Le opere di Galileo Galilei - Vol. V/Delle macchie solari/Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari

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Delle macchie solari - De maculis solaribus et stellis Delle macchie solari - Frammenti attenenti alle lettere sulla macchie solari
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ISTORIA

E DIMOSTRAZIONI

INTORNO ALLE MACCHIE SOLARI

E LORO ACCIDENTI

COMPRESE IN TRE LETTERE SCRITTE

ALL’ILLVSTRISSIMO SIGNOR

MARCO VELSERI LINCEO

DVVMVIRO D’AVGVSTA

CONSIGLIERO DI SVA MAESTÀ CESAREA

DAL SIGNOR

GALILEO GALILEI LINCEO

Nobil Fiorentino, Filosofo, e Matematico Primario del Sereniss.

D. COSIMO IL GRAN DVCA DI TOSCANA.

Si aggiungono nel fine le Lettere, e Disquisizioni del finto Apelle.

IN ROMA, Appresso Giacomo Mascardi. MDCXIII.


CON LICENZA DE’ SVPERIORI.


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Imprimatur, si videbitur Reverendissimo P. Magistro Sacri Palatii Apostolici.

Caesar Fidelis Vicesgerens.




Ex ordine Reverendissimi P. Magistri Sacri Palatii Apostolici, F. Ludovici Ystella Valentini, tres epistolas de Maculis Solaribus Perillustris et Excellentissimi D. Galilei de Galileis ad Illustrissimum D. Marcum Velserum, Augustae Vindelicorum Duumvirum Praefectum, scriptas diligenter vidi; quas cum nihil quod Sacri Indicis regulis repugnet, immo raram doctrinam, novas ac mirabiles observationes hucusque incognitas inauditasque, facili ac perpolito stilo explicatas, continere invenerim, typis dignissimas indicavi. In fidem propria manu scripsi.


Romae, die 4 Novembris 1612.


Antonius Butius Faventinus Civis Romanus, Philosophiae et Medicinae Doctor.




Imprimatur.


Fr. Thomas Pallavicinus Bononiensis, Magnifici et Reverendissimi P. F. Ludovici Ystella, Sacri Palatii Apostolici Magistri, socius, Ordinis Praedicatorum.



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ALL’ILLUSTRISSIMO SIGNORE

IL SIG. FILIPPO SALVIATI

LINCEO.


Era questo dono al pubblico de gli studiosi destinato per giudizio de’ Signori Lincei, ed essendone io per mia particolar cura l’apportatore, considerai dovere dalle condizioni di quello eleggere a chi prima e particolarmente avevo a presentarlo. Onde, rivolgendo meco come sia tratto dalla più nobile e viva luce del cielo, per filosofica opra e matematica diligenza del dottissimo Sig. Galilei, che con tali parti celesti tanto adorna la sua patria, risguardando il luogo, l’occasione ed altre sue qualitadi, ed apparendomi sempre più degno e nobile, parmi e [p. 76 modifica]conveniente e necessario d’arrecarlo a V. S. Illustrissima, e a tutta la repubblica de’ filosofi avanti a lei presentarlo. Devono i sublimi e celesti oggetti a personaggi eminenti e di sovrana nobiltà dedicarsi: e chi non sa gli ornamenti, lo splendore, le grandezze della sua Illustrissima Casa, ch’in tanti e tanti suggetti sparse, in lei ancor cumulate rilucono? L’opre di virtù e dottrina a gli amatori e seguaci di quella convengono: in lei l’istessa virtù, raccolta delle più scelte matematiche e della miglior filosofia, le ha fatto tal parte, che mancandole cagioni d’invidiarn’altri, molte altrui ne porge d’esser invidiata; e tanto più deve da ciascuno esserne ammirata e lodata, quanto di tali intelligenze è raro ne’ suoi pari l’esempio. L’Illustrissimo Sig. Velseri, fornitissimo d’ogni scienza e virtù, come quello che ben la conosce ed ama, prenderà contento particolare che a lei davanti conoscano e godano li studiosi i palesamenti ch’ei gli ha fatt’avere. Contentissimo veggo il Sig. Galilei che questa sua opra, a’ cercatori del vero inviata, prenda [p. 77 modifica]così buon porto. E che meraviglia n’è, s’oltre il conoscimento de’ meriti, il legame dell’amicizia, col quale egli l’ama ammira ed osserva, la Lince, la patria, l’assidua compagnia li congiungono insieme? La nobil città di Fiorenza, fertile tanto di virtuosi ingegni, ricettacolo insigne di dottrina, che sempre in ogni virtù ha fiorito e fiorisce, ben ragion era che de’ proprii frutti e de’ suoi scoprimenti prima gustasse e godesse. Anzi erano questi prodotti nell’istessa villa di V. S. Illustrissima delle Selve, luogo amenissimo, mentre seco l’Autore dimorava e seco godeva de’ celesti spettacoli; ond’essa v’aveva sopra perciò ragioni particolari. Venendo poi da’ Signori Lincei, benissimo conveniva indirizzarsi a lei, fra loro tanto stimata ed osservata, facendosi anco questo con tanta loro sodisfazione. Essendo per lo comune de’ letterati posta in via, in ottimo luogo avanti a lei v’apparisce, che non solo d’alto ingegno, assiduo studio, particolar dottrina, fra quelli risplende, ma con eroica magnificenza li favorisce, li protegge, li solleva, promovendo sempre opre di vera virtù. Finalmente, se, per il mio uffizio, ragionevole era ch’in questo dono io avessi qualche parte, grandemente godo valermene, porgendolo a un tanto mio [p. 78 modifica]Signore. Comparisce dunque, da me donatole e dedicatole, a farsi pubblico avanti a V. S. Illustrissima, sicuro d’esser accetto. Pregola che gradisca anco l’affetto col quale gli si porge. E me le raccomando in grazia.

Di Roma, li 13 di Gennaro 1613.

Di V. S. Illustrissima

Servitore Devotissimo

Angelo de Filiis Linceo.


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ANGELO DE FILIIS

LINCEO

AL LETTORE.




Se in questa gran machina dell’universo i celesti corpi per la propria natura sono tra tutti gli altri nobilissimi, dovrà senz’alcun dubbio principalissima ancora e degna d’eroici intelletti esser riputata la contemplazione intorno ad essi, e di non poca gloria degni quelli che questa agevolano ed arricchiscono, giovando tanto in così ardue e remote materie l’innata avidità ch’abbiamo tutti di conoscere. Per la quale se, mentre gl’istorici dell’inferior natura, ch’a’ nostri piedi soggiace, qualche parto di quella non più veduto, siasi pianta animale o deforme zoofito, ci palesano, tanto piacere ne prendiamo e tanto del ritrovamento gli [p. 80 modifica]lodiamo, quanto dovremo godere essendoci appresentati nuovi lumi nella superior natura dell’altissimo cielo, e le faccie de i più nobili scoperte che per prima velate n’apparivano? quanto saremo tenuti a’lor sagaci e diligenti ritrovatori, e quante lodi glie ne deveremo rendere? Ecco, dunque, a gl’intelletti che il vero studiosamente a i nostri tempi ricercano, grande e celeste materia; e dove nel cielo con Erculee colonne chiuso e terminato1 era il campo a’ cercatori, nè, da i primi astronomi in qua, altro di più era stato veduto che le stelle fisse vicine al polo australe, e queste mercè delle nuove navigazioni, e qualche accidente nell’altre forse vanamente osservato, ora, più oltre penetrando, il Sig. Galilei nuova copia di splendenti corpi ed altri ascosi misterii della natura colà su ci scuopre: e questo segue sotto l’ombra e felici auspicii del Serenissimo D. Cosimo Gran Duca di Toscana, che per propria virtù e magnificenza e ad imitazione de i gran Lorenzi e Cosimi ed altri eroi della regia famiglia de’ Medici, suoi avi, veri Mecenati delle nostrali e peregrine lettere, non cessa mai di favorir le scienze e procurare, a pubblico utile, ogni maggiore accrescimento e illustramento di quelle.

Mostraci dunque il Sig. Galileo innumerabili squadre di stelle fisse, sparse per tutt’il firmamento, molte nella Galassia e molte nelle nebulose, che per prima [p. 81 modifica]erano offuscate ed indistinte; ritrova la regia compagnia di Giove, de’ quattro pianeti Medicei; scorge la Luna di montuosa e varia superficie: e tutto questo nel suo Avviso Astronomico a ciascheduno palesa e comunica. Ne nasce subito stupore, ogni altra cosa aspettandosi che simil novità nel cielo. Più oltre seguendo l’impresa, scuopre la nuova triforme Venere, emula della Luna; passa al tardo e lontano Saturno, e da due stelle accompagnato triplice ce lo mostra: avvisa ciò a’ primi matematici d’Europa e il tutto con parole notifica e, per levar con l’esperienza stessa l’incredibilità, che sempre le cose inaspettate e maravigliose suole accompagnare, dimostra a ciascuno in fatti la via da vedere il tutto e godere a suo modo i sopradetti scoprimenti; nè ciò fa in un luogo solo, ma in Padova, in Fiorenza e poi nell’istessa Roma, dove da’ dotti con universal consenso vengono ricevuti e con sua gran lode nelle più publiche e famose cattedre spiegati. Oltre ciò, non prima si parte di Roma, ch’egli non pur con parole aver scoperto il Sole macchiato vi accenna, ma con l’effetto stesso lo dimostra, e ne fa [p. 82 modifica]osservare le macchie in più d’un luogo, come in particolare nel Giardino Quirinale dell’Illustrissimo Sig. Cardinal Bandini, presente esso Sig. Cardinale con li Reverendissimi Monsignori Corsini, Dini, Abbate Cavalcanti, Sig. Giulio Strozzi ed altri Signori.

E come che si scorga esser a lui solo riservato non solamente li celesti scoprimenti insieme col mezo del conseguirgli, ma di più il penetrar con gli occhi della mente tutta quella scienza che d’essi aver si puote, stavasi con universal desiderio aspettando il parer suo circa di esse macchie: quando finalmente s’intese da’ Signori Lincei aver lui di tal materia pienamente scritto in alcune lettere all’Illustrissimo e Dottissimo Sig. Velseri privatamente inviate; quali avute, e visto che con una [p. 83 modifica]lunga serie d’osservazioni il compimento dell’impresa secondo il desiderio apportavano, stimarono che non fusse da permettere in alcun modo che d’esse e delle solari contemplazioni non potesse ciascuno a sua voglia sodisfarsi, ma che dovessero perciò di private pubbliche divenire, insieme con le proposte del Sig. Velseri.

Appreso il comun volere, diedi (conforme a quello che la mia particolar cura ricerca) ordine acciò uscissero in luce, giudicando devano esser gradite da tutti gli studiosi; da tutti, dico, se però qualche importuna passione ad alcuni particolari non le rende discare, quali, o per pretensioni ch’avessero circa il ritrovamento di esse macchie, o per desiderio che li giudizii loro ed opinioni intorno alle medesime restassero in piede, o pure perchè tal novità e loro consequenze troppo perturbino molte e molto grandi conclusioni nella dottrina da loro sin qui [p. 84 modifica]tenuta per saldissima, forse non riceveranno con candidezza di mente ciò che dal sincerissimo affetto del Sig. Galilei e puro desiderio e studio della verità è derivato: ma la sodisfazzione di questi (se alcuno ve n’è) non deve talmente esser riguardata, nè meno da essi, che per loro particolar interesse si devano occultare quegli effetti veri e sensati, che per aggrandimento delle scienze vere e reali l’istessa natura va palesando. A quelli poi che pretendessero anteriorità nelle osservazioni di tali macchie, non si nega il poter loro averle osservate senza avviso precedente del Sig. Galilei, com’è anco manifesto averlo essi prevenuto nel farle publiche con le stampe; ma è anco altrettanto o più chiaro, a moltissimi averne il Sig. Galilei, molto avanti che scrittura alcuna venisse in luce, data privata contezza qui in Roma, ed in particolare, come di sopra ho detto, nel Giardino Quirinale l’Aprile dell’anno 1611, e molti mesi inanzi ad amici suoi privatamente in Fiorenza: dove che le prime scritture che di altri si sieno vedute, che sono quelle del finto Apelle, non hanno più antiche osservazioni che dell’Ottobre del medesimo anno 1611. [p. 85 modifica]

Resti per tanto noto a ciascuno, esser veramente particolare determinazione ch’in un solo soggetto caschi nella nostra età non solo il celeste uso del telescopio, ma anco gli scoprimenti ed osservazioni di tante novità nelle stelle e corpi superiori. Nè ciò si ascriva, come alcuni pur tentano, per diminuir forse la gloria dell’autore, a semplice caso o fortuna; poi che da loro stessi rimangono questi tali convinti e condannati, essendo stati quelli che per lungo tempo negarono e si risero de’ primi scoprimenti del Sig. Galilei; ma se, dopo l’esserne stati avvisati, stettero tanto tempo prima che venissero in certezza delle stelle [p. 86 modifica]Medicee e dell’altre nuove osservazioni, come potrann’eglino non confessare che, per quanto dipende dalla possibilità loro, le medesime cose sariano perpetuamente rimaste occulte? Non devono dunque chiamarsi accidenti fortuiti o casuali, le grazie particolari che vengono di sopra, se già non volessimo riputar tali anco l’eccellenza d’ingegno, la saldezza di giudizio, la perspicacità del discorso, l’integrità di mente, la nobiltà dell’animo ed in somma tutte l’altre doti che per natura o per grazia divina ci vengono concedute. Ora se il Sig. Galilei per la strana novità de’ suoi trovati è stato per non breve tempo soggetto del morso di molti, come per tante scritture oppostegli2, ripiene la maggior parte più di affetto alterato che di fondata dottrina e salde ragioni, si scorge, non devono, mentre di giorno in giorno si va maggiormente scoprendo non averci egli proposta cosa che vera, non sia, contendersegli quelle lodi che giusto ed onorato prezzo sogliono e devono essere di sì utili ed oneste fatiche.

E tu, discreto lettore, so ben che godendoti (sua mercè) il discoperto cielo, di nuovi giri e splendori arricchito, e contemplandoci a tua voglia l’istesso Sole non [p. 87 modifica]men che gli altri chiari oggetti, glie ne sarai gratissimo, e massime se attentamente andrai considerando con qual maniera e fermezza di ragioni (nelle quali il caso parte alcuna aver non puote) venga il tutto trattato e stabilito. E se in private lettere, che, ben che scritte a persone di eminente dottrina, pur si scrivono in una corsa di penna, trovi tal saldezza di dimostrazioni, tanto più devi sperare di veder l’istesse materie e molte altre appresso ne’ particolari trattati del medesimo autore più perfettamente spiegate. Ora per tuo diletto ed utile si fanno a te publiche queste lettere. Gl’invidi e detrattori s’astenghino pur da tal lettura, non sendo scritte per loro; anzi, essendo dall’autore inviate privatamente a un solo, dotato di molta intelligenza e di mente sincera, non devo io con suo pregiudizio inviarle a persone contrariamente qualificate. Non però s’aspetta talmente il tuo favore ed applauso, che si ricusino le tue censure e contradizioni in quelle cose che dubbie e non ben confermate ti apparissero: anzi ti rendo certo che al Sig. Ga[p. 88 modifica]lilei non meno le correzzioni che le lodi, non meno le contradizzioni che gli assensi, saranno sempre care; anzi tanto più quelle che questi, quanto quelle nuova scienza possono arrecargli, e questi la già guadagnata solamente confermargli. Vivi felice.





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ISTORIA

E DIMOSTRAZIONI

INTORNO ALLE MACCHIE SOLARI

E LORO ACCIDENTI

COMPRESE IN TRE LETTERE SCRITTE

ALL’ILLVSTRISSIMO SIGNOR

MARCO VELSERI LINCEO

DVVMVIRO D’AVGVSTA

CONSIGLIERO DI SVA MAESTÀ CESAREA

DAL SIGNOR

GALILEO GALILEI LINCEO

Nobil Fiorentino, Filosofo, e Matematico Primario del Sereniss.

D. COSIMO IL GRAN DVCA DI TOSCANA.


IN ROMA, Appresso Giacomo Mascardi. MDCXIII.


CON LICENZA DE’ SVPERIORI.


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ALL’ILLUSTRISSIMO SIGNORE E PADRON OSSERVANDISSIMO

IL SIG. FILIPPO SALVIATI

LINCEO.


Era questo dono al publico de’ studiosi destinato per giudizio delli Signori Lincei, ed essendone io per mia particolar cura l’apportatore, considerai dovere dalle proprietà e condizioni di quello eleggere a chi prima e particolarmente avevo a presentarlo. Lo veggo, dunque, tratto3 dal cielo, dalla più nobil parte e più viva luce d’esso4, per filosofic’opra e matematica diligenza del dottissimo Sig. Galilei, novello Atlante del secol nostro, quale con celesti invenzioni le terrestri di gran lunga avanzando, reca alla sua più che mai fioritissima patria

[p. 76 modifica]tanto d’ornamento. Scorgo poi l’acquisto esser fatto ed elaborata5 in gran parte l’opra nella amenissima e nobile villa delle Selve: onde, rivolgendo6 meco queste sue qualitadi, e parendomi tuttavia più degno e nobile, non solamente conveniente parmi, ma concludo esser anco necessario7 d’arrecarlo a V. S. Illustrissima ed a tutta la republica filosofica8 avanti a lei presentarlo. Devono i lucidissimi e nobilissimi celesti oggetti a personaggi d’eminente e sovrana nobiltà appresentarsi: e chi non sa9 gli ornamenti, lo splendore, le grandezze della sua Illustrissima Casa, ch’in tanti e tanti soggetti sparse, in lei cumulate10 rilucono? L’opre di virtù a gli amatori e seguaci di quella convengono: in lei l’istessa virtù, raccolta delle più scelte matematiche e della miglior filosofia, le ha fatto tal parte, che mancandole cagione d’invidiar altri, mille altrui ne porge d’esser invidiata11; e tanto più ella deve da ciascuno esserne ammirata e lodata, quanto di sì sublime intelligenza è raro de’ suoi pari l’esempio12 Risguardando l’Autore, contentissimo lo veggo13 [p. 77 modifica]

che questa sua opra, alli studiosi inviata, prenda così buon porto. E che meraviglia n’è, s’oltre il conoscimento de’ meriti, il legame dell’amicizia, col quale egli l’ama ammira ed osserva, la Lince, la patria, l’assidua compagnia assieme gli giungono14? La nobil città di Firenze, fertile tanto di virtuosi ingegni, ricettacolo insigne di dottrina e propria e straniera, primo ospizio delle greche lettere ch’ora abbiamo, che sotto l’ombra e protezzione de’ gran Lorenzi e Cosmi e di tutti i principi Medicei ha vivamente in ogni virtù e grandezza fiorito e fiorisce, ben ragione era che de’ proprii frutti e de’ suoi scoprimenti prima gustasse e godesse. Anzi erano questi prodotti nell’istessa villa di V. S. Illustrissima, mentre seco l’Autore dimorava e seco godeva de’ celesti spettacoli; onde vi aveva sopra per ciò ragioni particolari. E venendo ora da’ Signori Lincei, benissimo le15 conveniva indrizzarsi a lei, tanto fra loro stimata ed osservata, e facendosi questo con tanta loro sodisfazione. Essendo poi al publico de’ letterati inviata16, in ottimo luogo avanti a lei v’apparisce17, che non solo di sublime ingegno, di fervente18 studio, particolar dottrina, fra quelli risplende, ma con eroica magnificenza li favorisce, li protegge, li solleva, promovendo sempre opre di vera virtù. E se finalmente, per il mio uffizio, ragionevol era (come ragionevol mi pare)19 ch’in questo dono io v’avessi qualche parte, grandemente godo recarlo20 a un tanto mio Signore. [p. 78 modifica]parisce dunque, da me donatole e dedicatole, a farsi publico avanti a V. S. Illustrissima, sicuro d’esser gradito21. Pregola che gradisca anco l’affetto col quale gli si porge. E me le raccomando in grazia. Di Roma. Di V. S. Illustrissima

Servitore Devotissimo

Angelo de Filiis Linceo.


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ANGELO DE FILIIS

LINCEO

AL LETTORE.




Se in questa grande ed ornata machina dell’universo i celesti corpi tra tutti gli altri nobilissimi sono per la propria sostanza, purità, luce, ordine, movimento, loco, eminenza, calore, rara ed efficacissima virtù, privilegii e doti maravigliose, sarà senz’alcun dubio principalissima anco la loro cognizione e degna d’eroici intelletti; e quelli che questa arricchiscono agumentano e rendono facile, non poco merto non poca gloria tra di noi dovranno acquistare. Se poi mentre gl’istorici dell’inferior natura, che, da’ nostri sensi in ogni parte sottoposta, a’ nostri piedi giace, qualche nuovo, ben che vile, animale, qualche brutto zoofito non più visto [p. 80 modifica]o sconosciuta pianta ci palesano, miniera succo o pietra nuovamente cavata n’arrecano, fresco e nuovo pasto porgendo all’avido e vorace intelletto, tanto piacere e contento ne prendiamo, tanto li lodiamo del ritrovamento; quanto dovremmo godere appresentandocesi nella sovrana natura dell’22altissimo cielo nuove e splendenti gemme di mole e virtù immensa, di grata e bella vista, e scoprendocesi delle più nobili la faccia sin ora ascosa? quante lodi alli audaci e diligenti ritrovatori ne doviamo rendere, quante dovergliene? Ecco, a gl’intelletti che il vero studiosamente a’ nostri tempi cercano e pascersi desiderano di nobilissime e sublimi contemplazioni, grande e celeste materia; e dove nel cielo con altre e più forti Erculee colonne chiuso e terminato a’ cercatori era il campo, nè, da gli primi astronomi in qua, altro di più che, da terra nuova sottoposta, le fisse stelle dell’austro erano state vedute, e qualche accidente nell’altre forse vanamente osservato, ora, spinta più oltre la forza umana, e con miglior machine ed instrumenti all’assalto aperto23 il passo, nova copia di lucidi corpi ed altri ascosi misterii della natura colà su ci scopre.

Mostraci il Sig. Galilei nuove ed innumerabili squadre di fisse stelle nel più alto del cielo; ce ne fa scerner molte nell’annebbiati gruppi e nel candido [p. 81 modifica]campo, pria offuscate ed indistinte; ritrova la nobil compagnia di Giove, de’ quattro pianeti Medicei; scorge la Luna di scabrosa e varia superficie: e tutto questo nel suo Celeste Avviso a chiunque palesa e communica. Ne nasce subito stupore e maraviglia, ogn’altra cosa aspettandosi che novità tale nel cielo, che aggiunger24 al planetar settenario. Più oltre seguendo l’impresa, trova la nova triforme Venere, emula della Luna; passa al tardo e lontano Saturno, lo scopre da due compagne stelle colto in mezo, e quindi divenuto triplice: avvisa ciò a’ primi matematici d’Europa, e queste e quelle con parole notifica e, per levar25 con l’esperienza stessa l’incredibilità, che sempre le nuove inaspettate e maravigliose cose suol seguire, con fatti a ciascuno dimostra, insegna a ciascuno, la via da vederle, da penetrare i cieli; nè ciò fa in un luogo solo, ma in Padova, in Fiorenza prima, e poi nell’istessa Roma, dove a’ dotti, a’ studiosi dimostrando, con straordinario consenso e plauso vien ricevuto, da’ maggiori e principi onorato e sopra modo accarezzato, goduti i suoi acquisti e palesati con ogni lode nelle publiche catedre, in mezo de’ più universali collegii. Or, mentre delle sue celesti cose rende tutti partecipi, non s’astiene di procurare il fine di questa celeste impresa, ancor che arduo e difficil molto, aggiungendosi alla gran lontananza l’ostacolo dell’istessa luce, bastante, se non a reprimere ed ottenebrare, almeno a rintuzzar ben spesso l’audace senso; dico dall’attendere ad illustrarci anco la faccia dell’istesso Sole. Della quale ragionava egli poco, non avendo compito il conquisto, poi che non aveva ancora cosa certa dell’accidenti delle macchie; non potea però con i più cari amici e signori contenersi di non annunziarle il Sole macchiato, stranissima [p. 82 modifica]novità!; glie lo faceva anco vedere, come fè’ nel Giardino Quirinale dell’Illustrissimo Cardinal Bandini, presente esso col Sig. Cardinal Bianchetti, Monsignor Agucchia, Monsignor Dini, Sig. Giulio Strozzi, Sig. Giovanni Demisiani ed altri26. E certo che ben spesso in Roma le avvenne esser, or di notte or di giorno, rapito da studiosi principi e schiere di dotti investigatori del vero, quando ne’ colloqui quando ne’ più elevati luoghi, a dimostrar con le ragioni e col fatto le cose celesti: onde, poco suo, tutto d’altri, vi fu per molte e molte settimane rattenuto ed impeditoli cortesemente il partire; nel quale lasciò qui a tutti, oltre il gusto, quella speranza che altrove anco lasciata aveva, di superar parimente la solar rocca principalissima27 con proporzionato assedio e concederla al publico. Quanto bramata si fusse da’ leali filosofi, ogn’uno il consideri dal gusto che sente l’umano intelletto nel posseder sottoposti a sua voglia oggetti sì nobili e sublimi, e dall’avvertir quant’importanti a’ buoni studii sono simili scoprimenti. S’aspettava con singolar desiderio, bisbigliandosi non poco delle macchie solari ne’ dotti ragionamenti e fuori e dentro le scuole28 secondo che più o meno notizia se ne spargeva, non lasciando però intanto molti di contemplarle secondo la via mostra, altri disputarne a suo modo, alcuni scriverne, come dell’altre cose dal Sig. Galilei29 scoperte: quando finalmente, saputo da’ Signori Lincei che il Sig. Galilei aveva di tal materia pienamente scritto in alcune lettere all’Illustrissimo e Dottissimo Sig. Velseri privatamente inviate, e visto che dette lettere con [p. 83 modifica]una longa serie d’osservazioni il compimento dell’impresa, secondo il desiderio che ve n’era, apportavano30 giudicarono che non fusse da permettere in alcun modo che d’esse e delli aspettati acquisti non potesse ciascuno a sua voglia sodisfarsi, e per ciò dovessero di private publiche divenire.31

Appreso io il commun volere, diedi, conforme quello che la mia particolar cura ricerca, ordine acciò uscissero in luce. Il nostro filosofico consesso, ch’altro maggiormente non desidera che diligentemente contemplare ed osservare, e quindi, per ricordo e sprone alle studiose fatiche, ha auto il nome, gode molto ch’in queste si siano instituite ed accuratamente esposte le solari contemplazioni, dignissime fra tutte le celesti. Io m’accorgo ch’il Sig. Galilei ha auto gli occhi lincei desiderati e gli aquilini32, e godendo delle sue fatiche m’assicuro che dovranno esser care a tutti, e per la novità mirabile della cosa, e per l’altezza e dignità del suggetto, e per l’importanza delle conseguenze33. A tutti, dico (facendomi un po’ a dietro), quelli che qualch’importuna passione non le rende discare, poi che mi lece dubitare34 che ve ne siano alcuni, potendo le passioni esservi, e varie; poi che, per esser li sopradetti celesti fatti sì notabili, se alcuno, per participarne almeno con la pretensione, ci si sarà voluto insinuare, non le piacerà poi forse che con la perfezzion dell’opra n’apparisca affatto l’autore, quale, se ben non è alcun dubio che per prima era conspicuo, tuttavia, col non aver dato in stampa le novità di Venere e di Saturno nè queste del Sole, non era impossibile totalmente ad alcuno il controverterlo in esse e pretendere, poi che non si trovano in ogni luogo quelli che molto prima dal Sig. Galilei l’han sentite e per mezo suo viste. È ben chiaro con tutto ciò che la moltitudine di questi [p. 84 modifica]era bastante a chiarir il tutto, e ’l non mancar nel mondo leali filosofi, che, mossi dall’amor del vero, palesino da chi e come egli35 stessi n’abbiano auta notizia. Publica il dottissimo Matematico Cesareo Giovanni Keplero la Teorica del Telescopio36 e v’inserisce quattro lettere dal Sig. Galilei privatamente scritte37 in avviso delle cose di Venere e di Saturno, di modo senza saputa del detto, che un anno dopo l’impressione l’è capitato alle mani: l’istessi primi scoprimenti e primo celeste telescopio e suo primo uso evidentemente il primo autore di tutti manifestavano: e sì come le varie forme di Venere e le macchie del Sole possono forse esser state vedute ed osservate da altri senza che ne siano dal Sig. Galilei stati avvertiti, così è certissimo che le cose avvisate dal Sidereo Nuncio e la triplicità di Saturno niuno potrà dire averle osservate, se non dopo la notizia datalene dal Sig. Galilei col predetto libro, lettere tradizione; ed è parimente certissimo che in niuna di dette cose l’osservazion del detto sia stata prevenuta, ancorchè nelle macchie e Venere possa esser stata prevenuta la publicazione per stampa. E possibile38 che lo scrittore che si fa chiamare Apelle abbia in Germania osservate le macchie solari senza averne avuta notizia dal Sig. Galilei: ma è poi totalmente impossibile che l’abbia prevenuto nell’osservarle, poi che esso le mostrò a molti in Roma e le notificò a molti il mese d’Aprile l’anno 1611, come molto prima aveva fatto in Firenze, accortosene nel principio de gli altri scoprimenti, mentre, avvicinatosi già col telescopio il cielo, tutti i corpi di quello, e massime i più cospicui e nobili, andava ricercando e visitando; Apelle poi [p. 85 modifica]le39 osserva in Germania l’Ottobre e ’l Novembre del 1611, e per ciò ne riceve dall’innominato Batavo gratulazioni. Intendo ben che vi son stati di quelli ma duro fatica a crederlo, che di gran pezzo dopo la publicazione del Nuncio Sidereo hanno in publico tentato di prendersi il possesso della montuosa Luna e misurarne i monti, ricordandosi solo del Sig. Galilei con qualche taccia40 ; il che se è vero, non è di bisogno, lettore, che da me ti sia meglio chiarito, acciò sappi i successi veri di queste celesti fazzioni, e meglio puoi conoscere quanto la voglia trasporti avanti a pretendere. In che modo poi da altri, ove vi vien posto mano, e dal Sig. Galilei siano state trattate queste materie, apparisca pure dalla comparazione delle scritture; e cessi in tanto il cupido affetto di gloriosa invenzione a mente più giusta, nè vaglia impedire a quelli che d’animo sincero sono il gusto di queste onorate fatiche. Quali posso dubitare41 riescano per altro titolo ad alcuni42 men care di quello che dovrebbono. Nove esperienze, nova cognizione ci cagionano, nè, come vorremmo, l’opre della natura sempre a’ nostri inveterati dogmi presupposti rispondono, anzi di raro; onde, se le cose qui scoperte saranno contrarie e di periudizio ad alcune opinioni di quelle filosofiche sette che oggi giorno sono di più frequenza e più vagliono, non è dubio che da i seguaci di quelle, mentre siano avviluppati ne’ ligacci delle famose43 auttorità de’ capi, saranno con mal animo riguardate, veggendone crollare titubare o pur del tutto cadere principali fondamenti con tant’applauso pria stabiliti. In oltre, ho occasione di pensare che quell’invido livore che nell’umane44 menti pur troppo larga mente suol regnare, cagioni che le siano mal ricevute da altri, e forse con qualche noia. Vedendo tali la commune gratitudine de’ studiosi verso l’autore di questi scoprimenti, conoscendosi privi d’essi e d’ogni colore da poter pretenderci, potrebbono procurare d’impedirne il corso e distoglierne l’utile, mentre non le piacesse di dar e veder dare quegli onori ad altri, ch’essi, non meritando, non [p. 86 modifica]possono acquistare o ricevere, e vederli far quei frutti ch’essi non sono atti a produrre. A questi, assieme con gli altri, poi che facilmente simili affetti s’accompagnano, non manca nel principio modo45 d’interpetrar le cose, accrescerle e minuirle; onde46 sogliono attribuire a fortuna ben spesso le cose47 per defraudar gli autori delle proprie fatiche, non s’accorgendo che il cercare, l’osservare, il palesarne il moto, gli accidenti, il filosofarci sopra, ne rende a quelli il proprio onore, ed a loro apporta biasmo di poca giudiziosa malignità. Seguono poi, mancandole le ragioni, armati di belle ma finte distinzioni, di pure e ben spesso stiracchiate e mal intese auttorità, ad aiutarsi nel contrariare, usandole con bellissimi colori gravità ed48 efficacia di dire. Appresso, crescendo l’affetto e mancando l’effetto, si sfogano con gli ultimi sforzi, col mordere, col motteggiare e proverbiare49. Mancate finalmente le forze, mal reggendosi in gambe, accecati dall’50affetto, a strani refugii sogliono gettarsi, e lasciarsi trasportare a pronunciare esorbitanze, pergiudicando a loro stessi ed a cose che carissime le dovrebbono essere51. Voglio però credere, lettore, ch’in te di simili affetti niuno possa 52aver luogo, anzi essi in molti pochi possino ritrovarsi; direi pochissimi e quasi niuno, tanto [p. 87 modifica]mi paiono lontani da ogni umanità, se alcune fresche cognizioni non mel vietassero. Crederò anco ch’insieme con altri molti d’intelletto libero e di mente sincera, nelle contemplazioni naturali cercando puramente della cognizione delle cose il vero, questo da altri palesato non altramenti riceverai, che se da te o tuoi ritrovato fosse, rendendo di leal gratitudine effetti convenevoli; poichè ovunque virtù s’annida e buona mente, resta indifferente l’affetto alla persona, siasi moderna o antica, famosa o meno celebrata53 abbia seguaci o no54 e solo movesi per la cosa stessa, o propria o di qualunque: per mezo della quale se l’intelletto55 il vero arriva, ne gode; altramente, della facilità e commodità cagionata dal diligente cereamente aggiutandosi, e a ciascuna occasione di sensato esperimento volentieri appigliandosi, son disposti56 sempre sottoporsi e accomodare i proprii motivi ed opinioni alla realtà delle cose, nè ardir mai di stiracchiare e sforzarsi d’aggiustar questa alli piantati ed ostinatamente radicati principii. Con disposizioni così lodevoli e giuste, senz’incorrere in alcuna indegna taccia, esercitando libera e schietta, e non servile ed impura, filosofia, potrà ogni nobil ingegno, e de’ sopra narrati nobilissimi celesti scoprimenti pascer l’intelletto, nova cognizione acquistando di sublime cose, e, avendone dottrina e diletto, godersi sempre l’osservazioni ed esperienze, ovunque prenderle lece. Prendano altri, se ciò non gli aggrada, da questi scoprimenti l’util che porge l’erudita discussione di molti particolari, già nella filosofia e matematica addormentati, ora eccitati [p. 88 modifica]ed agitati; dico la solidità, l’incorruttibil perpetuità de’ celesti corpi, la trasparenza, opacità, figura e numero delle stelle, la luce, sui ricetti, produzzioni, reflessi, impidimenti e simili, e, quel che più, il posto ed ordine de’ corpi in questo grand’universo: sentano da una parte far la Luna trasparente, dall’altra pezzata e di varii e misti licori e colori, dall’altra cercarsi l’origine del linceo telescopio, e distinguerlo o pur confonderlo con gli altri occhiali, de’ quali pur altrove si io cerchi il principio; questioni, o dotte, o erudite, o dilettevoli: e se nè anco queste gusto gli porgono, ne restino pure a lor voglia privi. E tu, lettore, virtuosamente esercitati per il solo vero, stimando per quello gli altrui esercizii e fatiche. Sta’ sano.





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IN

GALILEUM GALILEUM

LYNCEUM.


LUCAE VALERII

LYNCEI,

MATHEMATICAE ET CIVILIS PHILOSOPHIAE IN ALMAE URBIS GYMNASIO PROFESSORIS.


DUM radio, GALILAEE, tuo coelum omne retectum
     Spectat, et insolito murmure Terra fremit,
Quae contra tempus solido non aere resistit,
     Aeterna in fragili stat tibi fama vitro.


IOANNIS FABRI

LYNCEI,

BAMBERGENSIS,

SIMPLICIARII PONTIFICII, AC BOTANICAM IN URBE PUBLICE PROFITENTIS.


NON tibi Daedaleis opus est, GALILAEE, volanti
     Ad Solem pennis; Sole tepente cadunt.
Nec Ganymedaea veheris super astra volucri;
     Imbelles pueros haec modo portat avis.
Ast tibi, ceu LYNCI, penetrent quae moenia coeli,
     Lumina praeclarum contulit ingenium,
Queis nova demonstras tu sydera PRIMUS Olympo,
     Atque subesse novas Sole doces MACULAS.


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DI

FRANCESCO STELLUTI

LINCEO.




     Son, GALILEO, tuoi pregi or sì possenti,
Che da la face del notturno orrore
Spuntan, per seggio di tua gloria, fuore
Ben cento Olimpi ad onorarti intenti.

     E qualor co’ tuoi vetri industre il tenti,
S’inchinan l’alte spere a tuo favore;
E per far vie più chiaro il tuo valore, io
Nascon a mille a mille orbi lucenti.

     L’apportator del giorno anch’ei comparte
Prodigo il lume a te, ch’il fura intanto
Del suo bel volto a la più chiara parte.

     Così di macchie asperso il puro manto
Tu primier ce l’additi; e con tal arte
Fregi d’immortai luce il tuo gran vanto.



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PRIMA LETTERA

DEL SIG. MARCO VELSERI AL SIG. GALILEO GALILEI

DELLE NOVITÀ SOLARI.




Molto Illustre ed Eccellentissimo Signore,

Virtu, recludens immeritis mori
Coelum, negata tentat ire via.


Già gli umani intelletti da dovero fanno forza al cielo, e i più gagliardi se ’l vanno acquistando. V. S. è stato il primo alla scalata, e ne ha riportato la corona murale. Ora le vanno dietro altri, con tanto maggior coraggio, quanto più conoscono che sarebbe viltà espressa non secondar sì felice ed onorata impresa, poi che lei ha rotto il ghiaccio una volta. Veda ciò che si è arrischiato questo mio intende d’Apelle, le cui prime lettere con questa le manda. amico; e se a lei non riuscirà cosa totalmente nuova, come credo, spero pero , che le sarà di gusto, vedendo che ancora da questa banda de’ monti non manca chi vada dietro alle sue pedate. La mi faccia grazia, in proposito di queste macchie solari, di dirmene liberamente il suo parere, se la giudica tali materie stelle altro, dove crede siano situate, e qual sia il lor moto. Bacio a V. S. le mani con annunzio di felice capo d’anno, e la prego che, uscendo le sue osservazioni nuove, non lasci di farmene parte.

Di Augusta, a’ 6 di Gennaio 1612.
Di V. S. molto Illustre ed Eccellentissima


Servitore affezzionatissimo
Marco Velseri.


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PRIMA LETTERA

DEL SIG. GALILEO GALILEI AL SIG. MARCO VELSERI

CIRCA LE MACCHIE SOLARI,

IN RISPOSTA DELLA PRECEDENTE.




Illustrissimo Sig. e Padron Colendissimo,


Alla cortese lettera di V. S. Illustrissima, scrittami tre mesi fa, rendo tarda risposta, essendo stato quasi necessitato a usare tanto silenzio da varii accidenti, ed in particolare da una lunga indisposizione, o, per meglio dire, da lunghe e molte indisposizioni; le quali, vietandomi tutti gli altri esercizii ed occupazioni, mi toglievano principalmente di potere scrivere, sì come anco in gran parte me lo levano al presente, pure non tanto rigidamente, che io non possa almeno rispondere ad alcuna delle lettere de gli amici e padroni, delle quali mi ritrovo non picciol numero, che tutte aspettano risposta. Ho anco taciuto su la speranza di potere dar qualche satisfazione alla domanda di V. S. intorno alle macchie solari, sopra il quale argomento ella mi ha mandato quei brevi discorsi del finto Apelle; ma la difficoltà della materia e ’l non avere io potuto far molte osservazioni continuate mi hanno tenuto e tengono ancora sospeso ed irresoluto: ed a me conviene andare tanto più cauto e circospetto, nel pronunziare novità alcuna, che a molti altri, quanto che le cose osservate di nuovo e lontane da i comuni e popolari pareri, le quali, come ben sa V.S., sono state tumultuosamente negate ed impugnate, mi mettono in necessità di dovere ascondere e tacere qual si voglia nuovo concetto,
1-4. Manca in A e B. In B si legge sul margine, di pugno di Galileo: Copia di una lettera all’Illustrissimo Sig. Marco Welsero, in Augusta. — 10. essercizii, - 10-11. principalmente il potere. A, B — 13. padroni principali, delle, A — 20. circonspetto, s —
[p. 95 modifica]sin che io non ne abbia dimostrazione pili che certa e palpabile; perchè da gl’inimici delle novità, il numero de i quali è infinito, ogni errore, ancor che veniale, mi sarebbe ascritto a fallo capitalissimo, già che è invalso l’uso che meglio sia errar con l’universale, che esser singolare nel rettamente discorrere. Aggiugnesi che io mi contento più presto di esser l’ultimo a produrre qualche concetto vero, che prevenir gli altri per dover poi disdirmi nelle cose con maggior fretta e con minor considerazione profferite. Questi rispetti mi hanno reso lento in risponder alle domande di V. S. Illustrissima, e tuttavia mi fanno timido in produrre altro che qualche proposizion negativa, parendomi di saper più tosto quello che le macchie solari non sono, che quello che elleno veramente siano, ed essendomi molto più difficile il trovar il vero, che ’l convincere il falso. Ma per satisfare almeno in parte al desiderio di V. S., anderò considerando quelle cose che mi paiono degne di esser avvertite nelle tre lettere del finto Apelle, già che ella così comanda, e che in quelle si contiene ciò che sin qui è stato immaginato per definire circa l’essenza il luogo ed il movimento di esse macchie. E prima, che esse siano cose reali, e non semplici apparenze o le macchie sono reali. illusioni dell’occhio o de i cristalli, non ha dubbio alcuno, come ben dimostra l’amico di V. S. nella prima lettera; ed io le ho osservate da 18 mesi in qua, avendole fatte vedere a diversi miei intrinseci, e pur l’anno passato, appunto in questi tempi, le feci osservare in Roma a molti prelati ed altri signori. È vero ancora, che non restano fisse nel corpo solare, ma appariscono muoversi in relazion di esso, ed anco di movimenti regolati, come il medesimo autore ha notato nella medesima lettera. È ben vero che a me pare che il moto Movimento delle macchie. sia verso le parti contrarie a quelle che l’Apelle asserisce, cioè da occidente verso oriente, declinando da mezzogiorno in settentrione, e non da oriente verso occidente e da borea verso mezzogiorno; il che anco nell’osservazioni descritte da lui medesimo, le quali in questo confrontano con le mie e con quante io ne ho vedute di altri, assai chiaramente si scorge: dove si veggon le macchie osservate nel tramontar del Sole mutarsi di sera in sera, descendendo dalle parti superiori del Sole verso le inferiori; e quelle della mattina ascendendo dalle inferiori verso le superiori, scoprendosi nel primo apparire nelle
19. che esse veramente siano, A — 26. movimenti regolari, s — 31. medemo, s —
[p. 96 modifica]parti più australi del corpo solare, ed occultandosi o separandosi da quello nelle parti più boreali, descrivendo in somma nella faccia del Sole linee per quel verso appunto che fariano Venere o Mercurio, quando nel passar sotto ’11 Sole s’interponessero tra quello e l’occhio nostro. Il movimento, dunque, delle macchie rispetto al Sole appar simile a quello di Venere e di Mercurio e de gli altri pianeti ancora intorno al medesimo Sole, il qual moto è da ponente a levante, e per l’obliquità dell’orizonte ci sembra declinare da mezzogiorno in settentrione. Se Apelle non supponesse che le macchie girassero intorno al Sole, ma che solamente gli passassero sotto, è vero che il moto loro doveria chiamarsi da levante a ponente; ma supponendo che quelle gli descrivino intorno cerchii, e che ora gli siano superiori ora inferiori, tali revoluzioni devono chiamarsi fatte da occidente verso oriente, perchè per tal verso si muovono quando sono nella parte superiore de i loro cerchi. Stabilito che ha l’autore, che le macchie vedute non sono illusioni dell’occhiale o difetti dell’occhio, cerca di determinare in universale qualche cosa circa il luogo loro, mostrando che non sono nè in aria nè nel corpo solare. Quanto al primo, la mancanza di parallasse
occultandosi e separandosi, B, s — 3. Venere e Mercurio, A — 17. diffetti, s — 19. solare stesso. Quanto, A. Dopo ne nel corpo solare stesso si legge nel cod. A, cancellato, quanto appresso: E quanto al primo, se Varia non si estende a maggior altezza intorno al globo terrestre di quello che comunemente sin qui si e creduto, non è dubbio alcuno che tali macchie siano fuori dell’aria, come la mancanza di paralasse notabile par che convinca: ma il punto sta se l’aria e gli altri corpi integranti l’universo sono, nella sustanza, nella grandezza, nel numero e nell’ordine, quali e quanti comunemente stima la popolar filosofia. Intorno alle quali posizioni io ho grandissimi dubbii: e parmi di veder tal maniera di filosofare per molte ragioni e sensate esperienze or mai in guisa titubante, che vano resti ogni sforzo che venga fatto da i suoi fautori e mantenitori per accomodar più la natura e il mondo alla peripatetica dottrina; ma che sia forza di finalmente adattare la filosofia ai mondo ed alla natura, e ciò con assai minor offesa di Aristotile, suo principe, il quale se a questi secoli fosse vivo, cangerebbe molte sue opinioni, come quello che conoscerebbe esser assai più lodevol consiglio il mutare una falsa credenza in una vera, che l’introdurne cent’altre impossibili e false per ostinatamente mantenerne una erronea. Ma gl’ingegni vulgari timidi e servili, che altrettanto confidano, e bene spesso senza saper perchè, sopra l’autorità d’un altro, quanto vilmente diffidan del proprio discorso, pensano potersi di quella fare scudo, ne più oltre credon che si estenda l’obligo loro, che a interpretare, essendo uomini, i detti di un altr’uomo, rivolgendo notte e giorno gli occhi intorno ad un mondo dipinto sopra certe carte, senza mai sollevargli a quello vero e reale, che, fabbricato dalle proprie mani di Dio, ci sta, per nostro insegnamento, sempre aperto innanzi. Non intendo però di commemorar l’Apelle tra questi: [e] già l’esser egli matematico, e curioso e diligente osservato[re d]elle cose nuove e celesti, lo [s]epara da i filosofi popolari. Ma tornando al nostro proposito, dico parermi.... Dopo parermi il foglio, per uno spazio di circa otto linee, è coperto da un cartellino, sul quale è scritto il tratto da «Quanto al primo» (lin. 19) a «perche il» (pag. 97, lin. 4). Questo cartellino copre altresì quelle lettere del brano ora riferito, che abbiamo racchiuse tra parentesi quadre. — 19. paralasse, A, B —
[p. 97 modifica]notabile mostra di concluder necessariamente, le macchie non esser nell’aria, cioè vicine alla Terra, dentro a quello spazio che comunemente si assegna all’elemento dell’aria. Ma che le non possin esser nel corpo solare, non mi par con intera necessità dimostrato; perchè il dire, come egli mette nella prima ragione, non esser credibile che nel corpo solare siano macchie oscure, essendo egli lucidissimo, non conclude: perchè in tanto doviamo noi dargli titolo di purissimo e lucidissimo, in quanto non sono in lui state vedute tenebre o impurità alcuna; ma quando ci si mostrasse in parte impuro e macchiato, perchè non doveremmo noi chiamarlo e macolato e non puro? I nomi e gli attributi si devono accomodare all’essenza delle cose, e non l’essenza a i nomi; perchè prima furon le cose, e poi i nomi. La seconda ragione concluderebbe necessariamente, quando tali macchie fussero permanenti ed immutabili; ma di questa parlerò più di sotto. Quello che in questo luogo vien detto da Apelle, cioè che le macchie apparenti nel Sole siano molto più negre di quelle che mai si siano vedute nella Luna, credo che assolutamente sia falso; anzi stimo che le macchie vedute nel Sole siano non solamente meno oscure delle macchie tenebrose che nella Luna si scorgono, ma che le siano non Le macchie sono non meno lucide che le luminose parti della Luna. quand’anche il Sole minoso parti della più direttamente l’illustra: e la ragione che a ciò creder m’induce, è tale. Venere nel suo esorto vespertino, ancor che ella sia di così gran splendor ripiena, non si scorge se non poi che è per molti gradi lontana dal Sole, e massime se amendue saranno elevati dall’orizonte; e ciò avviene per esser le parti dell’etere, circonfuse intorno al Sole, non meno risplendenti dell’istessa Venere: dal che si può arguire, che se noi potessimo por la Luna accanto al Sole, splendida dell’istessa luce che ella ha nel plenilunio, ella veramente resterebbe invisibile, come quella che verria collocata in un campo non meno splendente e chiaro della sua propria faccia. Ora pongasi mente, quando col telescopio, cioè con l’occhiale, rimiriamo il lucidissimo disco solare, quanto e quanto egli ci appar più splendido del campo che lo circonda; ed, in oltre, paragoniamo la negrezza delle macchie solari sì con la luce dell’istesso Sole come con l’oscurità dell’ambiente contiguo: e troveremo, per l’uno e per l’altro paragone, non esser le macchie del Sole più oscure del campo
9-10. doveremo, s — 15. Quello che vien da Apelle in questo luogo detto, B, s — 19-20. siano imi lucide, A, B; in B più è corretto, di mano di Galileo, in non meno. —
[p. 98 modifica]circonfuso. Se dunque l’oscurità delle macchie solari non è maggior di quella del campo che circonda il medesimo Sole, e se, di più, lo splendor della Luna resterebbe impercettibile nella chiarezza del medesimo ambiente, adunque per necessaria consequenza si conclude, le macchie solari non esser punto men chiare delle parti più splendide della Luna, ben che, situate nel fulgidissimo campo del disco solare, ci si mostrino tenebrose e nere: e se esse non cedono di chiarezza alle più luminose parti della Luna, quali saranno elleno in comparazione delle più oscure macchie di essa Luna? e massime se noi volessimo intender delle macchie tenebrose cagionate dalle proiezzioni dell’ombre delle montuosità lunari, le quali in comparazione delle parti illuminate non sono manco nere che l’inchiostro rispetto a questa carta. E questo voglio che sia detto non tanto per contradire ad Apelle, quanto per mostrare Materia delle macchie non molto densa. come non è necessario por la materia di esse macchie molto opaca densa, quale si deve ragionevolmente stimare che sia quella della Luna e de gli altri pianeti; ma una densità ed opacità simile a quella di una nugola è bastante, nell’interporsi tra ’l Sole e noi, a far una tale oscurità e negrezza. Quanto poi a quello che l’Apelle in questo luogo accenna e che più diffusamente tratta nella seconda epistola, cioè di poter con quella strada venir in certezza se Venere e Mercurio faccino le loro revoluzioni sotto o pur intorno al Sole, io mi sono alquanto maravigliato che non gli sia pervenuto all’orecchie, o, se pur gli è pervenuto, che ei non abbia fatto capitale del mezzo esquisitissimo, sensato e che frequentemente potrà usarsi, scoperto da me quasi due anni sono, e Venere cornuta, osservata dall'Autore, è di differenti grandezze. communicato a tanti che ormai è fatto notorio: e questo è, che Venere va mutaudo le figure dell’istesso modo che la Luna; ed in questi tempi potrà Apelle osservarla col telescopio, e la vedrà di figura perfetta circolare e molto piccola, se bene assai minore si vedeva nel suo esorto vespertino; potrà poi seguitare di osservarla, e la vedrà, intorno alla sua massima digressione, in figura di mezzo cerchio; dalla qual figura ella passerà alla forma falcata, assottigliandosi pian piano secondo che ella si anderà avvicinando al Sole; intorno alla cui congiunzione si
1.circunfuso, A. Dopo circunfuso nel cod. A si legge, cancellato, quanto appresso: sì come oltre a questo ci si fa manifesto poi che le medesime macchie, uscite che sono fuori dell’incontro del Sole, restano invisibili; il che non avverrebbe se elle fussero del medesimo ambiente più tenebrose, — 12. inchiostro in rispetto, A — 20-21. con questa strada, A, B — 32. assotigliandosi, s —
[p. 99 modifica]vedrà così sottile come la Luna di due o tre giorni, e la grandezza del suo visibil cerchio sarà in guisa accresciuta, che ben si conoscerà l’apparente suo diametro nell’esorto vespertino esser meno che la sesta parte di quello che si mostrerà nell’occultazione vespertina o esorto mattutino, ed in consequenza il suo disco apparir quasi 40 volte maggiore in questa positura che in quella: le quali cose non lascieranno luogo ad alcuno di dubitare qual sia la revoluzione di Venere, ma con assoluta necessità conchiuderanno, conforme alle posizioni de i Pitagorici e del Copernico, il suo rivolgimento esser intorno al Sole, intorno al quale, come centro delle lor revoluzioni, si raggirano tutti gli altri pianeti. Non occorre, dunque, aspettar congiunzioni corporali per accertarsi di così manifesta conclusione, nè produr ragioni soggette a qualche risposta, ben che debole, per guadagnarsi l’assenso di quelli la cui filosofia viene stranamente perturbata da questa nuova costituzion dell’universo; perchè loro, quand’altro non gli stringesse, diranno che Venere o risplenda per se stessa, o sia di sustanza penetrabile da i raggi solari, sì che ella venga illustrata non solamente secondo la superficie, ma secondo tutta la profondità ancora; e tanto più animosamente potranno farsi scudo di questa risposta, quanto non sono mancati filosofi e matematici che hanno creduto così (e questo sia detto con pace d’Apelle, che scrive altramente), ed al Copernico medesimo convien ammettere come possibile, anzi pur come necessaria, una delle dette posizioni, non avendo egli potuto render ragione in qual guisa Venere, quando è sotto ’l Sole, non si mostri cornicolata: e veramente altro non poteva dirsi avanti che il telescopio venisse a farci vedere come ella è veramente per se stessa
3. essorto, s — 4-5. nell’occultazione, ed in consequenza, A, B. Nel cod. A Galileo aggiunse sul margine: mattutina o esorto vespertino; poi cancellò queste parole, e corresse: vespertina o esorto mattutino57. — 9. revolgimento, s — 12-13. sogette, s — 15. constituzion, B, s —
[p. 100 modifica]tenebrosa come la Luna, e che come quella va mutando figure. Ma io58 oltre a ciò, posso muover gran dubbio nell’inquisizione d’Apelle, mentre egli, nella congiunzione presa da lui, cerca di veder Venere nel disco del Sole, supponendo che veder vi si dovrebbe in guisa d’una macchia assai maggiore d’alcuna delle vedute, essendo il suo visibil diametro minuti tre, ed in consequenza la sua superficie più di una delle centotrenta parti di quella del Sole: ma ciò, con sua Venere picciolissima rispetto al Sole. pace, non è vero, ed il visibil diametro di Venere non era alloranè anco la sesta parte di un minuto, e la sua superficie era minore di una delle quarantamila parti della superficie del Sole, sì come io so per sensata esperienza ed a suo tempo farò manifesto ad ogn’uno. Vegga dunque V. S. gran campo che si lascerebbe a coloro che volessero pur con Tolomeo ritener Venere sotto il Sole, i quali potrebbon dire che in vano si cercasse di veder un sì picciol neo nell’immensa e lucidissima faccia di quello. E finalmente aggiungo, che tale esperienza non convincerà necessariamente quelli che negassero la revoluzione di Venere intorno al Sole, perchè potrebbon sempre ritirarsi a dire che ella fosse superior al Sole, fortificandosi appresso con l’autorità di Aristotele che tale la stimò. Non basta, dunque, che Apelle mostri che Venere nelle corporali congiunzioni mattutine non passa sotto ’l Sole, se egli non mostrasse ancora come nelle congiunzioni vespertine ella gli passasse sotto: ma tali congiunzioni vespertine, che siano però corporali, si fanno rarissime volte, ed a noi non succederà il poterne vedere: adunque l’argomento d’Apelle è manchevole per concluder il suo intento.

Vengo ora alla terza lettera, nella quale Apelle più risolutamente determina del luogo, del movimento e della sustanza di queste macchie, concludendo che siano stelle, le quali, poco lontane dal corpo solare, intorno se gli vadino volgendo alla guisa di Mercurio e di Venere.

Per determinar del luogo comincia a dimostrar, quelle non esser
7. di quelle del, B, s — 10. quaranta mila, B, s — 13. Tolommeo, A, B — 18. che lei fosse, A, B, s; nell’Erratacorrige della stampa lei è corretto in ella. — 21. sotto il disco solare, se, A — 24. arg.°, A; argumento, B — 26. resolutamente, A —
[p. 101 modifica]nell’istesso corpo del Sole, il quale col rivolgersi in sè stesso ce le rappresenti mobili; perchè, passando il veduto emisfero in giorni quindici, doveriano ogni mese ritornar l’istesse, il che non succede.

L’argomento sarebbe concludente, tuttavolta che prima constasse che tali macchie fussero permanenti, cioè che non si producessero di nuovo, ed anco si cancellassero e svanissero; ma chi dirà che altre si fanno ed altre si disfanno, potrà anco sostenere che il Sole, rivolgendosi in sè stesso, le porti seco senza necessità di rimostrarci mai le medesime, o nel medesimo ordine disposte, o delle medesime forme figurate. Ora, il provar che elle sian permanenti, l’ho per cosa Macchie non permanenti difficile, anzi impossibile ed a cui il senso repugni; ed il medesimo Apelle ne averà vedute alcune mostrarsi, nel primo apparir, lontane dalla circonferenza del Sole, ed altre svanire e perdersi prima che finischino di traversare il Sole, perchè io ancora di tali ne ho osservate molte. Non però affermo o nego che le siano nel Sole, ma solamente dico non esser a sufficienza stato dimostrato che le non vi siino.

Nel resto poi, che l’autore soggiugne per dimostrare che le non sono in aria o in alcun de gli orbi inferiori al Sole, mi par di scorgervi qualche confusione, ed in un certo modo incostanza, ripigliand’ei, pur come vero, l’antico e comune sistema di Tolomeo, della cui falsità ei medesimo poco avanti ha mostrato di essersi accorto, mentre che ha concluso che Venere non ha altramente la sua sfera inferiore al Sole, ma che intorno a quello si raggira, essendo ora di sopra ed ora di sotto, ed affermato l’istesso di Mercurio, le cui digressioni, essendo assai minori di quelle di Venere, necessitano a porlo più propinquo al Sole; tuttavia in questo luogo, quasi rifiutando quella che egli ha poco fa creduta, e che in effetto è, verissima costituzione, introduce la falsa, facendo alla Luna succeder Mercurio, ed a lui Venere. Volsi scusar questo poco di contradizione con dir che egli non avesse fatto stima di nominar, dopo la Luna, prima Mercurio che Venere, o questa che quello, come che poco importasse il registrargli preposteramente in parole, pur che in fatto si ritenessero nella vera disposizione: ma il vedergli poi provar per via della parallasse che le macchie solari non sono nella sfera di
9-10. o delle medesime forme figurate manca in A; in B è aggiunto in margine, di mano di Galileo. — 14. traversare il disco solare, perchè, A — 15. molte. Io non, A, B — 19. inconstanza, B, s — 28. constituzione, B, s — 34. paralasse, A, B —
[p. 102 modifica]Mercurio, e soggiugner che tal mezzo non sarebbe per avventura efficace in Venere per la piccolezza della parallasse simile a quella del Sole, rende nulla la mia scusa, perchè Venere averà delle parallassi maggiori assai che quelle di Mercurio e del Sole.

Parmi per tanto di scorgere che Apelle, come d’ingegno libero e non servile, e capacissimo delle vere dottrine, cominci, mosso dalla forza di tante novità, a dar orecchio ed assenso alla vera e buona filosofia, e massime in questa parte che concerne alla costituzione dell’universo, ma che non possa ancora staccarsi totalmente dalle già impresse fantasie, alle quali torna pur talora l’intelletto abituato dal lungo uso a prestar l’assenso: il che si scorge altresì, pur in questo medesimo luogo, mentre egli cerca di dimostrare che le macchie non sono in alcun de gli orbi della Luna di Venere o di Mercurio, dove ei va ritenendo come veri e reali e realmente tra loro distinti e mobili quelli eccentrici totalmente o in parte, quei deferenti, equanti, epicicli etc., posti da i puri astronomi per facilitar i lor calcoli, ma non già da ritenersi per tali da gli astronomi filosofi, li quali, oltre alla cura del salvar in qualunque modo l’apparenze, cercano d’investigare, come problema massimo ed ammirando, la vera costituzione dell’universo, poi che tal costituzione è, ed è in un modo solo, vero, reale ed impossibile ad esser altramente, e per la sua grandezza e nobiltà degno d’esser anteposto ad ogn’altra scibil questione da gl’ingegni specolativi.

Io non nego già i movimenti circolari intorno alla Terra e sopra altro centro che quello di lei, nè tanpoco gli altri moti circolari separati totalmente dalla Terra, cioè che non la circondano e riserrano dentro i cerchi loro; perchè Marte, Giove e Saturno, con i loro appressamenti e discostamenti, mi accertano di quelli, e Venere e Mercurio e più i quattro pianeti Medicei mi fanno toccar con mano Moti circolari che Moti circolari che descrivono eccentrici ed epicicli. questi, e per consequeuza son sicurissimo che ci sono moti circolari che descrivono cerchi eccentrici ed epicicli: ma che per descriverli Natura non si serve delli orbi. tali la natura si serva realmente di quella faragine di sfere ed orbi figurati da gli astronomi, ciò reputo io così poco necessario a credersi, quanto accomodato all’agevolezza de’ computi astronomici; e sono d’un parer medio tra quegli astronomi li quali ammettono non solo i movimenti eccentrici delle stelle, ma gli orbi e le sfere ancora
1. aventura, s — 2. paralasse, A,B — 3. paralassi, A, B — 8. constituzione, B, s — 19, 20. constituzione, s — 24 tan poco, A, B — 33. accommodato, s —
[p. 103 modifica]eccentriche, le quali le conduchino, e quei filosofi che parimente negano e gli orbi e i movimenti ancora intorno ad altro centro che quello della Terra. Però, mentre si tratta d’investigar il luogo delle macchie solari, avrei desiderato che Apelle non l’avesse scacciate da un luogo reale che si trova tra gl’immensi spazii ne i quali si raggirano i piccioli corpicelli della Luna di Venere e di Mercurio, scacciate, dico, in virtù d’una immaginaria supposizione, che tali spazii sieno interamente occupati da orbi eccentrici epicicli e deferenti, disposti, anzi necessitati, a portar con loro ogn’altro corpo che in essi venisse situato, sì ch’ei non potesse per sé stesso vagare verso niun’altra banda, se non dove con troppo dura catena il ciel ambiente gli rapisse: e tanto meno vorrei questo, quanto io veggo il medesimo Apelle a canto a canto conceder questo stesso che prima avea negato. Avea detto che le macchie non possono essere in alcuno de gli orbi della Luna di Venere o di Mercurio, perchè se in quelli fossero, seguiterebbono il movimento loro; suppone, dunque, che elleno movimento alcuno proprio aver non vi potessero: concludendo poi che le siano nell’orbe del Sole, ammette che le vi si muovine con revoluzioni proprie, sì che le siano potenti a vagar per la solare sfera: ma se mi sarà conceduto che le possine muoversi per il cielo del Sole, non deverà essermi negato che le possine similmente discorrer per quel di Venere; e se mi vien conceduto il muoversi un poco ed il non ubbidire interamente al rapimento della sfera continente, io non averò per inconveniente il muoversi molte e ’l non ubbidir punto. Io non voglio passar un altro poco di scrupolo che mi nasce sopra queste medesimo luogo, nel chiuder che fa Apelle la sua ultima illazione: deve par ch’ei determini che le macchie siano finalmente nel ciel del Sole (ed è ben necessarie il porvele, poi che, per suo parere, le si raggirano intorno ad esse, ed in cerchi molto angusti); seggiugne poi, quelle non poter essere nell’eccentrico del Sole, né negli
10. venissi, s — 22. conceduto di muoversi, s — 26. fa l’autore la, A, B — pag. 103, lin. 27 — pag. 104, lin. 4. Nella prima stesura del tratto da «dove par» fino alla lin. 4 della pag. 104, mancava, come dall’autografo appare, il brano (ed e ben... angusti); inoltre, dopo fosse (pag. 104, lin. 1) seguitava: e però esser necessario che si muovino di movimenti proprii intorno al corpo solare. E veramente, come le si muovono intorno al Sole, è necessario porle nel ciel del Sole; e se questo è, io non so intendere come l’autor non voglia che le siano in orbe alcuno del medesimo cielo. Galileo cancellò poi questo brano, sostituendovi Or qui... composta (pag. 104, lin. 1-4), e aggiunse in margine il tratto (ed è ben... angusti), — 29. intorno al Sole ed, A, B; in B al Sole è corretto, di mano di Galileo, in ad esso. —
[p. 104 modifica]eccentrici secundum quid, né in altro orbe, se altro ve ne fosse. Or qui non posso intendere, in qual modo le possino essere nel cielo del Sole ed intorno al corpo solare raggirarsi, senza esser in alcun de gli orbi de’ quali la sfera del Sole vien composta. Li tre argomenti che Apelle pone appresso per necessariamente convincenti, le macchie muoversi circolarmente intorno al Sole, par che abbino ben assai del probabile; non però mancano di qualche ragione di dubitare. Quanto al primo, lo scemar la larghezza delle macchie vicino al lembo del Sole darebbe segno che le fussero stelle, che girandosi in cerchi poco più ampli del corpo solare, cominciassero a mostrar la parte illustrata alla guisa della Luna o di Venere, onde la parte tenebrosa venisse a diminuirsi. Se non che ad alcuni che diligentemente hanno osservato, pare che la diminuzione delle tenebre si faccia al contrario di quello che bisognerebbe, cioè non nella parte che risguarda verso il centro del Sole, ma nell’aversa; Le macchie vicino al lembo del Sole si assottigliano ed a me non appare altro, se non che le si assottigliano59. Quanto al al secondo, il dividersi quella, che vicino alla circonferenza pareva una macchia sola, in molte, ha questa difficoltà, che anco nelle parti di mezzo si scorgono grandissime mutazioni d’accrescimento, di diminuzione, di accoppiamento e di separazione tra esse macchie; ed io porrò appresso alcune mutazioni osservate da me. La differenza poi che si scorge tra la velocità del moto loro circa le parti medie e la tardità nell’estreme, presa per il terzo argomento, essendo, come pare, molto notabile, parrebbe che arguisse più presto, quelle dover esser nell’istesso corpo solare e muoversi al movimento di quello in sè stesso, che il raggirarsegli intorno in altri cerchi; perchè simil differenza di velocità resterebbe quasi impercettibile al semplice senso, ogni volta che tali cerchi per qualche notabile spazio ben che non molto grande, si allargassero dalla superficie del Sole, come nella medesima figura posta da Apelle si comprende. E qui par60 che nasca in lui un poco di contradizzione a sè stesso: perchè in questo luogo
15. avversa, B, s — 16. assottiglino, B, s — 20. accopiamento, s — 30-31. nasca nell’autore, A, B —
[p. 105 modifica]è necessario porre i cerchi delle conversioni delle macchie vicinissimi al globo solare; altramente l’accrescimento della velocità del moto, e la separazione ed allontanamento delle macchie verso il mezzo del disco, le quali presso alla circonferenza mostravano di toccarsi, resterebbono nulli: all’incontro, dall’argomento col quale ei poco di sopra provò le macchie non esser contigue al Sole, bisogna che necessariamente ei concludesse, i detti cerchi esser dal medesimo assai lontani; poi che solamente la quinta parte al più della lor circonferenza poteva restar interposta tra ’l disco solare e l’occhio nostro, già che, traversando le macchie l’emisfero veduto in 15 giorni, non erano ancora ritornate a comparire in due mesi. Bisogna, dunque, diligentemente osservare con qual proporzione vada crescendo, e poi diminuendo, la detta velocità dal primo apparir di qualche macchia all’ultimo ascondersi; perchè da tal proporzione si potrà poi arguire, se il movimento suo è fatto nella superficie stessa del corpo solare, o pure in qualche cerchio da quella separato, posto però che tal mutazione di macchie dependa da semplice movimento circolare. Restaci da considerar quello che Apelle determina circa l’essenza e sustanza di esse macchie: ch’è in somma, che le non siano né nugole né comete, ma stelle che vadino raggirandosi intorno al Sole. Circa a cotal determinazione, io confesso a V. S. non aver sin ora tanto di resoluto appresso di me, ch’io m’assicuri di stabilire ed affermare conclusione alcuna come certa; essendo molto ben sicuro, la sustanza Sustanza delle macchie può essere a noi incognita ed inopinabile. delle macchie poter essere mille cose incognite ed inopinabili a noi,
4. disco, che presso A — 5. mille, B, s — 18. considerar questo che, s — 22. che io mi assicurassi di, A, B —

[p. 106 modifica]e gli accidenti che in esse scorgiamo, cioè la figura l’opacità ed il movimento, per esser comunissimi, o niuna o poca e molto general cognizione ci possono somministrare: onde io non crederei che di biasimo alcuno fosse degno quel filosofo, il qual confessasse di non sapere, e di non poter sapere, qual sia la materia delle macchie solari. Ma se noi vorremo, con una certa analogia alle materie nostre familiari e conosciute, proferir qualche cosa di quello che le sembrino di poter essere, io sarei veramente di parere in tutto contrario all’Apelle; perchè ad esse non mi par che si adatti condizione alcuna dell’essenziali che competono alle stelle, ed all’incontro non trovo in quelle Similitudine delle macchie solari e nostre nughole. condizioni alcuna, che di simili non si vegghino nelle nostre nugole. Il che troveremo discorrendo in tal guisa.

Le macchie solari si producono e si dissolvono in termini più e men brevi; si condensano alcune di loro e si distraggono grandemente da un giorno all’altro; si mutano di figure, delle quali le più sono irregolarissime, e dove più e dove meno oscure; ed essendo o nel corpo solare molto a quello vicine, è necessario che siano moli vastissime; sono potenti, per la loro difforme opacità, ad impedir più e meno l’illuminazion del Sole; e se ne producono talora molte, tal volta poche, ed anco nessuna. Ora, moli vastissime ed immense, che in tempi brevi si produchino e si dissolvino, e che talora durino più lungo tempo e tal ora meno, che si distragghino e si condensino, che facilmente vadino mutandosi di figura, che siano in queste parti più dense ed opache, ed in quelle meno, altre non si trovano appresso di noi fuori che le nugole; anzi, che tutte l’altre materie sono lontanissime dalla somma di tali condizioni. E non è dubbio alcuno, che se la Terra fosse per sé stessa lucida, e che di fuori non li sopraggiugnesse l’illuminazione del Sole, a chi potesse da grandissima lontananza risguardarla, ella veramente farebbe simili apparenze: perchè, secondo che or questa ed or quella provincia fosse dalle nugole ingombrata, si mostrerebbe sparsa di macchie oscure, dalle quali, secondo la maggior o minor densità delle
2. Dopo movimento si legge in A, cancellato, quanto segue: (e questo anco non interamente sicuro). — 3. sumministrare, A, B. Dopo sumministrare si legge in A, cancellato, quanto segue: della quale non mi par che si debba far grande stima; sì come quando, ier esemplo, desiderando io di sapere qual sia la materia della Luna, mi vien detto che è una parte più densa del suo cielo. — 11. veggino, B, s; in B è corretto di mano di Galileo in vegghino. — 13. in tempi più, A — 21. e si risolvino, A, B; in B risolvino è corretto, forse di mano di Galileo, in dissolvino. — 24-25. anzi tutte. A, B — 27. sopragiungesse, s —
[p. 107 modifica]lor parti, verrebbe più o meno impedito lo splendor terrestre; onde esse dove più e dove meno oscure apparirebbono; vedrebbonsene or molte, or poche, ora allargarsi, ora ristringersi; e se la Terra in se stessa si rivolgesse, quelle ancora il suo moto seguirebbono; e per esser di non molta profondità rispetto all’ampiezza secondo la quale comunemente elle si distendono, quelle che nel mezzo dell’emisfero veduto apparirebbono molto larghe, venendo verso l’estremità parrebbono ristringersi: ed in somma accidente alcuno non credo che si scorgesse, che simile non si vegga nelle macchie solari. Ma porlo che la Terra è oscura, e l’illuminazione viene dal lume esterno del Sole, se ora potesse da lontanissimo luogo esser veduta, non si vedrebbe assolutamente in lei negrezza o macchia alcuna cagionata dallo spargimento delle nugole, perchè queste ancora riceverebbono e refletterebbono il lume del Sole. Della mutazion poi di figura, della irregolarità e della dispari densità, prendane V.S. questi due essempli. Osservazioni delle mutazioni di densità e figura delle macchie e sua irregolarità.

La macchia A, che il dì 5 d’Aprile passato, nel tramontar del Sole, si vedeva tenuissima e poco oscura, il giorno seguente si vidde, pur nel tramontar del Sole, come la macchia B cresciuta in scurità e mutata di figura, ed il giorno settimo fu simile alla figura C, e la positura loro fu sempre lontana dalla circonferenza del Sole.

Il giorno 26 dell’istesso mese, nel tramontar del Sole, cominciò ad apparir nella parte suprema della sua circonferenza una macchia simile alla D; la quale il giorno 28 era come la E, il 29 come la F, il 30 come la G, il primo di Maggio come la H, il 3° come la L: e furon le mutazioni delle macchie F, G, H, L fatte assai lontane dalla circonferenza del Sole, sì che l’esser diversamente vedute (il che appresso alla circonferenza, mediante lo sfuggimento della superficie globosa, fa gran diversità) non poteva cagionar tanta mutazione d’aspetto.
2-3. ora molte, or poche, or allargarsi, s — 17. dua, B, s — 30. il 3 come la L,s — 35. caggionar, s —
[p. 108 modifica]

Da queste osservazioni e da altre fatte, e da quelle che potranno di giorno in giorno farsi, manifestamente si raccoglie, ninna materia esser tra le nostre, che imiti più gli accidenti di tali macchie, che le nugole: e le ragioni che Apelle adduce per mostrar che le non possin esser tali, mi paiono di pochissima efficacia. Perchè al dir egli: «Chi porrebbe mai nubi intorno al Sole?», risponderei: «Quello che vedesse tali macchie, e che volesse dir qualche verisimile della loro essenza; perchè non troverà cosa alcuna da noi conosciuta che più le rassimigli». All’interrogazione ch’ei fa, quant’esse fussero grandi, direi: «Quali noi le veggiamo essere in comparazione del Sole; io grandi quanto quelle che talvolta occupano una gran provincia della Terra»; e se tanto non bastasse, direi due, tre, quattro e dieci volte tanto. E finalmente, al terzo impossibile ch’ei produce, come esse potessero far tant’ombra, risponderei, la lor negrezza esser minore di quella che ci rappresenterebbono le nostre nugole più dense, quando tra l’occhio nostro ed il Sole fossero interposte: il che si potrà osservare benissimo, quando tal volta una delle più oscure nugole ricuopre una parte del Sole, e che nella parte scoperta vi sia alcuna delle macchie, perchè si scorgerà tra la negrezza di questa e di quella non piccola differenza, ancor che l’estremità della nugola, che traversa il Sole, non possa esser di gran profondità; perlochè possiamo arguire che una crassissima nugola potrebbe far una negrezza molto maggiore di quella delle più scure macchie. Ma quando pur ciò non fosse, chi ci vieterebbe il credere e dire, alcuna delle nubi solari esser più densa e profonda delle terrene?

Io non per questo affermo, tali macchie esser nugole della medesima sustanza delle nostre, costituite da vapori aquei sollevati dalla Terra ed attratti dal Sole; ma solo dico che noi non aviamo cognizione di cosa alcuna che più le rassimigli: siano poi o vapori, esalazioni, o nugole, o fumi prodotti dal corpo solare, o da quello attratti da altre bande, questo a me è incerto, potendo esser mille altre cose impercettibili da noi. Il nome di stelle non conviene alle macchie.

Dalle cose dette si può raccòrre, come a queste macchie mal convenga il nome di stelle: poi che le stelle, o siano fisse o siano erranti,
7-8. della sua essenza, A, B, s; in A sua è corretto, di mano di Galileo, in loro. — 8. da noi conosciuta manca in B e nella stampa; è aggiunto in margine, di mano di Galileo, in A. — 19-20. di quella differenza non piccola (picciola, s). A, B, s; in A Galileo corresse non piccola differenza. — 27. constituite, B, s — 29. più li rassomigli, s —
[p. 109 modifica]mostrano di mantener sempre la loro figura, e questa essere sferica; non si vede che altre si dissolvine ed altre di nuovo si produchino, ma sempre si conservano le medesime; ed hanno i movimenti loro periodici, li quali dopo alcun determinato tempo ritornano: ma queste macchie non si vede che ritornino le medesime, anzi all’incontro alcune si veggono dissolvere in faccia del Sole; e credo che in vano si aspetti il ritorno di quelle che par ad Apelle che possine rivolgersi intorno al Sole in cerchi molto angusti. Mancano, dunque, delle principali condizioni che competono a quei corpi naturali a i quali noi abbiamo attribuito il nome di stelle. Che poi le si debbino chiamare stelle perchè son corpi opachi e più densi della sostanza del cielo, e però che resistine al Sole, e da quello grandemente venghino illustrate in quella parte ch’è percossa da i raggi, e dall’opposta produchino ombra molto profonda etc, queste son condizioni che competono ad ogni sasso, al legno, alle nugole più dense, ed in somma a tutti i corpi opachi: ed una palla di marmo resiste per la sua opacità al lume del Sole, da quello viene illustrata, come la Luna o Venere, e dalla parte opposta produce ombra, tal che per questi rispetti potrebbe nominarsi una stella; ma perchè gli mancano l’altre condizioni più essenziali, delle quali sono altresì spogliate le macchie solari, però par che il nome di stella non deva esserli attribuito. Io non vorrei già, che Apelle annumerasse in questa schiera, come egli fa, i compagni di Giove (credo che voglia intender de’ quattro pianeti Medicei); perchè loro si mostrano costantissimi come ogn’altra Pianeti Medicei costantissimi; si eclissano; hanno periodi ordinati, già ritrovati dall’Autroestella, sempre lucidi, eccetto che quando incorrono nell’ombra di Giove, perchè allora s’eclissano, come la Luna in quella della Terra; hanno i lor periodi ordinatissimi e tra di loro differenti, e già da me precisamente ritrovati; né si muovono in un cerchio solo, come Apelle mostra o d’aver creduto o almeno pensato che altri abbino creduto, ma hanno i lor cerchi Medicei hanno moti ne’ suoi cerchi distinti distinti e di grandezze diverse, intorno a Giove come lor centro, le quali grandezze ho parimente ritrovate; come anco mi son note le cause del quando e perchè or l’uno or l’altro di loro declina o verso borea verso austro in relazione a Giove, e forse potrei aver le risposte all’obiezzioni che Apelle accenna cadere in questa materia, quando
7. ad Apelle manca in B e nella stampa. — 9. competeno, s — 14. etc. manca in B e nella stampa, — 22. in questa classe, A, B; in B classe è corretto, di mano di Galileo, in schiera. — 34. Appelle, s —
[p. 110 modifica]ei l’avesse specificate. Ma che tali pianeti siano più de i quattro sin qui osservati, come Apelle dice di tener per certo, forse potrebbe esser vero; e l’affermativa così resoluta di persona, per quel ch’io stimo, molto intendente, mi fa creder ch’io ne possa aver qualche gran coniettura, della quale io veramente manco: e però non ardirei d’affermare cosa alcuna, perchè dubiterei di non m’aver poi col tempo a disdire. E per Stelle laterali di Saturno scoperte dall’Autore, e loro condizioni questo medesimo rispetto non mi risolverei a porre intorno a Saturno altro che quello che già osservai e scopersi, cioè due piccole stelle, che lo toccano una verso levante e l’altra verso ponente, nelle quali non s’è mai per ancora veduta mutazione alcuna, nè resolutamente è per vedersi per l’avvenire61, se non forse qualche stravagantissimo accidente, lontano non pur da gli altri movimenti cogniti a noi, ma da ogni nostra immaginazione. Ma quella che pone Apelle, del mostrarsi Saturno ora oblongo ed or accompagnato con due stelle a i Diversità nel veder Saturno cagionata da difetto fianchi, creda pur V. S. ch’è stata imperfezzione dello strumento o dell’occhio del riguardante; perchè, sendo la figura di Saturno così ??, come mostrano alle perfette viste i perfetti strumenti, dove manchi tal perfezzione apparisce così ??62, non si distinguendo perfettamente la separazione e figura delle tre stelle. Ma io, che mille volte in diversi tempi con eccellente strumento l’ho riguardato, posso assicurarla che in esso non si è scorta mutazione alcuna: e la ragione stessa, fondata sopra l’esperienze che aviamo di tutti gli altri movimenti delle stelle, ci può render certi che parimente non vi sia per essere; perchè, quando in tali stelle fosse movimento alcuno simile a i movimenti delle Medicee o di altre stelle, già doveriano essersi separate totalmente congiunte con la principale stella di Saturno,{{Vp|

1. più di quattro, s — 17-18. dove manca tal, s — 23-24. certi di questo, A, B; in B di questo è corretto, di mano di Galileo, in che parimente non vi sia per essere. — 24. in tali stelle è stato corretto da Galileo nel cod. A in nelle stelle Saturnie. — 26. la principale stella di Saturno è stato corretto da Galileo nel cod. A in la stella principale. — [p. 111 modifica]quando anche il movimento loro fosse mille volte più tardo di qualsivoglia altro di altra stella che vadia vagando per lo cielo.

A quello che da Apelle vien posto per ultima conclusione, cioè che tali macchie siano più presto stelle erranti che fisse, e che tra il Sole e Mercurio e Venere ce ne siano assaissime, delle quali quelle sole ci si manifestino che s’interpongono tra il Sole e noi; dico, quanto alla prima parte, che non credo che le siano nè erranti nè fisse nè Macchie non sono stelle. nè meno che si muovine intorno al Sole in cerchi separati e lontani da quello; e se ad un amico e padrone dovessi dir in confidenza l’opinion mia, direi che le macchie solari si producessero e dissolvessero Che crede d’esse. intorno alla superficie del Sole, e che a quella fossero contigue, e che il medesimo Sole, rivolgendosi in sè stesso in un mese lunare in circa, le portasse seco, e forse riconducendone tal volta alcuna di loro di più lunga durazione che non è il tempo d’una sua conversione, ma tanto mutate di figura e di accompagnature, che non possiamo agevolmente riconoscerle: e per quanto sin ora s’estende la mia coniettura, ho grande speranza che V. S. abbia a vedere questo negozio terminato in questo che gli ho accennato. Che poi possa essere qualche altro pianeta tra il Sole e Mercurio, il quale si vadia movendo intorno al Sole, ed a noi resti invisibile per le sue piccole digressioni e solo potesse farcisi sensibile quando passasse linearmente sotto il disco solare, ciò non ha appresso di me improbabilità alcuna, e parmi egualmente credibile che non vene siano e che vene siano: ma non crederei già gran moltitudine, perchè se fossero in gran numero, Poche stelle possono esser tra ’l Solo e Mercurio, e Mercurio e Venere. ragionevolmente spesso se ne doverebbe vedere alcuno sotto il Sole, il che a me sin ora non è accaduto, nè vi ho veduto altro che di queste macchie; e non ha del probabile che tra quelle possa esser passata alcuna sì fatta stella, ben che questa ancora fosse per mostrarsi, quant’all’aspetto, in forma d’una macchia nera. Non ha, dico, del probabile, perchè il movimento suo deverebbe apparire uniforme, e velocissimo rispetto a quel delle macchie: velocissimo, perchè, movendosi in cerchio minore di quello di Mercurio, è verisimile, secondo l’analogia de i movimenti di tutti gli altri pianeti, che’l suo periodo
1. Nel cod. A Galileo aggiunse, interlinearmente, ben prima di mille. — 8-18. Da ne meno a accennato nel cod. A è sostituito in margine al seguente tratto cancellato: e che invano si aspetti il ritorno loro, perchè, come di sopra ho detto, continuamente se ne vanno producendo e dissolvendo. — 10-11. risolvessero, A, B, s; nell’Erratacorrige della stampa è corretto in dissolvessero. —
[p. 112 modifica]fosse più breve ed il suo moto più veloce del moto e del periodo di Mercurio; il qual Mercurio nel passar sotto il Sole traversa il suo disco in 6 ore in circa, tal che altro pianeta più veloce di moto non gli doverebbe restar congiunto per più lungo spazio; se già non si volesse far muovere in un cerchio così piccolo, che quasi toccasse il corpo solare, il che par che avesse poi troppo del chimerico; ma in cerchi pur che fussero di diametro due o tre volte maggior del diametro del Sole, seguirebbe quanto ho detto: ora le macchie restano molti giorni congiunte col Sole: adunque tra loro, o sotto loro spezie, non è credibile che passi pianeta alcuno. Il quale, oltre alla velocità, doverebbe ancora muoversi quasi uniformemente, sendo però per qualche spazio notabile distante dal Sole; perchè poca parte del suo cerchio resterebbe sottoposta al Sole, e quella poca, diretta e non obliquamente opposta a i raggi dell’occhio nostro; per lo che parti eguali di lei sarebbon vedute sotto angoli insensibilmente diseguali, cioè quasi eguali, onde il moto in essa apparirebbe uniforme: il che non accade nel moto delle macchie, le quali velocemente trapassano le parti di mezzo, e quanto più sono vicine alla circonferenza, tanto più pigramente caminano. Poche, dunque, in numero possono essere verisimilmente le stelle che tra il Sole e Mercurio vadano vagando, e meno tra Mercurio e Venere: perchè, avendo queste necessariamente le lor massime digressioni maggiori di quelle di Mercurio, doverebbono, nella guisa di Venere e dell’istesso Mercurio, esser visibili, come splendide, e massime sendo poco distanti dal Sole e dalla Terra; sì che per la poca lontananza da noi e per l’efficace illuminazione del Sole vicino si farebbono vedere, mediante la vivezza del lume, quando ben fossero piccolissime di mole. Io conosco d’aver con gran lunghezza di parole e con poca resoluzione soverchiamente tediato V. S. Illlustrissima. Riconosca nella lunghezza il gusto che ho di parlar seco, ed il desiderio di obedirla e servirla, pur che le forze me ’l permettessero; e per questi rispetti perdoni la troppa loquacità, e gradisca la prontezza dell’affetto: la irresoluzione resti scusata per la novità e difficoltà della materia, nella quale i vari pensieri e le diverse opinioni che per la fantasia sin ora mi son passate, or trovandovi assenso or repugnanza e contradizzione, m’hanno reso in guisa timido e perplesso, che non ardisco quasi d’aprir bocca
11-12. per qualche notabile intervallo distante, A — 33. difficultà, s —
[p. 113 modifica]per affermar cosa nessuna. Non per questo voglio disperarmi ed abbandonar l’impresa, anzi voglio sperar che queste novità mi abbino mirabilmente a servire per accordar qualche canna di questo grand’organo discordato della nostra filosofia; nel qual mi par vedere molti organisti affaticarsi in vano per ridurlo al perfetto temperamento, e questo perchè vanno lasciando e mantenendo discordate tre o quattro delle canne principali, alle quali è impossibile cosa che l’altre rispondino con perfetta armonia.

Io desidero, come servitore di S. V., esser a parte dell’amicizia che tien con Apelle, stimandolo io persona di sublime ingegno ed amator del vero: però la supplico a salutarlo caramente in mio nome, facendogl’intendere che fra pochi giorni gli manderò alcune osservazioni osservazioni Osservazioni e disegni delle macchie da mandarsi. e disegni delle macchie solari d’assoluta giustezza, sì nelle figure d’esse mandarsi, macchie come ne’ siti di giorno in giorno variati, senza error d’un minimo capello, fatte con un modo esquisitissimo ritrovato da un mio discepolo, le quali potranno essergli per avventura di giovamento nel filosofare circa la loro essenza. È tempo di finir di noiarla: però, baciandogli con ogni riverenza le mani, nella sua buona grazia mi raccomando, e dal Signore Dio gli prego somma felicità.

Dalla Villa delle Selve, li 4 di Maggio 1612.
Di V. S. Illustrissima


Devotissimo Servitore

Galileo Galilei L.

1-2. Abandonar, B, s — 23. Nel cod. A manca L..
[p. 114 modifica]


SECONDA LETTERA

DEL SIG. MARCO VELSERI AL SIG. GALILEO GALILEI




Molto Illustre ed Eccellentissimo Sig. Osservandissimo,
Grossa usura paga V. S. per dilazione di poco tempo, mandandomi in risposta di poche righe di lettera sì copioso e diffuso discorso. Lo lessi, anzi, posso dire, lo divorai, con gusto pari all’appetito e desiderio che ne aveva; e le affermo che mi servì d’alleviamento di una lunga e dolorosa indisposizione che mi travaglia straordinariamente nella coscia sinistra, non avendo sin ora i medici saputo trovarvi efficace rimedio, anzi avendomi detto uno de’ principali in termini molto chiari, che i primi della professione avevano lasciato scritto di questo male: Alii aegre curantur, alii omnino non curantur: di che conviene rimettersi alla paterna disposizione della bontà d’Iddio: Dominus est; faciat quod est bonum in oculis suis. Ma troppo mi diffondo in materia maninconica. Torno a dire che il discorso mi fu caro sopra modo, e, per quel poco ch’io posso discernere in questo proposito, mi pare scritto con sì buone e fondate ragioni, spiegate modestissimamente, che Apelle, con tutto che V. S. contradica per lo più alla sua opinione, se ne debbe stimare onorato molto. Ci vorrà del tempo a farlo capace del contenuto, poi che non intende la lingua italiana, e gl’interpreti intendenti della professione, come il bisogno richiede, non sono sempre alla mano; ma si cercherà di superare ancora questa difficoltà. Ho scritto al Clarissimo Sig. Sagredi, e lo replico a lei, che se io fussi in città dove si ritrovassero stampatori italiani, spererei d’impetrare dalla gentilezza di V. S. di poter publicar subito questa fatica, credendo di poterlo fare sicuramente; poi che essa procede con maniera tanto giudiziosa e circospetta, che quando bene si scuopra all’avvenire in questo proposito cosa alla quale di presente noi non pensiamo, non sarà mai tassata di precipitanza nè di aver affermato cose dubbie per certe: e sarebbe benefizio publico che di mano in mano uscissero trattatelli circa questi novi trovati, per tenerne la memoria fresca e per potere inanimire maggiormente altri ad applicarvi la loro industria,
1-2. Manca in A e B. In B si legge sul margine, di pugno di Galileo: lettera seconda, da mettere avanti la mia seconda, insieme con la terza del medesimo Sig. Velsero. — 9. de principali d’essi, A — 20. Ho scritto al Sig. Sagredi, A — 23-24. circonspetta, s — 27. nuovi, B — 28. e per inanimar, A —
[p. 115 modifica]essendo impossibile che tanto gran macchina sia sostentata dalle spalle di una sola persona, quantunque gagliarda. Prometterò ad Apelle, sopra la parola di V. S., le osservazioni e disegni delle macchie solari di assoluta giustezza, che so da lui saranno stimate come un tesoro. Io per ora non mi posso più diffondere, e resto con baciarle la mano e pregarle ogni bene.
Di Augusta, il primo di Giugno 1612.
Di V. S. molto Illustre ed Eccellentissima


Servitore Affezzionatissimo

Marco Velseri.






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SECONDA LETTERA

DEL SIG. GALILEO GALILEI AL SIG. MARCO VELSERI

DELLE MACCHIE SOLARI.




Illustrissimo Sig. e Padron Colendissimo,


Inviai più giorni sono una mia lettera assai lunga a V. S. Illustrissima, scritta in proposito delle cose contenute nelle tre lettere del finto Apelle, dove promossi quelle difficoltà che mi ritraevano dal prestar assenso alle opinioni di quello autore, e più le accennai in parte dove inclinava allora il mio pensiero; dalla quale inclinazione io non pure da quel tempo in qua non mi sono rimosso, ma totalmente Confermazione delle cose accennate nella prima. mi vi sono confermato, mostrandomi le continuate osservazioni di giorno in giorno, con ogni rincontro possibile ad aversi e col mancamento di qualsivoglia contradizzione, essersi la mia opinione incontrata col vero: di che mi è parso darne conto a V. S., con l’occasione del mandargli alcune figure di esse macchie con giustezza disegnate, ed anco il modo del disegnarle, insieme con una copia di un mio trattatello intorno alle cose che stanno sopra l’acqua o che in essa descendono, che pur ora si è finito di stampare.

Replico dunque a V. S. Illustrissima e più resolutamente confermo, che le macchie oscure, le quali col mezo del telescopio si scorgono Natura e accidenti delle macchie. nel disco solare, non sono altramente lontane dalla superficie di esso, ma gli sono contigue, o separate di così poco intervallo, che resta del tutto impercettibile: di più, non sono stelle o altri corpi consistenti e di diuturna durazione, ma continuamente altre se ne producono ed altre se ne dissolvono, sendovene di quelle di breve durazione, come di uno, due o tre giorni, ed altre di più lunga, come
1-3. Lettera seconda delle Macchie Solari, A; in B manca ogni titolo. — 26. due, tre giorni, B, s —
[p. 117 modifica]di 10, 15 e, per mio credere, anco di 30 e 40 e più, come appresso dirò: sono per lo più di figure irregolarissime le quali figure si vanno mutando continuamente, alcune con preste e differentissime mutazioni, Mutazioni. ed altre con più tardezza e minor variazione: si vanno ancora alterando nell’incremento e decremento dell’oscurità, mostrando come tal ora si condensano e tal ora si distraggono e rarefanno: oltre al mutarsi in diversissime figure, frequentemente si vede alcuna di loro dividersi in tre o quattro, e spesso molte unirsi in una, e ciò non tanto vicino alla circonferenza del disco solare, quanto ancora circa le parti di mezo: oltre a questi disordinati e particolari movimenti, Moti particolari disordinati. di aggregarsi insieme e disgregarsi, condensarsi e rarefarsi e cangiarsi di figure, hanno un massimo comune ed universal moto col quale uniformemente ed in linee tra di loro parallele vanno discorrendo il corpo del Sole: da i particolari sintomi del qual movimento si viene in cognizione, prima, che il corpo del Sole è assolutamente sferico; secondariamente, ch’egli in sè stesso e circa il proprio centro si raggira, portando seco in cerchi paralleli le dette macchie, e finendo una intera conversione in un mese lunare in circa, con rivolgimento simile a quello de gli orbi de i pianeti, cioè da occidente verso oriente. Di più, è cosa degna di esser notata come la moltitudine delle macchie par che caschi sempre in una striscia o vogliamo dir zona del corpo Zona delle macchie nel corpo solare. solare, che vien compresa tra due cerchi che rispondono a quelli che terminan le declinazioni de i pianeti, e fuori di questi limiti non mi par di aver sin ora osservata macchia alcuna, ma tutte dentro a tali confini; sì che nè verso borea nè verso austro mostrano di declinar dal cerchio massimo della conversion del Sole più di 28 o 29 gradi in circa. Le loro differenti densità e negrezze, le mutazioni di figure e gli accozzamenti e le separazioni sono per sè stesse manifeste al senso, senz’altro bisogno di discorso; onde basteranno alcuni semplici rincontri di tali accidenti sopra i disegni che gli mando, li quali faremo più a basso: ma che le siano contigue al Sole e che al rivolgimento di quello venghino portate in giro, ha bisogno che la ragione discorrendo lo deduca e concluda da certi particolari accidenti che le sensate osservazioni ci somministrano.
25-26. In luogo di dal cerchio massimo... Sole nel cod. A Galileo dapprima aveva scritto: dal cerchio rispondente all’equinoziale; poi cancellò, e corresse conforme alla lezione della stampa. Così pare prima aveva scritto: più di 50 o 5; poi cancellò 50 o 5, correggendo 28 e 29.—
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E prima, il vederle sempre muoversi con un moto universale e comune a tutte, ancor che in numero ben spesso siano più di 20 ed ancor 30, era fermo argomento, una sola esser la causa di tale apparente mutazione, e non che ciascheduna da per sè andasse vagando nella guisa de i pianeti intorno al corpo solare, e molto meno in diversi cerchi e diverse distanze dal medesimo Sole; onde si doveva necessariamente concludere, o che elle fossero in un orbe solo, il quale a guisa di stelle fisse le portasse intorno al Sole, o vero che le fossero nell’istesso corpo solare, il quale, rivolgendosi in sè stesso, seco le conducesse. Delle quali due posizioni, questa seconda, per mio parere, è vera, e l’altra falsa; sì come falsa ed impossibile si troverà esser qualsivoglia altra posizione che assumere si volesse, come tenterò di dimostrare col mezo di manifeste repugnanze e contradizzioni.

All’ipotesi che le siano contigue alla superficie del Sole e che dal rivolgimento di quello venghino portate in volta, rispondono concordemente tutte l’apparenze, senza che s’incontri inconveniente o difficoltà Descrizione della sfera solare. veruna. Per il che dichiarar, è ben che determiniamo nel globo nel globo del Sole i poli, i cerchi, le lunghezze e le larghezze, conformi a quelle che noi intendiamo nella celeste sfera. Però, dunque, quando il Sole si rivolga in sè stesso e sia di superficie sferica, i due punti stabili si diranno i suoi poli, e tutti gli altri punti notati nella sua superficie descriveranno circonferenze di cerchi paralleli fra di loro, maggiori minori secondo la maggiore o minore distanza da i poli; e massimo sarà il cerchio di mezzo, egualmente distante da ambedue i poli. La longitudine o lunghezza della superficie solare sarà la dimensione che si considera secondo l’estensione delle circonferenze de’ cerchi detti; ma la latitudine o larghezza sarà la dilatazione per l’altro verso, cioè dal cerchio massimo verso i poli: onde la lunghezza delle macchie si chiamerà la dimensione presa con una linea parallela a i sopradetti cerchii, cioè presa per quel verso secondo ’l quale si fa la conversione del Sole; e la larghezza s’intenderà esser quella che s’estende verso i poli, e che vien determinata da una linea perpendicolare alla linea della lunghezza.

Dichiarati questi termini, cominceremo a considerar tutti i particolari accidenti che si osservano nelle macchie solari, da i quali si possa venire in cognizione del sito e movimento loro. E prima, il
20. i duoi punti, s —
[p. 119 modifica]mostrarsi generalmente le macchie, nel lor primo apparir e nell’ultimo occultarsi vicino alla circonferenza del Sole, di pochissima lunghezza, ma di larghezza eguale a quella che hanno quando sono nelle parti più interne del disco solare; a quelli che intenderanno, in virtù di perspettiva, ciò che importi lo sfuggimento della superficie sferica vicino all’estremità dell’emisfero veduto, sarà manifesto argomento sì della globosità del Sole, come della prossimità delle macchie alla Prossimità delle macchie al globo solare, e moto sopr’esso. solar superficie, e del venir esse poi portate sopra la medesima superficie verso le parti di mezo, scoprendosi sempre accrescimento nella lunghezza e mantenendosi la medesima larghezza. E se bene non tutte si mostrano, quando sono vicinissime alla circonferenza, egualmente attenuate e ridotte a una sottigliezza d’un filo, ma alcune formano il loro ovato più gracile ed altre meno, ciò proviene perchè le non sono semplici macchie superficiali, ma hanno grossezza ancora, Macchie hanno grossenza e profondità o vogliamo dir altezza, ed altre maggiore, altre minore; si come nelle nostre nugole accade, le quali, distendendosi per lo più, quanto alla lunghezza e larghezza, decine e tal or centinaia di miglia, quanto poi alla grossezza son ben or più ed or meno profonde, ma non si vede che tal profondità passi molte centinaia o al più migliaia di braccia. Così, potendo esser la grossezza delle macchie solari, ancor che picciola in comparazione dell’altre due dimensioni, maggiore in una macchia e minore in un’altra, accaderà che le macchie più sottili, vicine alla circonferenza del Sole, dove vengono vedute per taglio, si mostrino gracilissime (e massime perchè la metà interiore di esso taglio viene illustrata dal lume prossimo del Sole), ed altre di maggior profondità apparischino più grosse. Ma che molte di loro si riducessero alla sottigliezza di un filo, come l’esperienza ci insegna, ciò non potrebbe in conto alcuno accadere se il movimento col quale mostrano di traversare il disco del Sole fosse fatto in cerchii lontani, ben che per breve intervallo, dal globo solare; perchè la diminuzion grande delle lunghezze si fa su lo sfuggimento massimo, cioè su la svolta del cerchio, la quale verrebbe a cascar fuori del corpo del Sole, quando le macchie fossero portate in circonferenze per qualche spazio notabile lontane dalla superficie di lui. Notasi, nel secondo luogo, la quantità de gli spazii apparenti secondo i quali le macchie medesime mostrano di andarsi movendo di
15. maggiore, ed altre minore, s —
[p. 120 modifica]giorno in giorno; ed osservasi che gli spazii passati in tempi eguali dalla medesima macchia appariscono sempre minori, quanto più si trovano vicini alla circonferenza del Sole; e vedesi, diligentemente osservando, che tali diminuzioni ed incrementi, notati l’un dopo l’altro con l’interposizione di tempi eguali, molto proporzionatamente rispondono a i sini versi e loro eccessi congruenti ad archi eguali: il qual fenomeno non ha luogo in verun altro movimento che nel circolar contiguo all’istesso Sole; perchè in cerchii, ancor che non molto, lontani dal globo solare, gli spazii passati in tempi eguali incontro alla superficie del Sole apparirebbono pochissimo tra di loro differenti. Il terzo accidente, che mirabilmente conferma questa conclusione, si cava da gl’interstizii che sono tra macchia e macchia, de i quali altri si mantengono sempre gli stessi, altri grandissimamente si agumentano verso le parti di mezo del disco solare, li quali furon avanti, e son poi dopo, brevissimi, ed anco quasi insensibili vicino alla circonferenza, ed altri pur si mutano, ma con mutazioni differentissime; tuttavia son tali, che simili non potrebbono incontrarsi in altro moto che nel circolare, fatto da diversi punti diversamente posti sopra un globo che in sè stesso si converta. Le macchie che hanno la medesima declinazione, cioè che sono poste nell’istesso parallelo, nel primo apparire par quasi che si tocchino, quando la lor vera distanza sia breve; che se sarà alquanto maggiore, appariranno ben separate, ma più vicine assai che quando si trovano verso il mezo del disco solare; e secondo che si discostano dalla circonferenza, vengono separandosi ed allontanandosi l’una dall’altra sempre più, sin che si trovano con pari distanze remote dal centro del disco, nel qual luogo è la lor massima separazione; d’onde partendosi, tornano di nuovo a ravvicinarsi tra di loro più e più, secondo che s’appressano alla circonferenza63: e se con accuratezza si noteranno le proporzioni di
9-10. in tempi eguali apparirebbono pocchissimo tra di loro differenti incontro alla superficie del Sole, B, s. In A Galileo aveva scritto dapprima: in tempi eguali apparirebbono pochissimo tra di loro differenti, quelli però che venissero notati nel disco del Sole; poi corresse conforme abbiamo dato nel testo. — 23. truovano, s — 25-27. In luogo di sin che...separazione, in A Galileo aveva scritto dapprima: sin che hanno passato una quarta di cerchio; poi cancellò, e sostituì sin che ’l centro del disco solare risponde al punto di mezo della loro distanza; da ultimo, cancellando ancora, corresse conforme alla lezione della stampa. —
[p. 121 modifica]tali appressamenti e discostamenti, si vedrà che parimente non possono aver luogo se non in movimenti fatti sopra l’istessa superficie del globo solare. E perchè questa ragione è potentissima, sì che essa sola basterebbe a dimostrar l’essenza di questo punto, io voglio dare a V. S. un metodo prattico, che gli dichiari più apertamente l’intenzione mia, e nell’istesso tempo gli manifesti la verità di essa. E prima, deve V. S. notare, ch’essendo la distanza tra ’l Sole e noi Si dimostra che le macchie non hanno distanza sensibile dal Sole. grandissima, in proporzione del diametro del corpo di quello, l’angolo contenuto da i raggi prodotti dall’occhio nostro all’estremità di detto diametro vien tanto acuto, che ben possiamo senza errore sensibile prender tali raggi come se fossero linee parallele. In oltre, essendo che non qualsivoglia due macchie indifferentemente prese sono accomodate a far l’esperienza che io intendo, ma solamente quelle che vengono portate nell’istesso parallelo, però doviamo far eletta di due in tal guisa condizionate; le quali conosceremo esser tali, tuttavolta che nel lor movimento passano amendue per l’istesso centro del disco solare, o vero da esso egualmente lontane e verso l’istesso polo. Tale accidente alcune volte s’incontra, come avviene delle due macchie A,B della figura del dì primo di Luglio, delle quali la B passa il dì secondo vicino al centro, e la A passa in simil distanza il giorno 7, ed amendue con declinazione boreale; e perchè tal distanza dal centro è assai picciola, il parallelo descritto da loro è quasi insensibilmente minore del cerchio massimo. Però s’imagini primieramente V. S. la linea GZ, la quale ci rappresenti la lontananza del Sole; e sia Z l’occhio nostro, e G il centro del Sole, circa il quale sia descritto il mezo cerchio CDE, di semidiametro eguale o pochissimo minore del semidiametro de i cerchi ne i quali io noto le macchie, sì che la circonferenza CDE rappresenterà quella che vien descritta dalle macchie A,B, la quale all’occhio lontanissimo Z, e che è nell’istesso piano del cerchio CLE, si rappresenterà retta, e la medesima che il diametro CGE (e questo dico, perchè dalle osservazioni che ho potute far sin qui, non comprendo che la conversione delle macchie sia obliqua al piano dell’eclittica, sotto la quale è la Terra); prendasi poi la distanza della macchia A dalla circonferenza a sè prossima, e si trasporti in CF, e per il punto F sia tirata la perpendicolare alla CG, che sia FH, la quale sarà parallela alla GDZ,
21. con inclinazion (inclinazione, s) boreale, B, s —
[p. 122 modifica]e sarà il raggio visuale che va dall’occhio alla macchia A, la quale, apparendoci nel punto F del diametro del Sole CE, verrà ad esser in H; piglisi dipoi l’intervallo tra le due macchie A, B, e si trasporti nel diametro CE da F in I, e similmente si ecciti la perpendicolare IL, che sarà il raggio visivo della macchia B, e la linea FI la distanza apparente tra le macchie A,B: ma l’intervallo vero sarà determinato dalla linea HL, suttendente all’arco HL; ma come quella che vien compresa tra i raggi FH, IL, e vien veduta obliquamente mediante la sua inclinazione, non apparisce d’altra grandezza che la FI. Ma quando, per la conversion del Sole, i punti H, L calando verso E comprenderanno in mezzo il punto D, che all’occhio Z appar l’istesso che il centro G, allora le due macchie A, B, vedute non più in scorcio, ma in faccia, appariranno lontane quanto è la so sottesa HL, se però il sito di esse macchie è nella superficie del Sole. Ora guardisi la figura del quinto giorno, nella quale le medesime due macchie A, B sono quasi egualmente lontane dal centro, e troverassi la loro distanza precisamente eguale alla suttesa HL; il che in modo alcuno accader non potrebbe se il rivolgimento loro si facesse in un cerchio quanto si voglia remoto dalla superficie del Sole. Il che si proverà così.
3. pigliasi, s —
[p. 123 modifica] Pongasi, per essemplo, l’arco MNO lontano dalla superficie del Sole, cioè dalla circonferenza CHL, solamente la vigesima parte del diametro del globo solare; e prolungate le perpendicolari FH in N e la IL in O, è manifesto che quando le macchie A,B si movessero per la circonferenza MNO, la macchia A sarebbe apparsa in F quando ella fosse stata in N, e similmente la macchia B per apparire in I bisogneria che la fosse in O, onde il lor vero intervallo sarebbe quanto è la retta suttendente NO, la quale è molto minore della HL; per lo che, trasferite le macchie N,O verso E, sin che la linea GZ segasse in mezo e ad angoli retti la suttesa NO, sariano le macchie nella lor massima lontananza vera ed apparente minore assai della suttesa HL: al che repugna l’esperienza, la quale ce le mostra distanti tra di loro secondo la retta HL. Non son, dunque, le macchie lontane dalla superficie del Sole per la vigesima parte del suo diametro. E se con simile esame osserveremo le medesime macchie nel giorno ottavo, dove la B è vicina alla circonferenza, e trasporteremo la sua distanza da essa circonferenza dal punto E nell’S, tirando la perpendicolare ST sopra il diametro CE, sarà il punto T il sito di essa macchia nella superficie del Sole; e trasferendo di poi la distanza BA in SV, e producendo similmente la perpendicolare VX, troveremo l’intervallo TX (che è la vera distanza delle macchie B,A) essere l’istesso di HL: il quale accidente in modo alcuno non può aver luogo quando le macchie B,A procedessero in cerchii sensibilmente lontani dalla superficie del Sole. E notisi che quando si pigliassero due macchie meno distanti tra di loro e più vicine al termine C o vero E, tale accidente si farebbe molto più notabile. Imperò che, se fossero due macchie delle quali una fosse sul suo primo apparire nel punto C e l’altra apparisse in F, sì che la lor distanza apparente fosse CF, il vero intervallo tra esse, quando fossero nella superficie del Sole, sarebbe la suttesa HC, maggiore sette o più volte di CF: ma quando tali macchie fossero state in R,N, la loro reale distanza saria stata la suttesa RN, che è meno della terza parte della CH; laonde, trasferite tali macchie intorno al punto O, quando l’esperienza ci rappresentasse la lor distanza eguale alla CH, cioè maggiore sette volte della CF, e non eguale alla RN, che è a pena doppia della
3.prolongate, s — 4. muovessero, B, s — 6. la macchia B manca in A, B, s — 17. nel S, A,s — 33. transferite, B, s — punto D, quando, A, B, s —
[p. 124 modifica]medesima CF, non rimarria luogo di dubitare, le macchie essere contigue al Sole, e non remote. Ma si averanno esperienze le quali ci mostreranno, la suttesa CH, cioè la vera distanza delle macchie quando sono vicine al centro del disco solare, contenere non solo sette, ma dieci e quindici volte la prima apparente distanza CF; il che sarà quando le macchie siano realmente meno e meno distanti tra di loro, che non è la suttesa CH: il quale accidente non potria mai accadere quando bene la circonferenza MNZ fusse lontana dalla superficie del Sole la centesima parte del diametro solare, come appresso dimostrerò: adunque per necessaria conseguenza ne seguita, la distanza delle macchie dalla superficie del Sole non esser se non insensibile. E la dimostrazione di quanto pur ora ho detto, sarà tale.

Sia, per essempio, l’arco CH gr. 4; sarà la retta CF parti 24 di quali il semidiametro CG è 10000, e di tali sarà la suttesa CH 419, cioè diciassette volte maggiore della CF. Ma quando il semidiametro GM fosse maggiore solamente la centesima parte del semidiametro GC, sì che di quali parti GC è 10000, GM fosse 10100, si troverà l’arco MR esser gr. 8.4’, e l’arco NRM gr. 8.58’, e l’arco RN gr. 0.54’, e la sua corda 94 di quali la CF era 24, cioè maggiore di lei meno di 4 volte; dal che discorda l’esperienza, non meno che si accordi con l’altra posizione.

Potremo anco con l’istesso metodo veder di giorno in giorno gli accrescimenti e le diminuzioni de i medesimi intervalli rispondenti alle conversioni fatte solamente sopra la superficie del Sole. Imperò che prendasi la figura del terzo giorno di Luglio, e posta la distanza PC eguale alla remozione della macchia A dalla circonferenza del disco solare, pongasi poi parimente la linea PK eguale all’intervallo AB; e prodotte le due perpendicolari PQ,KY, troveremo la suttesa QY eguale alla HL: argomento irrefragabile della conversion fatta nella stessa superficie del Sole.

Dico di più, che tali macchie non solamente sono vicinissime, e forse contigue, alla superficie del Sole, ma, oltre a ciò, si elevano poco Grossezza delle macchie è poca. da quella, in quanto alla lor grossezza o vogliamo dire altezza; cioè dico che sono assai sottili, in comparazion della lunghezza e larghezza loro. Il che raccolgo dall’apparire che fanno i loro interstizii divisi
5. quindeci, s — 10. conseguenza n’è seguita, s — 15. diciasette, s — 17. GM fosse 101000, s — 29. argumento, s —
[p. 125 modifica]e distinti ben spesso sino all’ultimo lembo del disco solare, ancor che si osservino macchie poco tra loro distanti e poste nell’istesso parallelo, come accade delle 2 Y del giorno 26 di Giugno, le quali cominciano ad apparire, e ben che molto vicine all’estrema circonferenza del disco, tuttavolta l’una non occupa l’altra, ma scorgesi tra esse la separazione lucida: il che non avverrebbe quando esse fossero assai elevate e grosse, e massime essendo molto vicine tra di loro, come dimostran gli altri disegni seguenti de’ giorni 27 e 28. La macchia M parimente, composta di una congerie numerosa di macchie picciole, mostra le distinzioni tra esse sino all’ultima occultazione, ben che tutto l’aggregato vadia molto scorciando mediante lo sfuggimento della superficie globosa, come si vede ne i disegni de i medesimi giorni 26, 27 e 28. Ma qui potrebbe per avventura cadere in opinione ad alcuno, che tali macchie potessero essere semplici superficie o almeno di una sottigliezza grandissima, poi che nel ritrovarsi vicine alla circonferenza del disco non più scorciano gli spazii lucidi che tra quelle s’interpongono, che si diminuischino le lunghezze loro proprie; il che pare che accader non potesse quando la loro altezza fosse di qualche notabile momento. A questo rispondo, non esser tal consequenza necessaria; e questo perchè, quando bene la loro altezza sia notabile in comparazione della loro lunghezza o de gli spazii traposti tra macchia e macchia, tuttavia potrà apparir la distinzion lucida sino a gran vicinanza alla circonferenza, e ciò per lo splendore del Sole, che illustra per taglio le stesse macchie. Imperò che, se V. S. intenderà la superficie del Sole secondo l’arco AFB, e sopra di quella le due macchie C,DE, ed il raggio della vista secondo la linea retta OC, che venga così obliqua o inclinata che non possa scoprir punto la superficie del Sole segnata F, che resta interposta tra le due macchie; tuttavia le potrà scorger distinte, e non continuate come una sola, in virtù del canto D della macchia DE, il quale viene sommamente illustrato dal prossimo splendore della superficie F: oltre che l’occhio così obliquo scuopre alcuna parte della superficie del
5.disco, tutta via l’una non occupa ed asconde l’altra, A —
[p. 126 modifica]Sole, cioè quella che vien sottoposta alla macchia DE, la quale non vedeva mentre i raggi visivi andavano diretti. Avvertisco di più, che non tutte le macchie tra di sè vicinissime si mostrano separate sino all’ultima circonferenza, anzi alcune par che si unischino: il che può accadere talvolta per essere, la più remota dalla circonferenza, più grossa ed alta della più vicina; oltre che ci sono i movimenti lor proprii irregolati e vagabondi, che possono cagionare varie apparenze in questo Negrezza delle macchie si diminuisce nell'estremità del disco. particolare: ma noto bene universalmente, che la negrezza di tutte si diminuisce assai assai quando son vicine all’estremo termine del disco; il che accade, per mio parere, dallo scoprirsi il taglio illuminato e dallo ascondersi molto i dorsi oscuri delle macchie, le cui tenebre restano assai confuse a gli occhi nostri dalla copia della luce. Io potrei addurre a V. S. molti altri esempli, ma sarei troppo prolisso, e mi riserberò a scriverne più diffusamente in altro luogo; e voglio per ora contentarmi di avergli accennato il mio parere, nato dalla continuazione di molte osservazioni: che è in somma, che la lontananza delle macchie dalla superficie del Sole sia o nulla, o così poca che non possa cagionare accidente alcuno comprensibile da noi; e che la profondità o grossezza loro sia parimente poca in comparazion dell’altre due dimensioni, imitando anco in questo particolare le nostre maggiori nugolate. E questi sono gl’incontri che aviamo dalle macchie che si trovano nell’istesso parallelo. Le macchie poi che sono poste in diversi paralleli, ma sono, per così dire, sotto ’l medesimo meridiano, cioè che la linea che le congiugne, taglia i paralleli a squadra, e non obliquamente, non mutano distanza fra di loro, ma quella che ebbero nel loro primo comparire, vanno mantenendo sempre sino all’ultima64 Intervalli fra le macchie e loro differenze circa ’l mutarsi. occultazione: le altre poi che sono in diversi paralleli ed in diversi meridiani, vanno pur crescendo e poi diminuendo i lor intervalli, ma con maggiori differenze quelle che si rimirano più obliquamente, cioè che sono in paralleli più vicini ed in meridiani più remoti, e con minor varietadi all’incontro quelle che meno obliquamente sono tra
4. unischino; che, B, s — 20. immitando, B, s —
[p. 127 modifica]loro situate: e chi bene andrà commensurando tutte le simili diversità, troverà il tutto rispondere e con giusta simmetria concordar solamente con la nostra ipotesi, e discordar da qualunque altra.

Devesi però tuttavia avvertire, che non sendo tali macchie totalmente fisse ed immutabili nella faccia del Sole, anzi andandosi continuamente per lo più mutando di figura ed aggregandosi alcune insieme ed altre disgregandosi, può per simili picciolo mutazioni cagionarsi qualche poco di varietà ne i rincontri precisi delle narrate osservazioni; le quali diversità, per la lor picciolezza in proporzion della massima ed universal conversione del Sole, non dovran partorire scrupolo alcuno a chi giudiziosamente andrà, per così dire, tarando l’eguale e general movimento con queste accidentarie alter azioncelle.

Ora, quanto, per tutti questi rincontri, l’apparenze che si osservano nelle macchie, puntualmente rispondono all’esser loro contigue alla superficie del Sole, all’esser quella sferica, e non d’altra figura, ed all’esser dal medesimo Sole portate in giro dal suo rivolgimento in se stesso, tanto con incontri di manifeste repugnanze contrariano ad ogni altra posizione che si tentasse di dargli.65

Imperò che se alcuno volesse costituirle nell’aria, dove pare che Non sono nell’aria. altre impressioni simili a quelle continuamente si vadano producendo e dissolvendo, con accidenti conformi di aggregarsi e dividersi, condensarsi e rarefarsi, e con mutazioni di figure inordinatissime; prima, ingombrando esse molto piccoli spazii nel disco solare mentre fra l’occhio nostro e quello s’interpongono, ed essendo così vicine alla Terra, bisognerebbe che le fossero moli non maggiori di picciolissime nugolette, poi che ben minima domanderemo una nugola che non basti ad occultarci il Sole: e se così è, come in sì piccole moli sarà tal densità di materia che possa con tanta contumacia resistere alla forza de i raggi solari, sì che nè le penetrino col lume, ne le dissolvine per molti e molti giorni con la lor virtù? Come, generandosi nelle regioni circonvicine alla Terra, e, s’io bene stimo, per detto [p. 128 modifica]altrui forse delle evaporazioni di quella, come, dico, cascano tutte tra ’l Sole e noi, e non in altra parte dell’aria? poi che ninna se ne scorge sotto la faccia della Luna, illuminata, nè si vede separata dal Sole, in aspetto oscuro o vero illustrata da i suoi raggi, come delle nugole accade, delle quali continuamente ne veggiamo dell’oscure e dell’illuminate, intorno al Sole ed in ogni altra parte dell’aria? Più, scorgendo noi la materia di tali macchie esser per sua natura mutabile, poi che senza regola alcuna s’aggregano fra di loro e si separano, qual virtù sarà poi quella che gli possa communicare e con tanta regola contemperar il movimento diurno, sì che mai preterischino di accompagnare il Sole, se non quanto un movimento comune a tutte e regolato le fa trascorrere in 15 giorni in circa il disco solare, dove che l’altre aeree impressioni trascorrono in minimi momenti di tempo non pur la faccia del Sole, ma spazii molto maggiori?

A simili ragioni, come molto probabili, risponder non si può senza introdur grand’improbabilità. Ma ci restano le dimostrazioni necessarie e che non ammettono risposta veruna: delle quali una è il vedersi quelle, nel tempo medesimo, da diversi luoghi della Terra e molto tra di loro distanti, disposte con l’istesso ordine e nelle parti medesime del Sole, sì come per varii rincontri di disegni ricevuti da Sono lontanissime dalla Terra. diverse bande ho potuto osservare; argomento necessario della lor grandissima lontananza dalla Terra: al che con ammirabil assenso si accorda il cader tutte dentro a quella fascia del globo solare che risponde allo spazio della sfera celeste che vien compreso dentro a i tropici o, per meglio dire, dentro a i due paralleli che determinano le massime declinazioni de i pianeti; il che non devo io credere che sia particolar privilegio della città di Firenze, dove io abito, ma ben devo stimare che dentro a i medesimi confini siano vedute da ogni altro luogo, quanto si voglia più australe o boreale. Di più, il non fare altra mutazione di luogo sotto il disco solare che quella universale e comune a tutte le macchie, con la quale in 15 giorni in circa lo traversano, e quelle piccole ed accidentarie secondo le quali tal ora alcune si aggregano ed altre si separano, necessariamente convince a porle molto superiori alla Luna; perchè altramente, come ben nota ancora Apelle, bisognerebbe che nel tempo tra ’l nascere e ’l tramontar del Sole tutte uscissero fuori del disco solare mediante la
12.in circa al disco, s —
[p. 129 modifica]parallasse. E se pure alcuno volesse attribuir loro qualche movimento proprio, per il quale la diversità d’aspetto fosse compensata, non potrebbono le medesime macchie, vedute oggi da noi, tornar a mostrarsi dimane; il che è contro l’esperienza, poi che non pure ritornano a farsi vedere il secondo giorno, ma il terzo e quarto, e sino al quartodecimo. Son dunque le macchie, per necessarie dimostrazioni, superiori di Sono superiori alla Luna, nel cielo e nella superficie del Sole. assai alla Luna; ed essendo nella region celeste, niun’altra posizione che nella superficie del Sole, e niun altro movimento fuori che la conversion di quello in sè stesso, se gli può senz’altre repugnanze assegnare. Imperò che tra tutte l’imaginabili ipotesi, la più accomodata a satisfare alle apparenze narrate sarebbe il porre una sferetta tra il corpo solare e noi, sì che l’occhio nostro ed i centri di quella e del Sole fossero in linea retta, e, più, che il suo diametro apparente fosse eguale a quel del corpo solare, nella superficie della quale sfera si producessero e dissolvessero tali macchie, e dal rivolgimento della medesima in sè stessa venissero portate in volta: tal posizion, dico, che satisfarebbe alle sopradette apparenze, quando però se gli assegnasse luogo tanto superiore alla Luna, che fosse libero dall’oppugnazione delle parallassi, così di quella che depende dal moto diurno come dell’altra che nasce dalle diverse posizioni in Terra, e questo acciò che a tutte l’ore ed a tutti i riguardanti i centri di detta sfera e del Sole si mantenessero nella medesima linea retta; ma con tutto questo una inevitabil difficoltà ci convince, ed è che noi deveremmo vedere le macchie muoversi sotto il disco solare con movimenti contrarii: imperò che quelle che fossero nell’emisfero inferiore della imaginata sfera, si moverebbono verso il termine opposto a quello verso il quale caminassero l’altre, poste nell’emisfero superiore; il che non si vede accadere. Oltre che, sì come a gl’ingegni specolativi e liberi, che ben intendono non esser mai stato con efficacia veruna dimostrato, nè anco potersi dimostrare, che la parte del mondo fuori del concavo dell’orbe lunare non sia soggetta alle mutazioni ed alterazioni, ninna difficoltà o repugnanza al credibile ha apportato il veder prodursi e dissolversi tali macchie in faccia del Sole stesso; così gli altri, che vorrebbono la sustanza celeste inalterabile, quando si vegghino astretti da ferme e sensate esperienze
1.paralasse, A, B — 20. paralassi, A, B — 22. e da tutti, s — 25. doveremo, B; dovremo, s —
[p. 130 modifica]a porre esse macchie nella parte celeste, credo che poco fastidio di più gli darà il porle contigue al Sole che in altro luogo. Convinta che è di falsità l’introduzione di tale sfera tra ’l Sole e noi, che sola, ma con poco guadagno di chi volesse rimuovere le macchie dal Sole, poteva sodisfare a buona parte de i fenomeni, non occorre che perdiamo tempo in riprovar ogni altra imaginabil posizione; perchè ciascheduno per sè stesso immediatamente incontrerà impossibili e contradizioni manifeste, tuttavolta che sia ben restato capace di tutti i fenomeni che di sopra ho raccontati, e che veramente si osservano di continuo in esse macchie. Ed acciò che V. S. abbia esempli di tutti i particolari, gli mando i disegni di 35 giorni, cominciando dal secondo di Giugno: ne i quali V. S. primieramente Addita i disegni delle macchie sono alla fin di questa, proponendoli per esempi delle cosedette arà esempli del mostrarsi l'istesse macchie più brevi e gracili nelle parti vicinissime alla circonferenza dei disco solare, paragonando le macchie notate A del 2° e 3° giorno, che sono l’istessa; le B e C del giorno 5° con le medesime del 6°; le A del 10 e dell’11; le B parimente de i giorni 13, 14, 15, 16 e le C de i 14, 15, 16; le B de i 18, 19, 20; le C de i 22, 23, 24; le A del 1°, 2 e 3 di Luglio; le C e B del 7 ed 8, ed altre ancora, che per brevità tralascio. Quanto alla seconda osservazione, ch’era che gli spazii passati in tempi eguali siano sempre minori quanto più la macchia è vicina alla circonferenza, ce ne danno evidenti esempli le macchie A del 2 e 3 di Giugno; le B, C del 5, 6, 7, 8; le C, A de i giorni 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16; le F, G de i 16, 17, 18, 19, 20, 21; la C del 22, 23, 24, 25, 26; le A, B del l°, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 di Luglio, e molte altre. Che poi gli spazii traversali tra macchia e macchia si mantenghino sempre gli stessi, ch’era la prima parte della terza osservazione, scorgesi dalle macchie B, C dal dì 5 di Giugno sino al 16, e dalle macchie F, G dal dì 13 sino al 20, dove in ultimo il lor intervallo diminuisce un poco, perchè le non sono giustamente locate sotto l’istesso cerchio massimo che passa per i poli della conversion del Sole. E l’istesso si scorge ne gl’intervalli tra la macchia A ed il centro della macchia F dal dì 2 di Luglio sino a gli 8, li quali vengono alquanto crescendo, perchè dette macchie si riguardano obliquamente; e l’istesso fanno le macchie E, F de i medesimi giorni, ma con minori differenze, rispondendosi meno
15. del 2 e 3 giorno, s — 16. del giorno 5 colle medesime del 6, s — del 11, s — 18. del 1, s — 25. del 1, A, B, s —
[p. 131 modifica]obliquamente. Ma che gl’intervalli delle macchie che cascano sotto ’l medesimo parallelo apparentemente si mutino, diminuendo sempre quanto più sono lontane dal centro, lo mostrano apertamente le macchie B, dal giorno 5 di Giugno sino al 14, dove la lor distanza vien crescendo sino a i giorni 8 e 9, e poi cala sino all’ultimo. Le 3 macchie H del giorno 17 erano nel precedente molto più separate; e l’intervallo FH dal dì 14 sino al 18 va sempre diminuendo, e sempre con maggior proporzione. Circa poi a gli altri accidenti, vedrà primieramente V. S. gran mutazioni di figura nella macchia B dal dì 5 di Giugno sino al 14; variazion maggiore vedrà nella G dal giorno 10 sino al 20, con incremento grande e poi diminuzione. La macchia M cominciò a prodursi il giorno 18, ed il giorno 20 apparse grandissima, ed era una congerie di moltissime insieme; andò poi mutando figure, come si vede, sino alla fine. Le macchie R cominciaron ad apparire picciolissime il giorno 21, e poi con grand’agumento e stravagantissime figure si andarono mutando sino al fine. La macchia F si produsse parimente il giorno 13, non si essendo veduta cos’alcuna in quel luogo i giorni avanti; andò poi crescendo, ed in fine diminuendosi, e variamente mutandosi di forma. La macchia S cominciò ad apparire il 3° giorno pur di Giugno, e furon due piccole macchiette, le quali crebbero e formaron altra figura, e poi andaron anco diminuendo, come si vede ne i disegni. Nel gruppo delle macchie P, cominciate ad apparire il dì 25 di Giugno, si vede conseguentemente gran mutazione ed agumento in numero e grandezze, e poi anco gran diminuzione dell’uno e dell’altro sino al fine. La macchia F, cominciata a scoprirsi li 2 di Luglio, fece, come mostrano i disegni, stravaganti e gran mutazioni ne i giorni seguenti. Nel giorno 8 di Giugno si veddero di nuovo le macchie E, L, N, delle quali le L preso sto si disfecero, e la N crebbe in mole e numero. Le P del giorno 11, sendo comparse allora, 2 giorni dopo svanirono. La Q, apparsa il dì 24, si divise il seguente in 3, e poi si consumò. La C parimente, del giorno 25, il seguente si divise in 3; e nel medesimo giorno si veddero prodotte di nuovo tutte le X. La macchia G del giorno 27 si divise in molte nel seguente giorno, ed altre divisioni e mutazioni di siti fece ne gli altri giorni; come anco si veggono ne i giorni
1. che gli altri intervalli, A — 21. il giorno 3, A, B; il 3 giorno, s —
[p. 132 modifica]medesimi gran mutazioni nelle macchie intorno al P. Le 7 macchie M, N del 3 di Luglio apparvero quel giorno: e le N il seguente si ridussero a 2, essendo prima 5; e le M crebbero prima in numero e poi si aggregarono, ed in ultimo tornarono a dividersi ancora. E da tutti66 questi accidenti e da altri che V. S. potrà ne i medesimi disegni osservare, vedesi a quante irregolate mutazioni siano tali macchie soggette, la somma delle quali, come altra volta gli ho accennato, non trova esemplo e similitudine in niuna delle nostre materie fuori che nelle nugole. Quanto poi alle massime durazioni delle maggiori e più dense, ben che non si possa affermare di certo se alcune ritornino l’istesse in più d’una conversione, rispetto a i continui mutamenti di figure Macchie ritornano mostrarcisi. che ci tolgono il poterle raffigurare, tuttavia io sarei d’opinione che alcuna ritornasse a mostrarcisi più d’una volta: ed a così credere m’induce il vederne alcuna comparire grande assai ed accrescersi sempre, sin che l’emisfero veduto dà volta; e sì come è credibile ch’ella si fosse generata molto avanti la venuta sua, così è ragionevole il credere ch’ella sia per durare assai dopo la partita, sì che la durazion sua venga ad esser molto più lunga del tempo di una meza conversion del Sole: e come questo è, alcune macchie possono senza dubbio, anzi necessariamente, esser da noi vedute due volte; e queste sarebbono tal una di quelle che si producessero nell’emisfero veduto vicino all’occultarsi, e poi, passando nell’altro, seguitassero di prender agumento, nè si dissolvessero sin che tornassero ancora a scoprircisi; e per ciò fare basta la durazione di tre quattro giorni più del tempo di una meza conversione. Ma io, di più, credo che ve ne siano di quelle che più d’una volta traversino tutto l’emisfero veduto; quali son quelle che dal primo comparire si vanno sempre agumentando sin che le veggiamo, e fannosi di straordinaria grandezza, le quali possono continuar di crescere ancora mentre ci si occultano, e non so è credibile che poi in più breve tempo si diminuischino e dissolvino,
6. quante sregolate mutazioni, A — 11. Dopo di certo si legge in A, cancellato, quanto segue: se non che molte si veggono comparire grandi ed oscure assai e tali ancora partirsi, ma con aver mutato sempre assai la figura
[p. 133 modifica]perchè niuna delle grandissime si è osservato che repentinamente si disfaccia: ed io ho più volte osservato, dopo la partita di alcuna delle massime sendo scorso il tempo di una meza conversione, tornarne a comparire una, ch’era, per mio credere, l’istessa, e passar per l’istesso parallelo. Dalle cose dette sin qui, parmi, s’io non m’inganno, che necessariamente si conchiuda, le macchie solari esser contigue o vicinissime al corpo del Sole, esser materie non permanenti e fisse, ma variabili di figura e di densità, e mobili ancora, chi più e chi meno, di alcuni piccoli movimenti indeterminati ed irregolari, ed universalmente tutte prodursi e dissolversi, altre in più brevi, altre in più lunghi tempi; è anco manifesta ed indubitabile la lor conversione intorno al Sole: ma il determinare se ciò avvenga perchè il corpo stesso del Sole si converta e rigiri in sè stesso portandole seco, o pure che, restando il corpo solare immoto, il rivolgimento sia dell’ambiente, il quale le contenga e seco le conduca, resta in certo modo dubbio, potendo essere e questo e quello. Tuttavia a me pare assai più probabile Sole si converte in sè stesso e porta seco le macchie. che il movimento sia del globo solare, che dell’ambiente. Ed a ciò credere m’induce, prima, la certezza che io prendo dell’esser tale ambiente molto tenue fluido e cedente, dal veder così facilmente Cielo fluido. mutarsi di figura aggregarsi e dividersi le macchie in esso contenute, il che in una materia solida e consistente non potrebbe accadere (proposizione che parrà assai nuova nella comune filosofia): ora un movimento costante e regolato, quale è l’universale di tutte le macchie, non par che possa aver sua radice e fondamento primario in una sostanza flussibile e di parti non coerenti insieme, e però soggette alle commozioni e conturbamenti di molti altri movimenti accidentarii, ma bene in un corpo solido e consistente, ove per necessità un solo è il moto del tutto e delle parti; e tale è credibile che sia il corpo solare, in comparazion del suo ambiente. Tal moto poi, participato all’ambiente per il contatto, ed alle macchie per l’ambiente, o pur conferito per il medesimo contatto immediatamente alle macchie, le può portar intorno. Di più, quando bene altri volesse
10. ed irregolati ed, B, s — 24. constante, B, s — 33. Dopo intorno si legge in A e B (in A è scritto di mano di Galileo), cancellato, quanto appresso: Oltre a ciò par che l’intelletto incontri almeno gran durezza, se non impossibilità, in apprendere e figurarsi che un globo sospeso, e da niuno ostacolo impedito, possa restare immobile in un ambiente il quale con velocità se gli raggiri intorno: perchè in effetto una sfera di qualunque materia similare, collo
[p. 134 modifica]che la circolazione delle macchie intorno al Sole procedesse da moto che risedesse nell’ambiente, e non nel Sole, io crederei ad ogni modo esser quasi necessario che il medesimo ambiente comunicasse per il contatto l’istesso movimento al globo solare ancora. Natura delli corpi ne’ movimenti. Imperò che mi par di osservare che i corpi naturali abbino naturale inclinazione a qualche moto, come i gravi ai basso, il quai movimento vien da loro, per intrinseco principio e senza bisogno di particolar motore esterno, esercitato, qual volta non restino da qualche ostacolo impediti; a qualche altro movimento hanno repugnanza, come i medesimi gravi al moto in su, e però già mai non si moveranno in cotal guisa, se non cacciati violentemente da motore esterno; finalmente, ad alcuni movimenti si trovano indifferenti, come pur gl’istessi gravi al movimento orizontale, al quale non hanno inclinazione, poi che ei non è verso il centro della Terra, nè repugnanza, non si allontanando dal medesimo centro: e però, rimossi tutti gl’impedimenti esterni, un grave nella superficie sferica e concentrica alla Terra sarà indifferente alla quiete ed a i movimenti verso qualunque parte dell’orizonte, ed in quello stato si conserverà nel qual una volta sarà stato posto; cioè se sarà messo in stato di quiete, quello conserverà, e se sarà posto in movimento, v. g. verso occidente, nell’istesso si manterrà: e così una nave, per essempio, avendo una sol
cata nel suo luogo naturale non ha principio alcuno intrinseco che repugni all’esser mossa intorno al suo proprio centro, essendo che per tal conversione non ve seguita mutazione alcuna tra le sue parti, ma tutte restano nella medesima costituzione sempre; oltre che difficilmente possiam comprendere che un corpo naturale abbia intrinseca repugnanza a qualche movimento, se ei non ha propension interna al moto opposto: onde gl’impedimenti non posson esser se non esterni; ma gl’impedimenti esterni non si vede che operino senza contatto (se non forse l’operazione della calamita); quando, dunque, tutto quello che esteriormente toccasse una tale sfera, si movesse in giro — 4. Dopo ancora si legge in A e B (in A è scritto di mano di Galileo), cancellato, quanto appresso: Imperò che, essendo il Sole di figura sferica, come ogn’uno ammetterà, ed essendo di sustanza uniforme e simile a sè stessa in tutte le parti, e sendo, di più, sospeso e librato nel luogo suo naturale, io non veggo ragione alcuna per la quale ei deva resistere alla participazion del movimento circolare del suo ambiente. Io non produrrò in confirmazione di questa mia opinione quello che da infiniti mi sarebbe conceduto, ciò e che un tal rapimento per il contatto non ha difficoltà veruna ne i corpi celesti, sendo, per lor concessione, rapiti gli orbi inferiori senza contrasto dal supremo, mentre anco che e’ si muovono verso le parti opposte; ma stimerò bene quel che l’esperienza mi dimostra, mentr’io veggo un globo di legno, messo nel mezo dell’aqqua, la quale circolarmente si rivolga in se stessa, participar subito della medesima conversione, ancor che il legno non abbia inclinazion naturale a quel circolar rivolgimento: onde per esser mosso alcun mobile naturale di un movimento participatogli da esterno motore, credo che basti che ei non abbia intrinseca repugnanza a cotal moto. — 16-17. nella superficie... Terra è sostituito in A a nel piano orizontale, che è cancellato. —
[p. 135 modifica]volta ricevuto qualche impeto per il mar tranquillo, si moverebbe continuamente intorno al nostro globo senza cessar mai, e postavi con quiete, perpetuamente quieterebbe, se nel primo caso si potessero rimuovere tutti gl’impedimenti estrinseci, e nel secondo qualche causa motrice esterna non gli sopraggiugnesse. E se questo è vero, sì come è verissimo, che farebbe un tal mobile di natura ambigua, quando si trovasse continuamente circondato da un ambiente mobile d’un moto al quale esso mobile naturale fosse per natura indifferente? Io non credo che dubitar si possa, ch’egli al movimento dell’ambiente si movesse. Ora il Sole, corpo di figura sferica, sospeso e librato circa il proprio centro, non può non secondare il moto del suo ambiente, non avendo egli, a tal conversione, intrinseca repugnanza nè impedimento esteriore. Interna repugnanza aver non può, atteso che per simil conversione nè il tutto si rimuove dal luogo suo, nè le parti si permutano tra di loro o in modo alcuno cangiano la lor naturale costituzione, tal che, per quanto appartiene alla costituzione del tutto con le sue parti, tal movimento è come se non fosse. Quanto a gl’impedimenti esterni, non par che ostacolo alcuno possa senza contatto impedire (se non forse la virtù della calamita): ma nel nostro caso tutto quel che tocca il Sole, che è il suo ambiente, non solo non impedisce il movimento che noi cerchiamo di attribuirgli, ma egli stesso se ne muove, e movendosi lo comunica ove egli non trovi resistenza, la qual esser non può nel Sole: adunque qui cessano tutti gli esterni impedimenti. Il che si può maggiormente ancora confermare: perchè, oltre a quel che si è detto, non par che alcun mobile possa aver repugnanza ad un movimento senz’aver propension naturale all’opposto (perchè nella indifferenza non è repugnanza); e perciò chi volesse por nel Sole renitenza al moto circolare del suo ambiente, pur vi porrebbe natural propensione al moto circolare opposto a quel dell’ambiente; il che mal consuona ad intelletto ben temperato.

Dovendosi, dunque, in ogni modo por nel Sole l’apparente conversione delle macchie, meglio è porvela naturale, e non per participazione, per la prima ragione da me addotta.

Molte altre considerazioni potrei arrecar per confirmazion
4.rimovere, s — 5. sopragiongesse, s — 15-16. naturale constituzione, B, s — 16. alle constituzioni, s — 23-24. adunque... confermare, manca in A; in B è aggiunto in margine, di mano di Galileo. —
[p. 136 modifica]maggiore della mia opinione, ma di troppo trapasserei i termini di una lettera; però, per finir di più tenerla occupata, vengo a satisfare alla promessa ad Apelle, cioè al modo del disegnar le macchie con somma giustezza, ritrovato, come nell’altra gli accennai, da un mio discepolo, monaco Cassinense, nominato D. Benedetto de i Castelli, famiglia nobile di Brescia, uomo d’ingegno eccellente e, come conviene Come si vedono le macchie senza guardar il Sole. libero nel filosofare. Ed il modo è questo. Devesi drizzare il telescopio verso il Sole, come se altri lo volesse rimirare; ed aggiustatolo e fermatolo, espongasi una carta bianca e piana incontro al vetro concavo, lontana da esso vetro quattro o cinque palmi; perchè sopra essa caderà la specie circolare del disco del Sole, con tutte le macchie che in esso si ritrovano, ordinate e disposte con la medesima simmetria a capello che nel Sole son situate; e quanto più la carta si allontanerà dal cannone, tanto tale immagine verrà maggiore e le macchie meglio si figureranno, e senz’alcuna offesa si vedranno tutte sino a molte piccole, le quali, guardando per il cannone, con fatica grande e con danno della vista appena si potrebbono scorgere. Come si disegnino. E per disegnarle giuste, io descrivo sopra la carta un cerchio, della grandezza che più mi piace, e poi, accostando o rimovendo la carta dal cannone, trovo il giusto sito dove l’immagine del Sole si allarga alla misura del descritto cerchio: il quale mi serve anco per norma e regola di tener il piano del foglio retto, e non inclinato al cono luminoso de i raggi solari ch’escono del telescopio; perchè quando e’ fosse obliquo, la sezzione viene ovata, e non circolare, e però non si aggiusta con la circonferenza segnata sopra ’l foglio; ma inclinando più o meno la carta, si trova facilmente la positura giusta, che è quando l’immagine del Sole s’aggiusta col cerchio segnato. Ritrovata che si è tal positura, con un pennello si va notando, sopra le macchie stesse, le figure grandezze e siti loro: ma convien andare destramente secondando il movimento del Sole, e, spesso movendo il telescopio, bisogna procurare di mantenerlo ben dritto verso il Sole; il che si conosce guardando nel vetro concavo, dove si vede un piccolo cerchietto luminoso, il quale sta concentrico ad esso vetro quando il telescopio è ben diritto verso il Sole. E per veder le macchie
5-6.Dapprima Galileo nel cod. A aveva scritto: monaco negro di S. Benetto, gentil uomo Bresciano della famiglia de Castelli; poi corresse come si legge nella stampa. — 8. 'telescopio è sostituito in A a cannone, che è cancellato. — 10. lontano, s — 34. è ben diretto, A —
[p. 137 modifica]distintissime e terminate, è ben inscurir la stanza serrando ogni finestra, sì che altro lume non vi entri che quello che vien per il cannone; o almeno inscuriscasi più che si può, ed al cannone si accomodi un cartone assai largo, che faccia ombra sopra la carta dove si ha da disegnare e impedisca che altro lume del Sole non vi caschi sopra, fuor che quello che vien per i vetri del cannone. Devesi appresso notare, che le macchie escono del cannone inverse, e poste al contrario di quello che sono nel Sole, cioè le destre vengono sinistre, e le superiori inferiori, essendo che i raggi s’intersegano dentro al Cannone, avanti ch’eschino fuori del vetro concavo: ma perchè noi le disegniamo sopra una superficie opposta al Sole, quando noi, volgendoci verso il Sole, tenghiamo la carta disegnata opposta alla nostra vista, già la superficie dove prima disegnammo non è più contrapposta ma aversa al Sole, e però le parti destre si sono già ridrizzate, rispondendo alle destre del Sole, e le sinistre alle sinistre, onde resta che solamente s’invertano le superiori ed inferiori; però, rivoltando il foglio a rovescio e facendo venire il di sopra di sotto, e guardando per la trasparenza della carta contro al chiaro, si veggono le macchie giuste, come se guardassimo direttamente nel Sole; ed in tale aspetto si devono sopra un altro foglio lucidare e descrivere, per averle ben situate. Io ho poi riconosciuto la cortesia della natura, la quale, mille e mille anni sono, porse facoltà di poter venire in notizia di tali macchie, e per esse di alcune gran consequenze; perchè, senz’altri strumenti, Si vedono senza strumento. da ogni piccolo foro per il quale passino i raggi solari viene in distanze grandi portata e stampata sopra qual si voglia superficie opposta l’immagine del Sole con le macchie. Ben è vero che non sono a gran pezzo così terminate come quelle del telescopio; tuttavia le maggiori si scorgono assai distinte: e V. S. vedendo in chiesa da qualche vetro rotto e lontano cader il lume del Sole nel pavimento, vi accorra con un foglio bianco e disteso, che vi scorgerà sopra le macchie. Ma più dirò, esser la medesima natura stata così benigna che per nostro insegnamento ha tal ora macchiato il Sole di macchia così grande ed oscura, ch’è stata veduta da infiniti con la sola vista Se ne sono vedute con la semplice vista Se ne sono vedute con la semplice vista.
5-6. e impedisca... cannone, manca in A; in B è aggiunto in margine, di mano di Galileo. — 13. contraposta, s — 23. potere, B, s — 24 (postilla marginale). stromento, s — 24-25. stromenti, B, s —
[p. 138 modifica]naturale; ma un falso ed inveterato concetto, che i corpi celesti fossero esenti da ogni alterazione e mutazione, fece credere che tal macchia Macchia creduta Marcurio interposto tra il Sole e noi, e ciò non senza vergogna de gli astronomi di quell’età: e tale fu senza alcun dubbio quella di cui si fa menzione ne gli Annali ed Istorie de i Franzesi ex Bibliotheca P. Pithoei I. C., stampat’in Parigi l’anno 1588, dove, nella vita di Carlo Magno a fogli 62, si legge essersi per otto giorni continui veduta dal popol di Francia una macchia nera nel disco solare, della quale l’ingresso e l’uscita per l’impedimento delle nugole non potette esser osservata, e fu creduta esser Mercurio allora congiunto col Sole. Ma questo è troppo grand’errore, essendo che Mercurio non può restar congiunto col Sole nè anco per lo spazio di ore sette; tale è il suo movimento, quando si viene a interporre tra ’l Sole e noi. Fu, dunque, tal fenomeno assolutamente una delle macchie grandissima Macchie grandi da vedersi. ed oscurissima; e delle simili se ne potranno incontrare ancora pe l’avvenire, e forse, applicandoci diligente osservazione, ne potremo veder alcuna in breve tempo. Se questo scoprimento fosse seguito alcuni anni avanti, averebbe levat’al Keplero la fatica d’interpretar e salvar questo luogo con le alterazioni del testo ed altre emendazioni di tempi: sopra di che io non starò al presente ad affaticarmi, sicuro che detto autore, come vero filosofo e non renitente alle cose manifeste, non prima sentirà queste mie osservazioni e discorsi, che gli presterà tutto l’assenso. Ora, per raccòr qualche frutto dalle inopinate meraviglie che sino a questa nostra età sono state celate, sarà bene che per l’avvenire si torni a porgere orecchio a quei saggi filosofi che della celeste sustanza diversamente da Aristotele giudicarono, e da i quali Aristotele medesimo non si sarebbe allontanato se delle presenti sensate
6. Pithoci A, B, s — 13. muovimento, B, s — 17-23. Se... l’assenso in A è aggiunto in margine; in B manca. — 18-19. fatica di salvar, A — 20. de tempi, s — pag. 138, lin. 24, pag. 140, lin. 1. Or chi sarà che vedute, osservate e considerate queste cose, voglia più persistere in opinione non solamente falsa, ma erronea e repugnante alle indubitabili verità delle Sacre Lettere? le quali ci dicono, i cieli e tutto ’l mondo non pure esser generabili e corruttibili, ma generati e dissolubili e transitorii. Ecco la Bontà divina, per trarci di sì gran fallacia, inspira ad alcuno metodi necessarii, A, B. In A questo tratto (fino a «inspira») è cancellato: inoltre, in A le parole «generati e dissolubili e transitorii» furono corrette, di mano di Galileo, in «transitorii e da dissolversi». Una seconda stesura di questo medesimo passo è contenuta in un foglio, pur di mano di Galileo, che forma la car. 61 del cod. Volpicelliano B, e suona così: Or chi sarà che, vedute, osservate e considerate queste cose, non sia per abbracciar (deposta ogni perturbazione che alcune apparenti fisiche ragioni potessero
[p. 139 modifica]osservazioni avesse auta contezza: poi che egli non solo ammesse le manifeste esperienze tra i mezi potenti a concludere circa i problemi naturali, ma diede loro il primo luogo. Onde se egli argomentò l’immutabilità de’ cieli dal non si esser veduta in loro ne’ decorsi tempi alterazione alcuna, è ben credibile che quando ’l senso gli avesse mostrato ciò che a noi fa manifesto, arebbe seguita la contraria opinione, alla quale con sì mirabili scoprimenti venghiamo chiamati noi. Anzi dirò di più, ch’io stimo di contrariar molto meno alla dottrina Cielo Alterabile aristotelicamente. d’Aristotele col porre (stanti vere le presenti osservazioni) la materia celeste alterabile, che quelli che pur la volessero sostenere inalterabile; perchè son sicuro ch’egli non ebbe mai per tanto certa la conclusione dell’inalterabilità, come questa, che all’evidente esperienza si deva posporre ogni umano discorso: e però meglio si filosoferà prestando l’assenso alle conclusioni dependenti da manifeste osservazioni, che persistendo in opinioni al senso stesso repugnanti, e solo confermate con probabili o apparenti ragioni. Quali poi e quanti sieno i sensati accidenti che a più certe conclusioni c’invitano, non è difficile l’intenderlo. Ecco, da virtù superiore, per rimuoverci ogni Indizii, prove, dimostrazioni dell’alterabilità celeste
arrecargli l’opinione tanto conforme all’indubitabilità veritadi delle Sacre Lettere, le quali in tanti luoghi molto aperti e manifesti ci additano l’instabile e caduca natura della celeste materia? non defraudando però intanto delle meritate lodi quei subblimi ingegni che con sottili specolazioni seppero a i sacri dogmi contemperar l’apparenti discordie de i fisici discorsi. Li quali ora è ben ragion che cedino, rimossa anco la suprema autorità teologica, alle ragioni naturali d’altri autori gravissimi e più alle sensate esperienze alle quali io non dubiterei che Aristotele stesso avrebbe conceduto poi che noi veggiamo aver egli non solo ammessa l’esperienza tra i mezi potenti a concludere circa i problemi naturali, ma concedutogli ancora il luogo primario: onde se egli argomentò l’immutabilità de’ cieli dal non si esser veduta in loro ne i decorsi tempi alcuna sensibile alterazione, e ben credibile che quando il senso gli avesse mostrato ciò ch’a noi fa manifesto, avrebbe seguita la contraria opinione, alla quale con sì mirabili scoprimenti venghiamo chiamati noi. Ecco la Bontà divina, per rimuoverci dalla mente ogni ambiguità, inspira ad alcuno etc. Una terza stesura di questo luogo si legge in A, di mano di Galileo e con cassaticci, su di un cartellino incollato sul margine destro della carta che contiene la prima stesura; e fu altresì trascritta al pulito da Galileo sul foglio che ora nel cod. Volpicelliano B è segnato 65. Questa terza stesura diversifica dalla lezione della stampa per poche varianti, delle quali le più notevoli sono queste: pag. 139, lin. 3, ma gli concedette il primo luogo (mutato nel foglio 65 del cod. Volpicelliano in ma concedette loro il primo luogo); lin. 10-11, la volessero difender e sostenere inalterabile; perchè io son sicuro che Aristotele non ebbe mai; lin. 15, opinione al senso stesso repugnante; lin. 15-16, manca e solo... ragioni. Da ultimo, il testo quale è dato dalla stampa si legge, anche questa volta di pugno di Galileo, nel carticino segnato 74 del cod. Volpicelliano B67. Dobbiamo
[p. 140 modifica]ambiguità, vengono inspirati ad alcuno metodi necessarii, onde s’intenda, la generazion delle comete esser nella regione celeste: a questo, come testimonio che presto trascorre e manca, resta ritroso il numero maggiore di quelli che insegnano a gli altri: eccoci mandate nuove fiamme di più lunga durazione, in figura di stelle lucidissime, prodotte pure e poi dissolutesi nelle remotissime parti del Cielo: nè basta questo per piegar quelli alla mente de i quali non arrivano le necessità delle dimostrazioni geometriche: ecco finalmente scoperto in quella parte del Cielo che meritamente la più pura e sincera stimar si deve, dico in faccia del Sole stesso, prodursi continuamente ed in brevi tempi dissolversi innumerabile moltitudine di materie oscure dense e caliginose; eccoci una vicissitudine di produzioni e disfacimenti che non finirà in tempi brevi, ma, durando in tutti i futuri secoli, darà tempo a gl’ingegni umani di osservare quanto lor piacerà, e di apprendere quelle dottrine che del sito loro gli possa rendere sicuri. Ben che anco in questa parte doviamo riconoscere la benignità divina; poi che di assai facile e presta apprensione son quei mezi che per simile intelligenza ci bastano; e chi non è capace di più, procuri di aver disegni fatti in regioni remotissime, e gli conferisca con i fatti da se ne gli stessi giorni, che assolutamente gli ritroverà aggiustarsi con i suoi: ed io pur ora ne ho ricevuti alcuni fatti Confrontazioni delle macchie vedute da diversi luoghi. in Bruxelles dal Sig. Daniello Antonini ne i giorni 11, 12, 13, 14, e 21 di Luglio, li quali si adattano a capello con i miei e con altri mandatimi di Roma dal Sig. Lodovico Cigoli, famosissimo pittore ed architetto; argomento che dovrebbe bastar per sè solo a persuader ogn’uno, tali macchie esser di lungo tratto superiori alla Luna.

anche avvertire che, col consenso costante delle due copie autografe della terza stesura e della car. 74 del cod. Volpicelliano, abbiamo corretto i seguenti luoghi della stampa: pag. 139, lin. 1, avuta; lin. 8, Anzi dico; lin. 9, stante vere; lin. 18, rimoverci.

26. Dopo Luna si legge in A, di pugno di Galileo, ma cancellato, quanto segue: Resterà per l’avvenire campo a i fisici di specolare circa la sustanza e la maniera del prodursi ed in brevi tempi dissolversi moli così vaste, che di lunga mano superano, alcune di loro, in grandezza e tutta l’Affrica e l’Asia e l’una e l’altra America. Intorno al qual problema io non ardirei affermar di certo cosa alcuna e solo metterei in considerazione a gli specolativi come il cader che fanno tutte in quella striscia del globo solare che soggiace alla parte del cielo per cui trascorrono e vagano i pianeti, e non altrove, dà qualche segno che essi pianeti ancora possin esser a parte di tale effetto. E quando, conforme all’opinione di qualche famoso antico, fosse a sì gran lampada sumministrato qualche restauramento all’espansion di tanta luce da i pianeti che intorno se gli raggirano, certo, dovendo correrci per le brevissime strade, non potrebbe arrivar in altre parti della solar superficie. Anche in B si legge questo brano, ma cade nella pagina che fu rifatta dal Volpicelli (di che vedi l’Avvertimento) e presenta
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E con questo voglio finir di occupar più V.S. Illustrissima. Favoriscami di mandar con suo comodo i disegni ad Apelle, accompagnati con un mio singolare affetto verso la persona sua; ed a V. S. reverentemente bacio le mani, e dal Signore Dio gli prego felicità.

Di Firenze, li 14 di Agosto 1612.

Di V. S. Illustrissima

Servitore Devotissimo
Galileo Galilei L.


Poscritta. Conforme a quello che mi ero imaginato e scritto, seguì 6 giorni dopo l’effetto; perchè li giorni 19, 20 e 21 del presente mese fu veduta da me e da molt’altri gentil uomini amici miei, con la semplice vista naturale, una macchia oscura vicina al mezo del disco solare nel suo tramontare, la quale era la massima tra molt’altre che si vedevano col telescopio: e d’essa ancora mando a V. S. li disegni68.
queste due differenze a confronto della lezione di A: da i pianeti che ricevendola intorno se gli raggirano; dovendo un cotal pabulo corrersi per le brevissime strade. — 5. li 24 d’Agosto 1612, A, B — 6-15. Manca in A. — 14-15, e d’essa... disegni manca in B.—
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DISEGNI DELLE MACCHIE DEL SOLE

vedute ed osservate dal sig. galileo galilei

nel mese di giugno e parte di luglio 1612, giorno per giorno.





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Disegni della macchia grande solare, veduta con la semplice vista dal Sig. Galilei, e similmente mostrata a molti, nelli giorni 19, 20, 21 d’Agosto 1612.

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TERZA LETTERA

DEL SIG. MARCO VELSERI AL SIG. GALILEO GALILEI




Molto Illustre ed Eccellentissimo Sig. Osservandissimo,

La mia greve indisposizione continua a travagliarmi tuttavia, sì che non posso visitar gli amici con spesse e copiose lettere, come sarebbe mio obligo e desiderio, particolarmente verso V. S., con la quale discorrendo sento tanto gusto; ma l’impossibilità me lo vieta, et in lucro reputandum est quando Iddio mi fa grazia di salutargli brevemente con poche righe, come segue per la presente. Mando a V. S. Manda con questa le seconde scritture d’Apelle. alcune nuove speculazioni del mio amico circa res coelestes, quali ho consentito siano stampate principalmente rispetto alle osservazioni che mi do a credere siano per esser grate a tutti gli amatori ed investigatori del vero, non mi arrischiando di pender nella decisione del resto più da una parte che dall’altra, poi che manco il mio affetto non mi permette di applicarvi l’animo debitamente. Intendo che V. S. ha scritto una seconda copiosa lettera sopra questa materia, Precedente ancora non ricevta. diretta a me, quale non mi è ancora venuta vista, ma la sto aspettando con singolar desiderio; restando fra tanto con baciar a V. S. la mano cordialissimamente e pregarle ogni bene.

Di Augusta, a’ 28 di Settembre 1612.
Di V. S. molto Illustre ed Eccellentissima


Affezzionatissimo Servitore

Marco Velseri L.

1-2. Manca in A. — 4. grave, s — continova, s — 6. colla quale, A — 7. putandum, s — 9. nove speculazioni, A — 21. Manca L. in A.
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QUARTA LETTERA

DEL SIG. MARCO VELSERI AL SIG. GALILEO GALILEI




Molto Illustre ed Eccellentissimo Sig. Osservandissimo,


Comparve finalmente la seconda lettera di V. S. di 14 Agosto, mandatami dal Sig. Sagredo. Creda pure che fu ricevuta come manna; tale e tanto era il desiderio di vederla. Sin ora non ho avuto spazio di leggerla consideratamente; ma per un poco di scorsa datale, le affermo sinceramente che ne ricevo grandissimo gusto. E se bene mi conosco sempre inetto per esser giudice in sì grave causa, ed ora manco l’infermità mi permette di applicar gran fatto l’animo alla speculazione, osarò dire che gli discorsi di V. S. procedono con molta verisimilitudine e probabilità. Che arrivino la verità precisamente, non ci permette di poter affermare la debolezza umana, sino che Iddio benedetto ci farà la grazia di mirare d’alto in giù ciò che ora contempliamo in su in questa valle di miserie. Rendo infinite grazie a V. S. del favore che mi usa in questa occasione: ed il Sig. Federico Cesi Principe farà cosa degna del grado e della professione che tiene, di esser protettore delle virtù e buone lettere, facendo si stampi l’una e l’altra lettera quanto prima, come intendo che ha risoluto. Le figure delle osservazioni faranno un poco di difficoltà; ma se si restringeranno in forma minore, occuperanno poco spazio. Desiderarci grandemente che Apelle avesse visto questa scrittura, prima che stampare gli suoi ultimi discorsi; e pure considero che per qualche rispetto è forse meglio a questo modo. Io non mancherò di communicargliela, saziato che me n’abbia prima un poco: ma egli patisce una grand’incommodità, di non intendere la lingua italiana; e le traslazioni, oltre che procedono lentamente, spesse volte perdono non solo l’energia dell’originale, ma pervertono ancora il senso, se l’interpetre non è molto perito. Il Sig. Sagredo ritenne per alcuni giorni il trattato Delle cose che stanno su

l’acqua, così pregato da un senatore suo amico, che gli fece molta instanza di
1-2. Manca in A. — 4. di 23 Agosto,nota — 5. che ricevuta, A — 14-15. ed il Sig. Marchese Cesi farà, A — 15. Prencipe, s — degna della professione, A — 16. facendo stampar, A — 26-27. sopra aqua, A —

69 [p. 185 modifica]poterlo leggere: forse sarà stato Protogene. Io lo ne dispenso tanto più facilmente, quanto che ho avuto sorte di veder un’altra copia, la cui lettura mi convertì in modo, e non mi vergogno di confessarlo, che ciò che da principio mi parve paradosso, ora mi riesce indubitato, e talmente munito e fortificato da ragioni ed isperienze, che certo non so discernere come e dove gli avversarli siano per assaltarlo; se bene sento che non se ne possono dar pace. V. S. continui di onorar sé ed il secolo nostro, con tirar una verità dietro all’altra dal cupo pozzo dell’ignoranza; e non si lasci sgomentare da gl’invidi ed emuli, conservando a me sempre la sua grazia. Iddio la feliciti.

Di Augusta, a’ 5 d’Ottobre 1612.

Di V. S. molto Illustre ed Eccellentissima

Affezionatissimo Servitoreo
Marco Valseri Linceo.
indubitato, talmente incastellato ed imbastionato da ragioni, A — 6. continoi, s — 13. Linceo manca in A —





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TERZA LETTERA

DEL SIG. GALILEO GALILEI AL SIG. MARCO VELSERI

DELLE MACCHIE DEL SOLE.

NELLA QUALE ANCO DI VENERE, DELLA LUNA E PIANETI MEDICEI, E SI SCOPRONO NUOVE APPARENZE DI SATURNO.



Illustrissimo Sig. e Padron Colendissimo,


Trovomi a dover rispondere a due gratissime lettere di V. S. Illustrissima, scritte l’una sotto li 28 di Settembre, e l’altra li 5 d’Ottobre. Con la prima ricevei i secondi discorsi del finto Apelle, e nell’altra mi avvisa la ricevuta della mia seconda lettera in proposito delle macchie solari, la quale io gl’inviai sino li 23 di Agosto: risponderò prima brevemente alla seconda, poi verrò alla prima, ponderando un poco più diffusamente alcuni particolari contenuti in questa replica di Apelle; già che l’aver considerate le sue prime lettere, o l’aver egli vedute le mie considerazioni, mi mette in certo modo in obbligo di soggiugnere alcune cose concernenti alla mia prima lettera ed alle sue seconde scritture. Quanto all’ultima di V. S., ho ben sentito con diletto che ella in una repentina scorsa abbia trapassate come verisimili ed assai probabili le ragioni da me addotte per confermar le conclusioni che io prendo a dimostrare; ma il punto sta in quello a che la persuaderà la seconda e le altre letture, non essendo impossibile che alcuni, ben che di perspicacissimo giudizio, possino talora in una prima occhiata ricever per opera di mediocre perfezione quello che poi, ricercato più accuratamente, gli riesca di assai minor merito, e massime dove
1-5. Lettera terza delle Macchie Solari, A. In B manca ogni titolo. — 8-9. In A prima aveva scritto: li 5 stante; poi cancellò stante e sostituì d’Ottobre. — 9. li secondi, B, s — 16. obligo, s — alcuni particolari concernenti, A, B, In B alcuni particolari fu corretto, di mano di Galileo, in alcune cose. —
[p. 187 modifica]una particolare affezione verso l’autore ed una concepita opinion buona preoccupino l’affetto indifferente ed ignudo: onde io con animo ancor sospeso starò attendendo altro suo giudizio, il quale mi servirà per quietarmi, sin che, come prudentissimamente dice V. S., ci sortisca, per grazia del vero Sole puro ed immacolato, apprendere in Lui con tutte le altre verità quello che ora, abbagliati e quasi alla cieca, andiamo ricercando nell’altro Sole materiale e non puro. Ma70 non però doviamo, per quel che io stimo, distorci totalmente dalle contemplazioni delle cose, ancor che lontanissime da noi, se già non avessimo prima determinato, esser ottima resoluzione il posporre ogni atto specolativo a tutte le altre nostre occupazioni. Perchè, o noi vogliamo specolando tentar di penetrar l’essenza vera ed intrinseca delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in notizia d’alcune loro affezioni. Il tentar l’essenza, l’ho per impresa non meno Conoscer l’intrinseco e vero esser dellenaturali sustanze è a noi impossibile. impossibile e per fatica non men vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti: e a me pare essere egualmente ignaro della sustanza della Terra che della Luna, delle nubi elementari che delle macchie del Sole; né veggo che nell’intender queste sostanze vicine aviamo altro vantaggio che la copia de’ particolari, ma tutti egualmente ignoti, per i quali andiamo vagando, trapassando con pochissimo o niuno acquisto dall’uno all’altro. E se, domandando io qual sia la sustanza delle nugole, mi sarà detto che è un vapore umido, io di nuovo desidererò sapere che cosa sia il vapore; mi sarà per avventura insegnato, esser acqua, per virtù del caldo attenuata, ed in quello resoluta; ma io, egualmente dubbioso di ciò che sia l’acqua, ricercandolo, intenderò finalmente, esser quel corpo fluido che scorre per i fiumi e che noi continuamente maneggiamo e trattiamo: ma tal notizia dell’acqua è solamente più vicina e dependente da più sensi, ma non più intrinseca di quella che io avevo per avanti delle nugole. E nell’istesso modo non più intendo della vera essenza della terra o del fuoco, che della Luna o del Sole: e questa è quella cognizione che ci vien riservata da intendersi nello stato di
2. preoccupano, A, B; in B è corretto in preoccupino — 15-16. nelle nostre sustanze elementari che nelle celesti e remotissime, A — 18-19. né veggo che in quella cognizione aviamo altro vantaggio, A —
[p. 188 modifica]Si possono conoscer di alcune affezioni, e non meno nelli lontani che nelli prossimi corpi. beatitudine, e non prima. Ma se vorremo fermarci nell’apprensione di alcune affezioni, non mi par che sia da desperar di poter conseguirle anco ne i corpi lontanissimi da noi, non meno che ne i prossimi, anzi tal una per aventura più esattamente in quelli che in questi. E chi non intende meglio i periodi de i movimenti de i pianeti, che quelli dell’acque di diversi mari? chi non sa che molto prima e più speditamente fu compresa la figura sferica nel corpo lunare che nel terrestre? e non è egli ancora controverso se l’istessa Terra resti immobile o pur vadia vagando, mentre che noi siamo certissimi de i movimenti di non poche stelle? Voglio per tanto inferire, che se bene indarno si tenterebbe l’investigazione della sustanza delle macchie solari, non resta però che alcune loro affezioni, come il luogo, il moto, la figura, la grandezza, l’opacità, la mutabilità, la produzione ed il dissolvimento, non possino da noi esser apprese, ed esserci poi mezi a poter meglio filosofare intorno ad altre più controverse condizioni delle sustanze naturali; le quali poi finalmente sollevandoci all’ultimo scopo delle nostre fatiche, cioè all’amore del divino Artefice, ci conservino la speranza di poter apprender in Lui, fonte di luce e di verità, ogn’altro vero.

Il debito del ringraziare resta in me con molti altri obblighi che io tengo a V. S. Illustrissima; perchè, se averò investigato qualche proposizion vera, sarà stato frutto de i comandamenti suoi, e i medesimi diranno mia scusa quando non mi succeda il conseguir l’intero d’impresa nuova e tanto difficile.

Circa a quello che ella m’accenna del pensiero dell’Eccellentissimo Sig. Federico Cesi Principe, è ben vero che io mandai a S. E. copia delle due lettere solari, ma non con intenzione che fossero pubblicate con le stampe, che in tal caso vi arei applicato studio e diligenza maggiore; perchè, se ben l’assenso e l’applauso di V. S. sola è da me desiderato e stimato egualmente come di tutto ’l mondo insieme, tuttavia tal indulto mi prometto dalla, benignità sua e dalla cortese propensione del suo genio verso me e le cose mie, quale prometter non mi devo dalle scrupolose inquisizioni e severe censure di
20. oblighi, s — 21. d’impresa molto difficile per la novità e lontananza, A, B — 25-26. Eccellentissimo Sig. Marchese Cesi, è ben vero, A, B — 27. Dopo solari si legge in A, aggiunto sul margine e poi cancellato: e sono per mandarle questa ancora. — 27-28. publicate, B, s — 33. scrupulose, s —
[p. 189 modifica]molti altri. Ed alcune cose mi restano ancora non ben digeste, ne determinate a modo mio; delle quali una principale è l’incidenza delle macchie sopra luoghi particolari della solar superficie, e non altrove: perchè, rappresentandocisi i progressi di tutte le macchie sotto specie di linee rette (argomento necessario, l’asse di tali conversioni esser eretto al piano che passa per i centri del Sole e della Terra, il quale è il solo cerchio dell’eclittica), resta, per mio parere, demo di gran considerazione, onde avvenga che le caschino Zona per la quale si muoveno le macchie degna di grande considerazione. solamente dentro ad una zona che per larghezza non si allontana più di 29 o 30 gradi di qua e di là dal cerchio massimo di tal conversione, sì che appena delle mille una trasgredisca, e ben di poco, tali confini; imitando in ciò le leggi de i pianeti, alli quali vengono da simili intervalli limitate le digressioni dal cerchio massimo della conversion diurna. Questo e qualche altro rispetto mi fanno ritardar il pubblicar in più diffuso trattato questa materia. Con tutto ciò il Sig. Principe può disporre ed è padrone assoluto delle cose mie; l’esser poi io sicuro del purgatissimo suo giudizio e del zelo che egli ha della reputazion mia, mi assicura, col lasciarle egli vedere, di averle stimate degne della luce. Quanto ad Apelle, a me ancora dispiace che e’ non abbia veduta la mia seconda lettera avanti la pubblicazione della sua Più Accurata Disquisizione, e che la mia ambiguità e pigrizia nello scrivere non abbia potuto tener dietro alla sua resoluzione e prontezza: ben è vero che buona causa della dilazione n’è stato l’esser trattenute le mie lettere più d’un mese in Venezia, dalla troppa stima che di esse fece l’Illustrissimo Sig. Gio. Francesco Sagredo, volendo che ne restasse copia in quella città, dove a me pareva d’essere a bastanza onorato da una semplice sua lettura; il che per la moltitudine delle figure ricercò assai tempo. Dispiacemi ancora della difficoltà che apporta ad Apelle l’aver io scritto nella nostra favella fiorentina: il che ho fatto Coagioni del servir in Toscano per diversi rispetti, uno de i quali è il non volere in certo modo abusare la ricchezza e perfezion di tal lingua, bastevole a trattare e spiegar e’ concetti di tutte le facoltadi; e però dalle nostre
4. Dopo altrove in A si legge, cancellato, quanto segue: perchè, essendo assai manifesto, la conversion del Sole e delle macchie da esso portate essere in cerchi paralleli al piano dell’eclittica — 5. argumento, s — 15. publicar, B, s — 16. il Sig. Marchese è padrone, A, B — 21. publicazione, B, s — 26. Sig. Sagredo, A, B; in B di mano di Galileo è aggiunto Gianfrancesco — 31. respetti, s —
[p. 190 modifica]Accademie e da tutta la città vien gradito lo scrivere più in questo che in altro idioma. Ma in oltre ci ho auto un altro mio particolar interesse, ed è il non privarmi delle risposte di V. S. in tal lingua vedute da me e da gli amici miei con molto maggior diletto e meraviglia che se fossero scritte del più purgato stile latino; e parci, nel leggere lettere di locuzione tanto propria, che Firenze estenda i suoi confini, anzi il recinto delle sue mura, sino in Augusta. Conclusioni vere del Discorso dell’autore delle Cose che stanno su l’acqua; e chi le contradica.Quello che V. S. mi scrive essergli intervenuto nel leggere il mio trattato Delle cose che stanno su l’acqua, cioè che quelli che da principio gli parvero paradossi, in ultimo gli riuscirono conclusioni vere e manifestamente dimostrate, sappia che è accaduto qua a molti, reputati per altri lor giudizii persone di gusto perfetto e saldo discorso. Restano solamente in contradizzione alcuni severi difensori di ogni minuzia peripatetica, li quali, per quel che io posso comprendere, educati e nutriti sin dalla prima infanzia de i lor studii in questa opinione, che il filosofare non sia nè possa esser altro che un far gran pratica sopra i testi di Aristotele, sì che prontamente ed in gran numero si possino da diversi luoghi raccòrre ed accozzare per le prove di qualunque proposto problema, non vogliono mai sollevar gli occhi da quelle carte, quasi che questo gran libro del mondo non fosse scritto dalla natura per esser letto da altri che da Aristotele, e che gli occhi suoi avessero a vedere per tutta la sua posterità. Questi, che si sottopongono a così strette leggi, mi fanno sovvenire di certi obblighi a i quali tal volta per ischerzo si astringono capricciosi pittori, di voler rappresentare un volto umano o altra figura con l’accozzamento ora de’ soli strumenti dell’agricoltura, ora de’ frutti solamente o de i fiori di questa di quella stagione: lo quali bizzarrie, sin che vengono proposte per ischerzo, son belle e piacevoli, e mostrano maggior perspicacità in questo artefice che in quello, secondo che egli averà saputo più acconciamente elegger ed applicar questa cosa o quella alla parte imitata; ma se alcuno, per aver forse consumati tutti i suoi studii in simil foggia di dipignere,
2. avuto, s — 7. sino in Germania, A; e sopra Germania, che non’è cancellato, pur di mano di Galileo si legge Augusta. — 13. defensori, s — 22-23. Dopo posterità si legge in A, di mano di Galileo e cancellato, quanto segue: concetto veramente troppo timido, per non dir basso, e da persona degna per suo castigo di esser condennata in vita in un'oscura carcere con un testo d’Aristotele. — 24. oblighi, s — 25. i capricciosi pittori, B, s — 25-26. rappresentare una figura umana altro animale con l’accozzamento, A — 26, d’agricoltura, B, s — 28. bizzarie, s —
[p. 191 modifica]volesse poi universalmente concludere, ogni altra maniera d’imitare esser imperfetta e biasimevole, certo che ’l Cigoli e gli altri pittori illustri si riderebbono di lui. Di questi che mi son contrarli di opinione, alcuni hanno scritto ed altri stanno scrivendo; in pubblico non si è veduto sin ora altro che due scritture, una di Accademico Incognito, e l’altra di un lettor di lingua greca nello Studio di Pisa, ed amendue le invio con la presente a V. S. Gli amici miei son di parere, ed io da loro non discordo, che non comparendo opposizioni più salde, non sia bisogno di risponder altro; e stimano71 che per quietar questi che restano ancora inquieti, ogn’altra fatica sarebbe vana, non men che superflua per i già persuasi; ed io devo stimar le mie conclusioni vere e le ragioni valide, poi che, senza perder l’assenso di alcuno di quei che sin da principio sentivano meco, ho guadagnato quel di molti che erano di contrario parere. Però staremo attendendo il resto, e poi si risolverà quello che parrà più a proposito. Vengo ora all’altra lettera di V. S. Illustrissima, condolendomi sopra modo che la pertinacia della sua infermità conturbi, con l’afflizione di V. S., la quiete di tanti suoi amici e servidori, e di me sopra tutti gli altri, travagliato altresì da più mie indisposizioni familiari, le quali, con l’impedirmi quasi continuamente tutti gli esercizii, mi tengono ricordato, quanto, rispetto alla velocità de gli anni, sarebbe necessario lo stare in esercizio continuo a chi volesse lasciar qualche Esercizio continuo necessario. vestigio di esser passato per questo mondo. Or72 qualunque si sia il corso della nostra vita, doviamo riceverlo per sommo dono dalla mano di Dio, nella quale era riposto il non ci far nulla; anzi non pur
2-3. In A dapprima Galileo aveva scritto: ’l Cigoli e ’l Passignano si riderebbono; poi cancellò e ’l Passignano, e corresse com’è nella stampa. — 4. publico B, s — 9. responder, s — 10. quietare quelli che, A — 12-14. le mie ragioni valide e le conclusioni vere, poi che senza perder niuno di quei che sin da principio sentivano meco, ne ho guadagnati molti che erano di contrario parere. Con tutto ciò staremo, A — 15. parerà, s — 24. della mano, B, s — 25. riposto il farci un vil verme ed anco il non ci far nulla, A, B73
[p. 192 modifica]Accaviamo riceverlo in grado, ma infinitamente ringraziar la sua bontà, la quale con tali mezzi ci stacca dal soverchio amore delle cose terrene e ci solleva a quello delle celesti e divine.

Le scuse dell’esser breve nello scrivere sono superflue appresso di me, che sempre sono per appagarmi nell’intender solamente che ella mi continui la sua buona grazia: dovrei ben io scusar la mia prolissità, o, per meglio dire, pregar lei a scusarla, e lo farei quando io dubitassi delle scuse che io mi prometto dalla sua cortesia.

Ricevei con la lettera di V. S. la seconda scrittura del finto Apelle, e mi messi a leggerla con gran curiosità, mosso sì dal nome dell’autore Della Disquisizione d’Apelle, come dalla qualità del titolo, il quale promette una più accurata disquisizione non solo intorno alle macchie solari, ma ancora intorno a i pianeti Medicei. E perchè il termine relativo di «disquisizione più accurata» non può non riferirsi all’altre disquisizioni fatte intorno alla medesima materia, non si può dubitare che ei non abbia riguardo ancora al mio Avviso Sidereo, che pure è in rerum natura e non viene eccettuato da Apelle; onde io entrai in speranza d’esser per trovar resoluto tutto quest’argomento, del quale non potei toccarne, in detto mio Avviso, altro che i primi abbozzamenti. Oltre Osservazion d’Apelle circa Venere. alle cose promesse nel titolo, vi ho trovato l’osservazion di Venere più diffusamente esplicata che nelle prime lettere, e di più alcuni particolari intorno alla Luna: nelle quali tutte materie scorgo molte opinioni di Apelle contrarie alle mie, e varie ragioni e risposte implicite alle cose prodotte da me nella prima lettera che scrissi a V. S.; le quali, per la stima che io fo dell’autore, non conviene che io trapassi o dissimuli, perchè, non avendo dinanzi tavola che m’asconda e possa impedirmi la vista di chi passa innanzi e indietro, convien che per termine io gli saluti almeno. E perchè tutto il progresso di queste differenze si è sin qui trattato innanzi a V. S. Illustrissima, di nuovo costituendomivi produrrò, più brevemente che potrò, quanto so mi occorre in questo proposito. E seguendo l’ordine tenuto da Apelle, considero l’ultimo scopo della sua prima parte, che è di dimostrare Circoiazion di Venere ricercata intorno al Sole. come la circolazion di Venere è intorno al Sole, e non in altra guisa; e fonda tutta la sua dimostrazione, come anco fece nella prima
4. apresso, s — 6. continoi, B, s — 9. colla lettera, s — 15. Dopo materia in A si legge, cancellato, quanto appresso: entrai in speranza di esser per trovar resoluto quel poco che ne avevo accennato nel mio Avviso Sidereo. — 30. constituendomivi, l’— 32. considererò, B, s —
[p. 193 modifica]scrittura, sopra la congiunzione mattutina di essa stella col Sole, occorsa circa li 11 di Dicembre 1611, aggiugnendoci adesso una investigazione della quantità del suo moto sotto ’l disco solare, raccolta con calcoli e dimostrazioni geometriche. E qui mi nascono due scrupoli: l’uno intorno alla maniera del maneggiare tali demostrazioni, non interamente da sodisfare a perfetto matematico; e l’altro circa l’utilità che apporta tal apparato e progresso all’intenzion primaria dell’autore. Quanto alla maniera del dimostrare, trapasso che qualche astronomo più scrupoloso di me potrebbe risentirsi nel veder trattar archi di cerchi come se fossero linee rette, sottoponendogli a gli stessi sintomi: ma io non ne voglio tener conto, perchè nel caso nostro particolare non cascano in uso archi così grandi, che l’error nel computo riesca poi di soverchio notabile. Ma più presto avrei desiderato Apelle alquanto più resoluto geometra nel lemma che ei propone, ed anco nel resto della sua dimostrazione: e non so scorgere per qual ragione e’ faccia un lemma, in forma di proposizione particolare e con tanta lunghezza esplicato, quello che è una semplice proposizione universale e demostrabile in poche parole; perchè in ogni triangolo accade, che prolungandosi i suoi lati e producendosi per il segamento di due di loro una parallela al lato opposto, i tre angoli fatti o da una banda di essa parallela o di uno de i lati prolungati sono a uno a uno eguali a gli interiori del triangolo (io non aggiugnerò, come fa Apelle, che detti angoli non solo presi a uno a uno, ma che anco tutti tre insieme, sono eguali a tutti tre insieme, perchè direi cosa troppo manifesta e superflua). Imperò che siano prolungati li due lati AC, BC74 del triangolo ABC in G ed I, e per il segamento C sia tirata la MN, parallela alla AB: è manifesto, li tre angoli fatti da una banda del lato prolungato ACG esser nel modo detto eguali alli tre interni del triangolo, cioè l’angolo MCA all’angolo A, perchè sono alterni,
1. matutina, s — 2. Decemhre, s — 6. interamente da perfetto matematico, A, B — 15. prepone, A — 17. particolare manca in B, s — 18. semplicissima, A; semplicissima corretto in semplice, B — 19. pochissime parole. A — 25. a tutti a tre insieme, B, s — Dopo insieme in A e B si legge, cancellato, gl’interiori. — 26. Però che, s —
[p. 194 modifica]l’esteriore MCI all’interiore B, ed il rimanente ICG al rimanente ACB perchè sono alla cima. E se in luogo dell’angolo ACM piglieremo NCG, sarà manifesta l’altra parte della conclusione, essendo li tre angoli MCI, ICG, GCN dalla medesima banda della parallela MCN. Accade poi che nel triangolo particolare rettangolo tali linee parallele sono anco perpendicolari a i lati del triangolo: e tanto bastava per l’uso a che Apelle si serve di tal lemma. Anzi dirò pure, con sua pace, che anco tutto il lemma è stato superfluo, atteso che quello a che egli l’applica poi nel suo principal problema, depende immediatamente da una sola proposizione del primo d’Euclide. Perchè, ripigliando la sua figura e la sua dimostrazione, questa ed il lemma non tendono ad altro che a dimostrar, l’angolo OME esser eguale all’angolo MIP; il che è per sè noto, essendo angoli esterno ed interno della retta OMI, segante le due parallele EB, GI. E siami pur anco lecito di dire, che non solo col rimuovere il detto lemma si doveva abbreviare tutto ’l presente metodo, ma col restringer assai il resto della dimostrazione, della quale l’ultima conclusione è il ritrovar la quantità della linea RQ, supponendo per note le GH, HE, KH ed IG. Ora, per le cognite KH, IG si fanno note le IL, LG; e perchè come IL ad LG, così IK a KF, e GH ad HF, e son note IL, LG, GH, sarà dunque nota ancora la HF: ma è data la HE: adunque la rimanente EF si fa parimente manifesta. E perchè come FE ad EM, così KL ad LI, per la similitudine de’ triangoli FEM, KLI, e son note le tre KL, LI, FE, sarà nota altresì la EM. In oltre, perchè nel triangolo rettangolo KLI i lati KL, LI son noti, sarà noto ancora KL Ed essendo come IK a KL, così ME ad EO (essendo i due triangoli KLI, MEO simili al medesimo FEM, e però simili tra di loro), e sono le tre linee IK, KL, ME note, sarà parimente nota la EO: ma è nota la ER, composta de i semidiametri del Sole e di Venere: adunque la rimanente RO nel triangolo rettangolo ERO, e la sua doppia RQ, sarà manifesta: che è quello che si cercava.

Ma ammessa anco per esquisita tutta la dimostrazione di Apelle, io non però posso ancora penetrar interamente quello che egli abbia. [p. 195 modifica]in virtù di essa, preteso di ottenere da chi volesse persistere in negare la conversione di Venere intorno al Sole: perchè, o gli avversarii ammetteranno per giusti i calcoli del Magini, o gli averanno per dubbn e fallaci; se gli hanno per dubbii, la fatica d’Apelle resta come inefficace, non dimostrando ella che Venere veramente venisse alla corporal congiunzione; ma se gli concedono per veri, non era necessario altro computo, bastando la sola differenza de i movimenti del Sole e della stella, insieme con la sua latitudine, presa dall’istesse Efemeridi, a intender come tal congiunzione doveva necessariamente durar tante ore, che molte e molte volte si poteva replicar l’osservazione. Nè meno era necessario il far triplicato esame sopra ’l principio mezo e fine del congresso, essendo notissimo che i calcoli sono aggiustati al mezo della congiunzione; li quali quando ammettessero errore, non però verrebbono necessariamente emendati dal referirgli al principio o al fine del congresso non constando ragion alcuna per la quale s’intenda non esser possibile in un calcolo d’una congiunzione errar di maggior tempo di quello della durazione del congresso. Ma io non credo che i contradittori ricorressero al negar la giustezza de i computi astronomici, e massime avendo refugii più sicuri, quali sono quelli che io proposi nella prima lettera. E sì come a i molto periti nella scienza astronomica bastava l’aver inteso quanto scrive il Copernico nelle sue Revoluzioni per accertarsi del rivolgimento di Venere intorno al Sole e della verità del resto del suo sistema, così per quelli che intendono solamente sotto la mediocrità faceva di bisogno rimuovere le da me sopradette ritirate; delle quali io non veggo che Apelle abbia toccate se non due, e quelle anco mi par che non restino totalmente atterrate.

Io dissi nella prima lettera, che gli avversarii potrebbono ritirarsi a dire, che Venere o non si vegga sotto ’l Sole per la sua piccolezza, o vero perchè sia lucida per sè stessa, o vero perchè ella sia sempre superiore al Sole.
3-4. averanno per dubii, s — 9. Efemeridi corretto in Efemeride, B; Efemeride s — 22. revolgimento, B, s — 27. Dopo atterrate si legge in A, di mano di Galileo, ma cancellato: le altre, o perchè gli siano parute di poca efficacia e di facil soluzione, o per qual altra cagion si sia, sono rimaste intatte

nota

75 [p. 196 modifica]

Quello che Apelle produce per levar la prima fuga a i contradittori, Nella edizione Augustana, fac. 14, ver. 3; nella edizione Romana sec.. fac. 25, ver. 11. [pag. 46, lin. 1] non basta: perchè loro primieramente negheranno che l’ombra di Venere sotto ’l Sole deva apparir così grande come la luce della medesima fuori dal Sole ma vicina a quello, perchè l’irradiazione ascitizia rappresenta la stella assai maggiore del vero; il che è manifesto nella istessa Venere, la quale quando è sottilmente falcata, ed in conseguenza per pochi gradi separata dal Sole, si mostra in ogni modo, alla vista naturale, rotonda come l’altre stelle, ascondendo la sua figura tra l’irradiazione del suo splendore, per lo che non si può dubitare che ella ci si mostri assai maggiore che se fosse priva di lume; ed all’incontro, costituita sotto ’l lucidissimo disco del Sole, non è dubbio che il suo corpicello tenebroso verrebbe diminuito non poco (dico quanto all’apparenza) dall’ingombramento del fulgor del Sole: e però resta molto fallace il concluder che ella fussi per apparir eguale alle macchie di mediocre grandezza. E chi sa che tali macchie, per doverci apparire nel campo splendido del Sole, non sieno molto maggiori di quello che mostrano? Anzi che pur di ciò può esser ottimo testimonio a sè stesso il medesimo Apelle, riducendosi in mente quello che scrisse nella terza delle prime lettere, al secondo corollario, cioè: maculas satis magnas esse; alias Sol fac. B 3, ver. 3; fac. 10, ver.ult. [pag. 31, lin. 12] magnitudine sua illas irradiando penitus absorberet: e l’istesso conviene affermar del corpo di Venere. Doppiamente, adunque, si può errare nell’agguagliar la grandezza di Venere luminosa a quella delle macchie oscure, poi che quanto questa vien apparentemente diminuita dal vero, mediante lo splendor del Sole, tanto quella vien ingrandita.

Nè con maggior efficacia conclude quel che Apelle soggiugne in Venere molto più piccola di quello che è stata tenuta questo medesimo luogo, per mantenere pur Venere incomparabilmente piccola di quello che è e che io accennai nella prima lettera: e contro a quello che ci mostra il senso e l’esperienza, in vano si produce l’autorità d’uomini per altro grandissimi, li quali veramente s’ingannarono nell’assegnar il diametro visuale di Venere subdecuplo a quel del Sole; ma sono in parte degni di scusa, ed in parte no. Gli scusa in parte il mancamento del telescopio, venuto ad apportar agumento non piccolo alle scienze astronomiche; ma due particolari lasciano da desiderar qualche cosa nella diligenza loro. Uno è, che bisognava osservar la grandezza di Venere veduta di giorno, e non di notte, quando la capellatura de’ suoi raggi la rappresenta dieci o [p. 197 modifica]più volte maggiore che ’l giorno, mentre ella ne è priva; ed arebbono facilmente compreso, che ’l diametro del suo piccolissimo globo non agguaglia tal volta la centesima parte del diametro solare. Era, secondariamente, necessario distinguere una costituzione da un’altra, e non indifferentemente pronunziare, il diametro visuale di Venere esser la decima parte di quel del Sole, essendo che tal diametro quando la stella è vicinissima alla Terra è più di sei volte maggiore che quando è lontanissima; la qual differenza se bene non è precisamente osservabile se non col telescopio, è nondimeno assai percettibile anco con la vista semplice. Cessa, dunque, in questo particolare l’autorità de gli astronomi citati da Apelle, sopra la quale egli si appoggia. E quando bene si ammettesse, taluna macchia esser visibile nel disco solare che non agguaglia in lunghezza la centesima parte del diametro ne in superficie una delle diecimila parti del cerchio visibile del Sole, non creda per ciò di aver concluso maggiormente l’apparizion di Venere; perchè io gli replico, che il suo diametro nella congiunzione mattutina non pareggia la dugentesima, nè la sua superficie la quarantamilesima parte, del diametro e del visibil disco del Sole.

Quanto alla seconda fuga de gli avversarii, cioè che non sia necessario che Venere oscuri parte del Sole, potendo ella esser corpo per sè stesso lucido, non resta, per mio parere, convinta per quello fac. 14, ver. 22; fac. 25, ver. 32.[pag. 40 lin. 15] che produce Apelle; perchè, quanto alla semplice autorità de gli antichi e moderni filosofi e matematici, dico che non ha vigore alcuno Autorità può indurre opinione, non scienza naturale. in stabilire scienza di veruna conclusione naturale, ed il più che possa operare è l’indurre opinione e inclinazion al creder più questa che quella cosa. Oltre che, io non so quanto sia vero che Platone s’inducesse a por Venere sopra ’l Sole rispetto al non vederla nelle congiunzioni sotto ’l suo disco in vista tenebrosa: so ben che Tolommeo parla in questo proposito molto diversamente da quello che vien allegato da Apelle; e troppo grave errore sarebbe stato nel principe de gli astronomi il negar le congiunzioni dirette di Venere e del Sole. Quello che dice Tolommeo nel principio del libro nono della sua Gran
1. quando ella ne è priva A, B; in B quando è corretto, di mano di Galileo, in mentr’ — 12. In luogo di E quando bene si ammettesse, in A si legge Ed ammettendogli io, cancellato e corretto in E quando bene io gli ammetta; e questa è la lezione anche di B, ma in B fu corretto, pur di mano di Galileo, conforme a quello che legge la stampa. — 14. dieci mila, B, s — 17. matutina, s — 23 (postilla marginale), pol indurre, s — 24. di alcuna conclusion, A, B; in B alcuna è corretto, di mano di Galileo, in veruna. —
[p. 198 modifica]Costruzione, mentre e’ ricerca quai si deva più probabilmente costituir l’ordine de i pianeti, impugnando la ragion di quelli che mettevano Venere e Mercurio superiori al Sole perchè non l’avevano mai veduto oscurar da loro mostra l’infirmità di questo argomento, dicendo non esser necessario che ogni stella inferiore al Sole gli faccia eclisse, potendo esser sotto ’l Sole, ma non in alcun de’ cerchi che passano per il centro di quello e per l’occhio nostro: ma non per questo afferma, ciò accadere a Venere; anzi, soggiugnendo egli l’essempio della Luna, la quale nella maggior parte delle congiunzioni non adombra ’l Sole, mostra chiaramente che e’ non ha voluto intender altro di Venere, se non che ella può esser sotto ’l Sole, nè però oscurarlo in tutte le congiunzioni, onde possa benissimo esser accaduto, le congiunzioni osservate da quei tali non essere state dell’eclittiche. Molto sicuramente parla il Molto Reverendo P. Clavio, affermando tale ombra restar invisibile a noi per la sua piccolezza; e se bene da i detti di questi autori par che gl’inclinassero a stimar Venere non splendida per sè stessa, ma tenebrosa, tuttavia tale opinione pura non basta a convincer gli avversarii, a’ quali non mancherà il poter produrre opinioni di altri in contrario.

L’altro argomento che Apelle produce, tolto dall’ottenebrazione della Luna nel passar sotto ’l Sole, non può aver vigore s’ e’ non dimostra prima che ’l mancamento nel Sole si faccia cospicuo sin quando la Luna occupa del suo disco meno di una delle quarantamila parti; altramente la proporzion dalla Luna a Venere non procede. Or quanto ciò sia difficile ad esequirsi, è manifesto ad ogn’uno.

Ha dell’incredibile che Mercurio sia stato visto sotto’l Sole. Che Mercurio sia stato da diversi veduto sotto’l Sole, è non solamente dubbio, ma inclina assai all’incredibile, come nell’altra accennai a V. S.: e quanto al Keplero citato in questo luogo, io non dubito punto che, come d’ingegno perspicacissimo e libero, e amico assai più del vero che delle proprie opinioni, ei sia per restar persuasissimo Negrezze vedute nel Sole sono state delle macchie., tali negrezze vedute nel Sole essere state alcune delle macchie, e le congiunzioni di Mercurio aver solamente porto occasione d’applicarvi in quelle ore più fissa ed accurata considerazione; con la qual diligenza anco in altri tempi si sarieno vedute, sì come
1. Construzione, B, s — 3-4. perchè non avevano mai veduto eclissarsi da loro il Sole, mostra, A, B; in B è corretto, di mano di Galileo, conforme a quel che legge la stampa. — 4. arg.o, A; argumento,B, s — 22. conspicuo, B, s — 25. eseguirsi, B; esseguirsi, s — 26 (postilla marginale), del incredibile, s —
[p. 199 modifica]frequentemente si sono per vedere per l’innanzi, e già le ho fatte vedere a molti.

Resti per tanto indubitabilmente dimostrata l’oscurità di Venere Oscurità di Venere e revoluzion d’essa circa ’l Sole come si dimostri. dalla sola esperienza che io scrissi nella prima lettera, e che ora pone qui Apelle nel terzo luogo, cioè dal vedersi variar in lei le figure al modo della Luna; e siaci, oltre a ciò, per solo fermo e così forte argomento da stabilir la revoluzione di Venere circa ’l Sole, che non lasci luogo alcuno di dubitare: e però si deve reputare degno d’esser da Apelle delineato, come figura principalissima, nella più cospicua e nobil parte della sua tavola, e non in un angolo in guisa di pilastro, per appoggio e sostegno di qualche figura che senz’esso sembrasse a’ riguardanti di minacciar rovina.

Ma passo ad alcune considerazioni intorno a quello che Apelle in parte replica ed in parte aggiugne al già scritto in proposito delle macchie solari. Dove in generale mi par che nelle loro determinazioni e’ vadia più presto manco resoluto che avanti non aveva fatto, se ben insieme insieme si mostra desideroso di presentarle più tosto modificate che diversificate76, anzi che nel fine afferma, tutte le cose dette nelle prime lettere restar costanti; con tutto ciò vengo in qualche speranza d’averlo a vedere nella terza scrittura d’opinioni intrinsecamente assai conformi alle mie, non dico già in virtù di queste lettere, le quali per la difficoltà della lingua non possono da lui esser vedute, ma perchè col pensare verranno ancora a lui in mente quelle osservazioni quelle ragioni e quelle soluzioni medesime, che hanno persuaso me a scrivere ciò che ho scritto nella prima e nella seconda lettera e che aggiungo nella presente. E già si vede quanti particolari e’ mette in questa seconda scrittura, non osservati ancora nella prima. Stimò avanti, le macchie solari essere tutte di figura sferica, dicendo che se le si potessero veder separate dal Sole, ci
8-9. dubitare, e degno di esser, A, B; in B è corretto, di mano di Galileo, conforme a quello che legge la stampa. — 10. conspicua, B, s — della tavola, A, B; in B è aggiunto sua, di pugno di Galileo. — 17-18. più presto modificate, A, B; in B di mano di Galileo è corretto presto in tosto. — 18. in fine, A, B; in B Galileo sostituì nel a in. — 19. constanti, B, s —
[p. 200 modifica]parirebbono tante piccole lune, altre falcate, altre in forma di mezzo

cerchio, altre di più che mezzo, e forse altre interamente piene: ora fac. 17, ver. 16; fac. 28, ver. 11. [pag. 48, lin 11] con maggior verità scrive, rarissime essere sferiche, e spessissime di figure Figure irregolari e instabili delle macchie, ed altre loro mutazioni conosciute. irregolari. Ha parimente osservato, come rarissime o nessuna mantengano la medesima figura per tutto ’l tempo che restano cospicue, fac. 17, ver. 18; fac. 28, ver. 16. [pag. 48, lin. 13] ma stravagantemente si vanno mutando, ed ora crescendo, ora scemando; fac. 17, ver. 25; fac. 28, ver. 23. [pag. 48, lin. 29] e, quello che è più, ha veduto come improvisamente altre nascono, altre si dissolvono, anco nel mezo del Sole, e come alcune si dividono in due più ed, all’incontro, molte si uniscono fac. 18, ver. 22; fac. 28, ver. 29, [pag. 48, lin. 24 in una: i quali particolari furon da me toccati nella prima lettera. Stimò già, che le fossero stelle erranti, e situate in diverse lontananze dal Sole, sì che alcune fussero meno ed altre più remote, in guisa che moltissime andassero vagando tra ’l Sole e Mercurio e ancora tra Mercurio e Venere, in debite distanze, facendosi visibili solamente quando s’incontrano col Sole; ma ora non sento raffermar una tanta lontananza, e parmi che e’ si contenti di mostrar che le non sono dentro al corpo solare ne contigue alla sua superficie, ma fuori, in lontananza solamente di qualche considerazione, come si può ritrarre dalle ragioni che egli usa in dimostrar la sua opinione. Io facilmente converrei con Apelle in creder che le non sieno nel Sole, cioè immerse dentro alla sua sustanza; ma non affermerei già questo in vigor delle ragioni addotte da esso, nella prima delle quali e’ piglia un supposto che senz’altro gli sarà negato da chi volesse fac. 19, ver. 15; fac. 29, ver. 21. [pag. 49, lin. 17] difender il contrario: perchè non è alcuno così semplice, che volendo sostener le macchie esser immerse dentro alla solar sostanza, e apresso ammetter la loro continua mutabilità di figura di mole di separazione ed accozzamento, conceda insieme il Sole esser duro ed immutabile; Sendenza del corpo solare come sia controversa. ma resolutamente negherà tale assunto e la prova che di esso apporta Apelle, fondata su l’opinione, per suo detto, comune

di tutti i filosofi e matematici: nè piccola ragione averà di negarla, sì perchè Autorità val poco a paragon della ragione.l’autorità dell’opinione di mille nelle scienze non val per
5-6. conspicue, B, s — 9. in due e più, B, s — 12. più lontane, A, B; in B lontane è corretto, di mano di Galileo, in remote. - 18. fuori ed in lontananza di qualche considerazione, A, B; in B è stato corretto, di pugno di Galileo, conforme alla lezione della stampa. — 20. siano, A; sijno corretto da Galileo in sieno, B — 21-22. già ciò, A, B; in B Galileo corresse ciò in questo, — 23-25. volesse sostenere, le macchie esser nel corpo solare, A, B; in B Galileo corresse conforme alla lezione della stampa. — 28. assunto insieme con la prova, A, B; in B fa corretto, di mano di Galileo, conforme alla lezione della stampa. —
[p. 201 modifica]una scintilla di ragione di un solo77, sì perchè le presenti osservazioni spogliano d’autorità i decreti de’ passati scrittori, i quali se vedute l’avessero, avrebbono diversamente determinato. In oltre, quei medesimi autori che hanno stimato il Sole non esser cedente né mutabile, hanno molto men creduto ch’e’ fosse sparso di macchie tenebrose; e però dove fosse forza che l’opinione del non esser macchiato cedesse all’esperienza, indarno si ricorrerebbe per difesa all’opinione della durezza e dell’immutabilità, perchè dove cede quella che pareva più salda, molto meno resisteranno le men gagliarde: anzi gli avversarli, acquistando forza, negheranno il Sole esser duro o immutabile, poi che non la semplice opinione, ma l’esperienza, glie lo mostra macchiato. E quanto a i matematici, non si sa che alcuno abbia mai trattato della durezza ed immutabilità del corpo solare, né che l’istessa scienza matematica sia bastante a formar dimostrazioni di simili accidenti. fac. 20, ver. 25; fac. 31, ver. 2. [pag. 50, lin. 9]La seconda78 ragione, fondata sul vedersi alcune macchie più oscure verso la circonferenza del Sole che poi quando sono verso le parti medie, dove par che si vadino rischiarando, non par79 che stringa l’avversario a doverle por fuori del Sole; sì perchè l’esperienza del fatto
17. che quando poi, B, s —
[p. 202 modifica]per lo più, se non sempre, accade in contrario, sì perchè la rarefazione e condensazione, accidenti non negati alle macchie, son bastanti per render ragione di tal effetto, e forse non men di quello che Apelle n’apporta dicendo che l’irradiazione più diretta e più forte, fatta quando la macchia è intorno al mezo del disco che quando è vicina alla circonferenza, produce tal diminuzion di negrezza. Perchè, ripigliando la sua figura e rileggendo la sua dimostrazione, dico non esser vero che i raggi derivanti dalla superficie AG sieno debilissimi per l’inclinazione sferica del Sole in quella parte: anzi, diffondendosi da ogni punto della superficie del Sole non un raggio solo, ma una sfera immensa di lume, non è punto alcuno delle superficie superiori ed averse all’occhio, di amendue le macchie D ed IK, al quale non pervenghino egualmente raggi, onde esse macchie restino egualmente illustrate. Nè parimente è vero che i raggi della superficie declive AG pervenghino più debili all’occhio che quelli di mezo; come l’esperienza ci dimostra. E però’, per mio parere, meglio per avventura sarebbe il dire (qual volta non si volesse ricorrere al più o men denso e raro) che l’istessa macchia appar meno oscura intorno al centro che verso l’estremità, perchè qui vien veduta per coltello e quivi per piatto, accadendo in questo l’istesso che in una piastra di vetro, la quale veduta per taglio appare oscura e opaca molto, ma per piano chiara e trasparente; e questo servirebbe per argomento a dimostrar che la larghezza di tali macchie è molto maggior che la loro profondità. Macchie non lagune nè cavità nel corpo solare.Quello che si soggiugne per provare che le macchie non son lagune fac. 22, ver. 20; fac. 32, ver. 8. [pag. 51, lin. 11] lagune o cavernose voragini del corpo solare, si può liberamente concedere tutto, perchè io non credo che alcuno sia per introdur mai una tale opinione per vera. Ma perchè nè io nè, che io sappia, altri ha
5. del Sole, A, B; in B Galileo corresse, di proprio pugno, Sole in disco, — 9. Dopo parte, in A si legge, cancellato, quanto segue: «anzi, sendo l’arco AG molto maggiore di quello a cui sottende la macchia IK, maggior quantità di raggi escono da quello che da questo, partendosi da ogni punto della superficie solare una sfera immensa di lume, li quali». — 27. per produr mai, A (produr è di lettura incerta) —

nota 80 [p. 203 modifica]conteso che le macchie siano immerse nella sustanza del Sole, ma ben ho replicatamente scritto a V. S., e, s’io non m’inganno, necessariamente concluso, che le siano o contigue al Sole o per distanza a noi insensibile separate da quello, è bene che io esamini le ragioni che Apelle produce per argomenti irrefragabili onde la di loro lontananza non piccola dalla solar superficie ci si faccia manifesta.

fac.18, ver26; fac. 29, ver. 16. [pag. 49, lin.2] Prende Apelle la sua ragione dal vedersi le macchie dimorar tempi ineguali sotto la faccia del Sole, e quelle che la traversano per la linea massima, passando per lo centro, dimorar più che quelle che passano per linee remote dal centro; e ne adduce l’osservazion di due, l’una delle quali dimorò giorni 16 nel diametro, e l’altra, passando alquanto lontana dal centro, scorse la sua linea in giorni 14. Or qui vorrei trovar parole di poter senza offesa di Apelle, il quale io intendo di onorar sempre, negare tale esperienza; perchè, avendo io circa questo particolare fatte molte e molte diligentissime osservazioni, non ho trovato incontro alcuno onde si possa concluder altro, se non che le macchie tutte indifferentemente dimorano sotto ’l Macchie dimorano tempi uguali sotto ’l solar disco.solar disco tempi eguali, che al mio giudizio sono qualche cosa più di giorni 14: e questo affermo tanto più resolutamente, quanto che sarà per avanti in potestà di ciascheduno il farne senza incomodo mille e mille osservazioni. E quanto alla particolare esperienza che Apelle ci propone, v’ho qualche scrupolo, per aver egli eletto nella prima osservazione non il transito di una macchia sola, ma di un drappello assai numeroso, e di macchie che molto si andarono variando di posizione tra di loro; dalle quali cose ne conseguita che tale osservazione, come soggetta a molte accidentarie alterazioni, non sia a bastanza sicura per determinare essa sola una tanta conclusione. Anzi gl’irregolari movimenti particolari di esse macchie rendono le osservazioni soggette a tali alterazioni, che non è da prender resoluzione se non dalla conferenza di molti e molti particolari: il che ho fatto sopra la moltitudine di più di 100 disegni grandi ed esatti, ed ho incontrate bene alcune piccole differenze di tempi ne i passaggi, ma ho anco trovato alternatamente esser non meno talor più
19. affermo io tanto, A, B; in B io è cassato. — 22. propone, ho, A; in B pare che e’ sia stato aggiunto. — 24. drapello, s — andorno (o andorono?) corretto in andarono, A; andarono, B, s — 32. ed ho trovato, A, B; in A trovato è corretto in incontrato, e in B in incontrate, nel!’uno e nell’altro codice di mano di Galileo. — 33. ma ho trovato, A —
[p. 204 modifica]testarde le macchie de’ cerchi più vicini al centro del disco, che altra volta quelle de’ più remoti81. Ma quando anco non ci fosse in pronto di poter far incontri sopra i disegni già fatti e sopra quelli che si faranno, parmi ad ogni modo di poter dalle cose stesse proposte ed ammesse da Apelle ritrar certa contradizione, per la quale molto ragionevolmente si possa dubitare circa la verità dell’addotta osservazione ed, in consequenza, Macchie non sono remote dalla supeficie del Sole. della couclusioue che indi si deduce. Imperò che io prima considero, che dovendo egli valersi della disegualita de’ tempi de passaggi delle macchie come di argomento necessariamente concludente la notabil lontananza loro dalla superficie del Sole, è forza che e’ supponga, quelle essere in una sola sfera che di un moto comune a tutte si vada volgendo; perchè se e’ volesse che ciascuna avesse suo moto particolare, niente da ciò si potrebbe raccòrre che concernesse alla prova della remozion loro dal Sole, perchè si potria sempre dire che la maggior o la minor dimora di queste o di quelle nascesse non dalla distanza della lor sfera dal Sole, ma dalla vera e reale disegualità de’ lor proprn moti. Considero appresso, che le linee descritte nel disco solare dalle macchie non s’allargano dall’eclittica, massimo cerchio della lor conversione, o verso borea o verso austro82, oltre a
1. al centro, che, A — 2. de’ cerchi più remoti, A — 3-4. sopra disegni, B, s —
[p. 205 modifica]certe limitate distanze, che al più arrivano a 28, 29 e, rare volte, a gradi. Ora, poste queste cose, mi par di poter con assai manifeste contradizioni de i pronunziati d’Apelle tra di loro medesimi, render inefficace quant’egli in questo luogo produce per argomento della remozion delle macchie dalla superficie del Sole. Imperò che, concedendogli i suoi assunti anco nel sommo e più favorevol grado che esser possa in prò della sua conclusione, cioè che le prime macchie traversassero la massima linea, dico il diametro del Sole, in giorni 16 almeno, e che l’altra in giorni 14 al più traversasse una parallela distante dal diametro non manco di gradi, mostrerò di qui seguire, la lontananza loro dal Sole dover esser tanto grande, che molti altri particolari accidenti manifesti non potrebbono sussistere in modo alcuno. E prima, per pienissima intelligenza di questo fatto, dimostrerò che, traversando due macchie il disco solare, una per il diametro e l’altra per una linea minore, i tempi de’ lor passaggi hanno sempre tra di loro minor proporzione che le dette linee, qualunque si sia la grandezza dell’orbe che le portasse in giro: per la cui dimostrazione propongo il seguente lemma. Sia il mezzo cerchio ACDB, convertibile intorno al suo diametro AB, nella cui circonferenza siano presi due punti C, D, e da essi venghino sopra ’l diametro AB le perpendicolari CG, DI; ed intendasi nel rivolgimento trasferito il mezzo cerchio ACB in AEB, sì che il punto E sia l’istesso che ’l punto C, e l’F sia il D, e la linea EG sia la medesima che la GC, ed IF sia la ID; e da’ punti sublimi E, F caschino le perpendicolari al piano soggetto EM, FO, le quali caderanno sopra le prime linee GC, ID: ed è manifesto che se ’l cerchio AEFB si fosse mosso una quarta, e fosse in consequenza eretto al piano dell’altro cerchio ACDB, le perpendicolari cadenti da i punti E, F sarebbono l’istesse EG, FI;
12. manifesti e da lui confessati non potrebbon, A — 17-18. orbe dal quale esse venissero portate: per la cui dimostrazione fa di bisogno preporre il seguente lemma, A — 22. transferito, s —

[p. 206 modifica]ma sendo elevato meno d’una quarta, caschino, come s’è detto, in M, O. Dico le linee CG, DI esser segate da i punti M, proporzionalmente. Perchè ne’ triangoli EGM, FIO i due angoli EGM, FIO sono eguali, essendo l’inclinazion medesima de i due piani ACB, AEB; e gli angoli EMG, FOI son retti; adunque i triangoli EMG, FOI son simili: e però come EG a GM, così FI ad IO; e sono le due EG, FI le medesime che le CG, DI; e però come CG a GM, così DI ad IO, e, dividendo, come CM ad MG, così DO ad OI.

Il che dimostrato, intendasi il cerchio HBT, segante il globo solare secondo il diametro HT, che sia asse delle l’evoluzioni delle macchie; e sia dal centro A il semidiametro AB perpendicolare all’asse HT, sì che nella l’evoluzione la linea AB descriva il cerchio massimo; e preso qualsivoglia altro punto nella circonferenza TBH, che sia il punto L, tirisi la linea LD parallela alla BA, la quale sarà semidiametro del cerchio la cui circonferenza vien descritta nella revoluzione dal punto L. Ora è manifesto, che quando il Sole si rivolgesse in sè stesso, e fossero due macchie ne’ punti B, L, amendue traverserebbono nel tempo istesso il disco solare, veduto dall’occhio posto in distanza immensa nella linea prodotta dal centro A perpendicolarmente sopra il piano HBT, che sarebbe il cerchio del disco, e le linee BA, LD apparirebbono la metà di quelle che dette macchie B, L descrivessero ne’ lor movimenti. Ma quando le macchie non fossero contigue al Sole, ma fossero in una sfera che lo circondasse e di lui fusse notabilmente maggiore, non è dubbio che quella macchia che apparisse traversare il solar disco per il diametro BA, consumerebbe più tempo che l’altra che traversasse per la minor linea LD, e la differenza di tali tempi diverrebbe sempre maggiore e maggiore secondo che l’orbe deferente le macchie si ponesse più e più grande: ma non però accader potrebbe già mai che la differenza di tali tempi fosse tanta, quanta è la differenza delle linee passate BA, LD; ma sempre avverrà che ’l tempo del transito per la massima linea BA, al tempo del transito per qualunque altra minore, come, per essempio, per la LD, abbia minor proporzione di quella che ha la linea BA alla LD: che è quello che io intendo ora di dimostrare.

Perlochè siano prolungate infinitamente le linee DL, AB verso E, C, e l’asse HT verso R, O; ed intendasi nell’istesso piano HBT il cerchio massimo di qual si voglia sfera, e sia PECO; e per li punti B, L [p. 207 modifica]siano prodotte le BGF, LN, parallele all’asse OAR; e fatto centro D, descrivasi con l’intervallo DE il quadrante ENR, la cui circonferenza seghi la parallela LN in N, e per N passi la MNF, parallela alla DE, la quale seghi la BF in F; e congiungasi la FD, che seghi la circonferenza ENR nel punto I, dal quale tirisi la IS, parallela alla FG; e congiungasi la linea retta ND. E perchè il quadrato della linea FD

6. e congiungasi la linea retta ND, manca in A, B83. —
[p. 208 modifica]è eguale alli due quadrati delle linee FM, MD, essendo M angolo retto; ed il quadrato ND è eguale alli due NM, MD; l’eccesso del quadrato FD sopra ’l quadrato ND sarà eguale all’eccesso delli due quadrati FM, MD sopra li due NM, MD, il quale (rimosso il comune quadrato MD) è l’istesso che l’eccesso del quadrato FM sopra ’l quadrato MN: ma perchè FM è eguale alla BA, lati opposti nel parallelogrammo, e la NM è eguale alla LD, e l’eccesso del quadrato BA sopra ’l quadrato LD è il quadrato DA, adunque l’eccesso del quadrato FD sopra ’l quadrato ND è eguale al quadrato DA; e però il quadrato FD è eguale alli due quadrati delle linee ND, DA, cioè delle due ED, DA. Ma a questi due medesimi quadrati è eguale ancora il quadrato del semidiametro CA; adunque la linea FD è eguale alla linea CA. In oltre, perchè nel triangolo FGD la linea IS è parallela alla FG, sarà come FD a DG, cioè come CA ad AB, così ID, cioè ED, a DS; e, dividendo, come CB a BA, così ES a SD. Onde, se intorno all’asse PO intenderemo rivolgersi la sfera ed elevarsi il mezo cerchio PCO sin che la perpendicolare cadente dal punto C, fatto sublime, venga sopra ’l punto B, è manifesto, per il converso del lemma precedente, che la perpendicolare cadente dal punto E verrà in S; e però quando la macchia C comincerà ad apparire nel limbo del disco solare, cioè nel punto B, l’altra E sarà ancora lontana dalla circonferenza del disco per l’intervallo SL. E perchè, fatta la quarta parte della conversione, i perpendicoli delle macchie C, E caderanno ne’ punti D, A nel momento stesso, è chiaro che ’l tempo del passaggio per BA è eguale al tempo del passaggio dell’altra macchia per tutta la SD; del qual tempo è parte quello del transito per LD. Segue ora che dimostriamo, il tempo del passaggio per BA al tempo per LD aver minor proporzione che la linea BA alla LD: e perchè già consta che il tempo del transito per BA è eguale al so tempo per SD, se sarà dimostrato che il tempo per SD al tempo per DL ha minor proporzione che la linea BA alla LD, sarà provato l’intento. Ma il tempo del passaggio per SD al tempo del passaggio per LD ha la medesima proporzione che l’arco IR all’arco RN (essendo l’arco ENR eguale alla quarta che il punto E descriverebbe nella superficie della sfera nel rigirarsi intorno all’asse PO, nella cui
4. remosso, s — 24-25. ’l tempo dal passaggio, s —
[p. 209 modifica]circonferenza le perpendicolari erette da i punti S, L, D taglierebbono archi eguali alli due IR, NR, ed esse linee SD, LD sarebbono loro sini, sì come sono delli due archi IR, NR); resta, dunque, che dimostriamo, la retta BA alla DL, cioè la FM alla MN, aver maggior proporzione che Parco IR all’arco RN. E perchè il triangolo FDN è maggiore del settore IDN, ara il triangolo FND al settore NDR maggior proporzione che il settore IND al medesimo settore NDR: ma il triangolo medesimo FDN ha ancora maggior proporzione al triangolo NDM che al settore NDR, essendo il triangolo NDM minore del settore NDR: adunque molto maggior proporzione ara il triangolo FDN al triangolo NDM che ’l settore IDN al settore NDR, e, componendo, il triangolo FDM al triangolo MDN ara maggior proporzione che il settore IDR al settore RDN. Ma come il triangolo FDM al triangolo MDN, così la linea FM alla linea MN; e come il settore IDR al settore RDN, così è l’arco IR all’arco RN: adunque la linea FM alla MN, cioè la BA alla LD, ha maggior proporzione che l’arco IR all’arco RN, cioè che ’l tempo del passaggio per BA al tempo del passaggio per LD. Di qui può esser manifesto, quanto vicino ad un impossibile assoluto si conducesse Apelle, nel dir di aver osservato una macchia traversare il diametro del disco solare in giorni 16 al meno, ed un’altra una minor linea in 14 al più: perchè, posto anco che, come di sopra ho detto a favor massimo della sua asserzione, la seconda macchia traversasse una linea lontana gradi dal diametro, cosa che a rarissime o nessuna delle macchie grandi, qual fu quella, si vede accadere, se la proporzione de i giorni 16 e 14, che e’ mostra ad abbondante cautela di aver ristretta, si allargasse ore 3 ½ solamente, sì che l’un tempo fosse stato giorni 16 e l’altro 13 ed ore 4, la proposizione sarebbe stata assolutamente falsa ed impossibile; perchè la proporzione di questi tempi sarebbe maggior di quella che ha il diametro alla suttesa di gradi 120, la quale ha il tempo di giorni 16 al tempo di giorni 13, ore 20. 33’. Ma con tutto ciò, ben che si sia sfuggito un impossibile assoluto, pur s’incorre in uno ex suppositione, che basta per mostrar l’inefficacia dell’argomento: onde io vengo a
5. all’arco RN. Producasi la linea ND; e perchè, A, B84 — 26-27. abondante, s —
[p. 210 modifica]dimostrare, come, posto che una macchia traversasse il diametro del Sole in un tempo sesquisettimo al tempo del passaggio di un’altra che si movesse per il parallelo distante gradi, necessariamente segua che la sfera che conduce dette macchie abbia il semidiametro più che doppio al semidiametro del globo solare. Sia il cerchio massimo del globo solare, il cui asse PR, il centro A; e sia la linea ABC perpendicolare alla PR, e pongasi l’arco BL esser gradi 30, e sia tirata la DLE parallela alla AC; e di una sfera che, rivolgendosi intorno al Sole, porti le macchie che traversino la linea BA e la LD, quella in tempo sesquisettimo al tempo di questa, sia il cerchio massimo FECH, nel piano del cerchio PBR: dico che il semidiametro di tale sfera, cioè la linea CA, è di necessità più che doppio del semidiametro del Sole BA. Imperò che se non è più che doppio, sarà o doppio o meno che doppio. Sia, prima, se è possibile, doppio: ed intendasi per il punto B la BG, parallela alla DA, e facciasi come la CA alla ED, così la BA alla ID; e perchè CA è maggiore di ED, sarà ancora la BA maggiore della ID. E per le cose precedenti è manifesto, che quando la macchia C apparirà in B, la macchia E apparirà in I, ed amendue poi nell’istesso tempo appariranno in A, D; perlochè il tempo del transito apparente della macchia C per BA sarà eguale al tempo del transito della macchia E
8-13. In luogo del tratto «e di una sfera... del Sole BA», che nel cod. A si legge sul margine, prima Galileo aveva scritto il brano seguente, ora cancellato: È, primieramente, manifesto che, se noi intenderemo che stando immobile il diametro FB, il Sole si rivolga intorno ad esso, due macchie poste in B ed L appariranno traversare le linee LD e BA nell’istesso tempo; ma se, prolungando l’asse PB in FH, intenderemo in altra sfera maggior del Sole intorno al centro A, convertibile essa ancora intorno al medesimo asse FH, della quale un cerchio massimo FCH sia nel piano medesimo del cerchio PBR, sino alla circonferenza del quale sieno prolungate le linee DLE, ABC, e due macchie s’intendano esser ne punti E, G, dico che G ed E, poliate dalla circonferenza FEGH, si vedranno traversare le linee BA, LD o vero le loro doppie, ed in tempo maggiore la G traverserà la BA, ed in minore la E passerà la LD: il che è manifesto. Ma si deve dimostrare che, se ’l tempo del passaggio della macchia C per la linea BA sarà sesquisettimo al tempo del passaggio della E per la LjD, il semidiametro AG sarà di necessità più che doppio del semidiarnetro AB — 15-20. Anche da «e facciasi» fino a «appariranno in A, D» nel cod. A si legge sul margine. Prima Galileo aveva scritto quanto segue, che è cancellato: E facciasi come AG alla DE, così la AB alla DI; e perchè AG è maggiore della ED, sarà la BA, ciò è la GD, maggiore della DL congiungasi la E A, e per il punto I tirisi la IO, parallela alla E A: è manifesto, volgendosi la sfera FGH intorno all’asse FU, quando il punto C, portato dalla circonferenza FCH, starà elevato soprani piano del cerchio PBR, sì che la perpendicolare cadente da esso punto sublime G sopra il detto piano caschi in B, la perpendicolare ancora cadente dal punto E elevato cadrà in I, avendo la AB alla DI la medesima proporzione che la AG alla DE; ma quando per la medesima conversione il piano del cerchio FCH verrà eretto al piano PBR, le macchie E, C appariranno [il ms.: apariranno] ne’ punti D, A —
[p. 211 modifica]per ID, e però il tempo per BA al tempo per LD arà la medesima proporzione che ’l tempo per ID al tempo per LD: la qual proporzione è quella che ha l’arco del sino ID all’arco del sino LD, presi nel cerchio il cui semidiametro sia la linea DE. E perchè nel triangolo EAD la IO è parallela alla EA, sarà come ED a DI, così AD a DO, ed AE a IO: ma ED è doppia di DI, perchè ancora la CA si pone esser doppia della AB: adunque AD sarà doppia di DO, ed AE di IO; adunque IO è eguale al semidiametro AB. E perchè l’arco BL si pone esser gradi 30, sarà il sino tutto BA, cioè IO, doppio di AD, e per consequenza quadruplo di OD; posto dunque il sino tutto IO esser 1000, sarà OD 250, e DI 968, e la sua doppia DE 1936: ma di tali ancora è la LD (sino dell’arco LP) 866: adunque di quali ED, sino tutto, fosse 1000, di tali sarebbe ID 500, e DL 447, e l’arco, il cui sino ID, sarebbe gradi 30.0’, e l’arco, il cui sino LD, gradi 26.33’. Ma bisognerebbe che e’ fosse gradi 25.45’per osservar la proporzione sesquisettima del tempo detto al tempo; adunque l’arco del sino LD è maggior di quel che bisogna per mantener la detta proporzione. Adunque non è possibile che ’l semidiametro CA sia doppio del semidiametro AB; e molto maggiore inconveniente seguirebbe a porlo men che doppio: seguita, adunque, che di necessità e’ sia maggior che doppio; che è quanto si doveva dimostrare. Dalle asserzioni, dunque, di Apelle, che alcune macchie abbino
29. bisognava corretto in bisogna, B; bisognava, s — 33. Dopo dimostrare si legge in A, cancellato, quanto appresso (cfr. pag. 212, lin. 26 — pag. 213, lin. 1, e pag. 212, lin. 26, tra le varianti): Dico, di più, che Apelle poteva altresì venire in notizia di questa massima vicinità delle macchie alla superficie del Sole (vegga V.S. quanta è la forza del vero) —
[p. 212 modifica]traversato il diametro del disco in giorni 16, ed altre la parallela da quello remota al più gradi 30 in giorni 14, seguita, come vede V.S., che la sfera che le conduce sia lontana dal Sole più del semidiametro del Sole: la qual cosa poi è per altri incontri manifestamente falsa. Perchè, quando ciò fosse, del cerchio massimo di tale sfera s’interporrebbe tra l’occhio nostro e ’l disco solare molto meno di 60 gradi, e molto minori archi verrebbono interposti de gli altri paralleli: onde, per necessaria consequenza, i movimenti delle macchie nel Sole apparirebbono totalmente equabili nell’ingresso nel mezo e nell’uscita; gli intervalli tra macchia e macchia e le figure e grandezze loro (per quello che depende dalle diverse positure ed inclinazioni) sempre si mostrerebbono l’istesse in tutte le parti del Sole: il che quanto sia repugnante dal vero, siane Apelle stesso a sé medesimo fac. 18, ver. 22; fac. 29, ver. 12. [pag. 48, lin. 40] fac. 18, ver. 5; fac. 28, ver. 32. [pag. 48, lin. 27] testimonio, il quale ha pure osservato l’apparente tardità di moto, l’unione o propinquità, fac. 17, ver. 21; fac. 28, ver. 19. [pag. 48, lin. 16] e la sottigliezza delle macchie presso alla circonferenza, e la velocità la separazione ed ingrossamento molto notabile circa le parti di mezzo. Onde io per tale contradizione non temerò di dire, essere in tutto impossibile che, traversando una macchia il diametro solare in 16 giorni, un’altra traversi la sopradetta parallela in 14. Ma soggiugnerò bene ad Apelle, che ritorcendo l’argomento, ed osservando più esattamente, i passaggi delle macchie in qual si voglia linea del disco farsi tutti in tempi eguali (sì come io ho da molt’osservazioni compreso, e ciascuno potrà per l’avvenire osservare), si deve concluder necessariamente, loro essere, come sempre ho detto, o contigue, o per distanza a noi insensibile separate Si chiarisce tuttavia maggiormente che le macchie sono contigue alla superficie del Sole. dalla superficie del Sole. E per non lasciar indietro cosa che possa confermare e stabilire conclusione tanto principale in questa materia, aggiungo che Apelle poteva di ciò altresì accorgersi (vegga V.S.
7. minor archi, B, s — 19. una altra, B, s — 26. Dopo Sole si legge in A, cancellato, quanto appresso: Di che poteva egli altresì accorgersi {vegga Y.S. quanta e la forza del vero) da un’altra sua osservazione, fatta intorno ad una sua macchia insigne, notata μ: della quale egli scrive (fac. 23, e .7 [pag. 51, lin. 28 e seg.]), essere stata la sua prima apparizione in figura di una linea sottilissima e negra, e così vicina alla circonferenza del Sole, che io spazio lucido tra se e l’estremo limbo appariva di sottigliezza eguale alla sua propria; mostra poi nel disegno del giorno seguente (essendo, com’ io credo e com’e’ dice, tali disegni fatti con ogni maggior accuratezza), e la macchia e l’interstizio lucido essersi proporzionatamente dilatati, ed esser tra loro similmente quasi che eguali e di larghezza tripla a quella che ebbero il giorno avanti. Ma un tale accidente non ha luogo se non dove simil macchia sia contigua o insensibilmente remota dalla superficie del Sole; perche, dove la distanza fosse assai notabile, non potrebbe la grossezza della macchia mostrarcisi triplicata se non quando l’intervallo lucido fosse apparentemente cresciuto 8 o 10 volte. —
[p. 213 modifica]quanta è la forza della verità) da due altre conietture necessarie, le quali, per rimuover ogni cagione di dubitare che io, quasi più intento alla ricoperta de’ miei errori che all’investigazione del vero, forse non accomodassi le mie figure alle proprie conclusioni, voglio cavar da i disegni medesimi d’Apelle; se bene più esattamente lo potrei dedurre da alcuni miei, per avventura, almeno rispetto alla maggior grandezza, più giustamente delineati.

Prenda, dunque, V. S. le figure de i due giorni 29 Dicembre, ore 2, e 30, ore pur 2, ne’ quali comincia a farsi vedere la macchia μ, assai insigne tra le altre: la quale, come referisce il medesimo autore, si mostrò il primo giorno in aspetto di una sottil linea nera, e separata dall’estremità del Sole per un interstizio lucido, non più largo della sua grossezza; ma, come dimostrano i disegni, il giorno seguente all’istessa ora fu la sua distanza quasi triplicata, e la grossezza della macchia parimente agumentata assai. In oltre, egli afferma di questa macchia (tra l’incostanza dell’altre, assai costante) che il suo visual diametro fu una delle 18 parti in circa del diametro del disco solare: e perchè ella crebbe sino alla figura di mezo cerchio, e fu, nel suo primo apparir, col suo diametro intero parallelo alla circonferenza del disco, seguita per necessità che la dilatazione apparente della sua figura fosse fatta non secondo la lunghezza del suo diametro intero, ma secondo il semidiametro perpendicolare a quello, e così mostra il disegno; tal che la dimension di tal macchia, che sul primo comparire fu sottile assai, verso ’l mezo del disco si dilatò tanto, che occupò circa la trentesimasesta parte del diametro del Sole, cioè quanto è la suttesa di tre gradi e un terzo. Ora, stanti queste due osservazioni, dico non esser possibile che tal macchia fosse per notabile intervallo separata dalla superficie del Sole.

Imperò che sia il cerchio ABD, nel globo solare, quello nella cui circonferenza apparisca muoversi la macchia, ed intendasi l’occhio esser posto nell’istesso piano, ma in lontananza immensa, tal che i raggi da quello prodotti al diametro di esso sieno come linee parallele; ed intendasi la macchia la cui larghezza occupi gradi 3.20’, il cui sino o la cui suttesa, poco da esso differente in tanta piccolezza, sarà 5814 parti di quelle delle quali il semidiametro AM contiene 100000; intendasi, appresso, l’arco AB esser gradi 8, e l’arco BD
2. rimover, s — 8. Decembre, s — 16. inconstanza, B, s — constante, B, s —
[p. 214 modifica]gradi 3.20’, cioè quanta si pone la larghezza della macchia; e per i punti B, D passino le perpendicolari al diametro AM, le quali sieno CBG, ODQ: sarà ACO, sino verso dell’arco ABD, 1950; ed AC, sino verso dell’arco AB, 973; ed il rimanente CO, 977. Dal che abbiamo, primieramente, la macchia μ posta in BD, apparirci molto sottile, cioè la sesta parte solamente di quello che si mostra circa il mezo del disco, cioè nel luogo μ; apparendoci in BD eguale a CO, cioè 977, ed in μ si mostra 5814, il qual numero contiene prossimamente sei volte l’altro 977. Di più, abbiamo l’intervallo lucido AC eguale all’apparente grossezza della macchia, essendo AC 973, e CO 977: e questi particolari requisiti acconciamente rispondono alle osservazioni di Apelle. Ora veggiamo se tali particolari potessero incontrarsi, ponendosi la conversione delle macchie remota dal globo del Sole solamente per la ventesima parte del suo semidiametro. Pongasi, dunque, il semidiametro d’una tale sfera MF, sì che AF sia 5000 di quali il semidiametro AM è 100000; sarà, dunque, tutta la FM 105000. Ma di quali parti MF è 100000, di tali FA sarà 4762, ed AC 927, CO 930, FAC 5689, ed FACO 6619: e descrivendo il cerchio FEGQ, e tirando la parallela AE, si troverà l’arco FE esser gradi 17.40’, FEG 19.25’, EG 1.45’, FEGQ 21, GQ 1.35’; e la sua suttesa nel luogo incontro a sarebbe 2765, essendo stata in GQ eguale a CO, cioè 930, il qual numero non arriva alla terza parte
8. ed in M si, s — 16, 17, de quali, s — 16. donque, s — 17. de tali, s
[p. 215 modifica]di 2765. Quando, dunque, la macchia μ si movesse in tanta lontananza dal Sole, non potria mai mostrarsi ingrossata più di tre volte: il che è molto repugnante alle osservazioni di Apelle ed alle mie. E noti V. S. ch’io fo la presente illazione supponendo che la macchia μ fusse apparsa traversare il diametro del Sole, e non, come fece, una linea più breve: che se di questia più breve ci servissimo, la repugnanza si troverebbe ancor maggiore, sì come molto più notabile si vedrebbe servendoci di macchie più sottili, e notabilissima ed immensa la troverebbe chi volesse por la distanza delle macchie lontana dal Sole quanto il suo semidiametro o più; perchè in tal caso niuna differenza assolutamente si potrebbe notare in tutto ’l passaggio loro. Vengo ora all’altra coniettura presa dall’accrescimento che fece in un sol giorno l’intervallo lucido e la grossezza della macchia, conforme alle note di Apelle. E ripigliando la figura medesima, e ponendo prima la macchia contigua al Sole, triplico il sino verso dell’intervallo lucido AC (che tanto si dimostrò accresciuto nel seguente giorno), ed ho la linea AS 2919 parti di quali AM è 100000; onde l’arco ABDL sarà gradi 14, a’ quali aggiungo gradi 3.20’per l’arco LP, occupato dalla vera grossezza della macchia, ed ho gradi 17.20’ per l’arco ALP, il cui sino verso ASR è 4716, dal quale sottratto AS resta 1797; e tanta apparirà la grossezza della macchia in questo luogo, ch’è quasi doppia di quello che apparve il giorno avanti in BD, essendo stata la linea CO 977. Ma se noi intenderemo la macchia esser passata non per l’arco ALP, ma per FEH, essendo AC adesso parti 927 di quali il semidiametro FM è 100000, sarà il suo triplato ACOS 2781; al quale aggiunto il sino verso FA, ch’è 4762, fa 7543 per il sino verso FAS, onde l’arco FEH sarà gradi 22.20’; a i quali giungendo gradi 1.35’ per la vera grossezza della macchia (che tanto si trovò dover esser, quando ella passasse per l’arco FEH), si avranno gradi 23.55’ per tutto l’arco FET, il cui sino verso FSR è 8590; dal quale sottraendo il sino FS, resta SR 1047, apparente grossezza della macchia locata in HT, la quale supera quella del precedente giorno, cioè la CO, di meno d’un’ottava parte. Tal che quando la sua conversione fosse fatta in un cerchio distante dal Sole per la ventesima parte del suo semidiametro solamente, la sua visibil grossezza non sarebbe nel
10. il suo diametro o, B, s — 18. de quali, s —
[p. 216 modifica]seguente giorno cresciuta un’ottavo: ma ella ne crebbe più di sette: adunque necessariamente rade la solar superficie. E perchè85 questo è uno de’ capi principali che in questa materia venghino trattati, non devo pretermetter di considerare alcune altre osservazioni che Apelle produce a fac. 43 e 44 [pag. 63, lin. 7 e seg.], dalle quali ei pur tenta di persuadere la lontananza delle macchie dal Sole, usando la medesima maniera di argumentare, tolta dalla disegualità de’ tempi della dimora sotto ’l disco solare. La quale quando fosse come Apelle scrive, convincerebbe necessariamente, le macchie non solamente non esser nel Sole, ma nè anco ad esso vicine a gran pezzo: anzi, di più, pigliando i movimenti di quelle esser in genere equabili ed uniformi, sì come la somma dell’accuratissime osservazioni mi dimostra, è impossibile assolutamente, come di sopra ho dimostrato, che simili differenze di tempi, quali in questo luogo pone Apelle, possino ritrovarsi già mai, se non quando alcune delle macchie passassero per linee lontane dal centro del disco non pur li gradi al più da me osservati, ma 50 e 60 e più; il che repugna non solo alle mie osservazioni, ma a queste medesime che Apelle produce: delle quali la macchia G passa per il centro stesso, come si vede nel disegno del giorno di Marzo; la E, come dimostra il disegno del 25 di Marzo, non passa lontana gradi, nè anco 24; l’istesso accade alla macchia H, come si vede nel disegno del giorno dell’istesso mese. Poste queste cose, egli appresso soggiugne, la macchia E essere stata sotto il Sole al meno 12 giorni interi; ma la G, 11 al più; e la H, al più 9. Ma come è possibile che la macchia G, che traversa tutto il diametro, passi in manco tempo che la E, che passa lontana dal centro più di gradi? e che tra il tempo del passaggio di questa e dell’altra H vi sia differenza tre giorni o più, ben che passino in paralleli poco o nulla differenti? e come86 s’è scordato Apelle
6. delle macchie del Sole, s — 24. intieri, s —
[p. 217 modifica]fac. 29, ver. 16. di quello che sopra, a fac. 18, nel X notabile [pag. 49, lin. 2-3] con tanta resoluzione? cioè questo esser certo, che le macchie che traversano il mezo del Sole fan maggior dimora sotto di lui, che quelle che passano più verso gli estremi. Questi sono impossibili assoluti, quando non si volesse dire, i movimenti delle macchie esser tutti di periodi differenti, il che nè è vero ne da Apelle supposto; e dato che vero fusse, cesserebbe tutto il vigor del discorso nel voler egli da tali passaggi dedurre ed inferir il luogo delle macchie rispetto al Sole. Ma perchè troppo invincibile è la forza della verità, ripigliamo Tempi de’ passaggi delle macchie fra loro eguali. pure i medesimi disegni, e consideriamogli spogliati d’ogn’altro affetto, fuori che del venire in notizia del vero; e troveremo, i tempi di detti passaggi essere eguali fra di loro, e tutti circa 14 giorni. E prima, la macchia G, apparsa li 26 di Marzo e non veduta per Esame nelle macchie de’ loro passaggi. avanti, è tanto lontana dalla circonferenza, quanto importa il moto di 3 giorni e forse di 4: del che, senza molto discostarsi, ne è chiaro testimonio nella medesima carta la macchia B delli 4 di Aprile, la quale è men lontana dalla circonferenza della detta G, 26 di Marzo; e pure aveva di già caminato tre giorni o più, come i 2 suoi precedenti disegni ci mostrano. L’ora poi della sua uscita non fu altramente il giorno 3 d’Aprile, ma due o tre giorni dopo; tanta rimane ancora la sua distanza dalla circonferenza: perchè (stando pur negli stessi disegni) vedremo esemplificato questo che io dico nella macchia E, la quale il dì 29 di Marzo non è più lontana dalla circonferenza che la G del 3 d’Aprile; e pur si vede ancora per due giorni, se non più. Se, adunque, a gli otto giorni della macchia G, notati nella tavola, ne aggiugneremo 4 avanti e 2 dopo, aremo giorni 14. Che poi nè avanti nè dopo li 8 giorni ella non fosse osservata, ciò si deve attribuire al non si esser generata avanti, nè conservatasi dopo. E questo dico, perchè suppongo le osservazioni essere state accurate; che quando non fosser tali, potrebbe alcuno attribuir la causa di tale occultazione non all’assenza delle macchie, ma a qualche minor diligenza dell’osservante. Solo a me par che sia qualche difetto nell’elezion dell’osservazioni; le quali dovevano esser di macchie vedute entrare
6. Appelle, s — 6-7. e quando pur fosse, A; e quando pur fusse, B: ma di mano di Galileo e quando pur fu corretto nel cod. B in e dato che vero. — 21, 27, 28. doppo, B, s — 25. vede corretto in vedde, A; vedde, B —
[p. 218 modifica]ed uscire nell’estrema circonferenza, e non di macchie apparse ed occultatesi tanto da quella remote, ed, oltre a ciò, di macchie di continua durazione per tutto il tempo del transito, per non mettere in dubbio se la macchia ritornata fosse l’istessa che la sparita. La macchia E parimente mostra di aver consumato altri giorni 14 in traversare il Sole, perchè nella sua prima osservazione delli 20 di Marzo vien ella ancora posta tanto remota dalla circonferenza, quanto può ragionevolmente importare il movimento di tre giorni: il qual tempo con li 11 notati arriva alla somma ch’io dico. Quanto alla macchia H, dirò, con pace d’Apelle, d’averla per sospetta in tale attestazione, e io credo che la H delli giorni 1, 2 e 3 d’Aprile non sia altramente la H delli 28 e di Marzo: anzi che ho dubbio ancora, se queste due tra di loro sieno l’istessa, atteso che l’intervallo tra le H, G delli 28 è molto maggiore (e pur doverla essere assai minore, rispetto all’esser tanto più vicine alla circonferenza) che quello delli 30; senza che il non si esser ella veduta il giorno intermedio, cioè il 29, è assai necessario argomento, lei non poter essere la medesima; e l’istesso dubbio cade tra l’H del di Marzo e l’H del primo d’Aprile, non si essendo veduta il giorno di mezo, 31 di Marzo. Ma sicuro argomento di tal permuta si cava non meno dalla diversa situazione: poi che l’H delli giorni 28 e di Marzo mostra di caminare nel medesimo parallelo che la G, dalla quale è lontana secondo la longitudine del movimento; ma la H delli 1, 2, 3 d’Aprile è per fianco alla medesima G, e da lei remota solo per latitudine; onde assolutamente ella non è l’istessa che la prima, e però cessa la sua autorità in questa decisione. E perchè, come ho detto ancora, questo è punto principalissimo in questa materia, e la differenza tra Apelle e me è grande (poi che le conversioni delle macchie a me paiono tutte eguali, e traversare il disco solare in giorni 14 e mezzo in circa, e ad esso tanto ineguali, che alcuna consumi in tal passaggio giorni 16 o più, ed altra 9 solamente), panni che sia molto necessario il tornar con replicato esame a ricercar l’esatto di questo particolare; ricordandoci che la natura, sorda ed inesorabile a’ nostri preghi, non è per alterare o per mutare il corso de’ suoi effetti, e che quelle cose che noi procuriamo
3. durazione tutto, B, s — 4. la ritornata, A, B; in B macchia è aggiunto di mano di Galileo. — 6. 20 dì di Marzo B, s — 6-7. vien lei ancora, A, B, s; nella stampa lei è corretto in ella nell’Errata-corrige. — 11. altrirnente, s — 80. 16 e più, B, s; in B e è corretto in o. — 33. sorda o inesorabile A —
[p. 219 modifica]adesso d’investigare e poi persuadere a gli altri, non sono state solamente una volta e poi mancate, ma seguitano e seguiteranno gran tempo il loro stile, sì che da molti e molti saranno vedute ed osservate: il che ci deve esser gran freno per renderci tanto più circospetti nel pronunziare le nostre proposizioni, e nel guardarci che qualche affetto, o verso noi stessi o verso altri, non ci faccia punto piegare dalla mira della pura verità. E non posso in tal proposito Macchie osservate dall’Autore, prodotte poi da Apelle. celare a V. S. un poco di scrupolo che m’e nato dall’aver voluto {{Annotazione a lato sin|fac.47; fac. 30. [pag.65, lin. 33 e seg.] in questo luogo produr quelle due macchie e loro mutazioni, che mandai disegnate a V. S. nella mia prima lettera: e ben che io bene intenda, ciò esser derivato dal suo cortese affetto, desideroso di procacciar credito a loro col dir che molto s’aggiustavano con le sue, e far nascere occasione di mostrar come egli di me ancora teneva grata ricordanza, non però avrei voluto ch’ei passasse poi tanto avanti, che si mettesse in pericolo di scapitare qualche poco nell’opinione del lettore, col dire che dall’incontrarsi tanto esattamente i miei disegni con i suoi, e massime quei della seconda macchia, si accertava del mancamento di paralasse, ed in consequenza della loro gran lontananza da noi; perchè con gran ragione potrà esser messo dubbio sopra tal sua conclusione, poi che le figure ch’io mandai furon di macchie disegnate solitarie e senza rispondenza ad alcun’altra o alla situazion nel Sole, il cui cerchio nè anche fu da me disegnato; il che mi lascia altresì alquanto confuso, onde egli abbia potuto accorgersi dell’averle io precisamente, o no, compartite e disposte. Io spero che da quanto sin qui ho detto Apelle deverà restar satisfatto, e massime aggiugnendovi quello che ho scritto nella seconda lettera; e crederò ch’e’ non sia per metter difficoltà non solo nella massima vicinanza delle macchie al globo solare, ma nè anco nella di lui revoluzione in sè medesimo. In confirmazion di che, posso Rivoluzione del Sole in sè medesimo più chiaro del resto. aggiugnere alle ragioni che scrissi nella seconda lettera a V. S., che nella medesima faccia del Sole si veggono tal volta alcune piazzette Piazzette nella faccia del Sole più chiare del resto. più chiare del resto, nelle quali, con diligenza osservate, si vede il medesimo movimento che nelle macchie; e che queste sieno nell’istessa superficie del Sole, non credo che possa restar dubbio ad alcuno, non essendo in verun modo credibile che si trovi fuor del Sole sustanza alcuna più di lui risplendente: e se questo è, non mi par che
18. parallasse, A — 25. che di quanto, s —
[p. 220 modifica]rimanga luogo di poter dubitare del rivolgimento del globo solare in sé medesimo. E tale è la connession de’ veri, che di qua poi corrispondentemente ne seguita la contiguità delle macchie alla superficie del Sole, e l’esser dalla sua conversione menate in volta; non apparendo veruna probabil ragione, come esse (quando fossero per molto spazio separate dal Sole) dovessero seguitare il di lui rivolgimento.

Restami ora il considerare alcune consequenze che Apelle va deducendo dalle cose disputate: la somma delle quali par che tenda fa. 25, nel fine; fac. 31, ver. 25.[pag. 53, lin. 13] al sostentamento di quel ch’egli si trova avere stabilito nelle sue prime lettere, cioè che tali macchie in fine altro non sieno che stelle vaganti intorno al Sole; perchè non solamente e’ torna a nominarle stelle solari, ma va accomodando alcune convenienze e requisiti tra esse e l’altre stelle, acciò resti tolta ogni discrepanza e ragione di segregarle’ dalle vere stelle. Per tal rispetto, ed anco per applauder alle mie montuosità lunari (del quale affetto io gli rendo grazie), dice che tal mia opinione non è improbabile, scorgendosi anco l’istesso nella fac. 26. ver. 1; fac. 34, ver. 26, [pag. 53, lin. 13] maggior parte di queste macchie; ragione, in vero, che congiunta con le altre dimostrazioni ch’io produco, doverà quietare ogn’uno.

Nelle stelle non sono abitatori nostrali. Che il parer di quelli che pongono abitatori in Giove, in Venere, in Saturno e nella Luna sia falso e dannando, intendendo però per abitatori gli animali nostrali e sopra tutto gli uomini, io non solo concorro con Apelle in reputarlo tale, ma credo di poterlo con fac. 26, ver. 2; fac. 34, ver. 27. [pag. 53, lin. 14] ragioni necessarie dimostrare. Se poi si possa probabilmente stimare, nella Luna o in altro pianeta esser viventi e vegetabili diversi non solo da i terrestri, ma lontanissimi da ogni nostra immaginazione, io per me né lo affermerò né lo negherò, ma lascerò che più di me sapienti determinino sopra ciò, e seguiterò le loro determinazioni; sicuro che sieno per esser meglio fondate della ragione addotta da Apelle in questo luogo, cioè che sarebbe assurdo il mettergli in tanti
20-29. e dannando, io non solo concorro con Apelle in reputarlo tale; ma che ne uomini ne altri animali nostrali naschino altrove che in Terra, credo di poterlo con ragioni necessarie concludere, e per avventura non meno efficaci di quella che Apelle adduce in questo luogo, dicendo che sarebbe assurdo, A,B. In A è cancellato da «io non solo» a «dicendo che», ed in margine è sostituita la lezione che troviamo nella stampa, però con alcune differenze, delle quali queste sono le più notevoli: 23. necessarie concludere. Se; 23-24. probabilmente credere, nella; 24. vegetabili diversissimi; 25. ma da ogni; 26. io ne lo affermerò; 26-27. che di me più sapienti; 2S. fondate che la ragion87
[p. 221 modifica]corpi, quasi che il porre animali, per essempio, nella Luna non si potesse far senza porgli anco nelle macchie solari. Nè anco ben capisco l’illazione che fa Apelle, del doversi conceder qualche lume relesso alla Terra, persuadendone ciò le macchie solari: anzi, perchè la loro reflessione non è molto cospicua, e quello che in esse scorgiamo non può esser altro che lume refratto, se nulla convenisse dedur da tale accidente, sarebbe più presto che la Terra fosse di sostanza trasparente e permeabile dal lume del Sole; il che poi non appar vero. Non però dico che la Terra non lo refletta; anzi per molte ragioni ed esperienze son sicurissimo ch’ella non meno s’illustra di qualunque altra stella, e che con la sua reflessione luce assai maggiore rende alla Luna di quella che da lei riceve. Ma88 poi che Apelle si rende così difficile a conceder questa così potente reflessione di lume fatta dal globo terrestre, e così facile ad ammettere il corpo lunare traspicuo e penetrabile da i raggi solari, come in questo luogo ed ancor più apertamente replica verso il fine di questi discorsi, voglio produrre una o due delle molte ragioni che mi persuadono quella conclusione per vera e questa per falsa; le quali, per avventura risolute con qualche occasione da Apelle, potrebbono farmi cangiar opinione. Non tacerò intanto che io fortemente dubito, che questo comun concetto, che la Terra, come opachissima oscura ed aspra che l’è, sia inabile a reflettere il lume del Sole, sì come all’incontro molto lo reflette la Luna e gli altri pianeti, sia invalso tra 'l popolo perchè non ci avvien mai il poterla vedere da qualche luogo tenebroso e lontano nel tempo che il Sole la illumina, come, per l’opposito, frequentemente vediamo la Luna, quando ed ella si trova nel campo oscuro del cielo, e noi siamo ingombrati dalle
2. possa, A, B; in B è corretto, di mano di Galileo, in potesse. — 5. conspicua, B, s — 7. più presso che, s — 19. aventura, s — 21. opacissima, A —
[p. 222 modifica]tenebre notturne; ed accadendoci89 dopo aver non senza qualche meraviglia fissati gli occhi nello splendor della Luna e delle stelle, abbassargli in Terra, restiamo dalla sua oscurità in certo modo attristati, e di lei formiamo una tale apprensione, come di cosa repugnante per sua natura ad ogni lucidezza; non considerando più oltre, come nulla rileva al ricevere e reflettere il lume del Sole la densità oscurità ed asprezza della materia, e che l’illuminare è dote e virtù del Sole, non bisognosa d’eccellenza veruna ne i corpi che devono essere illuminati, anzi più presto sendo necessario il levargli certe condizioni più nobili, come la trasparenza della sustanza e la lisciezza della superficie, facendo quella opaca e questa ruvida e scabrosa: ed ioSe la Luna fosse polita e liscia, non rifletterebbe il lume, nè si vederebbe. son molto ben sicuro, contro alla comune opinione, che quando la Luna fosse polita e tersa come uno specchio, ella non solamente non ci refletterebbe, come fa, il lume del Sole, ma ci resterebbe assolutamente invisibile, come se la non fosse al mondo; il che a suo luogo con chiare dimostrazioni farò manifesto. Ma per non traviare dal particolare che ora tratto, dico che facilmente m’induco a credere, che se già mai non ci fosse occorso il veder la Luna di notte, ma solamente di giorno, avremmo di lei fatto il medesimo concetto e giudizio che della Terra: perchè, se porremo cura alla Luna il giorno, quando tal volta, sendo più che ’l quarto illuminata, ella s’imbatte a trovarsi tra le rotture di qualche nugola bianca o vero incontro a qualche sommità di torre o altro muro di color mezzanamente chiaro, quando rettamente sono illustrati dal Sole, sì che della chiarezza di quelli si possa far parallelo col lume della Luna, certo si troverà la lor lucidezza non esser inferiore a quella della Luna; onde se loro ancora potessero mantenersi così illustrati sin alle tenebre della notte, lucidi ci si mostrerieno non meno della Luna, nè men di quella illuminerebbono i luoghi a loro circonvicini, sin a tanta distanza da quanta la lor grandezza non apparisse so minor della faccia lunare; ma le medesime nugole e l’istesse muraglie, spogliate de’ raggi del Sole, rimangono poi la notte, non men
8. deveno, s — 19. avremo 13, s — 25-26. quelli col lume della Luna si possa far parallelo, certo, A, B; in B è corretto conforme alla lezione della stampa. — 28. mostrerrieno, B, s —
[p. 223 modifica]della Terra, tenebrose e nere90. Di più, gran sicurezza doveremo noi pur prender dell’efficace reflession della Terra, dal veder quanto lume Riflession efficace della Terra. si sparga in una stanza priva d’ogn’altra luce, e solo lllummata dalla reflession di qualche muro oppostogli e tocco dal Sole91 ancor che tal reflessione passi per un foro così angusto, che dal luogo dove ella vien ricevuta non apparisca il suo diametro sottendere ad angolo maggiore che ’l visual diametro della Luna; nulla di meno tal luce secondaria è così potente, che, ripercossa e rimandata dalla prima in una seconda stanza, sarà ancor tanta che non punto cederà alla prima reflessione della Luna: di che si ha chiara e facile esperienza dal veder che più agevolmente leggeremo un libro con la seconda reflession del muro, che con la prima della Luna. Aggiungo finalmente, che pochi saranno quelli a’ quali, scorgendo di notte da lontano qualche fiamma sopra d’un monte, non sia accaduto star in dubbio, se fosse un fuoco o una stella radente l’orizonte, non ci apparendo il lume della stella superiore a quel d’una fiamma; dal che ben si può credere che se la Terra fosse tutta ardente e piena di fiamme, veduta dalla parte tenebrosa della Luna, si mostrerebbe non men lucida d’una stella: ma ogni sasso ed ogni zolla percossa dal Sole è assai più lucida che se ardesse; il che si conoscerà facilmente, accostando una candela accesa appresso una pietra o un legno direttamente ferito dal raggio solare, al cui paragone la fiamma resta invisibile: adunque la Terra, percossa dal Sole, veduta dalla parte tenebrosa della Luna, si mostrerà lucida come ogn’altra stella; e tanto maggior lume refletterà nella Luna, quanto ella vi si dimostra di smisurata grandezza, cioè di superflcie circa 12 volte maggiore di quello che la Luna apparisce a noi; oltre che,
5.riflessione, s — 11. un libro manca in A; in B è aggiunto di mano di Galileo. — 15. radente l’orizonte manca in A; in B è aggiunto di mano di Galileo. —
[p. 224 modifica]trovandosi la Terra nel novilunio più vicina al Sole che la Luna nel plenilunio, e però sendo più gagliardamente, cioè più d’appresso, illuminata quella che questa, più gagliardamente in consequenza refletterà il lume la Terra verso la Luna, che la Luna verso la Terra. Riflession della Terra è basata alla secondaria illuminazion della Luna.Per queste e per molte altre ragioni ed esperienze, che per brevità tralascio, dovrebbe, per mio credere, stimarsi la reflession della della Terra bastante alla secondaria illuminazion della Luna, senza bisogno d’introdurvi alcuna perspicuità, e massime perspicuità in quel grado che da Apelle ci viene assegnata, nella quale mi par di scorgere alcune Luna non è trasparente. inesplicabili contradizioni. Egli scrive, la trasparenza del corpo lunare esser tanta, che ne gli eclissi del Sole, mentre di lui una parte era ricoperta dalla Luna, si scorgeva sensibilmente per la di lei profondità tralucer il disco del Sole, notabilmente dintornato e distinto. Ora io noto, che una semplice nugola, e non delle più dense, interponendosi tra il Sole e noi, talmente ce l’asconde, che indarno cercheremo di appostare a molti gradi il luogo dove ei si ritrova nel Cielo, non che potessimo vedere il suo perimetro distinto e terminato; e molto frequentemente si vedrà il Sole mezo coperto da una nugola, senza che appaia nè anco accennato un minimo vestigio della circonferenza della parte celata; e pure siamo sicuri che la grossezza di tal nugola non sarà molte decine o al più centinaia di braccia: ed oltre a ciò, se tal volta, essendo sul giogo di qualche montagna, e’ imbattiamo a passar per una tal nugola, non la troviamo esser tanto densa e opaca, che almeno per alcune poche braccia non dia il transito alla nostra vista; il che non farebbe per avventura altrettanta grossezza di vetro o di cristallo: onde per necessaria consequenza si raccoglie, se è vero quanto Apelle scrive, che la trasparenza della Luna sia infinitamente maggiore che quella d’una nugola, poi che molto meno impediscono il passaggio de’ raggi solari duemila miglia di profondità della sustanza lunare, che poche braccia di grossezza d’una nugola; sarà, dunque, la sustanza lunare assai più trasparente del vetro o del cristallo: la qual cosa poi per altri rispetti si convince d’impossibilità. Perchè, primieramente, da un diafano nel quale tanto si profondassero i raggi solari, niuna o pochissima
19. appaia pur accennato, A, B; in B pur è corretto, di mano di Galileo, in ne anco. — 20. siamo assai ben sicuri, A — 24. che per alcune, A, B; in B, di mano di Galileo, è aggiunto almeno. — 25-26. aventura altretanta, s — 29-30. due mila, B, s —
[p. 225 modifica]reflessione si farebbe; dove che, all’incontro, grandissima si fa dalla Luna. Secondariamente, il termine che distinguesse la parte illuminata della Luna dalla parte non tocca da i raggi diretti del Sole sarebbe nullo o indistintissimo, come si può vedere in una gran palla di vetro piena d’acqua, ben che torbida, o d’altro liquore non interamente trasparente (che se fosse acqua limpida, tal termine non si vedrebbe punto). Terzo, essendo tanto trasparente la sustanza lunare, che in grossezza di duemila miglia desse il transito al lume del Sole, non si può dubitare che una grossezza della medesima materia che non fosse più di una delle dugento o trecento parti, sarebbe in tutto trasparentissima; al che totalmente repugnano le montuosità lunari, le quali tutte, ben che molte di loro si vegghino assai sottili e strette, oscurano d’ombre nerissime le parti circonvicine e basse, come in luoghi innumerabili si scorge, e massime nel confine tra l’illuminato e l’oscuro, dove taglientissimamente e crudamente, quanto più imaginar si possa, i lumi conterminano con le ombre; il quale accidente in verun modo non può aver luogo se non in materie simili in asprezza ed opacità alle nostre più alpestri montagne. Finalmente, quando lo splendor del Sole penetrasse tutta la corpulenza della Luna, la chiarezza dell’emisfero non tocco da i raggi dovria mostrarsi sempre l’istessa nè mai diminuirsi, poi che sempre è nell’istesso modo illuminata la metà della Luna: o se pur diversità alcuna veder vi si dovesse, dovrebbesi nel novilunio veder la parte di mezzo più oscura del resto, essendo quivi maggior la profondità della materia da esser penetrata; e nelle quadrature maggior chiarezza dovria esser vicino al confin della luce, e minor nella parte più remota. Le quali cose, e molte altre che per brevità trapasso, rendono discordissima tal ipotesi dall’apparenze; dove che l’assunto dell’opacità e dell’asprezza della Luna, e la reflessione del lume del Sole nella Terra, ipotesi tutte e vere e sensate, con mirabil facilità e pienezza satisfanno ad ogni particolar problema. Ma di ciò più diffusamente tratto in altra occasione. E tornando a i particolari d’Apelle, sento nascermi qualche poco
5-6. intieramente, s — 7. Dopo punto in A si legge, cancellato: ne punto si distinguerebbe la parte esposta al lume dall’aversa. — 8. due mila, B, s — 9-10. di tal materia, A, B; in B di tal è corretto, di mano di Galileo, in della medesima. — 15-17. l’oscuro, il quale taglientissimamente... si possa contermina i lumi con le ombre, A, B; in B è corretto, di pugno di Galileo, conforme alla lezione della stampa. —
[p. 226 modifica]d’inclinazione a dubitar ch’egli, traportato dal desiderio di mantenere il suo primo detto, nè potendo puntualmente accomodar le macchie a gli accidenti per l’addietro creduti convenirsi all’altre stelle, accomodi le stelle a gli accidenti che veggiamo convenirsi alle macchie: il che assai manifesto par che si scorga in due altri gran particolari ch’egli introduce. L’uno de’ quali è, che probabilmente Stelle d’Apelle di figure diverse. si possa dire, anco le altre stelle esser di varie figure, ed apparir fac. 26, ver. 10; fac. 34, ver. 34. [pag. 53, lin. 20] rotonde mediante il lume e la distanza, come accade nella fiamma della candela (e ci si potria aggiugnere, in Venere cornicolata): e in vero tale asserzione non si potrebbe convincer di manifesta falsità, se il telescopio, col mostrarci la figura di tutte le stelle, così fisse come erranti, di assoluta rotondità, non decidesse tal dubbio. L’altro particolare è, che non si potendo negare che le macchie si produchino e si dissolvine, per non le sequestrar per tale accidente dall’altre stelle, non dubita d’affermare che anco le altre stelle si vadino disfacendo e redintegrando; ed in particolare reputa per tali quelle ch’io ho osservato muoversi intorno a Giove, delle quali torna a replicare il medesimo che scrisse nelle prime lettere, raffermandolo come fondatamente detto, cioè che, al modo stesso dell’ombre solari, fac. 31, ver. 8; fac. 38, ver. 23. [pag. 56, lin. 21] altre repentinamente appariscono ed altre svaniscono, sì che, pur come quelle, altre sempre ad altre succedono, senza mai ritornar le medesime: nè picciolo argomento cava in confirmazion di ciò dalla difficoltà e forse impossibilità, come egli stima, del cavare i loro periodi ordinati dalle osservazioni delle quali egli afferma averne molte ed esatte, e sue proprie e di altri. Or qui desidererei bene che Apelle non continuasse di reputarmi per uomo così vano e leggiero, che non solo i’ avessi palesate ed offerte al mondo macchie ed ombre per istelle, ma, quello che più importa, avessi dedicato alla gloria di sì gran Principe qual è il Serenissimo Gran Duca mio Signore, ed all’eternità di casa tanto regia, cose momentanee instabili e transitorie. Medicee stelle vere e perpetue. Replicogli per tanto, che i quattro pianeti Medicei sono stelle vere e reali, permanenti e perpetue come l’altre, nè si perdono o ascondono se non quanto si congiungono tra loro con Giove, o si
12. assolutissima rotondità, A; e così pare che dicesse anche in B, nel qual codice fu corretto conforme alla lezione della stampa. — 17. moversi, s — 19. fundatamente, s — 25-26. Or qui non vorrei che Apelle continuasse, A; e così pare che dicesse anche in B, nel qual codice Galileo corresse, di suo pugno, conforme alla lezione della stampa. — 27. avesse, s — 29. Prencipe, s —
[p. 227 modifica]oscurano tal volta per poche ore nell’ombra di quello, come la Luna in quella della Terra: hanno i lor moti regolatissimi ed i lor periodi certi, li quali se egli non ha potuto investigare, forse non vi si è affaticato quanto me, che dopo molte vigilie pur li guadagnai, e già gli ho palesati con le stampe nel proemio del mio trattato Delle cose che stanno su l’acqua o che in quella si muovono, come V. S. ara potuto vedere; ed acciò che Apelle possa tanto maggiormente deporre ogni dubbio, io mando a V. S. le costituzioni future per due mesi, cominciando dal dì primo di Marzo 1613, con le annotazioni de i progressi e mutazioni che d’ora in ora son per fare, le quali egli potrà andar incontrando, e troveralle rispondere esattamente, se già non mi sarà per inavvertenza occorso qualche errore nel calcolarle. Desidero appresso, che con nuova diligenza torni ad osservarne Medicee sono solamente 4.
Della quinta proposta da Apelle.
il numero, che troverà non esser più di 4: e quella quinta che e’ nomina, fu senz’altro una fissa, e le conietture dalle quali e’ si lasciò sollevare a stimarla errante, ebbero per lor fondamento varie fallacie; conciosia cosa che le sue osservazioni, primieramente, sono errate bene spesso, come io veggo da’ suoi disegni, perchè lasciano qualche stella che in quelle ore fu cospicua; secondariamente, gl’interstizzi tra di loro e rispetto a Giove sono errati quasi tutti, per mancamento, com’io credo, di modo e di strumento da potergli misurare; terzo, vi sono grandi errori nella permutazione delle stelle, scambiandole il più delle volte l’una dall’altra e confondendo le superiori con l’inferiori, senza riconoscerle di sera in sera; le quali cose gli sono state causa dell’inganno. La stella D, notata nella figura delli di Marzo, fu quella che descrive il cerchio maggiore intorno a Giove, ed allora si ritrovava nella massima digressione, cioè nella sua media longitudine, e quasi stazionaria, e lontana da Giove circa a 15 minuti (che tanto è il
1.ombra sua, A, B; ma in B sua fu corretto da Galileo in di quello. — 4. doppo, B, s — 7-13. vedere; e quando Apelle, per uscir di dubbio, avesse piacere di vederne le costituzioni di sera in sera per 40 o 50 giorni, con la predizione di ogni lor congresso, separazione, declinazioni, eclissi, ed altre minuzie, io volentieri, facendomel’intender V.S., gliele manderò, come nè ho mandate per l’addietro ad altri, ed egli con suo comodo potrà incontrarle con le sensate apparenze. Desidero, A, B92 — 14-15. e quella che e’ nomina, s — 19. conspicua, B, s — 27. ed all’ora si, s —
[p. 228 modifica]semidiametro del suo cerchio), e non 6, come stimò Apelle, giudicando tali intervalli così a vista, dove è grande occasione d’allucinarsi. Posta dunque tale, qual veramente fu, la sua distanza da Giove, ed essendo che la stella E fosse veduta un poco più occidentale di lei, benissimo incontra che per la retrogradazion di Giove ella si mostrasse, quanto alla longitudine, congiunta con lui il dì 8 d’Aprile. Si è, di più, gravemente ingannato Apelle nel voler concluder che il moto di questa stella E fosse più veloce di quel della stella D. E prima, s’inganna a dir che l’angolo contenuto da lei, dalla stella D, e da Giove, li 30 di Marzo, fosse ottuso, cavandosi da i suoi medesimi detti, esser di necessità stato acuto: poi che la longitudine dalla stella D a Giove fu allora (dice egli) minuti 6, e tanta fu la latitudine australe della stella E, ed il suo intervallo da Giove minuti 8; ma in un triangolo equicrure, che abbia ciascuno de’ lati eguali 6 e la base 8, l’angolo compreso da essi lati è necessariamente acuto, e non ottuso, essendo il quadrato di 8 men che doppio del quadrato di 6. E falso, oltre a ciò, che tale e’ si mantenesse sino alli 5 d’Aprile: prima, perchè la stella D delli 5 d’Aprile, segnata occidentale da Giove, non è la stella D delli 30 di Marzo, anzi questa D di Marzo è poi l’orientalissima presso all’estremità B delli 5 d’Aprile, con la quale ella non contiene altramente angolo acuto, ma ottusissimo; ed in consequenza è falso quello che concludeva Apelle, cioè che il movimento della stella E sia più veloce; anzi è molto più tardo che quello della D: oltre che, quando ben e’ fusse più veloce, non so quello che ciò concludesse per mostrar la stella E esser mobile, e non fissa, potendosi referir la causa d’ogni disagguaglianza nel movimento della D. Cessa per tanto questa prima ragione; anzi conclude l’opposito di quello a che ella fu indirizzata. Ma più: qual inconstanza è questa d’Apelle a voler, per provare una sua fantasia, suppor in questo luogo che le stelle notate nelle sue osservazioni e contrassegnate con i medesimi caratteri si conservino le medesime; dicendo poi poco più a basso, creder fermamente che le si vadino continuamente producendo e successivamente dissolvendo, senza ritornar mai l’istesse? E se questo è, qual cosa vuol egli, può, raccòr da questi suoi discorsi?
1. come Apelle, B, s — 11. la longitudine della stella D, s. In B è incerto se debba leggersi della oppure dalla, poichè l’una di queste due lezioni fu corretta nell’altra, ma non è chiaro quale delle due sia la primitiva. — 26. disaguaglianza, B, s — 28. indrizzata, s — 30. contrasegnate, s — co i, B, s — 32-33. producendo successivamente e dissolvendo, B, s — 33-34. In A E se questo è è corretto, di mano di Galileo, in E se così è. —
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All’altra ragione che Apelle adduce pur in confirmazione della vera esistenza del suo quinto pianeta Gioviale, non mi permettendo la fede e l’autorità, ch’ei tiene appresso di me, ch’io metta dubbio nell’an sit, non posso dir altro se non che io non son capace, come possa accadere che una stella, veduta col telescopio di mole e splendore pari ad una della prima grandezza, possa in manco di 10 giorni e, quel che più mi confonde, senza muoversi più d’un quarto o di un ottavo di grado, anzi, per più ver dire, senza punto mutar luogo, possa, dico, diminuirsi in maniera, che anco del tutto si perda. Non so che simil portento sia mai stato veduto in cielo, fuori che le due, nominate Stelle Nuove, del 72 in Cassiopea, e del 604 nel Serpentario: e se questa fu una tal cosa, o tanto inferior di condizione quanto men lucida e più fugace, provido fu il consiglio di Apelle nel procurargli durazion e lume dall’Illustrissima casa Velsera.

Non son dunque le Gioviali, nè l’altre stelle, macchie ed ombre, nè l’ombre e macchie solari sono stelle. Ben è vero ch’io metto così poca difficoltà sopra i nomi, anzi pur so ch’è in arbitrio di ciascuno l’imporgli a modo suo, che, tuttavolta che col nome altri non credesse di conferirgli le condizioni intrinseche ed essenziali, poco caso farei del nominarle stelle: in quella guisa che stelle si dissero le sopranominate del 72 e del 604; stelle nominano i meteorologici le crinite, le cadenti e le discorrenti per aria, ed essendo in fin permesso a gli amanti ed a’ poeti chiamare stelle gli occhi delle lor donne,

                              Quando si vidde il successor d’Astolfo
                              Sopra apparir quelle ridenti stelle.

Con simile ragione potransi chiamare stelle anco le macchie solari; ma essenzialmente averanno condizioni differenti non poco dalle prime stelle: avvenga che le vere stelle ci si mostrano sempre di una sola Paragone delle stelle vere con le macchie del Sole. figura, ed è la regolarissima fra tutte; e le macchie, d’infinite, ed

2. esistenza di questo suo, A, B; in B di questo fu corretto da Galileo in del. — 3. auttorità, s 4. nel an sit, s — 7-8. o un ottavo, A, B — 26. Dopo stelle, in A e B si legge: e più, di un alterato dal vino o stordito da una percossa dire:

Vidde mirando in terra alcuna stella93.
[p. 230 modifica]irregolarissime tutte: quelle, consistenti nè mai mutatesi di grandezza o di forma; e queste, instabili sempre e mutabili: quelle, l'istesse sempre, e di permanenza che supera le memorie di tutti i secoli decorsi; queste, generabili e dissolubili dall'uno all'altro giorno: quelle, non mai visibili, se non piene di luce; queste, oscure sempre, e splendide non mai: quelle, o in tutto immobili, o mobili ogn'una per sè, di moti proprn, regolari e tra di loro differentissimi; queste, mobili di un moto solo, comune a tutte, regolare solamente in universale, ma da infinite particolari disagguaglianze alterato: quelle, costituite tutte in particolare in diverse lontananze dal Sole; e queste, tutte contigue, o insensibilmente remote dalla sua superficie: quelle, non mai visibili se non quando sono assai separate dal Sole; queste, non mai vedute se non congiuntegli: quelle, di materia probabilissimamente densa ed opacissima; queste, rare a guisa di nebbia o fumo. Ora io non so per qual ragione le macchie si devino ascrivere tra quelle cose con le quali non hanno pure una particolar convenienza che non ve l'abbino ancora cento altre che stelle non sono, più presto che tra quelle con le quali mostrano di convenire in ogni particolare. Io le agguagliai alle nostre nugole o a fumi; e certo chi volesse con alcuna delle nostre materie imitarle, non credo che facilmente Imitazione delle macchie si trovasse più aggiustata imitazione, che 'l porre sopra una rovente piastra di ferro alcune piccole stille di qualche bitume di difficil combustione, il quale sul ferro imprimerebbe una macchia nera, dalla quale, come da sua radice, si eleverebbe un fumo oscuro, che in figure stravaganti e mutabili si anderebbe spargendo. E se alcuno94 pur volesse opinabilmente stimare, che alla restaurazione dell'immensa luce che da sì gran lampada continuamente si diffonde per l'espansion del mondo, facesse di mestiere che continuamente fusse somministrato pabulo e nutrimento, ben averebbe non una sola, ma 100 e tutte l'esperienze concordemente favorevoli, nelle quali vediamo tutte le materie, fatte prossime all'incendersi e convertirsi in luce, ridursi prima ad un color nero ed oscuro; così vediamo ne' legni nella paglia, nella carta, nelle candele, ed in somma in tutte le cose ardenti, esser la fiamma impiantata e sorgente dalle contigue
30. concordemente manca in A; in B è aggiunto di mano di Galileo. — 34. impiantata e scaturire dalle contigue, A, B; in B Galileo corresse conforme alla lezione della stampa. —
[p. 231 modifica]parti di tali materie, prima convertite in color nero. E più direi, che forse più accuratamente osservando le sopranominate piazzette, lucide più del resto del disco solare, si potrebbe ritrovare, quelle esser i luoghi medesimi dove poco95 avanti si fossero dissolute alcune delle macchie più grandi. Io però non intendo di asserire alcuna di queste cose per certa, nè di obbligarmi a sostenerla, non mi piacendo di mescolar le cose dubbie tra le certe e resolute.

Di qua dall’Alpi va attorno, come intendo tra non piccol numero Opinione che le macchie siano congerie di stelle minutissime, e sue essame e refutazione. de i filosofi peripatetici a i quali non grava il filosofare per desiderio del vero e delle sue cause (perchè altri che indifferentemente negano tutte queste novità e sene burlano, stimandole illusioni, è ormai tempo che ci burliamo di loro, e che essi restino invisibili ed inaudibili insieme), va attorno, dico, per difender l’inalterabilità del cielo96 (la quale forse Aristotele medesimo in questo secolo abbandonerebbe), una opinione conforme a questa d’Apelle, e solamente diversa, che dove egli pone per ciascuna macchia una stella sola, questi fanno le macchie congerie di molte minutissime, le quali con loro differenti movimenti aggregandosi, or in maggior copia, ora in minore, e quindi separandosi, formino e maggiori e minori macchie, e di sregolate e diversissime figure. Io, già che ho passato il segno della brevità con V. S., sì che ella è per leggere in più volte la presente lettera, mi prenderò libertà di toccare qualche particolare sopra questo punto.

Nel quale il primo concetto che mi viene in mente è, che i seguaci di questa opinione non abbino auto occasione di far molte e
6. obligarmi, s — 24. avuto, s —
[p. 232 modifica]molto diligenti e continuate osservazioni; perchè mi persuado che alcune difficoltà gli averebbono resi non poco dubbn e perplessi nell'accomodare una tal posizione alle apparenze. Perchè, se bene è vero in genere che molti oggetti, ben che per la lor piccolezza o lontananza invisibili ciascuno per sè solo, uniti insieme possono formare un aggregato che divenga percettibile alla nostra vista, tuttavia non è da fermarsi su questa generalità, ma bisogna che descendiamo a i particolari proprn delle stelle ed a quelli che si osservano nelle macchie, e che diligentemente andiamo esaminando, con qual concordia questi e quelli possino mischiarsi e convenire insieme; e per non far come quel castellano che, sendo con piccol numero di soldati alla difesa d'una fortezza, per soccorrer quella parte che vede assalita vi accorre con tutte le forze lasciando intanto altri luoghi indifesi ed aperti, conviene che, mentre ci sforziamo di difender l'immutabilità del cielo, non ci scordiamo de i pericoli a i quali per avventura potriano restar esposte altre proposizioni, pur necessarie alla conservazione della filosofia peripatetica97. E però, se questa deve restare nella sua integrità e saldezza, conviene che, per mantenimento d'altre sue proposizioni, diciamo primieramente, delle stelle altre esser fisse, altre erranti: chiamando fisse quelle che, sendo tutte in un medesimo cielo, al moto di quello si muovono tutte, restando intanto immobili tra di loro; ma erranti, quelle.che hanno ogn'una per sè movimento proprio: affermando di più, che le conversioni non meno di queste che di quelle sono ciascheduna equabile in sè medesima, non convenendo dare alle lor motrici intelligenze briga di affaticarsi or più or meno, che saria condizione troppo repugnante alla nobiltà ed alla inalterabilità loro e delle sfere. Stanti queste proposizioni, non si può, primieramente, dire che tali stelle solari sien fisse; perchè, quando non si mutassero tra di loro, impossibil sarebbe vedere
2. dubn, s — 10. meschiarsi, s — 28. che le stelle solari, A, B —
[p. 233 modifica]le mutazioni continue che pur si scorgono nelle macchie, ma sempre vedremmo ritornar le medesime configurazioni. Resta, dunque, che le siano mobili, ciascheduna per sè, di movimenti diseguali fra di loro, ma ben ciascuno equabile in se medesimo: ed in tal guisa potrà seguire l’accozzamento e la separazione di alcune di loro, ma non però potranno mai formar le macchie; il che intenderemo considerando alcuni particolari che nelle macchie si scorgono. Uno de’ quali è, che vedendosene alcune molto grandi prodursi e dissolversi, è forza che le siano composte non di due o di quattro stelle solamente, ma di 50 e 100, perchè altre macchiette pur si veggono, minori della cinquantesima parte d’una delle grandi; se, dunque, una di queste si dissolve, sì che totalmente svanisce da gli occhi nostri, è necessario che la si divida in più di 50 stellette, ciascheduna delle quali ha il suo proprio e particolar moto, equabile e differente da quello d’ogn’altra, perchè due che avessero il moto comune non si congiugnerebbono o non si separerebbono già mai in faccia del Sole: ma se queste cose son vere, chi non vede essere assolutamente impossibile la formazione delle macchie? e massime durando esse non solamente molte ore, ma molti giorni; sì come è impossibile che cinquanta barche, movendosi tutte con velocità differenti, si unischino già mai, e per lungo spazio vadino di conserva. Quando le stellette fussero disunite, e però invisibili, non potriano essere se non per lunghi ordini disposte, l’una dopo l’altra, secondo la lunghezza de’ lor paralleli, ne i quali (sì come nelle visibili macchie si scorge) tutte verso la medesima parte si vanno movendo; onde tantum abest che 40 o 50 o 100 di loro potessero tanto frequentemente aggregarsi e così unite per lungo spazio conservarsi, che per l’opposito rarissime volte accader potrebbe che, tra movimenti diseguali, cadesse sì numeroso concorso di stelle in un sol luogo: ma assolutamente poi sarebbe impossi bile che e’ non si dissolvesse in brevissimo tempo; e pur, all’incontro, si veggono molte macchie conservarsi talora per molti giorni, con poca alterazion di figura. Chi, dunque, vorrà sostener, le macchie esser congerie di minute stelle, bisogna che introduca nel cielo ed in esse stelle movimenti innumerabili, tumultuarli, difformi e lontani da ogni
5. di alcuna di loro, B, s — 12. svanisca, B, s — 20. velocità diseguali, A, B; ma in B diseguali è corretto, di mano di Galileo, in differenti — 27-32. Dalle parole che per l’opposito alla parola figura nel cod. A è sostituito in margine a che non più di 2 veramente, e quelle per brevissimo tempo, si potrieno accoppiare, che è cancellato. —
[p. 234 modifica]regolarità; il che non ben consuona con alcuna probabil filosofia. Sarà, di più, necessario porle più numerose di tutte l’altre visibili stelle: perchè, se noi riguarderemo la moltitudine e grandezza di tutte le macchie che tal volta si son vedute sotto l’emisferio del Sole, e quelle andremo risolvendo in particelle così piccole che divenghino incospicue, troveremo bisognar che necessariamente le siano molte centinaia; ed essendo, di più, credibile che altre ne siano non solamente sopra l’altro emisferio, ma dalle bande ancora del Sole, non si potrà ragionevolmente sfuggire di dover porle oltre al migliaio. Or qual simmetria si andrà conservando tra le lontananze delle stelle erranti ed i tempi delle lor conversioni, se discendendo dall’immenso cerchio di Saturno sin all’angustissimo di Mercurio non s’incontrano più di 12 stelle nè più di 6 conversioni di periodi differenti intorno al Sole, dovendone poi collocar centinaia e migliaia dentro a così piccolo orbe? che pur saria necessario racchiuderle dentro alle digressioni di Mercurio, poi che già mai non si rendono visibili in aspetto lucido e separate dal Sole. Ma che dico io di racchiuderle dentro all’orbe di Mercurio? diciamo pure, che essendosi necessariamente dimostrato, le macchie esser tutte contigue o insensibilmente remote dalla superficie del Sole, bisogna, a chi le vuol far creder congerie di minute stelle, trovar prima modo di persuadere che sopra la solar superficie molte e molte centinaia di globi oscuri e densi Ridicoli urti e calea di folte stelle. vadino serpendo con differenti velocitadi, e spesso urtandosi e tra di loro facendosi ostacolo, onde le scorse de’ più veloci restino per alcuni giorni impedite da i più pigri; sì che dal concorso di gran moltitudine si formino in molti luoghi varii drappelli, di ampiezza a noi visibile, sin tanto che la calca della sopravvegnente moltitudine, sforzando finalmente i precedenti, si faccia strada e si disperda il gregge. A grandi angustie bisogna ridursi: e poi, per sostener che? e con quale efficacia dimostrato? Per mantenere la materia celeste aliena dalle condizioni elementari, insino da ogni picciola alterazioncella. Alterazioni non sono inconvenienti nè di pregiudicio al cielo. Se quella che vien chiamata corruzzione fosse annichilazione, averebbono i Peripatetici qualche ragione a essergli così nemici; ma se non è altro che una mutazione, non merita cotanto odio; nè panni che ragionevolmente alcuno si querelasse della corruzion dell’uovo,
6. inconspicue, B, s — 9. di porle, A, B; in B Galileo aggiunse, di sua mano, dover.— 27. sopravegnente, B, s —
[p. 235 modifica]mentre di quello si genera il pulcino. In oltre, essendo questa che vien detta generazione e corruzione, solo una piccola mutazioncella in poca parte de gli elementi e quale né anco dalla Luna, orbe prossimo, si scorgerebbe, perché negarla nel cielo. Pensano forse, argomentando dalla parte al tutto, che la Terra sia per dissolversi e corrompersi tutta, in guisa che sia per venir tempo nel quale il mondo, avendo Sole Luna e l'altre stelle sia per trovarsi senza Terra? Non credo già che abbino tal sospetto. E se le sue piccole mutazioni non minacciano alla Terra la sua total destruzione, né gli sono d'imperfezione, anzi di sommo ornamento, perché privarne gli altri corpi mondani, e temer tanto la dissoluzione del cielo per alterazioni non più di queste nemiche della natural conservazione? Io dubito che 'l voler noi misurar il tutto con la scarsa misura nostra ci faccia incorrere in strane fantasie, e che l'odio nostro particolare contro alla morte ci renda odiosa la fragilità: tuttavia non so dall'altra banda quanto, per divenir manco mutabili, ci fosse caro l'incontro d'una testa di Medusa, che ci convertisse in un marmo o in un diamante, spogliandoci de' sensi e di altri moti, li quali senza le corporali alterazioni in noi sussister non potrebbono. Io non voglio passar più innanzi né entrar a esaminare la forza delle peripatetiche ragioni, al che mi riserbo in altro tempo: questo solo soggiugnerò, parermi azione Non seguir schiettamente il vero nel filosofare, degno di molto biasimo. non interamente da vero filosofo il voler persistere, siami lecito dir quasi ostinatamente in sostener conclusioni peripatetiche scoperte manifestamente false, persuadendosi forse che Aristotele, quando nell'età nostra Si ritrovasse, fosse per far il medesimo; quasi che maggior segno di perfetto giudizio e più nobil effetto di profonda dottrina sia il difendere il falso, che 'l restar persuaso dal vero. E parmi che simili ingegni dieno occasione altrui di dubitare, che loro per avventura apprezzin manco l'esattamente penetrar la forza delle peripatetiche e delle contrarie ragioni, che 'l conservar l'imperio all'autorità d'Aristotele, come ch'ella sia bastante con tanto lor minor travaglio e fatica a schivargli tutte l'opposizioni pericolose, quanto è men difficile il trovar testi e 'l confrontar luoghi che l'investigar conclusioni vere e 'l formar di loro nuove e concludenti dimostrazioni. E parmi,
15. Ma non so, A, B; corretto, di mano di Galileo in tutt’e due i codici, in Tuttavia non so. — 16. per farci più immutabili, A, B; in B Galileo corresse per divenir manco mutabili, — 20. inanzi, s —
[p. 236 modifica]oltre a ciò che troppo vogliamo abbassar la condizion nostra, e non senza qualche offesa della natura e direi quasi della divina Benignità (la quale per aiuto all’intender la sua gran costruzione ci ha conceduti 2000 anni più d’osservazioni, e vista volte più acuta, che ad Aristotele), col voler più presto imparar da lui quello ch’egli nè seppe nè potette sapere, che da gli occhi nostri e dal nostro proprio discorso. Ma per non m’allontanar più dal mio principal intento, Conclusione. dico bastarmi per ora l’aver dimostrato che le macchie non sono stelle nè materie consistenti nè locate lontane dal Sole, ma che si producono e dissolvono intorno ad esso, con maniera non dissimile a quella delle nugole o altre fumosità intorno alla Terra98. Questo è quanto per ora m’è parso di dire a V. S. Illustrissima in proposito di questa materia, la quale io credeva che dovesse essere il sigillo di tutti i nuovi scoprimenti che ho fatti nel cielo, e che per l’avvenire mi fosse per restar ozio libero di poter tornare senza interrompimenti ad altri miei studn, già che mi era anco felicemente succeduto l’investigare, dopo molte vigilie e fatiche, i tempi Tavole per i calcoli de’ pianeti Medicei fatte dall’Autore. periodici di tutti quattro i pianeti Medicei, e fabbricarne le tavole e
18. di tutti i quattro pianeti, B, s — fabricarne, B, s —
[p. 237 modifica]ciò che appartiene a’ calcoli ed altri loro particolari accidenti; le quali cose in breve manderò in luce, con tutto il resto delle considerazioni fatte intorno all’altre celesti novità: ma è restato fallace il mio pensiero per l’inaspettata meraviglia con la quale Saturno è venuto ultimamente a perturbarmi; di che voglio dar conto a V. S. Già le scrissi come circa a 3 anni fa scopersi, con mia grande Nuova e inaspettata meraviglia di Saturno. ammirazione, Saturno esser tricorporeo, cioè un aggregato di tre stelle disposte in linea retta parallela all’equinoziale, delle quali la media era assai maggiore delle laterali. Queste furono credute da me esser immobili tra di loro: nè fu la mia credenza irragionevole; poi che, avendole nella prima osservazione vedute tanto propinque che quasi mostravano di toccarsi, e tali essendosi conservate per più di due anni, senza apparire in loro mutazione alcuna, ben dovevo io credere che le fossero tra di se totalmente immobili, perchè un solo minuto secondo (movimento incomparabilmente più lento di tutti gli altri, anco delle massime sfere) si sarebbe in tanto tempo fatto sensibile, o col separare o coli’ unire totalmente le tre stelle. Triforme ho veduto ancora Saturno quest’anno circa il solstizio estivo; ed avendo poi intermesso di osservarlo per più di due mesi, come quello che non mettevo dubbio sopra la sua costanza, finalmente, tornato a rimirarlo i giorni passati, l’ho ritrovato solitario, senza l’assistenza Saturno solitario. delle consuete stelle, ed in somma perfettamente rotondo e terminato come Giove, e tale si va tuttavia mantenendo. Ora che si ha da dire in così strana metamorfosi? forse si sono consumate le due minori stelle, al modo delle macchie solari? forse sono sparite e repentinamente fuggite? forse Saturno si ha divorato i proprn figli? o pure è stata illusione e fraude l’apparenza con la quale i cristalli hanno per tanto tempo ingannato me con tanti altri che meco molte volte gli osservarono? è forse ora venuto il tempo di rinverdir la speranza, già prossima al seccarsi, in quelli che, retti da più profonde contemplazioni, hanno penetrato tutte le nuove osservazioni esser fallacie, nè poter in veruna maniera sussistere? Io non ho che dire cosa resoluta in caso così strano inopinato e nuovo: la brevità del tempo, l’accidente senza esempio, la debolezza dell’ingegno e ’l timore
22. delle solite stelle, A, B; in B Galileo corresse solite in consuete. — 29. E forse ora vien il tempo, A, B; in B Galileo corresse conforme alla lezione della stampa. — 31. le mie osservazioni, A, B; in B mie fu corretto da Galileo in nuove. —
[p. 238 modifica]dell’errare, mi rendono grandemente confuso. Ma siami per una volta permesso di usare un poco di temerità; la quale mi dovrà tanto più benignamente esser da V. S. perdonata, quanto io la confesso per tale, Predizione delle mutazioni di Saturno per coniettura. e mi protesto che non intendo di registrar quello che son per predire tra le proposizioni dipendenti da principi certi e conclusioni sicure, ma solo da alcune mie verisimili conietture, le quali allora farò palesi, quando mi bisogneranno o per mostrare la scusabile probabilità dell’opinione alla quale per ora inclino, o per stabilire la certezza dell’assunta conclusione, qual volta il mio pensiero incontri la verità. Le proposizioni son queste: Le due minori stelle Saturnie, le quali di presente stanno celate, forse si scopriranno un poco per due mesi intorno al solstizio estivo dell’anno prossimo futuro 1613, e poi s’asconderanno, restando celate sin verso il brumai solstizio dell’anno 1614; circa il qual tempo potrebbe accadere che di nuovo per qualche mese facessero di sè alcuna mostra, tornando poi di nuovo ad ascondersi sin presso all’altra seguente bruma; al qual tempo credo bene con maggior risolutezza che torneranno a comparire, nè più si asconderanno, se non che nel seguente solstizio estivo, che sarà dell’anno 1615, accenneranno alquanto di volersi occultare, ma non però credo che si asconderanno interamente, ma ben, tornando poco dopo a palesarsi, le vedremo distintissime e più che mai lucide e grandi; e quasi risolutamente ardirei di dire che le vedremo per molti anni senza interrompimento veruno. Sì come, dunque, del ritorno io non ne dubito, così vo con riserbo ne gli altri particolari accidenti, fondati per ora solamente su probabil coniettura: ma, succedine così per appunto o in altro modo, dico bene a V. S. che questa stella ancora, e forse non meri che l’apparenza di Venere cornicolata, con ammirabil maniera concorre all’accordamento del gran sistema Copernicano, al cui palesamento universale veggonsi propizii venti indirizzarci con tanto lucide scorte, che ormai poco ci resta da temere tenebre o traversie. Finisco di occupar più V. S. Illustrissima, ma non senza pregarla
1.rendeno, s — 21. doppo, s — le vedremo distintamente e più, s — 29-30. universale vedesi con aura tanto propizia e con tanto lucide scorte indirizzarci la divina Bontà, che ormai, A. Sopra la divina Bontà Galileo scrisse Nume favorevole; e in margine scrisse pure indirizzato ’l nostro cammino, sottolineando indirizzarci la divina Bontà. In B l’amanuense trascrisse: vedesi con aura tanto propizia e con tanto lucide scorte indirizarci Nume favorevole; e Galileo sottolineò Nume favorevole, scrivendo in margine la divina Bontà. —
[p. 239 modifica]ad offerir di nuovo l’amicizia e la servitù mia ad Apelle: e se lei determinasse di fargli vedere questa lettera, la prego a non la mandar senza l’accompagnatura di mie scuse, se forse gli paresse ch’io troppo dissentissi dalle sue opinioni; perchè, non desiderando altro che ’l venire in cognizion del vero, ho liberamente spiegata l’opinion mia, la quale son anco disposto a mutare qualunque volta mi sieno scoperti gli errori miei, e terrò obbligo particolare a chiunque mi farà grazia di palesargli e castigargli.

Bacio a V. S. Illustrissima le mani, e caramente la saluto d’ordine dell’Illustrissimo Sig. Filippo Salviati, nella cui amenissima villa mi ritrovo a continuar in sua compagnia l’osservazioni celesti. Nostro Signore Dio gli conceda il compimento d’ogni suo desiderio.


Dalla Villa delle Selve, il 1° di Dicembre 1612.


Di V. S. Illustrissima

Devotissimo Servitore

Galileo Galilei Linceo99.



7. obligo, s — 13. Xbre, A; Xmbre B; Decembre, s —
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POSCRITTA.


Le costituzioni delle Medicee, che invio a V. S. Illustrissima, sono per li due mesi Marzo ed Aprile e più sino a gli otto di Maggio; ed altre potrò inviargliene alla giornata, e per aventura più esatte, ma sicuramente più comode ad esser rincontrate con le apparenti positure, rispetto alla stagione più temperata ed all’ore meno importune. Intanto circa queste sono alcune considerazioni che è bene sieno accennate a V. S., e per lei ad Apelle o ad altri a chi accadesse farne i rincontri.

E prima, è da avvertire che le stelle vicinissime al corpo di Giove, per il molto fulgor di quello, non si veggono facilmente se non da vista acutissima e con eccellente strumento; ma le medesime nelr allontanarsi, uscendo fuori dell’irradiazione ed in consequenza scoprendosi meglio, dan segno come poco avanti erano veramente prossime ad esso Giove: come, per esempio, nelle tre costituzioni della prima notte di Marzo la stella occidentale vicinissima a Giove non si vedrà nella prima osservazione delle tre ore ab accasu, sendogli quasi contigua; ma perchè si allontana da quello, alle 4 ore potrà vedersi, e meglio alle 5 e ’n tutto ’l resto della notte: la stella orientale prossima a Giove della notte 9 di Marzo con fatica si vedrà all’ora notata; ma perchè si allontana da esso, nelle ore seguenti si vedrà benissimo: il contrario accaderà della orientale del giorno 15 dell’istesso mese, perchè all’ora notata potrà, sendovi posta diligente cura, esser veduta, che non molto dopo, movendosi verso Giove, si offuscherà fra i suoi raggi. Vero è che una di esse quattro, per esser alquanto maggior dell’altre tre, quando l’aria è ben serena (il che sommamente importa in questo negozio), si distingue anco sin quasi all’istesso toccamente di Giove; come si potrà osservare nella prossima occidentale delli 22 di Marzo, la quale se gli andrà accostando e si potrà scorgere sino a grandissima vicinità.
5. commode, s —
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Ma più meravigliosa cagione dell’occultazione di tal una di loro è quella che deriva da gli eclissi varii a i quali sono variamente soggette mercè delle diverse inclinazioni del cono dell’ombra dell’istesso corpo di Giove; il quale accidente confesso a V. S. che mi travagliò non poco, avanti che la sua cagione mi cadesse in mente. Sono tali eclissi ora di lunga durazione ora di breve, e tal ora invisibili a noi; e queste diversità nascono dal movimento annuo della Terra, dalle diverse latitudini di Giove, e dall’essere il pianeta che si eclissa de i più vicini o de’ più lontani da esso Giove, come più distintamente sentirà V. S. a suo tempo: in questo anno e ne i due seguenti non aremo ecclissi grandi; tuttavia quello che si vedrà, sarà questo. Delle due stelle orientali della notte 24 d’Aprile, la più remota da Giove si vedrà nel modo e nel tempo descritto; ma l’altra, più vicina, non apparirà, ben che separata da Giove, restando immersa nell’ombra di quello: ma circa le cinque ore di notte uscendo dalle tenebre, vedrassi improvisamente comparire, lontana da Giove quasi due diametri di esso. Il 27 pur di Aprile il pianeta orientale prossimo a Giove non si vedrà sino circa le 4 ore di notte, dimorando sino a quel tempo nell’ombra; uscirà poi repentinamente, e scorgerassi già lontano da Giove quasi un diametro e mezzo. Osservando diligentemente la sera del primo di Maggio, si vedrà la stella orientale vicinissima a Giove, ma non prima che da esso si sarà allontanata per un semidiametro di esso Giove, restando prima nelle tenebre; ed un simile effetto si vedrà li otto dell’istesso mese. Altri eclissi più notabili e maggiori, che seguiranno dopo, gli saranno da me mandati con l’altre costituzioni.

Voglio finalmente mettere in considerazione al discretissimo suo giudizio che non voglia prender meraviglia, anzi che faccia mie scuse, se quanto gli propongo non riscontrasse così puntualmente con l’esperienze e osservazioni da farsi da lei o da altri, perchè molte sono le occasioni dell’errare. Una, e quasi inevitabile, è l’inavvertenza del calcolo; oltre a questo, la piccolezza di questi pianeti e l’osservarsi col telescopio, che tanto e tanto aggrandisce ogni oggetto veduto, fa che circa i congressi e le distanze di tali stelle l’error solo di un minuto secondo si fa più apparente e notabile che altro fallo mille volte maggiore ne gli aspetti dell’altre stelle; ma, quello che più importa, la novità della cosa e la
10. ne i dui, s — 31. inavertenza, s —
[p. 249 modifica]brevità del tempo e il poter esser ne’ movimenti di esse stelle altre diversità ed anomalie, oltre alle osservate da me sin qui, appresso gli intendenti dell’arte dovranno rendermi scusato: ed il non avere ancora gran numero di uomini in molti migliai d’anni perfettamente ritrovati i periodi ed esplicate tutte le diversità dell’altre stelle vaganti, ben farà scusabile e favorabile la causa di un solo ch’in due tre anni non avesse puntualmente spiegato il picciol sistema Gioviale, che, come fabrica del sommo Artefice, creder si deve che non manchi di quegli artifizii, che per la lor grandezza superano di lungo intervallo l’intelletto umano.
6. ch’ in dui, s —

 

Note

  1. La stampa ha: «chiuso,terminato». Cfr.lin. 27.
  2. La stampa ha: «oppostogli».
  3. «Lo veggo, dunque, tratto» è corretto in «La cosa in sè veggo che è tratta». Almeno alcune delle correzioni ed aggiunte che si osservano nel manoscritto e sono registrate in queste note, sembrano dovute alla mano di Federico Cesi.
  4. Fra le linee, e senza segno di richiamo che indichi il luogo debba inserirsi, leggersi: «a particolar richiesta del Illustrissimo Sig. Velseri, di tutte le scienze fornitissimo». Sotto «richiesta», che non è cancellato, leggersi «istanza».
  5. «elaborata» è sottolineato.
  6. Sopra «rivolgendo», che non è cancellato, si legge «considerando».
  7. «non solamente ... necessario» è indicato (con linee sotto ad alcune parole e con parole scritte interlinearmente) che si corregga in «parmi e conveniente e necessario».
  8. «filosofica» è indicato che si corregga in «de’ filosofi».
  9. «Devono i lucidissimi ... e chi non sa» è indicato che si corregga in «Se i lucidissimi ... appresentarsi devono, chi sarà che non laudi l’elezzione fatta da me della persona di V. S. Illustrissima, sapendo ciascuno».
  10. Tra «lei» e «cumulate» è aggiunto, interlinearmente, «ancora».
  11. Il ms. legge «invidiate».
  12. Dopo «esempio» è aggiunto tra le linee: «Il Sig. Velsero son sicuro che, sommamente amandola e benissimo conoscendola, riceverà particolar contento che avanti a lei conoschino e godano i studiosi l’acquisti ch’egli gli ha fatto avere». Si deve pure avvertire che sul margine leggesi: «come quello che ben la conosce ed ama»; ma non è poi indicato il luogo nel quale queste parole si debbano collocare, e le parole «sommamente amandola e benissimo conoscendola» non sono state cancellate. Inoltre si noti che sopra «e», che precede «benissimo», si legge «molto»; e sopra «egli» leggesi «il Sig. Galilei».
  13. «contentissimo lo veggo» è indicato che si corregga in «contentissimo veggo il Sig. Galilei».
  14. Tra le linee si legge: «L’ama il Sig. Velsero e conosce benissimo, e son per ciò sicuro» ; nè è indicato il luogo dove queste parole si debbano inserire.
  15. «le» è sottolineato.
  16. «Essendo... inviata» è indicato che si corregga in «Posta in via per lo comune de’ letterati».
  17. Sopra «apparisce» leggesi «arriva».
  18. Sopra «fervente», che è sottolineato, leggesi «assiduo».
  19. «(come... pare)» è sottolineato.
  20. Sopra «recarlo», che è sottolineato, è scritto «portarlo».
  21. Sopra «gradito», che è sottolineato, leggasi «accetto».
  22. Il ms. ha: «del».
  23. Sopra «aperto», che non è cancellato, si legge «fattosi». Almeno alcune delle correzioni ed aggiunte che si notano nel manoscritto, sembrano dovute alla mano di Federico Cesi.
  24. «aggiunger» è corretto in «aggiugner».
  25. Sopra «levar» si legge «toglier via».
  26. Le parole «col Sig. Cardinal Bianchetti» sono sottolineate: le parole «Monsignor Agucchia» sono cancellate: dopo «Monsignor Bini» è aggiunto, tra le linee, «Sig. Abbate Cavalcanti» : dopo «altri» è aggiunto, pur tra le linee, «a Monsignor Agucchia, e poi a Monsignor Illustrissimo Cesi lo mostrò disegnato»; ma queste parole sono in parte, e nell’intenzione di chi le scrisse dovevano esser tutte, cancellate, poiché è indicato che ad esse debba sostituirsi: «ad alcuni lo rappresentava in disegnandolo in carta, come fé’ a Monsignor Agucchia. In margine, e senza segno di richiamo che indichi dove debba essere inserito, si legge altresì «Monsignor Corsini» e, cancellato, «Sig. Omero T... Secretario di Bandini».
  27. «rocca principalissima» è indicato che si corregga in «principalissima rocca».
  28. «ne’ dotti ragionamenti e fuori e dentro le scuole - è indicato che si corregga in «e fuori e dentro le scuole, e ne’ dotti ragionamenti».
  29. Sig. Galilei è sottolineato, e sopra «Sig.» si legge «detto».
  30. Dopo «apportavano» è aggiunto tra le linee: «e di molt’altri particolari davano luce»; e sopra queste parole, pur tra le linee, si legge: «e gli alti scoprimenti maggiormente illustravano».
  31. Tra le linee è aggiunto: «insieme con l’elegantissime o gentilissime proposte del Sig. Velseri».
  32. «gli aquilini» è indicato che si corregga in «ora con proprietà aquilina».
  33. Dopo «conseguenze» è aggiunto tra le linee: «il tutto osservato con ogni diligenza, trattato con ogni accuratezza e giudizio».
  34. Sopra «dubitare» è scritto «considerare».
  35. «egli» è corretto in «eglino».
  36. «Teorica del Telescopio» è sottolineato, e sopra è scritto «sua Dioptrica».
  37. In margine si legge questa avvertenza: «giugni i tempi delle lettere date»; e sopra «scritte» si legge «del»: cioè, come sembra, si indicava di aggiungere le date delle quattro lettere di Galileo.
  38. Sopra «È possibile» è scritto «Puoi essere».
  39. Il ms. ha: «li».
  40. «qualche taccia» è sottolineato; ed è indicato che si corregga in «tacciarlo qualche volta assai irrazionalmente». Sopra «irrazionalmente» è scritto altresì «irragionevolmente».
  41. Sopra «dubitare» si legge «credere»; e sopra «credere» è scritto «imaginarmi».
  42. «ad alcuni» è sostituito a due parole, di cui la seconda non si distingue con sicurezza. Forse prima diceva «a molti».
  43. Il ms. ha: «ne’ ligaccie delle famosi».
  44. Il ms. ha: «umani».
  45. «A questi... modo» è corretto in «Questi insieme con gli altri... s’accompagnano, usano nel principio certi modi».
  46. «onde» è cancellato, e sopra è scritto mirabilmente, e».
  47. Sopra «le cose», che non è cancellato, si legge «i fatti».
  48. Dopo «ed» è aggiunto, tra le linee, «autorevole».
  49. Dopo «proverbiare» è aggiunto, tra le linee, - con simulato e non spontaneo riso».
  50. Il ms. ha: «dal».
  51. Dopo «essere» è aggiunto, tra le linee, «e di sommo pregio».
  52. Sopra «possa», che non è cancellato, si legge «debba».
  53. «o meno celebrata» è sottolineato, e sopra si legge: «nella Peripatetica, Academica, altra setta o proprie speculazioni».
  54. «abbia seguaci o no» è indicato che si corregga in «abbia molti o pochi seguaci».
  55. «l’intelletto» è sottolineato, e sopra leggesi «la raggione».
  56. «e a ciascuna... disposti» è corretto in «a ciascuna... volentieri s’appiglia, disposto»; e «disposto» è poi corretto in «disposta» (cfr. nota 3).
  57. Quest’aggiunta, e nella forma in cui era sfuggita dapprima dalla penna di Galileo, «mattutina o esorto vespertino», fu inviata da Galileo a Federico Cesi nella lettera dei 4 novembre 1612; e ad essa si riferisce pure il seguente appunto, che si legge, di mano del Nostro, sul margine della carta sulla quale incomincia l’autografo della terza lettera sulle macchie solari (Mss. Gal., Par. III, T. X, car. 26r.): «Ricordo. Scrivere al Sig. Marchese che nella prima Lettera, circa 20 versi dopo il principio del ragionamento di aggiunga alle parole di quello che si mostra nell’occultazione «mattutina o esorto vespertino», ed in consequenza il suo disco etc.». Nell’edizione originale dell’Istoria e Dimostrazioni leggiamo pure mattutina o esorto vespertino; ma l’Erratacorrige avverte di emendare vespertina o esorto mattutino: e all’errore occorso in questo passo accenna Federico Cesi nella lettera a Galileo dei 28 dicembre 1612.
  58. Da «Ma io» a «il suo intento» (lin. 25) nel cod. A è sostituito, in margine, al seguente tratto, che è cancellato: «Non resti, dunque, Apelle tanto ascosto dietro alla tavola, ch’ei non vegga quelli die vanno innanzi ed in dietro».
  59. Le parole «ed a me... assottigliano» sono aggiunte nel cod. A in margine, e nel cod. B tra le linee e d’altra mano da quella che ha esemplato il resto della Lettera.
  60. II tratto da «E qui par» a «ritornate a comparire in due mesi» (pag. 105, lin. 11), si legge, così nel cod. A come nel cod. B, su di un cartellino incollato sul margine dei respettivi fogli: nel cod. A è di mano di Galileo, nel cod. B di mano di copista, diversa da quella che ha esemplato il resto della Lettera (cfr. pag. 104, nota 1). Sul verso del cartellino che contiene nel cod. A quest’aggiunta si legge, pur di mano di Galileo : «... no vicinissimi al corpo solare, ed anco assai lontani: vicinissimi, per poter render ragione dell’accrescimento notabile della velocità e degl’intervalli tra macchia e macchia verso il mezo del disco; e molto lontani, per poter assegnar causa dello star tanto tempo senza tornar a riscoprirsi sotto ’l Sole». A questa medesima aggiunta si riferisce poi il seguente appunto, che Galileo scrisse di suo pugno, e poi cancellò, sul margine di una delle carte (Mss. Gal., Par. III, T. X. car. 13t.) le quali contengono l’autografo della seconda Lettera : «aggiungasi nella prima Lettera una contradizione d’Apelle: il quale, per far diminuire gli spazii ed assottigliarsi le figure delle macchie etc., è costretto a porle vicinissime al ; ma poco avanti fu necessitato a porle assai lontane, quando osservò che le traversavano il in 15 giorni e che nello spazio di 2 mesi non erano ancora ritornate: adunque la parte del lor cerchio che s’interpone tra ’l Sole e noi non è più che la 5a parte, nella quale non si possono far le mutazioni di figure, intervalli etc., conformi a che ne mostra l’esperienza ».
  61. Quanto segue, da «se non forse» a «ma da ogni nostra immaginazione» (lin. 13) nel cod. A è aggiunto in margine, e nel cod. B tra le linee e di mano di copista diversa da quella che ha esemplato il resto della Lettera (cfr. pag. 104, nota 1). Dapprima, così in A come in B, dopo «avvenire» seguitava: «e quella che pone Apelle ecc.»; poi «e quella» fù corretto in «Ma quella».
  62. Abbiamo riprodotto queste due figure dalla stampa. Avvertiamo però che la seconda figura nell’autografo è così ??, e che nel cod. B fu dapprima riprodotta conforme all’autografo, ma poi fu cancellata e sul margine del foglio fu rifatta come si vede nella stampa.
  63. Quanto segue, da «e so con accuratezza» a «Le macchie poi che sono poste» (pag. 126, lin. 23), in A è aggiunto sopra alcuni fogli inseriti. Prima Galileo aveva continuato, di séguito a «circonferenza», così: «ma le macchie che son poste ecc.». In B l’aggiunta è stata trascritta al suo posto.
  64. Sul margine inferiore della car. 13r. dell’autografo, la quale comprende ciò che nella presente edizione si legge da pag. 119, lin. 35, sino alla parola circonferenza a pag. 120, lin. 29, e dalla lin. 23 (Le macchie) a tutta la lin. 27 della pag. 126, è scritto, di mano di Galileo, questo appunto: «prova, le macchie non esser nella profondità del ☉».
  65. Quanto segue, da «Imperò che se alcuno» a «la più accomodata a satisfare» (pag. 129, lin. 12), in A è aggiunto su di un foglio a parte. Prima Galileo aveva continuato, di sèguito a «che si tentasse di dargli», così: «E prima, al porle lontanissime dal Sole, come sarebbe sotto il concavo della Luna»; appresso cancellò queste parole, e, pur di sèguito a «che si tentasse ecc.», scrisse: «tra le quali posizioni la più accomodata a»; da ultimo cancellò anche queste, aggiungendo il tratto «Imperò che se alcuno ecc.», che in B fu trascritto al suo posto.
  66. Il tratto da «E da tutti» a «e passar per l’istesso parallelo» (pag. 133, lin. 5) nel cod. A è aggiunto in parte tra le linee e in parte su di un foglio inserito. Nel cod. B tale aggiunta è stata trascritta al suo posto.
  67. A queste successive modificazioni del presente luogo si riferiscono alcuni passi delle lettere di Federico Cesi a Galileo dei 10 novembre, 14 e 28 dicembre 1612, 26 gennaio 1613, e di quella di Galileo al Cesi dei 5 gennaio 1613.
  68. Sul verso della car. 20 del cod. A, la quale contiene nel recto le ultime linee di questa seconda lettera, si legge, di mano di Galileo : «2 lettere delle Macchie Solari al Sig. Marco Velsero, e 3 stampate di Apelle».
  69. Cfr. pag. 141, lin. 5, nelle varianti.
  70. Da «Ma» a «ogn’altro vero» (pag.188, lin. 19) in A è aggiunto su di un foglio inserito. In B l’aggiunta è stata trascritta al suo posto.
  71. Da «e stimano» a «parere» (lin. 14) fu aggiunto di mano di Galileo, in A in margine, e in B su di un fogliettino, incollato sul margine. In A quest’aggiunta presenta qualche varietà a confronto di B e della stampa, come indichiamo a’ respettivi luoghi.
  72. Da «Or» a «bontà* (pag. 192, lin. 1) in A è cancellato; ma sul margine si legge, di mano di Galileo e pur cancellato: «noti Giovamb.ta di copiar questo, se bene è lineato». Giovambattista sarà stato il nome dell’amanuense; e in B questo tratto è stato trascritto. Da «la quale» a «divine» (pag. 192, lin. 2-3) in A è sostituito in margine a un brano cancellato così accuratamente, che non è possibile leggere sotto le cassature.
  73. A questo passo e alla mutazione introdotta nella stampa si riferisce un luogo della lettera di Galileo a Federico Cesi dei 25 gennaio 1613.
  74. Nei codici A e B le lettere con le quali si citano le figure sono minuscole; ma sul margine del cod. B, di fronte alla presente dimostrazione, Galileo scrisse di proprio pugno questo avvertimento per il tipografo: «Le lettere con le quali si cita questa e l’altre figure geometriche, siano caratteri maiuscoli».
  75. In luogo delle parole del congresso, in A e in B si legge della congiunzione; in B poi della congiunzione è corretto in del congresso. Quel che segue, da «non constando» fino a «durazione del congresso» (lin. 17), in A è aggiunto in margine, di mano di Galileo, e in B su di un cartellino, pur di mano di Galileo, incollato sul margine.
  76. Sul margine del cod. A si legge, di fronte alle lin. 17-18, il seguente appunto, che è stato scritto di mano di Galileo, e poi cancellato, probabilmente da lui stesso: «comincia a voler confermare, le macchie esser separate dal Sole, fac. 18, notando [pag. 49, lin. 4]; seguita l’istesso fac. 19, Varias etiam [pag.49, lin. 21]».
  77. Quel che segue, da «sì perchè le presenti osservazioni» sino a «E quanto a i matematici, non si sa che» (lin. 12) è stato aggiunto, così in A come in B, su di un cartellino, scritto, nell’uno e nell’altro codice, di mano di Galileo, e incollato sul margine del foglio. Prima continuava, di séguito a «una scintilla di ragione di un solo», in questo modo: «sì perchè non so che matematico alcuno abbia mai trattato ecc.» ; ma le parole «sì perchè non so che matematico» furono cassate. Si avverta pure che nel cartellino aggiunto in A, dopo e però (lin. 6) si legge, cancellato: contro a chi afferma, le macchie esser nel Sole, l’opinione della durezza e dell’immutabilità non possono valere. Inoltre, mentre la lezione di B concorda con la stampa, quella di A ne differisce in alcuni particolari, tra i quali i più notevoli sono questi : lin. 5-6, che e’ fosse macchiato; e però; lin. 8, della durezza ed immutabilità, perche dove cede questa che (in B prima fu scritto questa, e poi corretto quella); lin. 9-10, anzi, acquistando forza, gli avversarii negheranno.
  78. Da «La seconda» a «per vera» (pag. 202, lin. 28) in A è aggiunto su’ margini. In B quest’ aggiunta fu trascritta al proprio posto.
  79. Da «non par» a «più diretta» (pag. 202, lin. 4) è una seconda stesura, scritta, così in A come in B, su di un cartellino, in tutt’ e due i codici autografo di Galileo e incollato sul foglio per modo da coprire la prima stesura del passo medesimo. Con la testimonianza concorde di A e B abbiamo corretto, a lin. 19, isperienza della stampa in esperienza. Sotto i cartellini si legge, in A di pugno di Galileo e cancellato, in B di mano del copista, quanto segue: «redarguisce [in A prima aveva scritto arguisce, poi corresse] ben la posizione [posizion B] loro dentro al corpo solare; ma la causa perchè tal accidente accaggia, posta da Apelle, non mi finisce di satisfare, mentr’ [mentre, B] e’ dice che la [l’, B] irradiazione più diretta».
  80. In luogo del tratto da «E però» a «intorno» (lin. 18), prima Galileo aveva scritto: «Meglio, dunque, è dire che l’istessa macchia appar meno oscura intorno», come si legge in A e B. In A queste parole furono coperte con un cartellino, sul quale, di mano di Galileo, si legge: «E però, per mio parere, meglio sarebbe ’l dire, qual volta non si volesse ricorrere al più e men denso, che l’istessa macchia appar meno oscura intorno»; in lì Galileo corresse, di proprio pugno, conforme a quello che si legge nella stampa.
  81. Da «nei passaggi» (pag.203, lin. 32-33) a «remoti» in A è pieno di cassaticci, e in B si legge su di un cartellino, scritto di mano di Galileo e incollato sul foglio. Prima Galileo aveva scritto: «di tempi maggiori e minori, ma ho trovato e questi e quelli essere occorsi ora alle macchie de i cerchi più vicini al centro del disco, ed ora non meno a quello dei cerchi più remoti», come in B si legge sotto il cartellino, e in A si può ricostruire tenendo conto delle cancellature. In A dopo «remoti» seguita, cancellato: «onde per ciò all’incontro si stabilisce la prossimità delle macchie alla superficie del Sole».
  82. Quanto segue, da «oltre a certe limitate distanze» fino a «verrebbono interposti» (pag. 212, lin. 7), è scritto in A parte sul margine del foglio, e parte su di un cartellino che copre la metà inferiore del foglio e su di alcuni fogli inseriti. Questa lunga aggiunta fu trascritta in B al suo posto. Dapprima in A continuava, di seguito a «austro» (come si legge parte cancellato e parte sotto il cartellino), in questo modo: «più di gradi: onde, posto che delle macchie prodotte nell’osservazione da Apelle, queste di più lunga dimora traversassero per il diametro in giorni 16, e quella per una linea remota dal centro gradi (che e la massima remozione sin qui osservata) in giorni 11, bisogna investigare quanto grande debba, essere al meno quella sfera la quale, raggirandosi intorno al Sole, traversi col punto interposto tra noi e ’l centro del Sole il solar diametro in tempo sesquisettimo del tempo nel quale altro punto della medesima sfera traversa la parallela remota dal detto diametro gradi 30; e troverassi, tale sfera dover di necessità aver il suo semidiametro più che doppio del semidiametro del globo solare: perlochè del cerchio massimo di tale sfera s’interporrebbe tra l’occhio nostro e ’l disco solare meno di 60 gradi, e molto minori archi verrebbono interposti ecc.», dopo di che seguitava con quello che nella presente edizione si legge a pag. 212, lin. 7 e seg.
  83. Riguardo a queste parole aggiunte nella stampa, veggasi la lettera di Galileo a Federico Cesi in data de’ 25 gennaio 1613.
  84. Riguardo alle parole «Producasi la linea ND», omesse nella stampa, veggasi la citata lettera di Galileo a Federico Cesi del 25 gennaio 1613.
  85. Da «E perchè» fino a «compartite e disposte - (pag. 219, lin. 24), in A si legge su due carte inserite. In B questa aggiunta fu trascritta al suo posto.
  86. Da «e come» a «verso gli estremi» (pag. 217, lin. 4) in A fu aggiunto da Galileo sul margine, e in B, pur di mano di Galileo, su di un cartellino incollato sul margine; sul qual cartellino Galileo trascrisse pure il tratto che segue dopo «gli estremi», fino a «periodi differenti» (lin. 6), che era stato omesso per errore dall’amanuense. La lezione del cartellino di B è conforme alla lezione della stampa, dalla quale differisce la lezione di A in questi particolari: pag. 217, lin. 1, che di sopra; lin. 3, sotto ’l Sole che quelle; lin. 4-5, assoluti, o vero insognerebbe dire.
  87. Anche in questi particolari le diffrenze che la stampa presenta sono dovute a Galileo, il quale con la lettera del 25 gennaio 1613 mandò a Federico Cesi la lezione delle linee 20-29, del tutto conforme a quella della stampa.
  88. Da «Ma» a «convenirsi alle macchie» (pag. 226, lin. 4-5) nel cod. A è scritto su due carte inserite, ed è sostituito al seguente tratto, che è cancellato: «Ma di questo tratterò in altra occasione, dove anco mi riserbo ad esaminare con maggior diligenza, quanto si possa credere che la Luna sia, come vuole Apelle, in parte traspicua, la quale sin ora ho creduto, e credo tuttavia, che non meno sia tenebrosa ed opaca della stessa Terra: e mi nasce qualche suspizione che Apelle, in questo ed alcuni altri particolari, si lasci alquanto trasportar dal desiderio di mantenere il suo primo detto, e che, non potendo puntualmente accomodar varii accidenti delle macchie agli accidenti per avanti creduti convenire all’altre stelle, accomodi quei delle stelle alle macchie». Nel cod. B il tratto sostituito fu trascritto al suo posto.
  89. Da «ed accadendoci» a «che se già mai» (lin. 18) nel cod. A è scritto sul margine, e sostituito a «e facilmente crederò che se già mai», che è cancellato. Nel cod. B il tratto sostituito fu trascritto al suo posto.
  90. Da «ma le medesime» (pag. 222, lin. 31) a «nere» in A è aggiunto in margine, ma non vi si leggono le parole «poi la notte, non men della Terra», che sono aggiunte, di mano di Galileo, in B.
  91. Dopo «Sole» nel cod. B continua: «la qual luce secondaria è così potente ecc.», seguitando con ciò che si legge a lin. 8 e seg. Anche nel cod. A leggesi come in B; ma nell’autografo le parole «la qual» sono cancellate, e su di un cartellino, incollato sul margine, è ad esse sostituito, di mano di Galileo, il tratto da «ancor che» a «nulla di meno tal» (lin. 4-7). Questa modificazione fu inviata da Galileo a Federico Cesi con la già citata lettera dei 25 gennaio 1613. S’avverta pure che nel cartellino di A si legge, a lin. 5, passi per un occhio così angusto; ma foro si legge invece nella lettera ora ricordata.
  92. Alla mutazione introdotta nella stampa accenna Federico Cesi nella sua lettera a Galileo in data del 23 dicembre 1612, dove scrive: «Nella faccia 53 ho fatto accomodare come avisa». La lezione dei cod. A e B, che registriamo tra le varianti, si legge nel cod. B appunto alla faccia segnata originariamente 53.
  93. A questo luogo, che nel cod. B si legge alla carta numerata originariamente 57, lin. 1-2, allude Galileo nella lettera a Federico Cesi del 25 gennaio 1613, quando scrive: «Il luogo della facc. 57, lin. prima e seconda, levisi interamente».
  94. Da «E se alcuno» a «resolute» (pag. 231, lin. 7) in A è aggiunto in margine.
  95. Da «E più direi» (lin. 1) a «dove poco» si legge, così in A come in B, su cartellini scritti di proprio pugno da Galileo e incollati su’ respettivi fogli dei codici. La lezione di A differisce da quella di B e della stampa in questo, che a lin. 3 omette solare, e a lin. 4 medesimi. La prima stesura poi di questo passo, la quale nel cod. A si legge in parte cancellata e in parte sotto il cartellino, e nel cod. B tutta sotto il cartellino, è la seguente: «E più direi, aver molte volte osservate nel disco solare alcune [nel disco solare le sopranominate, B; e sopranominate fu sostituito da Galileo ad una parola cassata] piazzette più lucide del resto; e forse, più accuratamente osservando, si potrebbe ritrovare, queste essere i luoghi dove poco».
  96. La prima stesura delle lin. 8-13, che si legge, cancellata, nel cod. A, è la seguente: «Qua ed in Roma, per quanto intendo, va attorno una opinione tra alcuni filosofi peripatetici, per difender l’inalterabilità del cielo». A questa lezione Galileo sostituì in A, su di un cartellino incollato sul margine della carta, quanto appresso: «Di qua dalle Alpi va attorno, come intendo, tra quei filosofi peripatetici ecc.», seguitando poi conforme a quel che si legge nella stampa: e così l’amanuense trascrisse anche in B; ma Galileo cancellò in B «Di qua... tra quei», e sostituì di sua mano: «Di qua... tra non piccol numero de i».
  97. A questo passo si riferisce il seguente frammento, che si legge, scritto di mano di Galileo e cancellato, sul margine del foglio nel cod. A: «Peripatetici simili a i deboli difensori di una fortezza, li quali, vedendola assalir da una banda, accorrono tutti là, non curando intanto di lasciar senza difesa gli altri luoghi, a i quali l’inimico più numeroso si volta, vedendogli sprovvisti. Ora i Peripatetici, per soccorrer [il manoscritto: soccorer] ali’imminente pericolo della alterabilità del cielo, corrono alla difesa con dir le macchie essere stelle; e intanto lasciano indi’ altri aditi aperti agli assalti inimici, perchè non più vien salvato il numero settenario de i pianeti, non la lor conversione intorno alla Terra, non la regolarità de i lor movimenti, etc.
  98. Del tratto da «alterazioncella» (pag. 234, lin. 31) fino a «altre fumosità intorno alla Terra», i codici A e B ci permettono di distinguere tre successive stesure. La prima si legge in A, in parte cancellata e in parte sotto di un cartellino che è incollato sul foglio e sul quale è scritto, di mano di Galileo, il tratto da «Se quella» (pag. 234, lin. 32) a «potrebbono» (pag. 235, lin. 19); ed è la seguente: «acciò che quindi non venisse destrutta la sua durazione: quasi che le alterazioni terrestri siano per dissolver la Terra e gli elementi, onde sia per venir tempo che il mondo si trovi senza Terra, ma non senza Luna. Ma se queste particolari e piccole mutazioni non son per abbreviar la durazione di questo nostro mondo elementare, perchè temer tanto della dissoluzion del cielo per alterazioni non più di queste mimiche della naturai conservazione? Ma non voglio passar più innanzi, nè entrare a esaminar la forza delle peripatetiche ragioni, al che mi riserbo in altro tempo, bastandomi per ora l’aver dimostrato, conforme al mio principale intento, che le macchie non sono stelle, nè materie consistenti, nè locate lontane dal Sole, ma che si producono e dissolvono intorno ad esso, con maniera assai simile a quella delle nugole o altre fumosità intorno alla Terra». La prima parte di questo brano, fino a «natural conservazione», è cancellata, e ad essa Galileo sostituì, facendo séguito a «alterazioncella» (pag. 234, lin. 31), quanto si legge sul cartellino al quale or ora accennavamo; così che la seconda stesura differisce da quella definitiva e dalla stampa solamente in questo, che dopo «potrebbono» (pag. 235, lin. 19), con cui, come abbiamo detto, termina il tratto scritto sul cartellino, continua e conclude con le riferite parole della prima: «Ma non voglio... intorno alla Terra». Tale seconda stesura, infatti, fu trascritta dall’amanuense nel cod. B: ma appresso Galileo coperse, così nel cod. A come nel cod. B, anche il tratto della prima stesura che era sopravvissuto, e ad esso sostituì, di suo pugno in tutt’e due i codici, quanto si legge da pag. 235, lin. 19, alla lin. 11 della presente pagina (Io. .. Terra).
  99. L’ultima linea della pag. 238 e le lin. 1-13 di questa pagina sono scritte di pugno di Galileo anche nel cod. B; le lin. 14-16 si leggono poi soltanto in B, ed esse pure di mano di Galileo. La lezione di B in questo tratto non presenta alcuna differenza osservabile da quella della stampa; invece la lezione di A se ne allontana in alcuni particolari, dei quali i più notevoli sono questi: pag. 239, lin. 1, a di nuovo offerir l’amicizia; lin. 2-3, determinerà di fargli veder questa lettera, non gliela mandi senza; lin. 6-7, mi siano scoperte le mie fallacie, e terrò obbligo perpetuo a chiunque; lin. 8, grazia palesarle e castigarle; lin. 12, complimento.