La stazione estiva di Montepiano/XIV

§ 14 — Lorenzo Bartolini

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XIII XV

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§ 14. — Lorenzo Bartolini

A Savignano, ridente paesello sulla sinistra del Bisenzio, quasi di fronte al Mulinaccio, antica ed elegante villa dello storico e viaggiatore Sassetti, sortì i natali Lorenzo Bartolini, statuario celeberrimo.

Qui vide la luce, e Savignano appartiene al comune di Barberino di Mugello; ma egli era e si disse sempre Verniotto e di Montepiano. Nacque infatti di Liborio Bartolini e di Maria Magli di Montepiano, dove tuttora esistono consanguinei di lui e dove si vede tuttora la sua casa paterna. [p. 66 modifica]

Il pittore Antonio Marini fece porre sulle pareti della casetta in Savignano la seguente iscrizione:

Quì è nato
Lorenzo Bartolini Statuario
CCCVIII anni
Dopo fra Bartolomeo Dipintore
Antonio Marini P. Q. M.
Nel MDCCCLV
1

E sull’architrave della porta della casa paterna a Montepiano si legge:

M. E. P. R. Bartolini F. A. D. 1731

cioè: Michele e Caporale Pier Rinaldo Bartolini fecero, Anno Domini 1731.

Suo padre fabbro-ferraio spesso prestava l’opera sua a Savignano, recandovisi di tanto in tanto, per qualche giorno, perchè un suo zio, Pietro, eravi come fattore del Conte Organi. Per questa circostanza Lorenzo ebbe i natali, lontano dal paese de’ suoi, ma è chiaro che i figli seguono il domicilio de’ genitori. «Son nato, scrive il grande scultore, a Savignano; mio padre però era di Vernio, perchè faceva il fabbro di campagna nella fattoria del Conte Organi». Con ansia trepidante seguì la lotta combattuta per lunghi anni da’ suoi compaesani contro i Bardi, finita con la peggio de’ primi, e in una lettera all’avvocato Lodovico Fedeli, scrive: «Io non vi posso dire quello che ho provato a tale notizia, [p. 67 modifica]giacchè anch’io, come Verniotto, desiderava vittoria. Ma l’uomo propone e Dio dispone....

«Solo dirò che tal condanna fu una potente ingiustizia ed un atto impolitico, degno piuttosto di giudici ostrogoti, che di giudici toscani.

«.... Dalla galera dell’artista, Giugno 1821, Bartolini.»

Dal sangue Verniotto ripeteva la natura sua rubesta, ma schietta. Non amando egli seguire l’arte paterna, dopo varie vicende, potè allogarsi in una officina a Firenze ove lavoravasi in alabastro. A non lungo andare sorpassò tutti i compagni e ricercatosi recò a Volterra, sede principale dei lavori in alabastro e ricchissima di tal minerale. Come Michelangelo, Lorenzo era pronto all’ira: venne ad aspre parole col proprio maestro e dovette tornarsene a Firenze. Era il tempo della prima invasione Francese in Italia (1797), e avendo sentito che a Parigi volevasi instaurare una lavorazione d’alabastri, vi si recò con pochi denari e molte speranze. Menò ivi sul principio una vita di stenti, ma poi, superate innumerevoli difficoltà, riuscì a conseguire il 2º premio di scultura con un bassorilievo rappresentante Cleobi e Bitone, il quale rese illustre in breve volger di tempo il suo nome e gli procacciò potenti protettori, fra i quali il Direttore generale dei Musei, Denon, e Regnault De Saint-Jean d’Angely. Il primo gli affidò uno dei bassorilievi della colonna di piazza Vendôme, nonchè il busto di Napoleone, collocato da poi sopra la porta d’ingresso dell’Istituto. L’imperatore stesso prese a stimare il Bartolini e lo mandò nel 1808 a Carrara per fondarvi una scuola di scultura, della quale rimase a capo fino alla caduta dell’Impero. Assalito nella propria casa dai carraresi insorti, come partigiano di Napoleone, il Bartolini fu costretto a porsi [p. 68 modifica]in salvo fuggendo ed accompagnò l’Imperatore all’Isola d’Elba. Dopo la battaglia di Waterloo, tornò a prendere stanza a Firenze ove eseguì tutti quei capo-lavori che resero immortale il suo nome.

Coll’elezione al soglio pontificio, del Mastai Ferretti, Pio IX, sembrò giunta l’epoca della redenzione italica: Italia invero per breve, troppo breve tempo, s’affratellò: si chiesero e si ebbero riforme e statuti.

Mutati anche in Toscana, che avea avuto mite governo, gli ordini politici e promulgata la costituzione nel Febbraio del 1848, Lorenzo fu nominato senatore dal Granduca, ed onor vero, per questo, si ebbe chi lo nominò e il consesso cui fu chiamato ad appartenere. Ma chi parla del Bartolini come senatore della Toscana? Membro di 20 accademie, corrispondente dell’Istituto di Francia, Cavaliere della legione d’Onore e degli Ordini di S. Gregorio e di S. Giuseppe, il Bartolini era stato nominato nel 1840 professore di scultura all’Accademia di Belle Arti di Firenze ed esercitò quest’ufficio sino alla sua morte.

Fu in questo ufficio che esso ripristinò l’uso dei modelli viventi e ben a ragione, perchè è dal vero che l’arte dee trarre le sue concezioni.

Era un artista sommamente fecondo, ma essendo uso ad accettare tutti i lavori propostigli, ha lasciato un gran numero di opere incompiute e la più parte di quelle che uscivano dal suo studio non ricevettero che l’ultimo perfezionamento dai suo scalpello.

Tutte le sue figure splendono per armonia di proporzioni ed espressione. Scolpiva i panneggiamenti, come pochi altri mai, ma più si piacque e più si mostrò maestro nel nudo. Numerosissime furono le opere dello scultore, ma il maggior numero di esse passò le Alpi; [p. 69 modifica]se ne trovano a Parigi, a Londra, a Pietroburgo; in tutta Europa insomma ed anche altrove.

Restano però non pochi dei suoi lavori in Italia a far testimonianza della sua valentìa nella scultura, e a dimostrare quanto egli mai fosse addentro alle ragioni dell’estetica dell’arte.

Citeremo tra le altre una Venere, imitazione di quella del Tiziano, nella Galleria degli Uffizi in Firenze; una Baccante venduta al Duca di Devonshire, il monumento al Principe Anatolio Demidoff, che si vede nel Lungarno Serristori, il cenotafio di Lady Stradfort Canning nella cattedrale di Losanna, e il celebre gruppo della Carità per una delle sei nicchie della Regia cappella del Poggio Imperiale. Quest’ultimo lavoro lo descrive, da par suo, il Giordani, in una sua lettera a Leopoldo Cicognara.

La Fiducia in Dio, celebre statuetta, è tanto pregiata perchè, sotto l’impassibilità marmorea, fa trasparire una fede, una speranza palpitanti, la calma serena che si addice all’innocenza e quel sicuro trionfo della virtù che, forse, parla alle coscienze incorrotte. Qual anima di artista egli fosse lo dimostrerà l’episodio seguente.

Il Bartolini non era contento del poi famoso suo gruppo, l’Astianatte; aveva una spina, un pensiero che lo tormentava da più d’un anno. Fece un cuor risoluto, ordinò si disfacesse il lavoro; certo che, cambiandosi, sarebbe venuto meglio, sia per le linee, sia per la splendidezza dell’operare. Chi è artista capisce l’importanza di quel fatto e il coraggio di quell’uomo che disfà il lavoro che gli è costato più d’un anno di studio, ammonendo chi è troppo sollecito a porre in atto un pensiero mal digerito. 2 [p. 70 modifica]

De’ busti sono notevoli quelli di Denon, Cherubini, Madama di Stael, Napoleone, G. Rossini, Metternich, Thiers.

Fu amico e discepolo di Canova ed educò nell’Accademia delle Belle Arti, e più nel suo studio di via San Frediano, una generazione di scultori che nobilitarono l’arte insieme col paese natale. Si può dire che Costoli, Santarelli, Fantacchiotti, Cambi, Duprè, ecc. si ispirassero alle opere ed ai consigli del Bartolini.

Egli voleva l’ideale nel reale, e senza ombra di manierismo, in che pur troppo un cotal poco peccò lo stesso Canova.

Al purismo dei Torwaldsen, dei Tenerani, dei Finelli ed altri insigni scultori, egli non fu sì devoto che al convenzionale sacrificasse il vero....3.

Fece parte del celebre quadrumvirato fiorentino: e maneggiava lo scalpello, nel tempo stesso che Sabatelli maneggiava il pennello, Niccolini scriveva il Giovanni da Procida, l’Arnaldo da Brescia e il Cherubini s’immortalava nella musica, specialmente sacra.

Se all’Italia niuno potè ancora carpire il serto del primato nella scultura, e la stessa Esposizione Generale di Parigi ne porse conferma, per gran parte il merito si deve attribuire a Lui, che presentì i tempi e incarnò le aspirazioni colla maestria delle linee, guidata da un concetto che trascende i sensi.

Non era uomo di grandi studii, chè non aveva avuto nè tempo, nè mezzi di attendervi; ma fu d’istinto fino, di gusto estetico delicatissimo. Amò la musica soprammodo: a Carrara faceva eseguire, ed egli stesso vi prendeva parte, scelti pezzi d’opere classiche di Mozart, Beethoven, Haydin. [p. 71 modifica]

Quando cadde l’impero eragli stata affidata una colossale statua di Napoleone I dal Municipio d’Aiaccio, ed egli, pur costernato dalla sventura del suo protettore, scriveva ad un amico: «Oh! devon tornare que’ tempi! Questa statua non deve rimanere sempre nel suo carcere!»

E l’astro Napoleonico tornò, un po’ tardi è vero, ma tornò a brillare.

Buono, umano, leale, prodigo, schietto, fu amico degli amici, proteggitore, cordiale di quanti a lui, specialmente artisti, si rivolsero4. Pronto alla collera, subitaneo, caldo di affetti, non ebbe mai rancore con alcuno, compensò coi benefici i detrattori maligni. I più grandi ingegni gli furono amici: il Giusti era entusiasta di quest’operaio giunto a tanta grandezza.

A lui nella celebre «Terra de’ morti» volgeasi:

«E tu giunto a compieta,
  Lorenzo, come mai,
  Infondi nella creta,
  La vita che non hai?»

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E quel gioiello d’arte, quel cammeo antico, qual s’apprezza il sonetto «La Fiducia in Dio», non è altro che l’esplicazione poetica del marmo prodigioso dello Statuario.

Rese l’anima a Dio, che avea stampata in lui sì vasta orma del suo spirito creatore, il 20 Gennaio 1850 alle ore 12,30 pom.

Morto povero, lasciò in poco floride condizioni economiche la vedova, Virginia nata Boni, e tre figlie che aveva amato d’intenso affetto.

Ecco ciò che di lui dice il Duprè, un altro grande sorto dal popolo: «Il Bartolini era un uomo sdegnoso e spregiudicato, chiamava le cose col suo vero nome, e dava dell’asino a chi gli pareva tale, fosse anche stato un senatore o un ministro. Sapeva di essere un grande scultore e amava che si credesse da tutti: motteggiava sovente e al frizzo sacrificava non rade volte fin la decenza: liberale e caritatevole, geloso del decoro e dell’educazione della sua famiglia; ammiratore delle leggi leopoldine, di Federigo il grande, di Napoleone il grande e dei principii dell’ottantanove. Amava d’essere chiamato maestro e si sdegnava a dargli del professore: metteva in bernesco i ciondoli, e quando li ebbe li portava a tutto spiano. Come scultore fu grandissimo, più del precetto giovò il suo esempio; ristorò la scuola ritornandola ai sani principi del vero; ebbe nemici molti e assiduamente molesti che non si curava placare; stuzzicato volgeasi a dritta e a sinistra, sferzando spietatamente e ridendo.»

Oh! buon Duprè, il giudizio che esce dalla tua penna, che pur non era quella d’un letterato, può difficilmente essere vinto. Mente retta e serena, cuor gentile, esperienza dell’arte a Te non facevan difetto e in queste [p. 73 modifica]poche parole scolpisti l’uomo sommo, come scolpivi l’Abele nel marmo.

Il Romanelli, distintissimo scultore suo amico e scolaro, prese la direzione dello studio del venerato maestro.

Nel 1887 gli alpinisti Pratesi, sulla facciata esterna della Casa Bartolini (antica dogana) che guarda la strada provinciale, ponevano l’epigrafe seguente dettata dal compianto Cesare Guasti letterato insigne.

In questa casa de’ Bartolini
visse fanciullo
Lorenzo
che rese alla Statuaria
l’efficacia del vero
la grazia del bello
chiedendo al cuore l’idea
alla natura le forme




Nel luglio 1887
gli alpinisti ponevano




Fu una vera solennità, un plebiscito d’affetto e d’ammirazione, che i suoi connazionali rendevano al glorioso montanino. In quella splendida giornata di Luglio, sembrava che natura radiante prendesse parte ad una festività sì ben meritata.

Vi concorsero, oltre la sezione alpina pratese, molti alpinisti d’ogni parte d’Italia, che in quei dì si trovavano a godere le fresche brezze dell’Appennino, le rappresentanze comunali, la società operaia di Vernio un’onda di popolo accorsa da ogni parte. [p. 74 modifica]

Non il breve marmo che è pure qualcosa, ma il sentimento d’ammirazione, l’entusiasmo unanime sono il giusto compenso a chi, con mezzi pecuniari e materiali, scarsissimi, seppe poggiare tant’alto.

Note

  1. La critica storica ha provato all’evidenza, come l’illustre pittore non nacque a Savignano, ma presso Porta Romana a Firenze, Ebbe però a Savignano un fratello.
  2. Duprè — Pensieri sull’arte e ricordi autobiografici.
  3. Avv. Odoardo Turchetti. Note a G. Giusti.
  4. In Borgo Pinti, in Firenze, ove spirò l’anima grande, fu scolpita nel marmo la seguente iscrizione:

    Dopo XXIII anni
    da che morì in queste sue case
    Lorenzo Bartolini
    per altezza di concetto e studio del vero
    restauratore della scultura
    i lavoranti e gli sbozzatori
    cui fu prodigo d’aiuti e d’affetto
    uniti in consorzio di previdenza
    per mantenersi lavoro
    il vigesimo giorno del MDCCCLXXIII
    Posero la presente memoria