Le avventure di Saffo/Libro I/Capitolo IX

Libro I - Capitolo IX. La notte

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CAPITOLO IX.


La notte.


Era tranquillissima l’aura, giaceva lo stanco agricoltore nell’arida capanna, il guerriero nella tenda fralle armi, il monarca nello splendore della reggia, l’augello nelle umide frondi, la fiera nello sterile speco, tutti egualmente immersi nella dimenticanza del sonno, ma non l’amante donzella, quantunque abbandonasse le membra illanguidite su i morbidi tappeti. Anzi per lei divenuti pungenti quanto lo stelo delle rose, invocava rivolgendosi irrequieta su di quelli, il sonno fuggitivo dalle palpebre lagrimose. Ardeva in un canto della stanza un pallido lume per togliere le tenebre, ma che però non turbasse col vivo splendore il sonno amico della oscurità, a cui l’ancella sedendo vicino placidamente filava [p. 79 modifica]pronta a i cenni della vegliante signora. Finalmente parve, che Saffo, vinta dal sonno, alquanto sospendesse le continuate angosce; il che osservando la donna affettuosa cessò dal lavoro, e trattenendosi immobile e tacita, quasi frenava il respiro per non turbare un sonno così prezioso. Ma invano Morfeo spruzza l’onda Letea su di un petto infiammato da Venere, nè le feconde pianure dell’Asia produssero giammai quell’oppio benigno, che valga a sedare i sensi irritati dallo spasimo di amore: ond’è, che di repente si scosse la fanciulla, sorse dal tappeto, e sospesa tra la veglia, a cui la richiamava l’angoscia ed il sonno, a cui la costringeva la stanchezza delle pene, languidamente mosse qualche passo con semichiuse palpebre, e tronco alito dicendo, Me misera, barbaro Faone, Venere pietà. Osservava l’ancella questo delirio, e temendo ch’ella non si offendesse urtando in ciò che le si opponesse casualmente, fu costretta di trattenerla: al [p. 80 modifica]quale atto si riscosse la donzella, che dal dubbioso letargo ritornando alla certezza delle sue pene; Crudele, esclamò, perchè mi turbi una breve illusione di calma, in cui aveva in parte immerse le mie deplorabili angosce? e così dicendo corse fuori nell’atrio per respirare con più libero alito l’interminabile aura del cielo. L’ancella non consapevole della intenzione di una mente così perturbata, accorrendo la trattenne. Che temi? disse quella sorpresa dall’improvviso abbraccio. Temo, rispose Rodope, non altro che il tuo dolore. Lascia, aggiunse Saffo, che miri l’ampio cielo, e che vi esali i miei sospiri, giacchè l’angustia dell’albergo rinchiuso accresce l’intollerabile affanno che mi opprime. Dalle quali parole persuasa l’ancella sciolse da lei le braccia, e Saffo mirando in alto ascesa la luna, che già aveva in parte maestosa trascorso il suo placido viaggio; Tu pur fosti amante, le diceva, e fors’anche lo sei, che quantunque immortali anche [p. 81 modifica]voi, o Numi, siete soggetti al governo di amore. Tu pur dal cielo scendesti furtivamente nelle tenebre notturne, per serbare la fama de’ tuoi casti diporti, a rimirar da vicino l’amato sembiante del sonnacchioso Endimione; onde ben potrai avere qualche pietà di me, che debole e mortale posso resister meno a quella potenza, a cui cedono anche gl’immortali. Mentre ella così scioglieva la voce in non ascoltate querele, il mesto rosignolo, emulo di quelle, incominciò flebilmente il suo canto con lunghe note sospese; Saffo in ascoltarle desisteva dalle proprie querele rivolta attentamente all’alto cipresso, da cui usciva quel gemito corrispondente all’interna sua angoscia. Ma pure, siccome era in tumulto il di lei animo, così inquieta sempre in ogni atto trapassò quella notte per lei perpetua, ora ascoltando quel canto, ora invocando Cinzia, ora giacendo languida, ora smaniosa risorgendo, finchè apparve la tanto desiderata aurora, che già stendeva [p. 82 modifica]fuori dell’oriente l’estremo rosseggiante lembo del suo splendido manto, e la luna nel rimirarlo impallidiva. Tempo è, disse l’ancella, che ti prepari ad offrire al tempio, le di cui porte si aprono all’aurora. Oh placati, bellissima Dea, esclamò la fanciulla, nè far misera chi ti offese per pietà della vittima, e non per disprezzo irreligioso; e mentre ella proseguiva i suoi lamenti, Rodope le ricompose lo sparso crine, stringendolo con una fascia ornata di perle, e sopra vi avvolse, senza artifizio, il candido velo, lasciando l’aura arbitra di commoverlo leggiadramente. Quindi le pose una veste di varj colori, quanti sono quelli dell’iride messaggiera di Giove, stringendola al di lei seno palpitante colla fascia tessuta di oro risplendente, ed alla fine le adattò a i piedi i leggieri coturni. Quand’ebbe così ornata la sua signora, ella gittossi sugli omeri un incolto manto, sotto cui tenendo le colombe ascose, seguì lei, che furtivamente ignota a’ servi, ed alle [p. 83 modifica]altre ancelle si avviava ad implorare al tempio la irritabile Dea distributrice arbitraria di angosce e di contenti, le une e gli altri ad ogni altra pena e ad ogni altro diletto superiori.