La fine di un Regno/Parte I/Capitolo XII

Capitolo XII

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CAPITOLO XII


Sommario: Carlo Troja — La sua storia d'Italia nel Medio Evo — Il ministero del 8 aprile, suoi errori e ingenuità — Il Troja durante la reazione — Sua deposizione nel processo del 15 maggio — I neoguelfi di Napoli — Malattia del grande storioo — Don Ferdinando al letto di suo fratello — Morte ed esequie — Quel che ne dissero i giornali — Una coraggiosa e vana proposta — Il Veltro allegorico — L’epigrafe dell’abate Fornari — Il testamento — Le carte ed i libri di Carlo Troja — La biblioteca dei Girolamini — Gli Annali del Muratori e le postille del Troja — Il padre Mandarini, il padre Spaccapietra e il padre Capecelatro — Deaiderii e proposte — Articoli di Carlo Troja nel Tempo sulla questione siciliana del 1848 — Il libro di Giuseppe del Giudice — Chi potrebbe scrivere un libro completo sul Troja — Un documento curioso e inedito.



Carlo Troja fu il vero grande storico napoletano di questo secolo. Il nome suo è congiunto indissolubilmente alla storia d’Italia e a quella dell’antico Reame. Al suo senso storico si deve se il Medio Evo non fu più una tenebra per gli studiosi. Frugando egli stesso negli archivii di Montecassino, di Subiaco, di Farfa, di Cava, di Ravenna, di Bologna, di Roma, di Gubbio e di Firenze, il Troja mise insieme così larga copia di notizie e documenti, da poter lui, meridionale, anzi pugliese di origine, nato nella Corte borbonica, la meno nazionale delle Corti italiane, e figliuolo del medico privato di Maria Carolina, scrivere la prima storia d’Italia del Medio Evo, con spirito e sensi italiani. Viaggiava per l’Italia centrale tra il 1824 e il 1828 e gli era compagno un giovine, che poi fu illustre uomo e lo amò teneramente, Saverio Baldacchini. Ebbero in Bologna signorile ospitalità dal conte Giovanni Marchetti e in casa Marchetti convenivano i migliori spiriti di allora. Temi favoriti di quelle conversazioni erano gli studii danteschi. In tale ambiente [p. 236 modifica]l’ammirazione e l’amore per Dante, già grandi nel Troja, presero forma più entusiastica e concreta insieme, e gli studii dello storico si fermarono sul grande poeta. Troja diceva in quei giorni di amare Dante più di prima, perchè, lontano dai parenti e dalla patria, gli pareva d’intendere meglio l’animo del poeta e le perturbazioni e gli affetti varii, che dovevano agitarlo. E fu principalmente per le esortazioni del Marchetti, che pubblicò nel 1826 a Firenze, il Veltro allegorico di Dante Alighieri, che apri un campo nuovo di ricerche e di polemiche, rivelò Dante uomo operativo e umano, quale fu davvero, trasportò la Divina Commedia, come notò il Trevisani, nel bel mezzo della storia italiana e la fece apparire il dramma più vivo, il riflesso più puro e spontaneo di tutt’i pensieri ed affetti, che agitavano i tempi in mezzo ai quali proruppe quel canto. E rivissero gli uomini di Dante, furono illustrati con vera passione i luoghi da lui percorsi e più conosciuto e amato il poeta. Gli studii sul Veltro sollevarono una vera rivoluzione nel mondo della cultura, e il nome di Carlo Troja divenne celebre in tutta Italia. Certo gli studii posteriori han tolta importanza a quel libro; han dimostrato al lume della critica e con l’esame di nuovi documenti, che lo storico napoletano s’ingannò, personalizzando il Veltro; che lavorò più di fantasia che di critica, ma pochi libri suscitarono tanto interesse politico e letterario e lasciarono più forte segno nella storia della cultura umana, quanto ne suscitò e ne lasciò il Veltro allegorico. Riportiamoci a più di settant’anni fa. Dagli studii sulla Divina Commedia e sui tempi di Dante, egli fu condotto ad immaginare largamente la sua storia del Medio Evo, sembrandogli opera inutile le ricerche secondarie, avanti di risalire alle origini. E alle origini risalì, e in un tempo in cui pochi conoscevano la storia dei barbari e tutti confondevano le varie razze barbariche, Carlo Troja ne ricercò a fondo le vicende e le distinse. Egli ritenne che i longobardi distruggessero ogni vestigio del nome e del diritto romano nei paesi da essi conquistati, e cercò provare che i Romani furono ridotti dai Longobardi in una condizione quasi servile. Questa è, anche oggi, una delle tre idee fondamentali rispetto a quel periodo di storia politica e di storia del diritto. I viaggi e gli studii storici compirono e rafforzarono in Carlo Troja il sentimento dell’italianità. Per lui le vicende medioevali non [p. 237 modifica]erano così disordinate e confuse, come apparivano ai più; il Medio Evo per Troja non fu, in sostanza, che la lotta del romanesimo con la barbarie, la quale, prima vittoriosa, fu poi alla sua volta domata e romanizzata. Roma e il papato mantennero l’unità in quel caos di principii, di uomini e di cose, onde si venne via via formando una certa conformità di sentimenti e un po’ anche d’idee, in modo che nel secolo duodecimo, se non può riconoscersi un popolo con carattere e lingua propria, non si distinguono più romani, nè longobardi; e se non usata dappertutto, è intesa quasi dappertutto la lingua volgare. La critica storica ha oggi indebolita l’opinione di Troja circa la condizione dei vinti romani, riconoscendo che, in molti casi, la sua buona fede venne sorpresa, specialmente da ecclesiastici, con carte e diplomi falsi; la stessa critica ha trovato molto da ridire sul metodo da lui adoperato nell’esame dei documenti storici e sulle conseguenze che ne trasse, qualche volta fantastiche o arbitrarie; nuove scoperte hanno accresciuto il materiale, sul quale lavorò Carlo Troja: ma l’opera sua, per il tempo nel quale si svolse, per la singolare erudizione e la portentosa memoria di lui, occupa ed occuperà uno dei primi posti nella storia della nostra cultura.


L’uomo, che concepiva l’Italia come un’unità nel Medio Evo, che di un’Italia parlava e una storia italiana scriveva, doveva apparire, nel 1848, come il più adatto a comprendere le alte necessità del momento, e a stare a capo di un ministero italiano, che costringesse Ferdinando II ad entrare decisamente nella via delle riforme politiche ed a prender parte alla guerra dell’indipendenza. Il Troja contava allora sessantaquattro anni ed era malato di gotta. Ciononostante, mise insieme il ministero del 3 aprile, composto di bravi uomini e di giovani audaci, i cui sentimenti d’italianità erano molto caldi, ma nessuno di loro aveva esperienza di governo e lutti avevano fatta la loro cultura politica sui libri. "Era pur esso, il ministero, scriveva il Massari,1 disarmato in faccia all’agitazione, ed essendo sinceramente liberale, rifuggiva dall’adoperare la forza materiale per [p. 238 modifica]rimettere l’ordine„. Ideologi i ministri, e più ideologo il presidente del Consiglio, ritenevano che il passaggio dal vecchio al nuovo regime si dovesse compiere con moderazione e saggezza. Rifuggivano dalle misure estreme, anzi da ogni atto di resistenza, e furono travolti dalla bufera del 15 maggio, che avrebbero dovuta prevedere ed evitare. Sarebbe bastato uno squadrone di cavalleria per spazzare Toledo nelle prime ore di quei giorno, come scrisse il Settembrini.

Ma il gran merito del ministero Troja fu quello di aver indotto Ferdinando II a mandare 15 000 uomini in Lombardia, e ad affidarne il comando a Guglielmo Pepe. I liberali avrebbero dovuto dar prova di senno, ma, tranne ben pochi, seguitarono ad agitarsi e ad agitare malamente. Mentre i reazionarii accusavano i ministri come traditori, affermando che la guerra di Lombardia era tutta a vantaggio di Carlo Alberto, i liberali parlavano anch’essi di tradimento e insultavano goffamente il Re e la dinastia. Accuse, violenze e paure da una parte e dall’altra, produssero il 15 maggio. In quella triste giornata, Carlo Troja era in letto, tormentato dalla gotta. Abitava alla Foresteria nel piccolo appartamento al mezzanino sull’angolo, verso il Grottone. Quasi tutt’i ministri e parecchi deputati di maggiore autorità si trovavano raccolti presso di lui e, fra questi, Domenico Capitelli che poi fu presidente della Camera. I ministri Scialoja, Dragonetti e Conforti erano alla Reggia a supplicare il Re perchè facesse cessare il fuoco e ritirare le truppe, uscite di caserma senza l’ordine del ministro della guerra; e quando vennero dal Re bruscamente licenziati, corsero dal presidente del Consiglio a rendergli conto della fallita missione. Furono momenti di estrema angoscia per tutti, e più per quel venerando uomo che aveva sognata un’Italia indipendente, libera e saggia. Il giorno innanzi, trascinandosi a stento, era andato alla Reggia e narrava che, sopraffatto dalla gotta, si era buttato sopra un divano, mentre il Re sfogliava nervosamente i vocabolarii, per trovare il significato di quella parola svolgere, che non fu piccolo pretesto dell’eccidio del giorno dopo. La sera del 15 maggio Carlo Troja non era più ministro. Gli successe il principe di Cariati, col Bozzelli, Torella e Ruggiero: ultimo ministero costituzionale che fu licenziato quattordici mesi dopo, per dar luogo a quel ministero ruvidamente reazionario, di [p. 239 modifica]cui fu presidente e anima Giustino Fortunato, e furono ministri Ferdinando Troja, fratello di Carlo e il cognato di lui, Pietro d’Urso. Strana vicenda questa di due fratelli, uno dei quali rappresentò, per quarantadue giorni, l’idea nazionale, con un Re che non l’aveva, in una Corte che l’abborriva, in un Regno che non la capiva; mentre l’altro stette al governo otto anni e rappresentò, con poco illuminata coerenza, l’idea reazionaria, l’interesse dinastico sino all’ultimo e la più cieca superstizione religiosa, tanto cieca che non pareva sincera.


Meno per l’autorità del suo nome e della sua dottrina, che per gli stretti legami di così influente parentela, Carlo Troja non soffrì persecuzioni, né ebbe processi, come i suoi amici e i colleghi del celebre ministero. Tornato alla quiete degli studii, la folla si diradò attorno a lui, ed egli se ne doleva, perchè la conversazione era il suo unico svago e la miglior medicina ai suoi mali. Si compiaceva soprattutto di conversare coi giovani, per i quali sapeva trovare le parole più. acconcie e gli argomenti più grati, rendendo il suo discorso erudito e geniale per i numerosi aneddoti, serii e faceti, che graziosamente raccontava. Una sera, tra le altre, erano in casa sua, il Manna e il Trevisani, suoi amicissimi, e il giovane Carlo Cammarota che il Troja amava, pregiandone la cultura e l’animo. Si parlava dei fatti del 1848 e il Manna gli chiedeva alcune notizie di politica estera, concernenti il ministero del 3 aprile, del quale egli Manna faceva parte, e il Troja interruppe: "Ma non ricordate, don Giovanni, che la politica estera la faceva il Re, e io sapeva le notizie politiche dal Lampo?„ . Il Lampo era un giornaletto popolare di allora. Frequentavano la sua casa que’ pochi napoletani, rimasti fedeli, ma senza gli entusiasmi di prima, alla scuola neoguelfa, che aveva nei primi e più fortunati mesi del 1848 governata l’Italia, con Balbo e Gioberti in Piemonte; con Gino Capponi, a Firenze; con Mamiani e Rossi a Roma; con Casati e Borromeo a Milano; con Manin a Venezia e con lui, Carlo Troja, a Napoli. Scuola politica che non ebbe più fortuna, dopo i disastri del 1848 e il voltafaccia di Pio IX. I neoguelfi di Napoli, che s’ispiravano in Carlo Troja, riconoscendolo come il santo padre della scuola, erano ecclesiastici e laici, i quali credevano conciliabile la fede religiosa con una libertà illuminata e [p. 240 modifica]moderata. Ricordo i tre padri cassinesi, Luigi Tosti, Carlo de Vera e Simplicio Pappalettere, il padre Alfonso Capecelatro e don Vito Fornari; e tra i laici, Domenico Capitelli, Giuseppe Ferrigni, Giovanni Manna, Saverio Baldacchini, Giuseppe Caprioli, il marchese D’Andrea, Alfonso Casanova, Niccola Gorcia, Francescantonio Casella e quel Gaetano Trevisani, che amò il Troja di amor filiale e ne fu riamato, che del Troja scrisse la vita e non gli sopravvisse che di un anno. Mente elettissima, Gaetano Trevisani fu quasi il San Giovanni del grande storico, il quale con parole piene di affetto lo ricordò nel suo testamento. Oltre ai neoguelfi, frequentavano la casa di Carlo Troja giovani eclettici, dalle idee manifestamente ghibelline, i quali riconoscevano in Antonio Ranieri il rappresentante del ghibellinismo di allora, un ghibellinismo più rettorico che reale, ma amavano il Troja quasi sino all’adorazione.

Ricordo tra costoro Gennaro de Filippo, Carlo de Cesare, Marino Turchi, Francesco Saverio Arabia, Federigo Quercia, Francesco Pepere, Emilio Pascale, Salvatore de Renzi, Carlo Cammarota e Giuseppe del Giudice. Furono, questi e quelli, gli amici degli ultimi anni e che più trepidarono per la sua vita e ne scrissero, dopo la morte, con ammirazione quasi idillica. Due anni prima di morire, il Troja pubblicò alcune dissertazioni dantesche sul vecchio tema del Veltro allegorico dei Ghibellini, e fu per gli amici di lui un avvenimento addirittura straordinario. Nel Museo di scienze e lettere, Giovanni Manna discorreva del Veltro e dell’interpetrazione storica della Divina Commedia, dimostrando che le ricerche del Troja diedero agli studii danteschi un più sicuro indirizzo. Carlo de Cesare ne scriveva con enfasi nell’Archivio Storico di Firenze, di cui era corrispondente; Federico Quercia nel Nomade e Alfonso Casanova in una sua lettera a Carlo Morelli, in data 30 gennaio 1856, annunziava la pubblicazione del Troja con parole addirittura esaltate.2

Quel buon vecchio suscitava così vivace entusiasmo fra i giovani colti, non solo per l’importanza delle sue opere e per la sua simpatica e bonaria figura, a cui i candidi capelli aggiungevano venerazione, ma perchè rappresentava tutto un passato [p. 241 modifica]di speranze liberali e il nome suo ridestava la fede in un avvenire migliore. Storico, letterato, giornalista, presidente del ministero del 3 aprile, gli entusiasmi per lui si confondevano con gli entusiasmi per la libertà della patria.


I dolori artritici rincrudirono ai primi del 1858, costringendo don Carlo, che li sopportava con grande rassegnazione e paragonava il suo stato alla miseria del maestro Adamo, a star sempre in letto. Nel maggio si manifestò un leggiero miglioramento, ma fu di breve durata. Il male si aggravò e rese inevitabile e prossima la catastrofe. Quattro giorni innanzi la sua morte, furono a vederlo don Luigi Tosti e don Carlo de Vera, che egli accolse con grande compiacimento, trattenendoli in discorsi di storia e letteratura. Chiese di don Vito Fornari, ma questi, gravemente infermo, non fa chiamato. Il canonico don Andrea Ferrigni lo confessò e gli somministrò il viatico. Il Ferrigni era professore di sacra scrittura all’Università e fratello di Giuseppe Ferrigni. Al presidente del Consiglio dei ministri, che andò a visitarlo il giorno prima della morte, don Carlo disse, sorridendo: "signor presidente e caro fratello, tutto è proceduto in regola„, volendo assicurarlo che si era confessato e comunicato. E assistito dalla moglie, dal Trevisani e da pochissimi intimi, Carlo Troja spirò all’alba del 28 luglio 1858.

II 29, nelle ore pomeridiane, si fecero le esequie, modestissime. Pochi frati, pochi preti. Nessun’accompagnamento ufficiale com’era naturale, né di rappresentanze pubbliche; nessun discorso in casa o in chiesa. Prima che la salma fosse composta nella bara, Sabino Loffredo, giovane di ardenti spiriti, oggi consigliere della Cassazione a Napoli e scrittore della storia di Barletta, compiè un atto che parve temerità: tagliò furtivamente una ciocca dei bellissimi capelli bianchi del Troja che ancora conserva. Gli amici più giovani e più animosi ne seguirono il feretro. Erano in tutti una trentina e, tra quelli che ho ricordati dianzi, notavasi un giovane non ancora ventenne, Francesco Bruni, ora consigliere di Cassazione in Roma, cui il Troja voleva gran bene perchè raccomandatogli dal Trevisani. Il presidente del Consiglio dei ministri non si fece neppure rappresentare, ma prese il lutto per la morte del fratello, perchè, nonostante fossero politicamente agli antipodi, essi si amavano. E [p. 242 modifica]difatti don Carlo non soffrì processo per gli eventi del 1848, anzi potè continuare la pubblicazione della storia d’Italia e del Codice diplomatico longobardo alla stamperia Reale, a spese di questa. Depose come testimone a favore di Saverio Barbarisi e di Pier Silvestro Leopardi nel processo del 15 maggio, e la deposizione fu resa in sua casa, come dice il verbale, al noto giudice Morelli, assistito da un cancelliere. In quel giorno trovavasi presso il Troja don Vito Fornari, e il Troja lo pregò di rimanere e di assistere all’interrogatorio. Eccolo originalmente:

Pag. 5-6. — Il testimone Carlo Troya, udito sul tenore tanto di questa, che della 17a posizione a discarico, risponde uniformemente alle medesime, spiegando, che la riforma sulla Camera dei Pari era a quel tempo la bandiera dell’agitazione di tutto il Regno, e vi era il Zuppetta uno dei propugnatori. Che questa pretensione dell’abolizione della Camera de’ Pari, e il desiderio della Costituzione del 1820, col suffragio universale, erano volute e spinte innanzi, specialmente nel Circolo installato in questa Capitale sotto il titolo del progresso, di cui ignora i componenti, nonché il luogo dove si riuniva. Che intanto tutto il Ministero di allora, nulla curando le minacce, che da quel Circolo e dalle provincie venivano, ad un movimento armato per deporre il Ministero, onde sostenere quelle pretese, si tenne fermo ne’ suoi principii, ed il giorno 13 maggio sottoscrisse il decreto, portante la nomina de’ Pari. Che in conseguenza, col ritorno di Barbarisi si trovò già compiuto quel fatto, a di cui sostegno era stato il medesimo colà inviato, e che si era determinato a spedirlo in quelle provincie, per aver saputo che il medesimo, come commissario di polizia in aprile 1848, avea più. volte sedato dei disordini, che venivano minacciati nel caffè così detto di Buono. Che la precisa missione data dal testimone a Barbarisi fu quella di vegliare sulle mosse del Zuppetta, e presentare l’argomento de’ Pari, esortando di cessare dalle vie illegali e facendo delle petizioni al futuro Parlamento.

Che comunque da taluno fosse osservato non poter tal missione di Barbarisi riuscir proficua, per essere un commissario di polizia, tuttavia il ministero rimase fermo, pensando che lo stesso Barbarisi era stato eletto deputato da due provincie.

Pag. 21-22. — Troya depose avere conosciuto Leopardi, se non erra, nel marzo 1848, quando ritornò di Francia, ma non vi tenne altro discorso che in qualità di letterato. Che in seguito, dallo allora ministro degli esteri marchése Dragonetti, fa il Leopardi proposto per ministro plenipotenziario in Torino. Tutto il Ministero applaudi per la buona opinione che godea il Leopardi, e di fatti fu a tal carica nominato.

Bisogna notare che Saverio Barbarisi fu uno dei condannati a morte, e Pier Silvestro Leopardi all’esilio perpetuo.

Il Fornari ricorda pure che alla deposizione del Troja fu presente Enrico Pessina; e l’illustre professore, da me interrogato, [p. 243 modifica]mi rispose: "Non rammento, con pari certezza, che io abbia assistito all’esame testimoniale del venerando Carlo Troja, ma non lo escludo, tanto più che se ne ricorda il Fornari.... La reminiscenza del Fornari coincide col tempo, in cui rammento che io strinsi amicizia col Troja, tanto più che della causa del 16 maggio io fui non piccola parte, avendovi difeso il Barbarisi, il Mollica e il mio maestro Trinchera„. Leopardi fu difeso dal Castriota.


La via, che percorse il mortorio, non fu molto lunga: dalla casa in via Toledo, alla chiesa di San Severino. Ricevè il cadavere alla porta del tempio Francescantonio Casella. I monaci celebrarono i riti religiosi, e nel giorno seguente Carlo Troja fu tumulato, secondo la sua volontà, in quella severa, solitaria e monumentale chiesa dei benedettini, dove riposavano le ceneri della madre Anna Maria Marpacher, chiesa che a lui ricordava i due amori più intensi della sua vita: la madre che vi era sepolta, e gli studi storici compiuti nelle badie di San Benedetto. I giornali consacrarono poche linee alla morte del Troja. Il Nomade, che gli rese maggiori onori, nel numero del 31 luglio 1858, ne scrisse così: "Un’altra delle sue glorie è stata dalla morte tolta all’Italia. Alle ore 3 ant. del giorno 28 del corrente luglio, moriva Carlo Troja, all’età di 73 anni, lasciando incompiuta la sua istoria del Medio Evo. La grandezza della sventura è tale che alcun pensiero di conforto non basta a mitigarla, perchè i grandi partono da questa nostra terra e niuno si mostra degno di tenere il seggio rimasto vuoto. Egli visse più con le opere sue che con il mondo, ed un solo intento sostentò la sua vita travagliatissima, raccontare la storia del proprio paese, di cui un’immagine grande e pura portava nella mente. Se l’istoria del Medio Evo non fa da lui condotta a fine, i libri che ha lasciato bastano a collocarlo avanti a’ più alti ingegni dell’età presente. Della morte di tanto nomo dovrà dolersi non solo l’Italia, ma quanta gente hanno in onore le lettere e la nobiltà dell’anima„. Il 7 agosto lo stesso giornale pubblicò un coraggioso articolo di Federico Quercia, e nel giorno medesimo ne pubblicò un altro il Diorama, commovente e degno, scritto da Giovanni Manna. Giovannina Papa stampò rettorici versi e Giuseppe Lazzaro, nell’Epoca, propose, non senza qualche coraggio, che il Troja fosse sepolto in Santa [p. 244 modifica]Croce. Altro che Santa Croce! A Napoli, dopo più di quarant’anni, non una via decente, né una pietra ne ricorda il nome^ quando ci vorrebbe così poco a murarne Una sulla facciata della casa dove morì!3 Ma di monumenti, Carlo Troja se n’è eretto uno lui stesso, immortale, con le sue storie..

Sulla tomba si legge questa bellissima epigrafe, scritta dal Pomari e murata dopo il 1860: A. D. 0. — Carlo Troja — Biposa in questo sepolcro — Che gli fece — Giovanna d’ Tirso moglie amata e concorde — N. il 7 di giugno del 1784 — M. il 28 di luglio del 1858 — L’indole e l’ingegno vedi nell’effigie della nobile fronte — La fede religiosa e l’amore d’Italia — Sono effigiate nelle sue storie immortali. Epigrafe che ricorda quella di Basilio Puoti sulla tomba di Niccolò Zingarelli, nel recinto degli uomini illustri al cimitero di Napoli.

Per avere un’idea della desolazione dei suoi intimi dopo la morte del Troja, basterà leggere queste parole, che Alfonso Casanova scriveva a Carlo Morelli: "Sai del Troja morto, ma non puoi immaginare di quale e quanta amicizia mi avesse degnato queW incompardMle e come alle pubbliche cagioni di lutto^ in me si aggiungano le proprie private. Oh che uomo! non ispero, certo no, di incontrare un altro simile nelle generazioni che si volgeranno con meco per la vita„.4


Fin dal 1851 Carlo Troja scrisse il proprio testamento, che dopo la morte fu rinvenuto fra le sue carte e depositato presso il notaro Gaetano Tavassi. Il testamento completa l’uomo ed eccolo nella sua integrità:

Col presente mio testamento scritto, datato e sottoscritto di mia propria mano, io qui sottoscritto Carlo Troja, del fu don Michele di santa e benedetta memoria, istituisco mia erede universale la mia dilettissima [p. 245 modifica]moglie donna Giovanna D'Urso del fu don Filippo in tutti i miei beni di qualunque natura, niuno eccettuato, non avendo io eredi né fra gli ascendenti né fra li discendenti. E però essa donna Giovanna avrà intera la mia eredità e quanto al tempo della mia morte si troverà di mia proprietà, tanto in immobili quanto in mobili e semoventi, oro, argenti, gemme, intera libreria e collezioni di libri, biancherie d'ogni sorta e mobilia di ogni maniera, in modo che la specialità di queste indicazioni non noccia alla generalità, dovendo la benedetta mia moglie aver tutto e poi tutto l'asse della mia eredità, senza ninna detrazione o diminuzione, salvo i seguenti legati:

1° Al mio fratello germano don Ferdinando lascio in memoria mia il corpo intero delle opere di Bossuet, ed a sua moglie donna Giacinta Botta, mia cognata, la mia ripetizione d'oro. 5

2* Al mio cugino don Francesco Saverio figliuolo di don Saverio Troja, mio zio trapassato, lascio sei posate di argento e tre alla sua moglie donna Amalia parimenti mia cugina, perchè nata dall'altro mio zio trapassato don Ciro. Dette posate intendo che sieno date a' detti miei cugini don Francesco Saverio e donn' Amalia coniugi Troja dal numero di quelle che mi pervennero dalla eredità mia patema e di quella di mia Madre donna Anna Maria Marpacher di santa e benedetta memoria, senza che la mia erede donna Giovanna D' Urso debba toccare le posate fatte con mio proprio e particolare danaro, mentre viveva la cara mia genitrice.

3° A don Gaetano Trevisani, avvocato e figlio dell'avvocato don Luigi, lascio, in memoria dell'amicizia nostra, il corpo de' monumenti Ravennati del conte Fantuzzi in sei tomi in quarto, postillati da me in molti luoghi, ed il Corpus juris germanici (parimenti postillato da me) del Georgisch, tomo uno in quarto. Il detto signor Trevisani mi ha sempre aiutato ne' miei studi e m'è stato fedele amico nelle sventure. Io lo ringrazio di non avermi adulato giammai, né nascosto il suo sentimento, ancorchè mi dovesse increscere. Gli lascio inoltre gli Scriptores historiae Augusta cum notis variorum: tomi due in ottavo, ed un piccolo Sallustio degli Elzevirii.

Ringrazio la mia diletta moglie donna Giovanna del lungo affetto e delle affettuose cure, che non si è mai stancata di avere per me, sempre infermo e giacente in letto per buona parte dell'anno.

Non potendo io degnamente rimunerarla, prego Iddio che si degni dargliene merito e premiare l'amichevole sua e sempre ingegnosa carità verso il suo povero marito. La prego di non tralasciare, fin che ella potrà, di [p. 246 modifica] fare celebrare o nella cappella o altrove, una messa nell'undici aprile, ed un'altra nel due settembre di ogni anno, che furono i giorni, ne' quali perdetti gli amatissimi miei genitori.

Scritto, datato e sottoscritto di mio pugno, come ho già detto, il presente mio testamento olografo, oggi che sono i 2 ottobre 1851, in Napoli,

firmato: Carlo Troja.


Le carte dell’illustre storico, grazie al cielo, si sono conservate e non è piccolo beneficio. Il padre Enrico Mandarini, fratello del compianto Vincenzo Mandarini, me ne scrisse di proposito. I più l’ignorano e io stesso l’ignoravo; ma appena ne fai informato, corsi a Napoli e mi presentai al degno ecclesiastico, che mi accolse come un vecchio amico, mi condusse a vedere i libri e i ricordi del Troja e me ne narrò la storia.

I Filippini o Girolamini di Napoli, che hanno sede nel centro della parte più antica della città, in quel vecchio edifizio costruito su disegno di Dionigi di Bartolomeo, fondarono, fin dal 1500, la prima biblioteca pubblica in Napoli. In tempi, nei quali di biblioteche pubbliche non v’era segno e le case religiose tenevano gelosamente chiusi i loro libri, furono soltanto i preti dell’Oratorio di Napoli, che misero i loro volumi a disposizione del pubblico. Fra i bibliotecarii e bibliofili dell’Oratorio, vanno ricordati il Valperga di Caluso, il Colangelo, napoletano e il Telesio, cosentino. La biblioteca si venne di mano in mano arricchendo, per doni o legati di opere e per continui acquisti. Francesco Porzio, Antonio Carafa di Traetto, Benedetto della Valle, preti dell’Oratorio napoletano, morti nella prima metà di questo secolo, e Agostino Gervasio, noto archeologo morto nel 1862, lasciarono ai Filippini le loro pregevoli raccolte. Oggi la biblioteca dei Girolamini conta circa 30 000 volumi, più di trecento manoscritti e contiene i libri del Troja che sono 3602 volumi. Dopo la morte dell’illustre storico, i padri dell’Oratorio, per la grande venerazione che ebbero di lui e perchè opere da lui postillate non andassero perdute, con grave danno della cultura, acquistarono tutto, mercè un contratto, col quale si obbligavano a pagare ducati 250 l’anno di vitalizio alla vedova. I libri quasi tutti di storia, rilegati con cura, son chiusi in parecchi scaffali di noce.

Nè contenti di ciò, i bravi padri vollero avere un ritratto del Troja, la sua scrivania, il calamaio e la sedia a ruote che, [p. 247 modifica]negli ultimi anni di sua vita, il gran vecchio, tormentato dalla gotta, adoperava: una sedia a bracciuoli, primitiva ma comoda e che egli, standovi a sedere, moveva da sé, girando per le camere. Questi ricordi sono con grande amore custoditi dai Girolamini, in una sala a parte, la sala dei manoscritti, dove ve ne ha di preziosi. Le carte poi del Troja vennero donate dalla vedova alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Delle opere postillate dal Troja, la più importante è quella degli Annali d’Italia del Muratori, che egli annotò sino all’anno 1300, alla quale epoca avrebbe voluto condurre la sua storia. Difatti nei volumi degli Annali, che vanno dal 1301 al 1600, non si leggono che poche note cronologiche sulla Divina Commedia, due note storiche sui Malatesta e due geografiche.

Gli Annali, che riguardano il periodo dal 1501 al 1848, non sono postillati. Le note del Troja hanno grande importanza, soprattutto perchè egli non si limita a discutere gli avvenimenti della storia d’Italia narrati dal Muratori, ma ne prende occasione per rimontare ai tempi antichissimi e per esaminare la vita primitiva di ciascun popolo, i costumi e i riti religiosi, le leggi e le guerre, sempre intento al suo fine d’indagare l’origine delle razze barbariche che invasero l’Italia. È un lavoro di straordinaria erudizione e ricco di infinite citazioni di testi di autori antichi e moderni. Alla fine di ogni nota il Troja indica il luogo, la biblioteca e l’epoca, in cui egli apprese quanto scrisse nelle note.

I Filippini acquistarono gli Annali con l’obbligo di pubblicarne, dentro due anni, le postille; altrimenti sarebbero decaduti da ogni diritto. La condizione non potè essere adempiuta, perchè gli anni che seguirono, furono tempestosi e ci corse di mezzo il 1860. Scorsi i due anni, la vedova rientrò nei suoi diritti; ma più tardi, mossa dalle insistenze del Capecelatro e del Mandarini, ne permise la pubblicazione. E cosi il primo volume comparve nel 1869, per opera dello stesso Mandarini e del padre Spaccapietra. Il padre Capecelatro vi scrisse una breve avvertenza, rilevando i fatti più salienti della vita del Troja. Egli paragonò l’amore di lui per l’Italia a quello di Dante, di Savonarola e di Michelangelo; e parlando del ministero del 3 aprile, disse che "ei fece ogni suo possibile per ispirare a tutti il vero amore della libertà [p. 248 modifica]sposata colla giustizia; non pertanto fu sopraffatto dall’impeto di ree passioni alimentate specialmente dai sospetti, perchè le sette già s’eran rendute potenti e tenevano il campo tra i cittadini e forse occultamente anco nella Reggia„. All’avvertenza del Capecelatro segue un interessante studio del padre Mandarini sulle opere di Troja e sulle postille al Muratori. Egli manifestò il desiderio di pubblicarne l’epistolario, ma, morto lui l’anno scorso e morto lo Spaccapietra, prevedo che non se ne farà più nulla.

Dal primo volume, che va sino all’anno 221 dell’era volgare, al secondo corsero otto anni. Questo secondo volume comparve nel 1877, sempre per opera del Mandarini e dello Spaccapietra; va dall’anno 220 al 400 e contiene 449 postille. Per la preparazione di esso i buoni padri non potettero servirsi dei Quaderni del Troja, i quali in tanti luoghi completano le postille, perchè la vedova, che per il primo volume li aveva dati, li negò ripetutamente per il secondo. E se per pubblicare le postille agli annali di quattro secoli di storia sono corsi circa 40 anni, per mandare alla luce le postille a tutto il resto del Muratori, il tempo necessario, in proporzione, sarebbe più di un secolo! A Napoli c’è un’Accademia Reale e c’è una Società di storia patria: possibile che nessuna di queste istituzioni senta il dovere di concorrere alla pubblicazione delle opere inedite di Carlo Troja, aiutando i Filippini a proseguire la stampa delle postille, con quella diligenza ed esattezza, che meritò loro le lodi di Marco Tabarrini e di altri dotti uomini; disseppellendo tutti quei manoscritti donati alla Biblioteca Nazionale, e raccogliendo e pubblicando intiero l’epistolario del Troja? Ed importantissima ne sarebbe la pubblicazione, perchè l’illustre morto sentì molto l’amicizia, fu arguto e bonario, a nessuno avaro di consigli, nè mai restio ad aprire l’animo suo intorno a questioni storiche.


Questo debito intanto, da quarant’anni rimasto insoluto, si è proposto testè di soddisfare un vecchio uffiziale di quell’Archivio di Stato, Giuseppe del Giudice, noto soprattutto per i suoi lavori storici dei tempi angioini. Il volume, ch’egli ha in parte scritto e in parte compilato su Carlo Troja, e ch’è venuto in luce nei primi mesi di questo anno novantanove, è certo un atto di dovere che Napoli finalmente rende al grande storico suo. [p. 249 modifica]Ciò, che l’indivisibile e sfortunato amico di lui Gaetano Trevisani non potè scrivere del maestro venerato, perchè la polizia borbonica non glielo permise nel 1858, ha potuto ora liberamente manifestare il Del Giudice. Questi, della vita pubblica di Carlo Troja, della parte cioè da lui avuta ne’ moti del 1820, del suo esilio per l’Italia, delle vicende nel 1848, ha felicemente ricostruita una più ampia e più equa narrazione; e perciò moltissimo, se non tutto, emerge da quel volume de’ prodigiosi studii del Troja, nonché della patriottica polemica da lui sollevata, e alla quale presero parte i più bei nomi d’Italia di quell’epoca: Manzoni, Mai, Capei, Rezzonico, Capponi, Balbo e Litta.

Carlo Troja fu il primo difatti ad iniziare co’ suoi studii la profonda trasformazione del patriottismo, o romano, o toscano, o piemontese, o lombardo, o napoletano, ch’era stato sino allora, in patriottismo italiano. La mente investigatrice di Silvio Spaventa vide e scolpì, nel suo discorso sul Massari, questa grande base della nostra storia moderna. Il Del Giudice inoltre ha per il primo, ed è vero merito suo, fatto tesoro del ricco epistolario di Carlo Troja, che Vito Fornari assicurò agli studii nella biblioteca nazionale di Napoli. Ma, senza nulla detrarre al lavoro del Del Giudice, risultano da esso troppo evidenti i due veri ostacoli, nei quali egli si è imbattuto: la fretta, cioè nel mettere insieme il libro e l’avanzata età sua, essendo egli più che ottantenne. L’abbondanza de’ materiali inesplorati, le gravi questioni storiche, che il Troja prese a discorrere con quella sua incommensurabile vastità di mente, la polemica che dilagò fra’ più insigni scrittori italiani ed esteri, i nuovi metodi da lui introdotti negli studii danteschi, richiedevano assai più tempo che il Del Giudice non ebbe nel preparare il libro, assai più vigoria di anni, che il valentuomo oggi più non possiede. Però chiunque vorrà occuparsi del Troja, non potrà prescindere certamente da questo bel lavoro. Ed è certo gran vanto del vecchio erudito aver compiuto in due anni, ciò che molti giovani neppur tentano durante una vita intera. Ma rimane sempre il bisogno di un libro organico e completo sul grande storico napoletano. I materiali abbondano. Nell’archivio di Stato a Napoli, per citare qualche esempio, si conservano le lettere e i rapporti che il Troja scrisse da Potenza, nei diciassette giorni che vi fu intendente nel 1821, e altre debbono trovarsi nell’archivio provinciale di quella città. Nello stesso archivio napoletano il Del Giudice non si è ricordato di [p. 250 modifica]consultare i registri della polizia borbonica sugli individui espatriati, esiliati e relegati per carichi politici del 1820 e 1821. Ivi si racchiudono notizie oggi preziose sulla più degna emigrazione politica napoletana, e ce n’è pel Troja. Citerò un altro esempio. Ciò che il Troja fece nel parlamento napoletano del 1848, cioè la preparazione extraufficiale del suo governo, che ancora risulta dai giornali del tempo, nel libro del Del Giudice è trascurato. È stato invece felice nel riprodurvi gli articoli, assolutamente dimenticati, che Carlo Troja scrisse nel 1848 sulla insoluta ed ardente questione siciliana, e pubblicò ne’ numeri 1, 5, 20, 33, del giornale napoletano Il Tempo. Quegli articoli sono importantissimi per più rispetti; innanzitutto per le notizie autobiografiche di lui, che narra i primi anni suoi nella Corte borbonica a Palermo nel 1799, l’incontro con Emma Lyona e col padre Piazzi, e il modo di vedere nella grossa questione siciliana. Com’è noto, il Troja fu il fondatore e il direttore nominale di quel foglio, che vide la luce il 21 febbraio del 1848, ed era scritto da Saverio Baldacchini, Cammillo Caracciolo, Achille Rossi e principalmente da Ruggiero Bonghi. Lo studio di lui è diviso in cinque articoli, con questo titolo: Diritto pubblico nazionale ed ogni articolo ha un sarà continuato, e tutti sono improntati ad uno spirito altissimo d’italianità, di verità e di moderazione. Il primo venne fuori nel primo numero del giornale, quando già la rivoluzione era compiuta in Sicilia, ma non ancora vi si era proclamata la decadenza della dinastia, la qual decadenza significava separazione irrimediabile dell’Isola da Napoli. Riporto il primo articolo, ch’è una specie di proemio agli altri, ed è pieno di curiosità e d’interesse per la vita del Troja e la vita di Palermo nei primi anni di questo secolo:

L'anno quattordicesimo dell'età mia era pervenuto alla metà del suo corso, quando i sanguinosi rivolgimenti di Napoli mi sospingevano in Sicilia. Il vascello dell'ammiraglio Caracciolo accolti avea grandi stuoli di persone d'ogni sorta; ivi era la mia famiglia, e nel di 26 dicembre 1798 approdammo ai lidi ospitali di Palermo. Fui tosto confidato alle cure del Padre Piazzi, acciocchè imparassi le discipline dell'astronomia; ed egli amommi con amore paterno, il quale, per una eccezione felice, di tanto più, crebbe di quanto i miei spiriti si chiarivano alieni dall'apprenderle; rivolti a vagheggiare un'altra specie di bello, tuttochè Cerere fosse comparsa, me presente, agli occhi del Grande Astronomo, alla quale Michelangelo Monti delle Scuole Pie applicò i detti di Tibullo: Et sua de coelo prospicit aera Cerea. Il signor Piazzi pigliava diletto di non so quali miei fanciulleschi sofismi contro il sistema di Copernico, e collocommi là [p. 251 modifica]in un cantuccio del suo ampio scrittoio, dove rideva in sè de’ risentiti modi, a’ quali dava io di piglio a certe enormi tavole de’ logaritmi del Callet. In quel cantuccio vidi e conobbi quanti v’erano più insigni uomini e donne in Sicilia: Giovanni Meli, Domenico Scinà, Rosario di Gregorio, nomi che non periranno: il principe di Belmonte Ventimiglia, splendida natura d’uomo ed il principe di Villarmosa (chiamossi anche duca di Castelnuovo), più severo intelletto; l’amicizia dei quali nobilitò i primi giorni dell’ultima Costituzione siciliana, ma le susseguenti lor gare l’offesero. Nè infrequenti riuscivano le visite di Nelson e d’Emma Liona al P. Piazzi; ed una volta io fui testimone del nobile coraggio con cui egli usò far rimproveri ad Emma pe’ miseri casi di Napoli. Varcato il mio terzo lustro, entrai più addentro nella cognizione degli uomini e delle cose di Sicilia; ed un dì fummi additato Ruggiero Settimo, prode e leale, con cui non mi venne mai fatto di favellare, nè mai più lo rividi: ma il suo volto mi sta vivo nell’animo, ed or che godo ascoltando il suono della sua fama, parmi guardarlo e potergli stringere la mano. Ascoltai nell’Università di Palermo gl’insegnamenti economici dell’austero ingegno di Paolo Balsamo, il quale s’erudì nell’Inghilterra; presso lui conobbi Niccolò Palmieri, che mi precedeva sol di sette anni ed ebbe cari gli affetti miei verso lui, ricambiandomene con puro e schietto animo; carissima gara tra un giovinetto ed uno, che usciva oramai da’ fanciulli. Spuntava intanto l’anno 1802 e Palermo vedea congregarsi quel generale Parlamento, che il re apriva della persona e che non s’era mai più visto da lunga stagione. I vescovi e gli Abati dell’Ecclesiastico Braccio convenivano alla augusta, solennità; i Baroni del Regno faceano pompa d’inaudito splendore nell’insolita festa e nuova mostra di feudali ricchezze: ma cheti e dimessi stavano quei pochi, da cui si rappresentava il Braccio Demaniale delle Città e delle Castella. Il Re chiedeva i danari e per tre giorni deliberava il Parlamento innanzi di concedere; nei quali oh! quanta gioia inondava i petti, scorgendosi nei Comizii dell’Isola sedere il Monarca di Napoli! Ben v’era tra’ Napolitani allora chi con generale invidia faceasi a contemplare quegli eccelsi riti del Parlamento Siciliano, rimpiangendo le sorti del proprio paese, cioè della parte maggiore d’un regno unico, spogliata da più secoli de’ Parlamenti suoi, e fatta nel 1800 scema financo d’una bugiarda larva di libertà Municipale, ristretta in quelli che si chiamavamo i seggi o i sedili di Napoli! Or chi può dire quanto nel 1802 la bella Palermo a me paresse da più che non la mia bellissima Napoli. Con quanta letizia del mio cuore Io salutassi la Sicilia ne’ miei più fervidi anni! Ma poco appresso io la lasciavo sperando di rivedere, come seguì dopo molte sventure, il caro e venerato Maestro, che mi strinse al suo petto; rividi anche lo Scinà ed il Gregorio in Napoli, ma il mio Niccolò Palmieri non dovea più venirmi dinanzi agli occhi sulla terra.

Tale io, caldo di siciliani affetti, mi dipartiva da Palermo nel 1802, tenendola, come mai sempre la terrò, per mia seconda patria. Vennero poscia i novelli rivolgimenti di Napoli, da capo il Re si riparò in Sicilia nel 1806 e fra noi piantossi la straniera signoria coi suoi modi particolari, de’ quali non parlo. Ma non tacerò al tutto delle leggi che ci divisero dalla Sicilia, ponendo la pena del capo a chi ricevesse una qualche lettera dalla moglie o dal marito se colà dimorassero: e però ci dettero [p. 252 modifica]in balia dei Tribunali di Maestà, detti straordinarii, ove, frammisti a giudici senza pietà, sedeano feroci soldati, dall’uno dei quali vidi ed udii recarsi grave oltraggio, in uno di que’ pretesi giudizi, alla canizie di Domenico Cotugno. Cosi noi fummo per lungo tempo segregati dalla Sicilia, ed appena un’eco incerta e lontana ci narrò che nel 1812 erasi ascritta una Costituzione pressoché inglese nell’Isola; udimmo poscia nel 1816 decretarsi nuove foggio di governo per essa, e finalmente nel 1820 vedemmo giungere in Napoli deputati della Sicilia i quali giurarono la Costituzione di Spagna ed affermarono che il maggior numero de’ Siciliani aveano commesso loro di giurarla, mentre Palermo si levava per rimettere in onore la Costituzione del 1812. Di tali cose or ora toccherò: qui basti far cenno alla gioia che m’ebbi, e non ha guari, leggendo il saggio storico del mio amico Palmieri, pubblicato dopo la sua morte dall’egregio scrittore de’ Vespri, dall’Amari, cioè, che vi premise un aureo discorso, frutto di lungo studio e di vero amor patrio. Già l’Italia nell’atto di stamparsi un tal libro risorgeva, e già Pio IX l’avea benedetta. Ora la Costituzione conceduta dal Re nel 29 gennaio 1848, gli avvenimenti di Sicilia e le dispute intorno al suo Parlamento m’ha fatto rileggere il Saggio del Palmieri, e la speranza m’è surta che, se una voce amica, si come la mia, di Sicilia prendesse a parlar di si fatte controversie, svanirebbero elle forse del tutto e si ricondurrebbe la pace negli aniihi. Con questa, che certo è bella e cittadina speranza, io tenterò mostrare a’ più schivi, che la Sicilia stata sempre in possesso d’una peculiare Costituzione, ha diritto d’avere un Parlamento separato da quel di Napoli per quanto riguarda le faccende interiori dell’Isola. Passerò indi a proporre le mie opinioni su’ modi più acconci a deliberare sulle faccende comuni, senza offendere la dignità dell’uno e dell’altro popolo; e non tralascerò di volgere uno sguardo alla storia del passato per trarne utili avvertimenti sull’avvenire non solo d’entrambe le Sicilie ma d’Italia.


Illusioni, illusioni! Negli altri articoli se minori sono i ricordi personali, sovrabbondano le adatte citazioni e le profonde considerazioni storielle, rivolte all’intento nobilissimo di dimostrare che la Sicilia doveva rimanere unita a Napoli come la Sardegna al Piemonte. Il pensiero di una divisione eccitava stranamente Carlo Troja, perchè in opposizione alla storia e all’ idea italiana. Vi sono tratti di vera eloquenza, di maravigliosa bellezza e d’inverosimile ingenuità. Uditelo come chiude il penultimo articolo:

Fratelli, sì; ma per Dio non ci assalite, perocché ci difenderemo: i soldati, or si degni de’ generali Pronio e Palma, mal potrebbero, se disonorati, condursi a combattere contro lo straniero in sul Po. Ruggiero Settimo, che perorava per quelli del 1818, non può desiderare che gli altri del 1848, sebbene abbiano sembiante di suoi nemici, si disonorino. Questi certamente non sono e non saranno i sensi di Ruggiero Settimo e dei «noi colleghi: ma fiero dubbio invade le menti, non siano per avventura [p. 253 modifica]essi premuti dalle fazioni dei Bunachi; genti riottose, per quanto si narra le quali ora distendono in Palermo una grande ala, minacciando la libertà e la pace dell’Isola, e non consentono che il nostro Re si chiami Re del Regno della Sicilia di qua e di là del faro, come appellavasi Federico III nel Capitolo del 1296.

Alto Re fu l’Aragonese Federico III; e, secondo il Boccaccio, ebbe grande amicizia con Dante Alighieri. Ma così nel Purgatorio e nel Paradiso, come nel Convito e nell’Eloquio volgare, Dante non favellò se non dell’avarizia e della viltà di Federico: i quali odii, credo, generaronsi nell’animo del poeta, quando egli vide, che il Re abbandonava i Pisani alla morte di Arrigo VII, ponendo in oblio l’interesse e la causa dei Ghibellini d’Italia. Fate, o carissimi fratelli, come potete, disse loro. Federico, io tomo in Sicilia (agite, patres carissimi, sicut qualitas temporis innuit). E ne avea buone ragioni; ma buone soltanto per Sicilia, non pe’ confederati del 1313. Lo stesso avviene oggi, dopo 6 secoli e più; i Siciliani, col nome di nostri fratelli, pensano solo alla loro causa e non a quella d’Italia; ciò che cercherò di mettere in miglior luce, continuando la presente scrittura.


E l’ultimo articolo conclude:

A tanta gloria non mancarono se non gli amichevoli accordi con Napoli; e Ruggiero Settimo, venuto al Governo dello Stato col titolo di Presidente, saprà formarli si, che i Siciliani dritti siano collocati sopra saldissime basi, e que’ del Re solennemente riconosciuti secondo la Costituzione del 1812. Cara Sicilia! Su questi accordi poserà sicura l’indipendenza d’Italia.


Il lavoro non è compiuto, perchè il Troja fu assunto al governo il 3 aprile, e dopo il 15 maggio il Tempo, passato in altre mani, divenne giornale della reazione.


Una curiosità, che devo anche al mio carissimo Giovanni Beltrani, il solo oggi, io credo, che possa scrivere un libro veramente completo su Carlo Troja. Sono le curiose note caratteristiche, che su Troja scriveva nel 1827 la polizia di Napoli nei suoi registri. È noto che nel febbraio del 1821 il Troja fu nominato intendente di Basilicata, fu destituito quando segui la reazione e andò poi in esilio. Ecco dunque quanto si trova annotato sul conto di lui:

Troja Carlo di Napoli. — Uno de’ Compilatori della Minerva e della Voce del Secolo, i di cui fervidi articoli son troppo conosciuti. Corredato di molto fuoco, di vivace ingegno e di profondi principii antimonarchici, appartiene alla classe delle persone pericolose ed influenti in qualunque lontano evento di politiche abberrazioni. Compreso nello stato degli eliminati, fu addetto alla 2a classe, e S. M. nel Consiglio de’ 5 maggio 1826 [p. 254 modifica]ordinò che fosse tolto il divieto di rientrare, dopo ciò si recò in Napoli, e la vigilanza istituita sul di lui conto presentò degli sfavorevoli risoltamenti, specialmente per implausibili contatti; per cui d’ordine Sovrano gli fa proporzionata una seria avvertenza, dopo di che per alcun tempo si mostrò più circospetto, ma in seguito riprese l’antico andamento.

Intanto avendo chiesto un passaporto per l’estero, ed essendo stata rassegnata a S. M. l’indicata domanda, la M. S. nel Consiglio de’ 27 guigno 1828 si degnò non impedire che egli partisse, a condizione che volendo ritornare dovesse prima conseguire il permesso dal Ministro degli affari esteri, si è fatto conoscere essere giunto in Roma agli 11 luglio 1828, e che disponevasi a partire per Firenze, d’onde ha chiesto passare in Venezia, ma gli fu negato l’ingresso in quello Stato. Si fa rimarcare che frequenta la conversazione dei liberali. Sulle di lui istanze di ritornare, S. M. ne’ Consigli de’ 26 marzo e 21 luglio 1829 dichiarò di non annuire alla domanda. Su di un’altra dimanda, nel Consiglio de’ 2 novembre 1829 ordinò non farsi novità. È compreso nell’abilitazione dipendente dall’atto Sovrano dei 30 maggio 1831.

(Archivio di Napoli - Ministero Interno - Polizia, vol. 17, fasc. 40. — Supplemento al Registro degl'Individui napoletani espatriati, esiliati e rilegati per carichi politici, 1827, fol. 116’-118).






Note

  1. I Casi di Napoli, del 29 gennaio 1848 in poi. Seconda edizione riveduta e corretta dal prof. G. Orlandi. — Trani, V. Vecchi, 1895.
  2. Lettere di Alfonso Casanova a Carlo Morelli. — R. de Cesare, Una famiglia di patriotti. Roma, Forzani, 1888.
  3. Io l’ho tentato infruttuosamente con un delegato regio e un sindaco, non certo immemori del Troja e miei cari amici per giunta. Non ne ebbi che belle promesse. Voglio qui ricordare la circostanza che rivelai, commemorando in Napoli il padre Tosti, che cioè, in quello stesso palazzo di via Toledo, segnato col numero civico 136, dove Troja mori, era nato, 47 anni prima, don Luigi Tosti. Basterebbe una sola pietra a ricordare i due, che furono in Napoli i più illustri rappresentanti dell’idea guelfa, conciliata con l’idea nazionale e liberale. Ma chi se ne ricorda più? È desolante, ma è la verità!
  4. V. op. cit.
  5. Allo stesso aveva regalato, poco tempo prima di morire, un poggiacarte di marmo, sul quale era attaccata una veduta dell’arco di Costantino in mosaico, dicendogli che alla sua morte lo lasciasse al Fornari. E don Ferdinando lo lasciò scritto fra i suoi ricordi, e donna Giovanna d’Urso, vedova di Carlo, portò il poggiacarte al Fornari, che lo conserva come conserva un somigliantissimo ritratto del Troja. Don Ferdinando morì a Roma, nel monastero degli Agostiniani Scalzi, dove si era rinchiuso dopo che, largita la Costituzione nel 1860, egli non si senti più sicuro a Napoli e trovò scampo prima a Gaeta e poi a Roma.