro terzi di B. Ciò sarà indicato collo specchio seguente, ove I e II sono gli operai.

I II
A . . . . 1
B . . . .

Supponiamo che i due operai lavorino ciascuno 30 giorni a fare A, 30 giorni a fare B, e che in quel modo i loro gusti sieno soddisfatti, avranno:

I II Quantità
totale
(α) A . . . . . . . 36 30 66
B . . . . . . . 40 30 70

Poscia, secondo la conclusione del Ricardo, supponiamo che I faccia solo B, e II faccia solo A, avranno:

I II Quantità
totale
(β) A . . . . . . . . . . . . . . . 60 60
B . . . . . . . . 80 . . . . . . . . . 80
[p. 469 modifica]

La quantità totale da ripartire tra i due individui è maggiore per B, ma è minore per A, e non sappiamo se, tenuto conto del gusto degli individui, c’è, o non c’è compenso. Se quel compenso c’è (§ 51), la proposizione del Ricardo è vera; se non c’è, la proposizione è falsa (§ 52). Per esempio se A è pane, e B sono ornamenti di corallo, potrebbe benissimo accadere che la deficienza, che riscontriamo, di 6 di pane non fosse punto compensata dall’aumento di 10 della quantità di corallo.

46. Perchè la conclusione del Ricardo sia sicuramente vera, occorre che quando I produce solo A, e II solo B, le quantità totali prodotte sieno entrambe maggiori che nel caso in cui, per soddisfare direttamente i propri gusti, I produce A e B, e così pure II28.

47. Per esempio, supponiamo che I lavori ancora 30 giorni a fare A e 30 giorni a fare B; ma [p. 470 modifica]che II lavori 22 giorni a fare A, e 38 giorni a fare B. Inoltre, e questo è il punto capitale, supponiamo che i gusti sieno soddisfatti dalle quantità per tale modo prodotte; avremo:

I II Quantità
totale
(γ) A . . . . 36 22 58
B . . . . 40 38 78

Maggiori di queste quantità totali sono quelle prodotte quando I fa solo B e II fa solo A, quindi è certo che in quel modo si hanno da ripartire quantità tali da fare stare meglio ciascuno degli individui. Per esempio si potranno ripartire nel modo seguente:

I II Quantità
totale
(δ) A . . . . 37 23 60
B . . . . 41 39 80

È evidente che la comhinazione (δ) è, per ciascun individuo, sicuramente migliore della combinazione (γ).

48. Facciamo ora un calcolo che ci sarà utile in seguito (§ 55). Supponiamo che nella combinazione (β) il prezzo di A sia 1, e così pure il prezzo di B. Nella combinazione (δ), I baratta 37 di A per 39 di B, e perciò, per lui, il prezzo di A in B è ; l’individuo II baratta 39 di B per 37 di A, e perciò, per lui, il prezzo di B in A (cioè supposto che il prezzo di A sia uno) è . Ma il prezzo di A deve essere eguale sui due mercati (non ci sono spese di trasporto), e così pure quello di B; [p. 471 modifica]occorre dunque moltiplicare per i prezzi di II, e in fine si avranno i prezzi seguenti:

(δ)
I II
A . . .
B . . . 1 1

Nella combinazione (α), se il prezzo di B è 1, come abbiamo supposto, il prezzo di A, per I, sarà ; e se II si difende dall’importazione di B mediante un dazio di , avremo i prezzi seguenti:

(α)
I II
A . . .
B . . . 1

La frazione è maggiore della frazione quindi nell’esempio supposto, e sempre come semplice possibilità, i prezzi nella combinazione (α) che è quella della protezione, sono maggiori che nella combinazione (δ), che è quella del libero cambio.

49. In pratica, i prezzi si riferiscono non già alla merce protetta B, ma invece alla merce A (moneta) che circola liberamente. Con tale ipotesi, i prezzi della combinazione (δ) del libero cambio sono: [p. 472 modifica]

(δ')
I II
A . . . . 1 1
B . . . .

I prezzi della combinazione (α) della protezione sono:

(α')
I II
A . . . 1 1
B . . . 1

Perciò il dazio protettore di II sulla merce B, fa crescere il prezzo di B per II, e fa scemare il prezzo di B per I.

50. Torniamo al caso (β) e supponiamo che sieno soddisfatti i gusti degli individui in modo che quegli individui stieno meglio che nel caso (α), quando si fa la ripartizione seguente:

I II Quantità
totali
(ε) A . . . 29 31 60
B . . . 49 31 80

Cioè, per I, vi è più che compenso della diminuzione di A nell’aumento di B; e in quanto a II, egli ottiene maggiori quantità delle due merci, onde sta sicuramente meglio di prima.

In tale caso, ma solo mercè la supposizione fatta riguardo ai gusti di I, la conclusione del Ricardo sussiste ancora.

Si noti che se le due collettività non hanno comunicazioni, e che la collettività I voglia ottenere [p. 473 modifica]ancora 49 di B, avrà solo 27,9 di A; mentre la collettività II avrà solo 30 di B e 30 di A; onde, in conclusione, staranno peggio entrambe.

51. Ragionando come al § 49, si principia col vedere che i prezzi sono proporzionali ai valori seguenti:

I II
A . . . 1
B . . . 1

Ma i prezzi di A sui due mercati devono essere eguali (le spese di trasporto sono supposte eguali a zero), e similmente quelli di B; perciò occorre moltiplicare i prezzi di II per , col che si hanno i prezzi seguenti:

(ε)
I II
A . . .
B . . . 1 1

Quindi sussiste ancora la conclusione del § 49. Ma si badi bene che è solo una cosa possibile, e che scegliendo altri valori quella conclusione non sussisterebbe più.

52. Per esempio, se invece della combinazione (ε), i gusti fossero soddisfatti dalla seguente:

I II Quantità
totali
(θ) A . . . 28 32 60
B . . . 45 35 80
[p. 474 modifica]

i prezzi, espressi in B nella combinazione (α), che è quella della protezione, sarebbero minori dei prezzi nella combinazione (θ), che è quella del libero cambio; e se i prezzi si esprimono in A, il dazio protettore di II, sulla merce B, farebbe crescere il prezzo di B, non solo per II, ma anche per I. Per altro, in realtà, accadrà che, anche col libero cambio, sarà la combinazione (α) che avrà luogo. Infatti, se I, per soddisfare i suoi gusti, principia col produrre 45 di B, gli avanza tanto tempo da potere produrre 31,5 di A, dunque a lui giova maggiormente produrre A e B, che produrre solo B, e procurarsi A col baratto con II. Ci troviamo quindi nel caso in cui la proposizione del Ricardo non si può accettare (§ 45).

Tutto quanto ora dicemmo si deve solo avere in conto di un lontano accenno, per via di esempi, al fenomeno, onde per induzione si scorgono certe possibilità. Dimostrazioni rigorose si possono avere soltanto colle formole dell’economia pura e mercè l’uso della matematica.

53. Se una collettività ha il monopolio di una merce e se i componenti della collettività stanno in concorrenza per vendere quella merce, giova evidentemente alla collettività sostituire i prezzi di monopolio a quelli della concorrenza, e si può ciò fare mediante un dazio di esportazione.

54. Un dazio di importazione è essenzialmente diverso dal precedente. Quando quel dazio riduce effettivamente l’importazione della merce forestiera, che viene parzialmente, o totalmente, sostituita nel consumo della merce nazionale, che si produce in maggiore copia, si ha, in generale, una distruzione di ricchezza29. [p. 475 modifica]

Le eccezioni sono di poco momento; non sarebbe tale, in generale, la combinazione cbe abbiamo indicato (VI, 47): quando cioè si può, invece dei prezzi costanti per le successive porzioni della merce, sostituire prezzi diversi all’interno del paese e all’estero, e quando ciò possa recare una conveniente riduzione del costo della merce; poichè, in quella combinazione, il prezzo scema passando dal primo stato al secondo, il che è proprio l’ opposto dell’effetto di un dazio protettore.

Si può modificare il caso studiato (VI, 47); si può cioè supporre cbe, col libero cambio, si produca 100 unità di una merce X, col costo 5, e che si venda a quel prezzo di 5. Gli imprenditori non fanno dunque nessun utile. Poscia, mercè un dazio protettore, vendono 90 unità, in paese, al prezzo di 6, e 60 unità, all’estero, al prezzo di 4. In tutto dunque, vendono 150 unità ricavandone 780.

Il costo di produzione di quelle 150 unità deve essere maggiore di 4,67, altrimenti gli imprenditori non avrebbero bisogno di un dazio protettore, e potrebbero vendere 100 unità in paese, al prezzo di 5, e 50 unità, all’estero, al prezzo di 4, ricavando in tutto 700, che sarebbe una somma pari al costo. Supponiamo dunque che il costo sia di 4,80. Le 150 unità costeranno 720 agli imprenditori; e poichè ne ricavano 780, fanno un utile di 60. Ma i consumatori perdono 90; ed è una somma maggiore di quella che guadagnano i produttori. Questa conclusione è generale30. [p. 476 modifica]

Possiamo dunque, grosso modo, e per una prima approssimazione, ritenere che ogni dazio protettore produce una distruzione di ricchezza nel paese che impone quel dazio.

Tale conclusione sussisterà se, oltre al baratto delle merci, consideriamo i molti altri fatti dei quali segue il bilancio dei debiti e crediti tra i due paesi considerati.

Tra i danni maggiori recati dalla protezione c’è quello di alterare i valori dei coefficienti di produzione che darebbero il massimo di ofelimità. Ad esempio, in Inghilterra, il libero cambio è stato favorevole alla coltura intensiva del grano; in alcuni stati del continente europeo, la protezione ha favorito la coltura estensiva del grano.

Danni simili sono recati dai sindacati operai e dai sindacati di produttori.

55. Effetti indiretti economici. — Tra quegli effetti, uno, se non reale, almeno supposto, è celebre. [p. 477 modifica]Si è detto che la protezione poteva essere utile per la tutela delle industrie nascenti; le quali poi, fatte adulte, non ne avrebbero più avuto bisogno. Non si può negare a priori che il fatto possa seguire, ma non se ne hanno esempi. Tutte le industrie nate colla protezione ne hanno sempre chiesto più, e non è mai venuto il giorno in cui si sono dichiarate pronte a farne senza.

La possibilità teorica accennata ai § 49, § 51, pare essere in molti casi un fenomeno reale, e molti fatti inducono a credere che per parecchi paesi i dazi protettori hanno fatto crescere molti prezzi di merci protette, in modo che c’è stato un rincaro generale della vita. Già discorremmo degli effetti di un aumento generale dei prezzi (VI, 80), e non occorre tornarci sopra.

Se un paese produce certe merci, e se gli altri paesi impongono dazi protettori su quelle merci, il loro prezzo rinvilisce nel paese che le produce (§ 49). Per altro la verificazione sperimentale di questa deduzione teorica è molto meno facile di quella della precedente.

Infine la distruzione di ricchezza che è effetto della protezione ha, a sua volta, molti effetti economici e sociali (VI, 54 et passim), che appaiono quindi come effetti indiretti della protezione.

56. Effetti di ripartizione. — La protezione muta evidentemente la ripartizione tra certi individui. Infinite sono le combinazioni che si possono avere; guardandole molto dall’alto e all’ingrosso, possiamo dire che la protezione agricola favorisce specialmente i possidenti, di cui accresce le rendite. La protezione industriale favorisce stabilmente i possidenti di terreni industriali, temporaneamente gli imprenditori, i quali, in sulle prime, acquistano [p. 478 modifica]rendite temporanee, che, per altro, più o meno presto, sono annientate dalla concorrenza di altri imprenditori. Favorisce gli operai abili, che ottengono paghe più elevate di quelle che avrebbero potuto avere se non fossero sorte le industrie protette; ma è a scapito degli operai che rimangono nelle industrie che non sono protette o nell’agricoltura. Infine, parte della borghesia appartenente alle professioni liberali è pure favorita; le industrie hanno bisogno, più dell’agricoltura, di ingegneri, di avvocati, di notari, ecc.

Variano quegli effetti secondo le condizioni della produzione dei paesi. Per esempio, in Russia, la protezione industriale è tutta a scapito dell’agricoltura. In Germania, industria e agricoltura possono essere, e sono entrambe protette, onde in conclusione l’agricoltura è favorita dalla protezione propria senza soffrire troppo della protezione industriale.

57. Effetti sociali. — In un paese agricolo, la protezione industriale; in un paese industriale, il libero cambio, hanno egualmente per effetto di fare crescere l’industria, e quindi quegli opposti provvedimenti possono avere, perchè usati in diversi paesi, simili effetti; i quali sono specialmente di dare od accrescere potere alla classe operaia ed alla democrazia, nonchè al socialismo. La protezione in Russia, ha tali effetti, come il libero cambio in Inghilterra.

La protezione agricola, quando esiste un’aristocrazia territoriale, come in Germania, rinvigorisce quest’aristocrazia, e viene ad essa in aiuto per impedirne la disfatta da altre aristocrazie. Perciò, in Germania, la protezione agricola è forse indispensabile per mantenere il presente ordinamento sociale. [p. 479 modifica]

La protezione industriale nei paesi essenzialmente agricoli, il libero cambio nei paesi essenzialmente industriali, col favorire le industrie sono potente mezzo di selezione della classe operaia e anche della borghesia, che alle industrie dà impiegati, ingegneri, ecc.

La protezione, in generale, è pure mezzo di selezione per coloro che, con artifici diversi, comprando elettori, giornalisti, politicanti, ottengono dazi protettori. Ma veramente tale selezione dà un’aristocrazia molto scadente, inferiore persino a quella che darebbe il brigantaggio, dal quale verrebbero almeno uomini coraggiosi.

58. Effetti fiscali. — La protezione dei popoli moderni non è schietta, è sempre mista di provvedimenti fiscali. Tutti gli Stati moderni i quali usano la protezione ne ricavano ingenti somme pei loro bilanci: gli Stati Uniti di America, la Confederazione Svizzera hanno per principale, anzi principalissima fonte delle entrate del bilancio i dazi doganali.

59. Nell’interno di ciascun paese, la democrazia moderna tende a sostituire le imposte dirette alle indirette; solo mercè i dazi doganali si possono colpire i cittadini che costituiscono il maggior numero della popolazione, mentre colle imposte dirette, specialmente colle imposte progressive, vengono sfruttate le persone agiate, che sono sempre una piccola frazione del totale della popolazione. In certi casi la protezione restituisce ad una parte delle persone agiate una frazione di ciò che viene loro tolto coll’imposta progressiva, od anche colle altre imposte, di cui il prodotto è speso per provvedimenti di socialismo di Stato.

60. Da ciò che precede si vede quanto sia [p. 480 modifica]complesso il problema pratico e sintetico di sapere se giova meglio il libero-cambio o la protezione. Anzi, posto in questo modo generale, il problema è insolubile, perchè manca di significato preciso. Occorre invece considerare un problema particolare, che si può enunciare nel modo seguente: Essendo note le condizioni tutte, economiche e sociali, per un paese, in un certo tempo, ricercare se, per quel paese, ed in quel tempo, giova meglio il libero cambio o la protezione.

61. Il ragionamento seguente è errato, perchè trascura condizioni essenziali del problema. La protezione dà luogo ad una distruzione di ricchezza, dunque per ogni paese ed in ogni tempo la protezione è nociva e il libero cambio vantaggioso31.

62. Cagioni della protezione. — Tra queste cagioni non vi è certo la soluzione teorica del problema economico della produzione. Se anche si avesse una dimostrazione evidentissima che la protezione porta sempre una distruzione di ricchezza, se anche ciò si insegnasse ad ogni cittadino, come gli [p. 481 modifica]si insegna l’a b c, la protezione perderebbe tanto pochi fautori, il libero-cambio ne acquisterebbe tanto pochi, che quell’effetto si può quasi, e forse interamente trascurare. Le cagioni che muovono gli uomini sono ben altre32.

Auro suadente, nil potest oratio.

63. La protezione viene generalmente instituita da una lega di cui i partecipanti principali sono i seguenti: 1.° Coloro che ritraggono un utile diretto e notevole dalla protezione, cioè i possidenti che ne avranno rendite permanenti; gli imprenditori che avranno rendite temporanee; ma ciò a loro preme poco purchè durino tanto da concedere a quegli imprenditori di fare quattrini; coloro che hanno professioni che possono essere protette. 2.° I politicanti, che, colla parte fiscale della protezione (§ 58), fanno conto di impinguare il bilancio dello Stato, di cui poi dispongono. Tutti coloro che vogliono godere le spese che farà lo Stato, e che sono assai intelligenti per intendere che per aumentare le spese occorre aumentare le entrate. 3.° Coloro di cui si riesce ad accendere i sentimenti nazionalisti, per modo che si figurano che la protezione provvede a [p. 482 modifica] difendere la patria dallo straniero. In piccolo numero per la protezione doganale, in maggior numero per altri provvedimenti del vincolismo, gli etici, i quali credono, o mostrano di credere che quei provvedimenti giovano all’etica loro. Essi spesso sono una razza d’uomini di qualità tale che, quando sono di buona fede, a loro si fa vedere la luna nel pozzo; e, quando sono di mala fede, sono essi che ad altri la fanno vedere. 4.° Infine, ma per ora in assai piccolo numero, coloro che sono assai colti, intelligenti, previdenti, per vedere che la democrazia tende ognora più a spogliare gli agiati, e che non avendo volontà, coraggio, forza, per resistere direttamente, scelgono questa coperta via per riavere un poco di ciò che è stato tolto loro, ed, in ogni modo, per non essere i soli a pagare le imposte.

64. In Svizzera, il monopolio dell’alcool è stato instituito da una simile lega, in cui mancava per altro la 4.a categoria, e la 3.a era un poco diversa. In essa si trovano i partecipanti seguenti: 1.° Coloro ai quali l’amministrazione del monopolio compra l’alcool ad un prezzo molto più caro del prezzo usuale del mercato33. Gli agricoltori, che possono liberamente distillare i frutti dei loro possessi, e che vendono poi l’alcool prodotto ad un prezzo assai [p. 483 modifica]maggiore di quello che otterrebbero senza il monopolio. 2.° Le autorità pubbliche, di cui il prodotto del monopolio serve ad impinguare il bilancio. 3.° Gli anti-alcoolici, che, da buoni settari, approvano tutto ciò che può colpire o che suppongono possa colpire il loro nemico, cioè l’alcool.

Ognuna di quelle tre categorie di persone, da sola, non avrebbe forse avuto tanto potere da instituire il monopolio dell’alcool; ci riescirono perchè unite.

65. In Inghilterra, il presente movimento protezionista è prodotto dalle 4 categorie del § 62. La 3.a è molto numerosa, ed il sentimento nazionalista si sfoga col ricercare l’unione colle colonie. Anzi la 1.a e la 2.a categoria, in parte si nascondono dietro la 3.a, che leva alto il vessillo della lega.

66. Per spiegare come coloro che propugnano la protezione ottengono facilmente l’intento, occorre aggiungere una considerazione, che è d’indole generale per i movimenti sociali. L’intensità dell’opera di un uomo non è proporzionale all’utile che con quell’opera può procurarsi, al danno che può scansare; cresce più che proporzionalmente a quell’utile o a quel danno. Se un certo provvedimento A sarà cagione della perdita di una lira ciascuno per mille uomini, e del guadagno di mille lire per un uomo solo; quest’uomo opererà con grande energia, quei mille uomini si difenderanno fiaccamente, onde è molto probabile che, infine, vincerà quell’uomo che, col provvedimento A mira ad appropriarsi mille lire34.

Un provvedimento protezionista procaccia grossi guadagni a pochi individui, e procaccia a moltissimi consumatori, un lieve danno ciascuno. Tale [p. 484 modifica]circostanza è favorevole per recare in pratica il divisato provvedimento protezionista.

Giova inoltre osservare che, da una somma, l’uomo riceve generalmente un’impressione maggiore del complesso delle impressioni che riceve dalle singole parti di quella somma. Cento lire sono eguali aritmeticamente a cento volte una lira; ma tale eguaglianza non sussiste per lo sensazioni dell’uomo; e cento lire insieme possono fare un’impressione molto maggiore di cento volte una lira. Ciò è maggiormente vero se le cento lire si hanno direttamente, e se le singole lire, che sommate danno cento lire, si hanno indirettamente; e più che mai se vi è qualche dubbio sui fatti che procurano quelle singole lire.

Il produttore può fare un conto non troppo incerto di ciò che a lui procurerà un dazio imposto sulla merce che egli produce; supponiamo che egli stimi di potere così ottenere cento lire. Preme poco che la merce sia venduta in diverse volte; in relazione col dazio l’operazione è unica, e la somma di cento lire è considerata in complesso. Come consumatore, egli farà le spese della protezione concessa ad altre merci; supponiamo che, pel suo consumo, comperi cento di queste merci; ognuna delle quali, pel fatto della protezione, costerà una lira di più. E anche qui preme poco o niente che la compra di ciascuna merce sia fatta in una o più volte. Sul totale, l’individuo di cui ragioniamo perderà dunque cento lire; appunto quante ne guadagnerà per la protezione; eppure l’impressione che avrà dall’uno dei fatti sarà molto diversa da quella che avrà dall’altro. Non solo le cento lire che guadagna in complesso sulla sua merce, a lui fanno maggiore impressione dello cento lire che perde una per volta; [p. 485 modifica]ma inoltre il conto di quelle è molto più sicuro, o se vuolsi, meno incerto, del conto di queste. La protezione fa crescere quasi di sicuro il prezzo della merce protetta: ma invece non è punto sicuro che il prezzo delle merci a cui manca la protezione non abbia pure da crescere per altre cagioni. In sostanza, ciò che il nostro individuo riceverà di più è quasi certo; ciò che egli spenderà di più è molto dubbio.

Non basta. Spesso l’ipotesi ora fatta non regge, e un produttore guadagna più per la protezione concessa alla sua merce di ciò che egli perda per la protezione concessa alle merci di altri produttori.

Se vi è uno stato economico in cui operano le cagioni A, B, C, ..., di distruzione di ricchezza, ed altro stato economico in cui tutte quelle cagioni sono tolte; non ci può essere dubbio che nel secondo stato economico (la distribuzione non mutando) tutti gli uomini staranno meglio che nel primo. Ma se invece paragoniamo uno stato in cui vi sono le cagioni A, B, C, ...., di distruzione di ricchezza, con altro stato in cui vi sono solo le cagioni B, C, ...., non possiamo affermare che nel secondo stato tutti gli uomini stanno meglio che nel primo, perchè la distruzione di ricchezza compiuta da B, C, ...., può crescere tanto da compensare, e al di là, la distruzione compiuta da A nel primo stato.

L’opinione degli economisti liberali, che i dazi protettori sono imposti al paese da una lega di policanti e di pochi produttori, non può essere accolta per vera in generale, poichè, in un caso particolare almeno, sta contro di essa il fatto della Svizzera, in cui le tariffe protezionate furono approvate dal referendum popolare, cioè dalla maggioranza degli elettori che votarono. [p. 486 modifica]

Del pari è errata l’opinione che i dazi protettori sono accettati solo per cagione dell’ignoranza del pubblico; poichè chi di quei dazi gode, dà anzi spesso prova di un sottile accorgimento e di un giusto sentimento dell’opportunità; e chi ne fa le spese pecca non tanto per ignoranza quanto per mancanza di coraggio e per non essere atto ad un virile operare.

Ciò si vede anche meglio osservando come i consumatori non operano diversamente in casi simili, in cui in nessun modo può valere la scusa dell’ignoranza. Per esempio, quando una lega come quella dei litografi fa noto a tutti che scomunica e perseguita il produttore reo di praticare prezzi vantaggiosi ai consumatori (§ 12), questi potrebbero invece favorirlo e combattere chi si affatica per procacciare il danno loro. Se non sono da tanto, se a loro non basta l’animo di accingersi ad opera veramente agevole, come mai potrebbero compiere quella ben altrimenti difficile di mutare le leggi e di sottrarsi al peso dei dazi protettori? Il mondo, infine, è di chi se lo piglia.

67. Non basta osservare che la protezione è instituita da coloro che vi hanno un tornaconto diretto, e in gran parte da coloro che mirano per tale modo a fare propri i beni altrui, per condannarla; poichè le cagioni essendo queste, il fine a cui riescono costoro potrebbe essere il bene del paese. Abbiamo visto che gli imprenditori, nel determinare i coefficienti di produzione, non hanno di mira altro che il proprio tornaconto, eppure riescono a disporre la produzione pel maggior bene dei consumatori. Alcunchè di simile potrebbe seguire per la protezione.

68. Non è possibile giudicare gli effetti della protezione, o del libero-cambio, paragonando paesi ove [p. 487 modifica]esistono, poichè quei paesi differiscono per molte altre circostanze. Si può solo, ma con prudenza, instituire quel paragone per uno stesso paese, e per uno spazio di tempo che non superi due o tre anni, quando passa dalla protezione al libero-cambio, o viceversa. In tali casi, le altre circostanze variano poco di fronte al variare di quella dell’esistere la protezione, o il libero-cambio, onde si può, con qualche probabilità, assegnare il variare degli effetti al variare della circostanza che muta maggiormente.

69. Per tale modo si ha la conferma pratica che la protezione, riducendo le importazioni, riduce del pari le esportazioni. Tale fenomeno è stato osservato in molti casi e per molti paesi35.

70. Come conseguenza di quanto dicemmo al § 68, è errato citare la prosperità degli Stati Uniti come prova dell’utilità della protezione, oppure la prosperità dell’Inghilterra come prova dell’utilità del libero-cambio36.

Egualmente il paragone tra Inghilterra e [p. 488 modifica]Germania non si può istituire come se unica differenza tra quei paesi fosse che l’Inghilterra ha il libero-cambio, e la Germania, la protezione.

71. Notisi, fra altre cose, che in Inghilterra, se il libero-cambio opera da una parte per accrescere la ricchezza, le prepotenze delle leghe operaie operano dall’altra per distruggerla. Il grande e lungo sciopero degli operai meccanici fu cagionato dalla pretesa di costoro di non permettere ai padroni di introdurre macchine perfezionate, se non colla licenza degli illustrissimi signori operai, e colla condizione che l’utile delle nuove macchine andasse agli operai; la qual cosa praticamente valeva quanto l’impedire l’introduzione di quelle macchine, per le quali il padrone avrebbe speso senza ricavarne utili.

Vi è in contraddizione tra l’opera, in quell’occasione, della borghesia umanitaria e decadente37, che prese le parti degli operai, ed i lamenti che quella stessa borghesia fa perchè l’industria germanica vince la concorrenza dell’industria inglese. Chi vuole una cosa non deve poi lamentarsi per le conseguenze necessarie di questa medesima cosa.

Se l’industria inglese ha progredito meno, in questi ultimi anni, dell’industria tedesca, vi ha certo parte la negligenza dei padroni, i quali vivevano paghi dell’antica fama, senza curarsi di procedere innanzi, ma molto più vi ha parte la tirannide che, in Inghilterra, esercitano sui padroni le leghe operaie: mentre l’industria tedesca, per ora sfugge a quel danno, o almeno non lo prova colla medesima intensità.

72. Se accadrà che abbiano luogo in Inghilterra [p. 489 modifica]ordinamenti protezionisti, questi recheranno certamente una certa distruzione di ricchezza; ma se d’altra parte il nuovo ordinamento sociale che seguirà a quegli ordinamenti sarà tale da permettere di porre un argine al socialismo municipale, al vincolismo umanitario, od anche solo di rintuzzare alquanto la prepotenza delle leghe operaie, sarà salvata una quantità notevole di ricchezza, la quale potrà compensare, o anche più che compensare la perdita dovuta alla protezione; onde il risultamento finale e complessivo potrebbe essere un aumento di prosperità.

73. Le crisi economiche. — Il complesso economico è composto di molecole che vibrano continuamente, e ciò per l’indole stessa degli uomini e dei problemi economici che debbono risolvere. Quei movimenti possono avere luogo in sensi diversi, ed in tal caso si compensano in parte. Talvolta osserviamo che certe industrie, certi commerci, prosperano, mentre altre industrie, altri commerci, languono; nella somma vi è compenso, e non si può dire che vi sia uno stato generale di prosperità, nè uno stato di depressione economica.

Ma ogni tanto accade, qualunque ne siano le cagioni, che quei movimenti degli elementi del complesso economico hanno luogo quasi tutti per un verso. Allora osserviamo che quasi tutte le industrie, i commerci, le professioni, prosperano; oppure che ristagnano e patiscono; onde vi è uno stato generale di prosperità, oppure uno stato generale di depressione economica.

74. A quest’ultimo stato, quando è assai notevole, si suole dare il nome di crisi. Ma, poichè l’osservazione ci fa conoscere che lo stato di depressione è sempre preceduto da uno stato di straordinaria attività, giova estendere il nome di crisi all’insieme [p. 490 modifica]di quei due fenomeni, indicando col termine di periodo ascendente della crisi il periodo di straordinaria attività, e col termine di periodo discendente della crisi, il periodo di depressione.

Tale definizione della crisi è per altro poco precisa. I movimenti del complesso economico sono continui; ai minori neghiamo il nome di crisi, ai maggiori lo concediamo; ma come si distinguono questi da quelli? Sarebbe necessario di darne almeno una certa misura. Ciò non essendo possibile, rimangono i casi estremi pei quali non c’è dubbio, ma per gli intermedi non si può con sicurezza fare uso della proposta terminologia. Accade alcunchè di simile per i termini: giovane, vecchio, usati per indicare l’età dell’uomo.

75. La crisi non è che un caso particolare della gran legge del ritmo che regola tutti i fenomeni sociali38. L’ordinamento sociale dà la forma alla crisi, non opera sulla sostanza, che dipende dall’indole dell’uomo e dei problemi economici. Vi sono crisi non solo nel commercio e nell’industria privata, ma ben anche nelle aziende pubbliche. I municipi hanno periodi in cui trasformano le città, e periodi in cui si restringono e non fanno nuovi lavori; gli Stati non hanno mai costruito le ferrovie in modo uniforme: ci furono periodi in cui ne costruivano moltissime, altri periodi in cui ne costruivano pochissime; ogni tanto in Inghilterra, si osserva un panico navale, cioè la nazione teme l’invasione forestiera, onde si approvano alla lesta grandi spese per il naviglio; seguono poi periodi di quiete, in cui scemano quelle costruzioni di nuove navi. [p. 491 modifica]

76. Occorre produrre le merci alcun tempo, e spesso molto tempo prima del consumo. Perchè l’adattamento della produzione al consumo fosse perfetta sarebbe necessario: 1.° che si potesse prevedere il consumo; 2.° che si potessero rigorosamente prevedere i risultamenti della produzione. Questa e quella cosa non si possono sicuramente fare.

77. Nell’ordinamento presente sono i produttori e i commercianti privati che si provano a fare quelle previsioni; hanno per premio di arricchire, se indovinano; per pena, di rovinarsi, se sbagliano. Sotto un regimento socialista, sarebbero impiegati dello Stato che dovrebbero compiere quel lavoro; è probabile che sbaglierebbe più, e più spesso dei privati. Per persuadersene basta, tra tanti fatti, porre mente a ciò che i governi malamente riescono a provvedere di vitto i loro eserciti in campagna, mentre il commercio privato mirabilmente provvede al consumo, altrimenti vario e complesso, di grandi città come Parigi, Londra, Berlino.

La produzione, nel tentare di adattarsi al consumo, ora sta indietro, ora lo precede, e l’oscillazione in un senso è spesso cagione dell’oscillazione nell’altro. Quando la filossera invase i vigneti francesi, la produzione rimase indietro del consumo, crebbero i prezzi del vino; c’era da guadagnare molto producendolo; tutti si volsero a ricostituire i vigneti con viti americane, e perciò la produzione, appunto perchè prima era rimasta indietro, passò poi davanti al consumo, e si produce più vino ora di quanto, ai prezzi che si possono praticare, ne richiede il consumo, onde principia un’altra oscillazione in senso inverso.

78. Le crisi hanno principalmente due generi di cause, cioè: (α) Ogni mutamento oggettivo nelle [p. 492 modifica]condizioni della produzione, se è abbastanza esteso, può dare luogo ad una crisi. Di tale genere erano altre volte le carestie. (β) Il sincronismo soggettivo dei movimenti economici trasforma in crisi intense movimenti che, altrimenti, avrebbero dato luogo a minori alterazioni dell’equilibrio economico.

79. La causa soggettiva opera potentemente: ci sono periodi in cui gli uomini sono pieni di fiducia, altri in cui sono interamente scoraggiati. Tali stati d’animo si sono andati ora modificando, in grazia dell’esperienza. Il ricordo del periodo discendente delle crisi passate tempera la soverchia fiducia di un prospero successo, nel periodo ascendente di una nuova crisi; il ricordo del periodo ascendente delle crisi passate, tempera il soverchio scoraggiamento, nel periodo discendente di una nuova crisi.

Tutti gli autori che hanno attentamente studiate le crisi hanno veduto la parte che in esse avevano la fantasia dell’uomo. Il Montesquieu ne ragiona bene per la crisi che accadde al tempo del Law39. Ma in generale si considerava come effetto della crisi ciò che invece ne è una delle cagioni principali.

80. Mentre dura il periodo ascendente, tutti sono contenti, e non si dice che c’è crisi; eppure è quel periodo che prepara sicuramente il periodo discendente, il quale fa tutti scontenti, ed a cui solo si dà il nome di crisi. Il periodo ascendente, per solito dura più a lungo del periodo discendente. Si sale poco alla volta, si precipita ad un tratto. [p. 493 modifica]

81. Si dà colpa alle crisi di danni molto maggiori di quelli che effettivamente producono; e ciò segue perchè l’uomo sente vivamente i suoi mali, e dimentica facilmente i beni di cui ha goduto; a lui sembra che questi gli sono dovuti, e che quelli immeritamente lo colpiscono. I guai del periodo discendente della crisi feriscono fortemente la fantasia dell’uomo, egli dimentica i vantaggi conseguiti nel periodo ascendente.

In ultima analisi non è punto dimostrato che il movimento oscillatorio al quale si dà il nome di crisi rechi solo danno alla società umana, e potrebbe invece darsi che recasse maggiori vantaggi che danni.

82. I fatti concomitanti delle crisi sono stati ritenuti cagioni delle crisi.

Nel periodo ascendente, quando tutto prospera, aumenta il consumo, gli imprenditori accrescono la produzione; per far ciò trasformano il risparmio in capitali mobili ed immobili, e ricorrono largamente al credito: la circolazione è più veloce.

Ognuno di quei fatti è stato ritenuto cagione esclusiva del periodo discendente a cui si dava il nome di crisi. In ciò vi è solo di vero che quei fatti si osservano nel periodo ascendente, il quale precede sempre il periodo discendente.

83. L’eccesso di consumo, che si osserva nel periodo ascendente, è semplicemente un maggior consumo dovuto alla prosperità economica di questo periodo; e che si muterà in una deficienza di consumo, ossia in un minor consumo, quando, nel periodo discendente, la prosperità economica verrà meno.

Del pari, la produzione aumenta nel periodo ascendente, per soddisfare le crescenti richieste del consumo, e vi è allora una deficienza di produzione; [p. 494 modifica]per esempio nei periodi ascendenti si osservano quasi sempre «carestie» di carbon fossile. Quando poi viene il periodo discendente, il consumo scema, e la produzione diventa esuberante; vi è temporaneamente, cioè sinchè non si sia provveduto a scemare anche la produzione, un «eccesso» di produzione.

Sognano coloro i quali discorrono di un eccesso permanente della produzione. Se ci fosse quell’eccesso permanente, ci dovrebbero essere in qualche luogo, come già abbiamo notato, depositi ognora crescenti delle merci di cui la produzione supera il consumo: ma nessuno ha mai osservato ciò.

Simili osservazioni si possono ripetere per gli eccessi di trasformazione del risparmio, e del ricorso al credito.

Quando si ragiona di «crisi di circolazione», si pone, di solito, l’effetto per la causa. La circolazione ora è veloce (nel periodo ascendente), ora ristagna (nel periodo discendente), per cagione della crisi; e non è invece la crisi che è prodotta da quelle variazioni del movimento della circolazione.

84. Vi sono altresì fenomeni indipendenti dalle crisi, i quali, essendo male interpretati, possono avere dato origine agli errori che ora abbiamo notati.

Il fenomeno permanente che dicesi eccesso di consumo è la tendenza che ha l’uomo ad usare quanto più merce può per soddisfare i suoi gusti; è la forza che stimola la produzione.

Ciò che, in generale, dicesi eccesso di produzione è la tendenza che hanno gli imprenditori di offrire, ad un certo prezzo, più merce di quanto richiede il consumo; è la forza che stimola il consumo.

Poichè consumo e produzione non sono mai, e non possono essere perfettamente eguali, esiste ogni tanto realmente un eccesso dell’uno o dell’altro, tosto compensato da una deficienza corrispondente. [p. 495 modifica]

Siano, per esempio, certi produttori che hanno un deposito di una merce, e che, in un anno, ne producono 100 unità. Il consumo sarà, poniamo di 120, le 20 unità esuberanti essendo prelevate sul deposito. L’anno di poi i produttori, tratti da quell’eccesso di consumo, alzeranno i prezzi e produrranno 110, mentre gli avventori, trattenuti appunto da quell’aumento dei prezzi, consumeranno solo 90; per tale modo avanzeranno 20 unità che serviranno a reintegrare il deposito. Così c’è stato ora esuberanza, ora deficienza di consumo; ed ora difetto, ora eccesso di produzione.

Fenomeni analoghi si possono osservare per la produzione ed il consumo del carbon fossile, del ferraccio, e di molte altre merci; ma le oscillazioni durano più di un anno, in generale.

85. Sintomi della crisi. — Il sig. Clement Juglar li ha trovati nei bilanci delle banche di emissioni; il sig. Pierre des Essars, nella velocità del movimento dei conti correnti delle banche di emissione.

La quantità di risparmio disponibile è in relazione coi movimenti oscillatori detti crisi. Nel periodo ascendente scema quella quantità; nel periodo discendente, cresce.

Come un piccolo bacino comunicante col mare può dare il livello dell’acqua di questo, le quantità di monete disponibili nelle casse delle banche di emissione possono dare un concetto delle quantità di risparmio disponibile in paese.

Occorre avere cura di non confondere l’effetto colla causa, e di non figurarsi che trattenendo artificialmente l’oro nelle casse delle banche si impedirebbe la crisi. Chi così ragionasse farebbe come colui che, per impedire la temperatura di salire, rompesse il suo termometro. [p. 496 modifica]

86. Il sig. Clement Juglar ha osservato che nel periodo ascendente scema la quantità di monete nelle casse delle banche di emissione, e aumenta il portafoglio; nel periodo discendente, seguono effetti opposti. Il nostro autore ha considerato specialmente i massimi ed i minimi dell’incasso e del portafoglio; ed ha potuto porre le crisi in relazione sicura con quei fenomeni.

87. Il sig. Pierre des Essars ha calcolato, per un periodo di 85 anni, la velocità dei movimenti dei conti correnti della Banca di Francia, e della Banca d’Italia (per un periodo un poco minore), ed ha potuto così verificare che vi è un massimo di circolazione quando finisce il periodo ascendente e principia il periodo discendente, e un minimo nel periodo di liquidazione della crisi.

88. W. Stanley Jevons credeva poter fissare approssimativamente la durata dei periodi delle crisi. Secondo lui si avevano 3 anni di commercio depresso, 3 anni di commercio attivo, 2 anni di commercio molto attivo, 1 anno di massimo di attività, 1 anno per la catastrofe; e poi da capo principiavano altri periodi identici ai precedenti. Per tal modo da una crisi all’altra correvano dieci anni.

Il fenomeno reale non segue con quella regolarità e i periodi non sono tutti dello stesso numero d’anni; onde la descrizione del Jevons si può solo avere come un modo di dare un lontano concetto del fenomeno.


Note

  1. Giornale degli economisti, marzo 1903, p. 240.
  2. Un produttore di cotone annunzia la sua merce nei giornali, aggiungendo, per acquistarsi grazia e merito presso i sindacati dei bottegai, che «non vende direttamente ai consumatori». Se i consumatori avessero pure un sindacato e rispondessero che non compreranno quel cotone, il produttore muterebbe la canzone. Intanto ci sono città svizzere ove il cotone da rammendo costa il triplo (sic) che in Italia.
         Un lattaio di Vevey annunziò che vendeva il latte due centesimi meno il litro del prezzo del sindacato degli altri lattai. Subito piombarono da lui gli agenti municipali, si fece un’analisi del latte, e si asserì che da questa appariva che il latte era annacquato. Quel lattaio fece fare un’altra analisi, dalla quale si vide che il latte era genuino. Per la prima analisi, gli agenti municipali avevano lasciato riposare il latte e preso quello che era in fondo del vaso, e ognuno sa che la crema sale in cima; per la seconda analisi, si era mescolato il latte e preso un campione medio. Da ciò la differenza delle due analisi.
         Intanto quel concorrente del sindacato ebbe danni non lievi; ed il suo esempio servirà ad impedire che altri sorga a voler vendere a minor prezzo il latte ai consumatori.
         Esempi simili ce ne sono sinchè uno vuole. Sarà benissimo che tutti quei sindacati hanno virtù sublimi, ma è pure certo, certissimo, che fanno pagare ai consumatori le merci molto più care di ciò che costerebbero se ci fosse la libera concorrenza.
  3. Caratteristico è il ragionamento di G. B. Say, Cours complet d’écon. pol. pratique, p. 9-11: «L’economie politique, en nous faisant connaitre les lois suivant lesquelles les biens peuvent être créés, distribués et consommés, tend donc efficacement à la conservation et au bien-étre non seulement des individus, mais aussi de la société, qui, sans cela, ne saurait présenter que confusion et pillage... Quel triste spectacle non offre l’histoire! Des nations sans industrie, manquant de tout, poussées à la guerre par le besoin, et s’égorgeant mutuellement pour vivre... Voilà ce qu’était la société chez les anciens... Je ne parle point de la barbarie du moyen-âge, de l’anarchie féodale, des proscriptions religieuses... Mais du moment qu’on acquiert la conviction qu’un Etat peut grandir et prospérer sans que ce soit aux dépens d’un autre... des ce moment les nations peuvent avoir recours aux moyens d’exister les plus sûrs, les plus féconds, les moins dangereux; et chaque individu, au lieu de gémir sour le faix des malheurs publics, jouit pour sa part des progrès du corps politique. Voilà ce qu’on petit attendre d’une connaissance plus généralement repandue des resources de la civilisation. Au lieu de fonder la prosperité publique sur l’exercice de la force brutale, l’économie politique lui donne pour fondement l’intérêt bien entendu des hommes. Les hommes ne cherchent plus des lors le bonheur là où il n’est pas, mais là où l’on est assuré de le trouver... Si les nations n’avaient pas été et n’étaient pas encore coiffées de la balance du commerce, et de l’opinion qu’une nation ne peut prospérer si ce n’est au détriment d’une autre, on aurait évité durant le cours des deux derniers siècles, cinquante années de guerre... C’est donc l’instruction qui nous manque, et surtout l’instruction dans l’art do vivre en société».
  4. Nessun individuo di meno di 60 anni, di condizione libera o servile, non potrà rifiutare di lavorare alla terra ai prezzi ordinari del ventesimo anno del regno (1347). Solo potrà ciò fare chi vive dei frutti del commercio, ha qualche mestiere, possiede rendite sufficienti, o coltiva per proprio conto la terra... Gli antichi salari serviranno di norma; saranno processati coloro che chiedono di più... I signori che pagheranno maggiori salari saranno colpiti da una multa eguale al triplo dell’eccesso pagato.
  5. Journal des Débats, juillet, 1904.
  6. Aristotile notò già un fatto simile di cui a lui porgeva esempio il grande laboratorio delle repubbliche greche (Polit., IV, 5, 2): ὥσθ´ οἱ μὲν νόμοι διαμένουσιν οἱ προϋπάρχοντες· κρατοῦσι δ´οἱ μεταβάλλοντες τὴν πολιτείαν. «Così le leggi permangono come erano prima, mentre imperano coloro che mutarono il governo della città».
  7. Mourlevat c. Conseil d’Etat de Fribourg; premier juin 1904. — Journal des tribunaux et revue judiciaire; Lausanne 1905.
  8. Ecco l’art. 12 della costituzione di Fribourg, del 7 maggio 1857: «La propriété est inviolable. Il ne peut être dérogé à ce principe que dans les cas d’utilité publique détérminés par la loi et moyennant l’acquittement préalable ou la garantie d’une juste et complète indemnité».
         Nel 1857 i principii socialisti non erano ancora accolti nella legislazione. Le modificazioni alle costituzioni dei cantoni sono assai facili, quindi sarebbe agevole togliere o modificare quell’articolo; ma forse ciò sarebbe prematuro e non scevro d’inconvenienti; potendosi, per tal modo, stimolare la resistenza di coloro che ancora non sono interamente convertiti al socialismo; onde, per lo migliore, aspettando che il senso dell’articolo possa essere mutato esplicitamente, giova, per ora, mutarlo solo implicitamente, torcendo il senso delle parole.
  9. L’eccezione è quella della costituzione del Canton Ticino, in cui manca un articolo simile a quello ora rammentato.
  10. Storia del diritto italiano, I, p. 191.
  11. Etude sur les origines du régime féodal du VI au VIII siecle. Acad. des sc. m. et p.
  12. Fustel de Coulanges, Les orig. du syst. féod.; le bénéfice et le patronat pendant l’epoque Mérovingienne; Paris, 1890, p. 439: «Le regime féodal existait donc dès le VII siècle avec ses traits caractéristiques et son organisme complet. Seulement il n’existait pas seul... Légalment c’étaient les institutions monarchiques qui gouvernaient les hommes. La féodalité était en dehors de l’ordre régulier. Les lois ne la combattaient plus comme au temps; du moins elles ne la consacraient pas encore. Le vasselage tenait dejà une grande place dans les usages, dans les intèrêts; il n’en avait presque aucune dans le droit public».
  13. L’immunità, che è appunto uno dei fatti principali dai quali trae origine il sistema feudale, era concessa dal sovrano alle persone da lui ben volute, e mancavano norme fisse che fissassero chi ne doveva godere. Fustel de Coulanges (loc. cit., § 30), p. 424: «Durant plusieurs siècles, elle (l’immunité) a été un de ces falts mille fois repetés qui modifient insensiblement et à la fin transforment les institutions d’un peuple. En changeant la nature de l’obéissance des grands, et en déplaçant l’obéissance des petits et des faibles, elle a changé la structure du corps social».
  14. Pertile, loc. cit., p. 259: «... era spesso illusorio il diritto di appello. E ciò sia per la difficoltà di usarne dipendente dalle distanze e dagli ostacoli che vi frapponeva il barone: sia per i modi del procedimento seguìti in certi paesi, che sembrano fatti a bella posta per rattenere anche i più coraggiosi dal tentare la prova; sia finalmente perchè, eziandio ottenuta migliore sentenza, il re mancava frequentemente dei mezzi di farla eseguire, quando anche il barone non prendesse aspra vendetta dell’ardimento del suo vassallo».
  15. Tra i nostri uomini politici, Napoleone Colajanni ha avuto il merito grande di riconoscere quanto fossero esagerate le pretensioni dei «ferrovieri», e il merito non piccolo di dirlo schiettamente.
  16. Discorrendo della Russia, il Moniteur des intérêts matériels del 7 giugno 1905, dice: «Ou a été jusqu’à émettre cette prétention injustifiable d’être payé pendant les jours de grève, et des patrons dans le nord ayant en la faiblesse de consentir, cette réclamation presque sangrenue est élevée maintenant dans tous les rayons».
  17. Chi vuole sapere perchè, legga le parole sopra riferite (§ 31) del pubblico ministero ad Armentières. Un amico mio, possidente in quei luoghi ove avvenne lo sciopero agricolo, e al quale avevo chiesto notizie, me ne mandò molte e precise, ma vietandomi di pubblicarle, poichè, diceva egli: «Ma position ici est déjà assez difficile; elle deviendrait intenable si quelque ami du prefet lui signalait votre article».
         È pure ameno il nostro autore, il quale stima che un fatto non è delitto, se non dà luogo a molte vive proteste!
  18. Si osservi l’eufemismo; la casta privilegiata non compie, non può compiere delitti, dà solo luogo a degli «incidents regrettables».
  19. A chi è stato colpito da quelle botte sarà forse ben lieve conforto il sapere che non ha avuto molti compagni di sventura.
  20. Qui c’è anfibologia. Non creda il lettore che si ragioni di condanne dei tribunali, i quali anzi umilmente s’inchinarono a costoro che diedero poche botte e fecero molte minaccie; si ragiona solo di condanne a parole, che lasciano il tempo che trovano.
  21. Non si capisce che concetto possa avere quest’autore della giustizia.
  22. Pare che al nostro autore non riesca intendere la differenza che esiste tra il diritto di non lavorare, e il diritto di percuotere e di minacciare chi lavora.
  23. Gli scioperanti hanno dovuto farsi giustizia perchè la legge non soccorreva loro. Se la forza pubblica avesse arrestato coloro che volevano lavorare, i possidenti che erano disposti ad impiegarli, e tutti coloro che di tali «delitti» facevano l’apologia, gli scioperanti non avrebbero dovuto darsi pensiero di picchiare e minacciare!
  24. Dunque chi si rallegra di una cosa, deve accettare qualsiasi mezzo per conseguirla! Ecco un piccolo dialogo al quale non ha pensato l’autore: «Mi rallegro di vederti quel bel brillante. — L’ho rubato a un gioielliere. — Non mi rallegro più. — Ma era il mezzo assolutamente necessario per ottenerlo. — Non credo che il fine giustifichi i mezzi».
         Potrebbe anche esservi qualche eretico della nuova ortodossia, che non si rallegrasse dell’aumento dei salari.
  25. Quindi qualsiasi cosa vietata dalla legge diventa lecita, purchè solo sia necessaria, o stimata tale, per far conseguire vittoria ad uno sciopero. Il diritto allo sciopero è il diritto di usare qualsiasi mezzo necessario per imporre ai borghesi il volere degli scioperanti.
  26. Sino nelle minuzie l’uomo è vincolato. Per esempio, la legge impone agli operai di riposarsi la domenica. In Svizzera, i componenti una setta religiosa, detta degli aventisti, chiesero di potersi riposare invece il sabato, ma fu negato loro dalle autorità. Non basta che la legge imponga all’uomo quando e come deve riposarsi, si dà anche pensiero di ciò che deve mangiare e bere; spesso col pretesto dell’igiene, e qualche volta senza quel pretesto. In certi paesi produttori di vino è proibito di fare vino coll’uva secca. In tal caso manca ogni pretesto igienico; la legge ha solo per scopo di giovare ai produttori di vino. Seguendo tale via, perchè non s’imporrebbe alle signore di portare vesti di seta, invece di vesti di lana, per giovare ai filatori e tessitori di seta?
         Quella gente di poco senno che ha nome anti-alcoolici chiede ognora nuove leggi per impedire all’uomo di bere ciò che vuole. Ed ecco altri fanatici che se la prendono coll’uso del the, della carne, e persino del latte.
         Si ponga mente che ogni anno nuovo reca, senza fallo, un numero assai grande di leggi tutte dirette a togliere all’uomo la facoltà di fare cose che per lo innanzi erano lecite. Seguitando in quel modo ogni atto dell’uomo, dal concepimento alla nascita e alla morte, sarà regolato e prescritto.
  27. In questo esempio s’intende subito cosa sono i sacrifizii di cui fa cenno la teoria del Ricardo, perchè consideriamo non due collettività, ma due uomini, e perchè supponiamo le merci prodotte col solo lavoro. Ma la realtà è ben altrimenti diversa e complessa.
  28. Mentre II fa 1 di A, supponiamo che I ne faccia x; e mentre II fa 1 di B, I ne farà y.
         Sia (μ) una combinazione in cui pel tempo t, I fa solo B, e II solo A; e (π) un altra combinazione in cui I fa A per il tempo t - θ, e fa B pel tempo θ; II fa A per il tempo t - θ', e fa B pel tempo θ'.
         Se vogliamo che le quantità di A e di B prodotte nella combinazione (μ) sieno maggiori di quelle prodotte nella combinazione (π), dovremo avere

    t > (t - θ)x+t - θ',
         ty > θy + θ'

    ossia

    θ' <(t - θ)y,     θ' > (t - θ)x.

    Queste formole servirono a calcolare gli specchi del testo.
         Si osservi che perchè sieno possibili, occorre che sia

    y > x.

  29. Cours, § 864 e seg.
  30. Sia a la quantità che si produce col libero cambio, al prezzo p; poscia, quando, mercè un dazio protettore, il prezzo in paese è p', sia b la quantità che si vende in paese, e c la quantità che si vende all’estero, al prezzo p''. Sia, infine, q il costo di produzione dell’unità, quando si produce b + c.
         Perchè i produttori abbiano un utile, mercè il dazio protettore, occorre che sia

    p'b + p''c > (b + c) q.

         Perchè non abbiano un utile in quella combinazione, quando c’è il libero cambio, occorre che sia

    pa + (b + c - a) p'' < (b + c) q.

         Infine, perchè l’utile dei produttori fosse maggiore della perdita dei consumatori, sarebbe necessario che si avesse

    p'b + p''c - (b + c) q > (p' - p) b.

         Da queste disuguaglianze si ricava

    b > a;

    il che è impossibile, poichè il dazio protettore facendo crescere il prezzo, la quantità venduta in paese scema, e perciò b deve essere minore di a.

  31. Chi scrive ha avuto il torto di esprimersi talvolta in scritti polemici — che non hanno del rimanente nessun valore scientifico — in modo da lasciare credere che, almeno implicitamente, faceva proprio tale ragionamento. E quel torto è tanto maggiore in quanto chè sino dal 1887, scriveva: «Infine la considerazione degli effetti sociali, colle loro conseguenze economiche, che si potrebbero dire effetti doppiamente indiretti della protezione, costituisce la parte più nuova dell’argomento, e, a parer mio, quella solo che può talvolta portare a fondati dubbi sulla utilità maggiore o minore del libero cambio, in alcuni casi speciali» (Sulla recrudescenza della protezione doganale; memoria letta all’Accademia dei Georgofili, il 29 maggio 1887).
  32. Il Bourdeau, che è acuto osservatore dell’evoluzione del socialismo, scrive: «combien nous tous qui nous occupons de questions socialistes, nous faisons œuvre insuffisante, lorsque nous nous bornons à exposer, à réfuter des théories abstraites, que la plupart des ouvriers ignorent ou dont ils se soucient médiocrement! Les idées chez les gens du peuple viennent de leurs sentiments, les sentiments de leurs sensations, et leurs sensations elles-mêmes découlent de leur genre de vie, de la nature, de la durée et des profits de leur travail». Socialistes et sociologues, pag. 164.
  33. Numa Droz, Essais économiques. Le monopole de l’alcool en Suisse, p. 577: «Comme c’est la confédération qui passe les contrats de livraison d’alcool, on s’adresse à elle, surtout les années d’élections, pour lui demander... d’améliorer les conditions des contrats, afin que l’on puisse payer plus cher la pomme de terre indigène; sinon les élection tourneront mal. C’est ainsi que nous en sommes arrivés a avoir la pomme de terre électorale».
         Gli etici anti-alcoolici non si accorgono, o fingono di non accorgersi, di queste cose.
  34. Systèmes, I, p. 188; Cours, II, § 1046 e seg.
  35. Cours, § 881.
  36. Perciò è errata la proposizione del Cours, § 891: «L’Angleterre, grâce à sa fidélité aux principes de l’économie politique libérale, continue à voir sa prospérité augmenter...». L’autore ha avuto torto di accogliere, senza sottoporla ad una disamina sufficientemente severa, una proposizione che aveva corso tra gli economisti liberali, e che ad essi pareva assiomatica. Inoltre, egli si esprime male, poichè è bensì vero che, quando egli scriveva, l’Inghilterra aveva il libero cambio ed un sistema monetario secondo i principii dell’economia liberale; ma già principiava a spuntare il socialismo municipale, che poi tanto progredì, e fioriva pure il vincolismo umanitario; onde, per essere preciso, l’autore non doveva discorrere in modo assoluto dalla fedeltà dell’Inghilterra ai principii dell’economia liberale.
  37. Tra costoro ci furono certi vescovi ed arcivescovi, che avrebbero forse fatto meglio ad occuparsi di teologia che di economia politica.
  38. Systèmes, I, p. 30.
  39. Lettres Persanes, CXLII. Egli finge che così discorra il Law: «Peuples de Bétique, voulez vous être riches? Imaginez-vous que je le suis beaucoup, et que vous l’êtes beaucoup aussi; mettez-vous tous les matins dans l’esprit que votre fortune a doublé pendant la nuit; et si vous avez des créanciers, allez les payer de ce que vous aurez imaginé, et dites-leur d’imaginer à leur tour»