Lo spirito di contradizione/Atto IV

Atto IV

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Atto III Atto V

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ATTO QUARTO.

SCENA PRIMA.

Camera.

La Signora Dorotea ed il Conte Alessandro.

Dorotea. Conte, non so che dire; se favellare io v’odo,

Sentomi violentata far tutto a vostro modo.
Di perdonare ai servi mi avete insinuato;
Senza aspettar le scuse, io loro ho perdonato.
Col suocero e il consorte voi mi volete amica?
Quello ch’è stato, è stato. Il ciel li benedica.
Piace a voi di Cammilla che seguano i sponsali?
Seguano pure; io stessa farò i cerimoniali.
Siete contento ancora? ho da far più? chiedete.
Conosco il vostro merito, voi comandar potete.
Conte. Questa bontà di cuore autentica ancor più
La vostra impareggiabile dolcissima virtù;

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Non è merito mio sì docile talento,

Ma frutto generoso di un bel temperamento.
Dorotea. Eppure irragionevole il mondo mi suppone;
Voi che mi conoscete, voi fatemi ragione.
Ed io che qualche volta posso ancora ingannarmi,
Protesto, in ogni tempo, a voi di riportarmi.
Conte. (Questo è quel che mi basta, ma ancor non ne son certo).
Voi avete, signora, un intelletto aperto.
La veritade, il merito distinguere sapete;
Veggo che per modestia dipendere volete.
Ed io corrispondendo a un simile pensiero,
Senza riguardo alcuno vi parlerò sincero.
Dorotea. (Coll’aiuto del Conte farò valere il voglio).
Conte. (S’ella di me si fida, abbasserà l’orgoglio).
Permettete, signora, che al suocero e al marito
Mandisi immantinente un cordiale invito.
Vengano assicurati, che voi per secondarli...
Dorotea. No, Conte, andate voi piuttosto a ritrovarli.
Conte. Se li facciam venire, la cosa è più decente.
Dorotea. Ora non vuò che vengano; ho un’altra cosa in mente.
Conte. Ma voi, signora mia, credo che mi adulate.
Mostrate di rimettervi, e poi mi contrastate?
Dorotea. Di grazia, compatitemi per questa volta sola;
Dipenderò in tutt’altro, vi do la mia parola.
Anzi con quel ch’io medito nel mio pensier, vi giuro
Che l’intenzione vostra di soddisfar procuro.
L’opera a far compita il mio cervel lavora.
Conte. Posso saper il modo?
Dorotea.   Non lo vuò dir per ora.
Conte. Fatemi la finezza.
Dorotea.   No, Conte, dispensatemi.
Per questa volta sola in libertà lasciatemi.
Conte. Bene: vuò soddisfarvi. Attenderò l’effetto
Del vostro meditato recondito progetto.
Vo a ritrovar gli amici, vo a consolarli tutti,

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Della bontade vostra vo ad esibire i frutti.

Verranno qui fra poco Fabrizio e il di lui figlio;
Tutti a voi con affetto rivolgeranno il ciglio.
Cammilla sarà lieta; conoscerà da voi
L’esito fortunato ai desideri suoi.
Dorotea. Vorrei avere il merito io sol con mia cognata
D’averla a suo piacere servita e consolata.
Farlo non si potrebbe senz’altra dipendenza?
Conte. Devesi in questo caso serbar la convenienza.
L’han da sapere i padri, si han da trovar presenti;
Dee chiudersi il contratto fra amici e fra parenti.
E poi non vi è bisogno che a voi si suggerisca:
Donna non evvi al mondo, che più di voi capisca.
Vado a recar sollecito l’annunzio altrui felice.
Addio, di cuori afflitti bella consolatrice. (parte)

SCENA II.

La Signora Dorotea sola, poi Foligno.

Dorotea. Me degli afflitti cuori consolatrice appella?

E aggiungevi cortese il titolo di bella?
Caro conte Alessandro, sarò, per quanto lice
A femmina onorata, la tua consolatrice.
Fra quanti in questo mondo uomini ho praticato.
Un cavalier più saggio di lui non ho trovato.
Anzi nell’avvenire per meglio assicurarmi
In ogni congiuntura con lui vuò consigliarmi.
Questa volta per altro, il Conte mi perdoni,
Se a modo suo non faccio, ho anche io le mie ragioni.
E sono sicurissima che quando ei lo saprà,
Il nobile disegno anch’egli approverà.
Se si fan queste nozze dei genitori in vista,
La mia condescendenza qual merito si acquista?
Se in mezzo a tanta gente consento alla scrittura,
Sembrami dover fare pochissima figura;

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E se per mia cagione l’affar si è differito,

Da me per mio decoro dev’essere compito.
Chi è di là?
Foligno.   Mia signora.
Dorotea.   Dov’è Volpino?
Foligno.   Ei pranza.
Dorotea. Digli che lasci tutto, ch’ei venga alla mia stanza.
Foligno. Obbedirò.
Dorotea.   Mio suocero che fa?
Foligno.   Di là mi aspetta
Ch’io vada a rivestirlo, perchè d’uscire ha fretta.
Dorotea. (Vuole uscire sì tosto? ora capace egli è
D’andar per le botteghe a mormorar di me.
Resti in casa per oggi). Subito immantinente
Trova il signor Roberto; di’ lui segretamente,
Che da me favorisca udire una parola;
Ch’io bramo di parlargli fra noi da solo a sola.
Foligno. Ma se il padron mi aspetta.
Dorotea.   Facciamola finita.
Quando che ti comando, voglio essere obbedita.
Foligno. Subito, sì signora. (Spiacemi del padrone:
Ma questa signorina non vuol sentir ragione).
(da sè, e parte)

SCENA III.

La Signora Dorotea, poi la Signora Cammilla.

Dorotea. Se tanto questo giovane di Cammilla è invaghito,

Crederà, s’io gli parlo, toccare il ciel col dito.
Ma prima ch’egli arrivi, voglio, per farmi grata.
Dispone ad accettarlo il cuor di mia cognata.
Manderò ad invitarla... Eccola appunto sola.
Ehi, signora Cammilla, sentite una parola.
Cammilla. Cosa mi comandate?

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Dorotea.   Vi compatisco invero,

Se voi mi giudicate volubil di pensiero.
Ma son le circostanze quelle che fan cambiare;
Per voi son la medesima, lo torno a protestare.
E perchè voi veggiate s’io parlovi sincera.
Desidero vedervi sposata innanzi sera.
Cammilla. Mio padre e mio fratello ponno di me disporre.
Dorotea. Quel che si può aver subito, il differir che occorre?
Essi prendono tempo un anno al matrimonio.
La dote a voi promessa mancando al patrimonio;
lo posso coi miei beni la dote anticipare,
E il vostro sposalizio poss’io sollecitare.
Cammilla. Ditelo al genitore, ditelo a mio germano.
Dorotea. Altrui, quand’io lo dico, parteciparlo è vano.
Voglio aver io l’onore di dire alla brigata:
Signori, consolatevi, Cammilla è maritata.
Cammilla. Grazie, cognata mia, grazie di un sì gran bene;
Spiacemi che accettarlo per or non mi conviene.
A quel del genitore ho il mio voler soggetto,
Nè posso onestamente mancare al mio rispetto.
Dorotea. Chiaro manifestate, nel ricusar l’impegno,
Che l’ira vi consiglia, che vi anima lo sdegno;
Dell’odio pertinace or si conosce il frutto,
Ricusando lo sposo per contradirmi in tutto.
Non mi credeva mai trovar nel vostro cuore
Sotto un aspetto docile sì perfido il livore.
Onde a dispetto anch’io dell’intenzion sincera,
Studierò in avvenire di comparir severa.
Cammilla. Ma se un pensier sì buono per me nutrite in cuore,
Perchè comunicarlo negate al genitore?
Perchè al consorte vostro nasconderlo volete?
Dorotea. Senza il perchè non opero, ma voi non lo saprete.
Cammilla. Nè io, senza saperlo, l’esibizione accetto.
Dorotea. Nè io cura mi prendo di chi opera a dispetto.
Cammilla. La grazia generosa fate compitamente.

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Dorotea. Voi favellate invano; o com’io voglio, o niente.

Cammilla. Compatite, signora, il ver lo voglio dire,
Par che voi lo facciate alfin di contradire.
Dorotea. Già son pagata al solito con i disprezzi e l’onte.
Se fosse qui presente, cosa direbbe il Conte?
Egli che mi conosce, egli che sa il mio cuore,
Formalizzar potrebbesi del mio soverchio amore.
Cammilla. Anzi mi persuado che un cavalier onesto,
Il mio dover sapendo, mi loderebbe in questo.
Dorotea. Egli de’ miei consigli si gloria e si compiace.
Cammilla. L’offenderei di questo credendolo capace.

SCENA IV.

Il Signor Roberto e le suddette.

Roberto. Eccomi ai cenni vostri. (a Dorotea)

Cammilla.   Voi qui, signor Roberto?
Dorotea. Ella fra queste soglie non vi aspettava al certo.
Se voi vi lusingate ch’ella d’amor sospiri,
Sono, ve lo protesto, inutili deliri.
E senza più dipendere da un’anima sì ingrata,
Scegliere vi consiglio un’altra innamorata.
Roberto. Possibile, Cammilla?...
Cammilla.   Vi amo, non dubitate.
Roberto. Signora Dorotea, perchè mi tormentate?
Dorotea. Può darsi ch’io m’inganni, se a torto vi tormento;
S’ella fedel vi adora, facciam l’esperimento.
Eccomi, vi esibisco sposarvi immantinente;
Mi obbligo a dar io stessa la dote sufficiente.
Pronti due testimoni all’occorrenza abbiamo.
Se siete innamorati, l’affar sollecitiamo.
Roberto. Voi cosa dite? (a Cammilla)
Cammilla.   Io dico, caro Roberto amato,
Che senza i genitori sposarci è a noi vietato.
Roberto. Per verità, ha ragione. (o Dorotea)

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Dorotea.   Avria1 ragion qualora

Non fossero contenti i genitori ancora.
Ma nozze contrattate da loro unitamente,
Si pon senza di loro concludere al presente.
Noi non facciam che rendere la cosa più sollecita.
Roberto. Questa proposizione non mi rassembra illecita.
(a Cammilla)
Cammilla. Ben, se la cosa è onesta, chiamisi la famiglia.
Roberto. Non dice mal. (a Dorotea)
Dorotea.   Malissimo vi parla e vi consiglia.
I vostri genitori son due temperamenti
Che litigar vorranno per cose inconcludenti,
E prima che si tornino ad accordarsi, io dubito
Che vi vorran degli anni.
Roberto.   Dunque facciamlo subito,
(a Cammilla)
Cammilla. L’onor mio nol consente.
Dorotea.   Ecco, non ve l’ho detto?
La stimola per voi pochissimo l’affetto,
E simular volendo il gel del proprio cuore,
Mettere sa con arte in campo il genitore.
Roberto. Ah, dubito sia vero.
Cammilla.   Voi dubitate invano.
Dorotea. Creder non le potete, se negavi la mano. (o Roberto)
Roberto. Adorata Cammilla, s’è ver che voi mi amate,
In faccia alla cognata la man non mi negate.
Alfin se il genitore vorrà rimproverarvi,
La nuora, che s’impegna, potrà giustificarvi.
Questa è l’unica volta che l’amor mio vi prega.
Mio non è il vostro cuore, se un tal favor mi niega.
Tremo nel rammentarmi le mie vicende andate;
Consolandomi, o cara, vedrò se voi mi amate.
Cammilla. Ah, l’amor mio è sì grande, che in simile cimento
Quello che mi chiedete negar più non consento.

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Se l’impazienza vostra mi stimola a tal segno,

Scordomi di me stessa, vi offro la mano in pegno.
Roberto. Felice me!
Dorotea.   (La sciocca ceder doveva, il so.
Io, quanto più mi pregano, tanto più dico no).
Via, concludasi dunque. Facciam le cose pronte.
I testimon si chiamino... Ecco opportuno il Conte.

SCENA V.

Il Conte Alessandro e detti.

Conte. Come, signor Roberto! voi qui? chi vi ha condotto?

Vostro padre, gli amici vi cercano per tutto.
Per concluder le nozze siete di là aspettati.
(a Roberto e a Cammilla)
Cammilla. Andiam.
Dorotea.   Non anderete senz’essere sposati.
Conte.   Sposati?
Dorotea. Eccovi, o Conte, svelato il mio disegno.
Di unirli in matrimonio preso da me ho l’impegno.
Vuò far vedere al mondo chi sono, e chi non sono:
Che facile mi sdegno, che facile perdono.
E voglio in mia presenza che porgansi la mano.
Senza de’ genitori, senza di suo germano.
Conte mio, son certissima che voi mi loderete.
Conte. Libero, quel ch’io sento, dirò, se il permettete.
Veggo assai chiaramente quanto dalla passione
Ad essere offuscata soggetta è la ragione,
E che la mente umana, quantunque illuminata,
Talor ne’ suoi consigli suol essere ingannata.
Come! legar volete di due persone i cuori,
Senza il figlial rispetto dovuto ai genitori?
L’autorità paterna violare a voi non spetta.
Amor non vi consiglia. Vi sprona una vendetta.
E di acquistare in vece lode, rispetto e stima,
Gli animi voi rendete più torbidi di prima.

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Io della bontà vostra, io son garante al mondo,

Ma in simile sconcerto mi perdo e mi confondo.
Una donna sì saggia, alle grand’opre avvezza,
Come mai può cadere in tanta debolezza?
Come mai una mente sì nobile e sovrana
Discendere ha potuto ad un’azion villana?
Ah, pur troppo egli è vero, tutti siamo in periglio.
Tutti bisogno abbiamo d’aiuto e di consiglio.
Cento ragion non bastano a autenticare un torto;
In voi un’ingiustizia non lodo, e non sopporto.
Tutte le ragion vostre difendere m’impegno,
Ma non difendo un atto del vostro cuore indegno.
Soffrite ch’io vi parli da cavalier qual sono,
O in balia degli insulti vi lascio, e vi abbandono.
Roberto. (A un simile discorso rimane ammutolita). (da sè)
Cammilla. (Non vi volea di meno per renderla avvilita).
Dorotea. (Fremo dentro me stessa).
Conte.   (Or convien raddolcirla;
Fra il dolce e fra l’amaro speranza ho di guarirla).
Perdonate, signora, se con soverchia ardenza
Vi ha parlato il mio labbro.
Dorotea.   Codesta è un’insolenza.
Conte. È ver, ma alle occasioni gli amici di buon core
Si lascian trasportare dal zelo e dall’amore.
Sull’onor mio vel giuro, parlai per vostro bene.
Dorotea. In presenza degli altri farmi arrossir conviene?
Fansi da solo a sola le correzion discrete.
Conte. È ver, chiedo perdono. Voi che udito mi avete
Parlar sì caldamente con lei degna di stima,
Non intendo per questo che il merito si opprima.
Questa è un’illustre donna, che ha sentimenti onesti.
Che di beneficare sol medita i pretesti.
Donna di mente eccelsa, di cuor schietto e sincero,
E se l’incolpa il mondo, il mondo è menzognero.
Solo per vostro bene con provido consiglio

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Si espose incautamente di critiche al periglio.

E allor che l’intenzione provien da fondo buono,
È degno anche un inganno di scusa e di perdono.
Io della sua virtude ho un ottimo concetto.
Stimatela voi pure, portatele rispetto.
Ite dove vi aspettano entrambi unitamente;
Di quanto è qui seguito, altrui non dite niente.
Noi pur verrem fra poco; vi do la mia parola,
Ella farà cogli altri quel che volea far sola.
E far che si vergognino saprà quel maldicenti,
Che di lei non conoscono il merito e i talenti.
Cammilla. Per me son persuasissima della di lei bontà.
(Il Conte, a quel ch’io vedo, è un uom di abilità).
(da sè, e parte)
Roberto. Tutto saprò scordarmi, appena uscito fuore;
Per ora altro non penso, che a consolarmi il cuore.
(parte)

SCENA VI.

La Signora Dorotea e il Conte Alessandro.

Dorotea. Non mi credeva mai di sofferir dal Conte,

Dopo le sue promesse, tanti dispregi ed onte.
Conte. Come! io disprezzarvi? Io, che per l’onor vostro
Con il maggiore impegno sollecito mi mostro?
Dorotea. Bella sollecitudine per l’onor mio, signore.
Farmi coprire il volto di un livido rossore?
Conte. Arossiste a’ miei detti?
Dorotea.   Pur troppo io mel rammento.
Conte. Permettete da questo, ch’io formi un argomento:
Donna saggia qual siete, che la ragion capisce,
Quando conosce il torto, si pente ed arrossisce.
Peggio per voi, se ai colpi della mia lingua ardente
Aveste riserbato l’orecchio indifferente.
Se i giusti miei rimproveri a voi recaron duolo,
Se punger vi sentite, con voi me ne consolo.

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Segno egli è manifesto di nobile virtù,

Che vuol perfezionarsi nel bene ancora più.
Ed io che vi conosco, che vi amo e vi rispetto.
Desidero che siate senz’ombra di difetto.
Dorotea. Ho dei difetti adunque.
Conte.   parmi ne abbiate uno.
(con rispetto)
Dorotea. Qual sarà?
Conte.   La credenza di non averne alcuno.
(come sopra)
Dorotea. Conte, ve lo protesto, se altri ciò mi dicesse,
Vorrei che un’altra volta a dirlo non giungesse.
Ma voi mi avete vinto lo spirito in tal modo,
Che credere mi è forza, se ragionare io v’odo.
Ecco ch’io vi ho voluto svelar la verità,
Per prova manifesta di mia sincerità;
Certa che generoso, che amabile qual siete,
Di mia condescendenza giammai vi abuserete;
Fidandomi di voi, sperando all’occasione
Che abbiate a sostenere voi pur la mia ragione.
Conte. Sì certo, vi protesto che in me ritroverete
Alla ragion lo scudo, quando ragione avrete.
E poichè ragionevole vi spero a tutte l’ore,
Sarò dei dritti vostri perpetuo difensore.

SCENA VII.

Volpino e detti.

Volpino. Signora, è supplicata dai due padroni insieme

Andar nel camerone per un affar che preme.
Dorotea. Di’ lor che mi perdonino, ora di qui non parto.
Se hanno da comandarmi, che vengan nel mio quarto.
Conte, poss’io rispondere con maggior civiltà?
Conte. Signora, tal risposta di cortesia non sa,
Scusatemi di grazia, se il suocero vi aspetta.

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Negar d’incomodarvi è un po’ di superbietta.

Dorotea. Io non lo fo per questo, ma in simile stagione
Non vuò a morir di freddo andar nel camerone.
Conte. Freddo?
Dorotea.   Non lo sentite?
Conte.   Avete pur sofferto
Di pranzar questa mane col finestrone aperto.
Andiam, signora mia.
Dorotea.   Che firmino il contratto;
Io verrò a consolarmi, allor che l’avran fatto.
Conte. Per poscia lamentarvi, come faceste in prima,
Che mancan di rispetto, che mancano di stima.
Dorotea. Se mandano a invitarmi, hanno al dover supplito.
Conte. E voi mancar volete nel ricusar l’invito?
Dorotea. Posso d’intervenirvi lasciar per umiltà.
Conte. Signora, in confidenza, questa è un’inciviltà.
Dorotea. Voi così favellate? così mi difendete?
Conte. Il difensore io sono, quando ragione avete.
Dorotea. Leviamoci la maschera. Dunque ragion non è,
Se hanno di me bisogno, che vengano da me?
Conte. In ciò dite benissimo; se han bisogno di voi,
Vengano rispettosi a fare i dover suoi.
Ma il punto sta, signora, per dir la verità.
Che nol fanno per obbligo, ma sol per civiltà.
Dorotea. Per obbligo nol fanno? Conte, codesta è buona.
Chi son io in questa casa?
Conte.   Voi pur siete padrona.
A voi dalla famiglia si devono gli onori,
Voi comandar potete ai vostri servitori.
Tutti han da rispettarvi. Ma a dirla in confidenza,
Il suocero non ha da voi tal dipendenza.
Impugnerei la spada contro chi vi offendesse.
Vorrei che tutto il mondo giustizia vi facesse.
Difendervi procuro, procuro di esaltarvi.
Ma quando avete il torto, io non posso adularvi.

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Dorotea. Negar non mi potrete, che cerchino al presente

Tutti di contradirmi.
Conte.   Val nego apertamente.
Dorotea. Il suocero mi sprezza.
Conte.   Il suocero vi onora.
Dorotea. E il marito?
Conte.   E il marito vi venera e vi adora.
Dorotea. Dunque io sono una pazza, se falso è quel ch’io dico.
Conte. Conosco i miei doveri, a voi non contradico.
Dorotea. Che favellare è il vostro?
Conte.   È un favellar sincero.
Dorotea. Stolta son io?
Conte.   Voi stolta? Chi il dice, è un menzognero.
Lo dissi e lo ridico, di voi più bella mente
Non evvi in tutto il mondo nel secolo presente.
Un lucido sublime nell’intelletto avete;
Nel cameron vi aspetto a sostener chi siete.
Colà smentir faremo chi a torto vi condanna;
Chi forma un rio concetto, vedrà quanto s’inganna,
Io vi sarò mai sempre d’aiuto e di conforto;
Ma, Dorotea carissima, deh non mi fate un torto.
Se poco ragionevole vi crede il mondo intero,
Deh, voi non mi obbligate a confessar che è vero. (parte)
Dorotea. Misera! lo confesso, non so dove mi sia.
Che misto artificioso di lode e villania?
Io soffrirò gl’insulti? Ma pur soffrir conviene,
Fra tanti che m’insultano, chi dice un po’ di bene.
Peggio per me, se il Conte mi sprezza e non m’aiuta:
Senz’un che mi sostenga, lo veggo, io son perduta.
Andiam. Se il labbro mio di contradir non cessa,
Vuò provar questa volta di contradir me stessa.

Fine dell’Atto Quarto.

  1. Così le edd. Guibert-Orgeas, Zatta e altre; nell’ed. Pitteri si legge: avvi.