Lettere sulla Alceste seconda/Lettera seconda

Lettera seconda

Lettere sulla Alceste seconda/Lettera prima Lettere sulla Alceste seconda/Lettera terza IncludiIntestazione 23 novembre 2014 100% Da definire

Lettera prima Lettera terza


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LETTERA SECONDA




Convien pur confessare, mia amabile amica, esser ben gentile la nazione a cui ha l’onore di appartenere il signor Guill.... Ecco in qual modo dà egli principio ad un articolo critico — Sull’Alceste d’Alfieri, e sulla bella edizione eseguitane dal tipografo signor Bettoni di Brescia. — Voi ben vedete che io come tipografo gli debbo un ringraziamento, ma come editore sarei tacciato di poca urbanità se non ascoltassi ciò che vuol dirmi. Ascoltiamo dunque.

È difficile a capirsi, come il signor Bettoni, che nell’entusiasmo della sua giusta ammirazione pel genio di Alfieri ci ha promesso una magnifica edizione di tutte le sue opere, abbia scelto, per darcene un saggio, la sola Tragedia, che l’autore geloso della propria gloria non volle pubblicare. Mentre [p. 9 modifica]che egli visse questa non fu conosciuta; e ritrovatasi dopo la di lui morte fra le sue carte era accompagnata da un avvertimento scritto di propria mano, col quale egli suppone altro non esser quella se non la versione di una seconda Alceste d’Euripide, il di cui testo fu smarrito, dacchè era passato sotto i suoi occhi. Questa pretesa traduzione era posta al confronto della vera Alceste d’Euripide messa egualmente da Alfieri in versi italiani.

In verità, signor Guil..., che fra tutte le cose da me fatte e scritte non ne conosco alcuna più facile a capirsi di questa, tanto più che per intenderla non occorre aggiugnere neppure una parola alla stessa vostra frase. L’Alceste è la sola tragedia originale, che Alfieri ha lasciata tra le sue opere postume: i diritti all’immortalità di questo Genio italiano sono principalmente fondati sulle sue tragiche produzioni; dunque fra le sue opere postume meritava la preferenza quella tragedia, che eccitar doveva giustamente la curiosità del pubblico; ed appunto per soddisfar questa io primo nel Regno ebbi il piacere di offrirla [p. 10 modifica]alla pubblica luce, siccome quella che forma l’ultimo anello del teatro tragico d’Alfieri. La mia scelta cader non poteva sulle opere già pubblicate, ed è una supposizione gratuita e falsa quella, che nell’Alceste io abbia creduto di scegliere il capo d’opera d’Alfieri. Non oserò mai erigermi in giudice delle produzioni de’ grandi uomini, ed in questo caso, se avessi pubblicata alcuna delle tragedie già conosciute d’Alfieri, non ne avrei raccolto nè vantaggio, nè lode. I tipografi editori imparano a loro spese ad interpretare il gusto del pubblico, e nella supposizione accennata gli esemplari d’una sola tragedia già conosciuta sarebbero rimasti a tener freddissima compagnia al tipografo, lo che può non interessare il sig. Guill...., ma interessa moltissimo, e giustamente l’editore. L’Alceste al contrario (e l’esperienza ed il fatto saranno senza dubbio ammessi quali giudici inappellabili anche dal signor Guill....) formando il compimento del teatro d’Alfieri, si presentava con un titolo così legittimo, che era certa di essere subito ricercata dai colti miei concittadini, i quali fra le opere d’Alfieri amano avere almeno la [p. 11 modifica]collezione delle sue tragedie. Parliamoci schiettamente, eran difficili a capirsi queste ragioni? Non appartenevano esse alle dimostrazioni che portano il carattere dell’evidenza? Eppure io ebbi la disavventura di non esser capito.

Due osservazioni mi restano ancora sul brevissimo periodo citato dal signor Guill.... L’una ch’io non ho altrimenti promessa una magnifica edizione di tutte le opere d’Alfieri, ma che ho proposta soltanto ai miei concittadini una edizione simile al saggio che offriva quella dell’Alceste1. La seconda osservazione più importante si è, che il non essere stata pubblicata l’Alceste prima della morte dell’autore non dà il diritto di concludere bruscamente ch’egli non volesse pubblicarla. Ognun sa che il Voltaire della Germania, il nonagenario Wieland pubblica quasi ogni anno qualche nuova produzione del suo ingegno. Ma a che addur esempi stranieri? I sommi nostri italiani Bettinelli e Cesarotti riposan essi forse all’ombra de’ raccolti allori, e non ci dan essi, quali benefiche piante, frutti [p. 12 modifica]sempre squisitissimi, per cui orgogliosa ne va la patria nostra?

Supponete per un momento, signor Guill...., che Alfieri ci fosse stato tolto prima della pubblicazione delle ultime sue tragedie; e che queste fossero state trovate fra’ suoi manoscritti, si poteva forse dire, che non avesse voluto pubblicarle, nè le credesse degne della pubblica luce?

Lo Schiarimento che trovasi unito all’Alceste, prova anzi che era sua intenzione di pubblicarla, senza di che sarebbe stato inutile affatto. Rileggetelo quello schiarimento, signor Guill.... e poi datemi il torto se ancor vi piace. Ma, e dove lascio il sonetto che precede e forma l’intitolazione delle due Alcesti? Leggiamolo insieme. Sembra ch’egli l’abbia scritto quasi prevedendo la nostra contestazione. Egli è intitolato alla Nobil Donna la signora Contessa Luisa Stolberg d’Albania.


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Donna, due lustri compie omai ch’io posi
    Al mio tragico ardir meta perenne,
    E il pugnale e il coturno in un deposi
    D’Apollo al piè con pio voto solenne.

Ebbi ’l tuo nome, allor ch’io Mirra esposi,
    Propizia vela alle mie stanche antenne:
    Intitolarti or quindi in me proposi
    Il men reo fior del mio tradur decenne.

Specchio a Te stessa e l’una e l’altra Alceste,
    Cui dagli Ellènj modi ai Toschi adatto,
    Io ti consacro: ultimo don fian queste.

Deh, tregua dando il Tempo al vol suo ratto,
    Sorte a me pari al buon Feréte appreste,
    S’io nell’un dei due Adméti ho me ritratto!

Firenze Dicembre 1798.

vittorio alfieri.


Da questo sonetto vi par forse che Alfieri non osasse pubblicare la sua Alceste, o la credesse cosa di poco pregio? Mi rincresce, signor Guill...., ma non ho ancora finito. È ella mia la colpa, se sono incalzato dall’evidenza delle mie ragioni? Occupatissimo, come siete, o almeno come vi [p. 14 modifica]suppongo per la fretta, con cui sembrano scritti alle volte i vostri articoli critico-letterarj, io spero che non vi avrete a male se ricorderò alla vostra memoria l’allusione contenuta nel quarto verso del sonetto. Abbiate la bontà di ricorrere al 5. volume del teatro d’Alfieri, della edizione di Didot eseguita sotto gli occhi dell’autore, e vi troverete la seguente


Licenza.

Senno m’impon ch’io qui (se il pur calzai)
Dal piè mi scinga l’italo coturno,
E giuri a me di nol più assumer mai.

Anno mdcclxxxvii.


Aveva dunque giurato fin d’allora il nostro Alfieri di non iscrivere più tragedie: perciò forse protrasse la pubblicazione della sua Alceste, e ricorrendo ad un’innocente finzione la fece adottare per figlia del gran tragico che vanta la più colta tra le antiche nazioni. Sì, Alfieri amava questa sua ultimogenita figlia, e l’amava tanto, che la offrì, estremo dono, all’egregia donna ch’ei paragona ad Alceste; ed imitando i sommi pittori, nella [p. 15 modifica]prediletta fra le sue opere ei dipinse sè stesso nell’uno de’ due Adméti. Ma su ciò ritorneremo allorchè si avrà a discorrere del merito intrinseco della tragedia. Mi scordava d’essere ancora in istato d’accusa. Ecco come prosegue il signor Guill....

Si potrebbe credere che il signor Bettoni ristampando con tanto lusso quest’Alceste d’Alfieri abbia voluto supplire a quella parte d’interesse che manca a siffatta produzione, e smentire col mezzo di una grande magnificenza tipografica quel tal mistero che l’autore, molto giudizioso in questo caso, aveva creduto a proposito di conservare per sempre.

Oh! signor Guill.... si crederebbe malissimo, anzi non è permesso credere ch’io sia di così poco buon senso fornito per immaginarmi, che la venustà tipografica, con cui ornar poteva l’edizione dell’Alceste, supplir potesse a quella parte d’interesse di cui accusate mancante quella tragedia. In verità che non trovo alcuna analogia fra la bella carta, l’inchiostro, i caratteri, e l’interesse maggiore, o minore che inspirar può [p. 16 modifica]una composizione poetica. Credete voi che il vostro articolo magnificamente ristampato da Bodoni o da Didot fosse per acquistare maggior interesse, e che fosse per accrescersi neppur di un grano il peso delle vostre critiche osservazioni? Meno ancora intendo come la magnificenza tipografica smentir possa quel tal mistero. Oh questo sì, che è veramente un mistero, signor Guill...., nè so, se mente umana giungerà a comprenderlo.

Voi ben vedete, mia gentile amica, che riscaldato nella mia difesa, mi figurava quasi di parlare coi signor Guill.... ed obbligava voi, qual giudice, a pazientemente ascoltarmi. Ecco compita la mia parte di accusato. Vi assicuro che l’aver troppa ragione scemò in me il piacere della difesa. Ma i miei doveri non sono terminati. Il signor Guill.... citò al suo tribunale non me soltanto, picciola creatura, ed artista nascente, ma per opporre de’ contrasti a guisa de’ pittori, mi obbligò a presentarmi al suo cospetto porgendo la mano all’immortale Alfieri. E siccome sapeva che il prodigio di Alceste non è probabile che in questi tempi si ripeta a [p. 17 modifica]favor dell’autore dell’Alceste, così ha creduto forse di poter sentenziare lui e me in contumacia, persuaso, senza dubbio, che la mia debole voce arrivar non potesse fino all’altezza, dove la sua immaginazione lo ha collocato senza dimandar licenza ad alcuno. Nella lusinga però che almeno col vostro mezzo esser possa ascoltato ed inteso, oserò presentare alcune idee per contrapporle a quelle del signor Guill.......

... Ma battono le ore due dopo mezza notte..... Oh gran bontà de’ cavalieri antiqui! mentre placidamente dormite, io mi trattengo con voi quasi foste presente!....... Felice notte.

9 Gennajo 1808


Note

  1. Nota 1.