Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Lelio e Rosaura.

Lelio. Cara signora Rosaura, io vi amo teneramente, ma voi mi ponete alla disperazione. Ogni cosa v’inquieta. Tutto vi fa ombra; sospettate di tutto. Voi non mi credete, e se non merito la vostra fede, sarò forzato a tralasciare d’amarvi.

Rosaura. Se mi voleste bene, non andereste da questa e da quella a far la converzazione.

Lelio. Vado qualche volta a sfogare con qualcheduna la rabbia che voi mi fate provare.

Rosaura. Io so distinguere chi sa esser fedele.

Lelio. Potete dire che io non sia fedele?

Rosaura. Che cosa andate a fare dalla signora Eleonora? [p. 386 modifica]

Lelio, Ci sono andato... qualche volta... perchè so che ella è vostra amica. Sono andato per trattar con lei, acciò vi parlasse.

Rosaura. Sì, sì, so tutto. Vi siete provato a far all’amore con Eleonora, ed ella non ha voluto, perchè è una donna prudente; per altro, se ella vi avesse abbadato, voi mi avreste piantata.

Lelio. (La cosa è tutta al contrario; ma non voglio dirlo, per non fare una mal’azione). (da sè)

Rosaura. Non rispondete, eh? Vi confondete, eh?

Lelio. Signora, io non mi confondo. Vi dico che son fedele a voi, che a voi voglio bene: se lo credete, sarò contento, se poi non lo volete credere, mi converrà aver pazienza, e vi lascierò in libertà di amare chi volete.

Rosaura. Sentite... Io vi voglio bene e vi credo; ma se mi dicono certe cose, non posso fare a meno di non dubitare.

Lelio. Non bisogna creder tutto. Chi riporta, meriterebbe gli fosse strappata la lingua; mentre queste graziose persone, che parlano nell’orecchio, sono la rovina delle famiglie. Anche a me è stato detto che guardate di buon occhio il signor Florindo, ma io non lo credo.

Rosaura. Non avete nemmeno a crededo. Florindo amoreggia colla signora Beatrice.

Lelio. Mi è stato detto che vostro padre voleva maritarvi con un forestiere.

Rosaura. È vero, ma io non lo voglio.

Lelio. Dunque concludiamo: mi volete bene o non mi volete bene?

Rosaura. Sì, vi voglio bene.

Lelio. Mi credete o non mi credete?

Rosaura. Vi credo. Parmi sentir mio padre.

Lelio. Abbiamo fatto la pace?

Rosaura. Sì, sì, abbiamo fatta la pace. Ritiratevi, che non vi veda. (Lelio parte) [p. 387 modifica]

SCENA II.

Pantalone e Rosaura.

Pantalone. Gran matta che ti xe stada a lassar andar el sior Anselmo.

Rosaura. Non mi piace per niente.

Pantalone. Te piaserave ben i so bezzi. El gh’ha le scarselle piene de zecchini. Basta, ti sarà causa della fortuna de to sorella.

Rosaura. La fortuna de mia sorella? Come?

Pantalone. Sì. L’ha visto Diana, la gh’ha piasso, e el me l’ha domandada.

Rosaura. Ma voi non gliela darete.

Pantalone. No ghe la darò? Anzi no vedo l’ora che el se la toga.

Rosaura. Mia sorella sarà più ricca di me?

Pantalone. Sior Anselmo l’è un omo fatto alla grossolana; ma se vede che el xe generoso. Appena l’ha parlà con Diana, el gh’ha donà un anello de diamanti, che costerà trenta zecchini.

Rosaura. (A me questi amanti non m’hanno mai donato niente). (da sè)

Pantalone. Basta, to danno. Mi t’aveva procurà per ti sta fortuna, to danno. Vago a disponer le cosse e stassera la ghe darà la man. (parte)

Rosaura. Oh, quel che mi convien sentire! Mia sorella, ch’è più ragazza, si sposerà prima di me? Ma questo non è niente. Ella sarà più ricca di me? Ma peggio ancora. Ella avrà dei regali, ed io no? Che merito ha colei da essermi preferita? Ah, so il perchè il signor Anselmo lascia me e prende lei; per causa di questo cerchio, per causa di queste porcherie di pietre false, per causa di queste freddure. Basta, ci penserò; non voglio assolutamente che si dica, che mia sorella minore abbia avuto più fortuna di me. (parte) [p. 388 modifica]

SCENA III.

Strada.

Il Dottore e Florindo.

Dottore. Tant’è, ho data la parola al signor Pantalone.

Florindo. Perdonatemi, tutto farò; ma sposare la signora Rosaura, no certamente.

Dottore. Perchè dite così? So pure che una volta avevate dell’inclinazione per lei.

Florindo. È verissimo: una volta aveva qualche passione per lei; ma ho scoperto il suo carattere, e non m’impiccierei più con essa per tutto l’oro del mondo.

Dottore. Che cosa v’ha mai fatto?

Florindo. È troppo volubile. Ora dice una cosa, ed ora ne dice un’altra. Ascolta tutti, fa caso di tutto, e quando le viene in capo qualche grillo, fa sgarbi, volta le spalle, e non si sa il perchè.

Dottore. Queste sono freddure. Quando la gioventù fa all’amore, per lo più succede così; basta, io ho data la parola al signor Pantalone, e voi non dovete farmi rimanere un fantoccio.

Florindo. Caro signor padre, vi prego, dispensatemi.

Dottore. Non v’è dispensa. Io sono padre, voi siete mio figliuolo, m’avete ad ubbidire.

Florindo. Basta, lo farò per ubbidirvi.

Dottore. Bravo, così mi piacete. Il signor Pantalone non ha altro che queste due figlie, e dopo la sua morte elleno si divideranno la pingue di lui eredità.

Florindo. Io non intendo di disgustarvi.

Dottore. (Mio figliuolo veramente è un buon ragazzo). (da sè)

SCENA IV.

Pantalone e detti.

Pantalone. Oh diavolo! Xe qua el Dottor. Come faroggio a destrigarme?

Dottore. Oh, signor Pantalone, giungeste opportunamente, poichè m’era incamminato verso la casa vostra, per dirvi che mio [p. 389 modifica] figlio è prontissimo di ricevere per sua sposa la signora Rosaura vostra figliuola.

Pantalone. Caro sior Dottor, no so cossa dir: son pien de confusion; no so come far a parlar.

Dottore. No, caro amico, non avete motivo d’esser confuso, perchè anzi mio figliuolo ed io ci crediamo onorati assai per un tal matrimonio.

Pantalone. Ve dirò... Sè pare vu anca, e savè che delle volte l’amor de pare fa far dei sacrifizi.

Dottore. Che? Intendete forse di sagrificar vostra figliuola, dandola a mio figlio?

Florindo. Se non vuole, s’accomodi. Noi non la vogliamo, s’egli non è contento.

Pantalone. Per mi lo vorria con tutto el cuor; ma mia fia... Caro Dottor, compatì... Mia fia no xe disposta a farlo.

Florindo. Oh bene, se non è disposta, non è giusto di violentarla.

Dottore. Come! siamo uomini, o siamo ragazzi? Voi stesso me l’avete offerta, e poi dite che non è disposta?

Pantalone. Cossa voleu che ve diga? Gh’ho una passion, una mortificazion per sta cossa, che me sento a morir.

Dottore. Se mi permettete, le parlerò io, e forse forse colla mia maniera mi riuscirà di fare quel che voi non avete potuto. Signor Pantalone, siete un galantuomo?

Pantalone. Cussì me vanto.

Dottore. Voi di questo matrimonio siete contento?

Pantalone. Contentissimo. Basta che giustè sior Lelio, che persuadè mia fia, e mi son contento.

Dottore. Si farà tutto. Vostra figliuola si sposerà con Florindo; vi riverisco. (parte)

Pantalone. Sior Florindo, averò gusto che la sia soa; ma gh’ho paura.

Florindo. No, non dubitate, io non la voglio, Dica e faccia mio padre quel che vuole, vostra figlia non la sposerò; e se la sposassi per forza, se ne pentirà. (parte)

Pantalone. Aseo! Co la xe cussì, no ghe la dago assolutamente. (parte) [p. 390 modifica]

SCENA. V.

Camera.

Colombina e Corallina.

Colombina. Via, animo, prendete uno straccio e ripulite la polvere di questi tavolini e queste sedie.

Corallina. Questa è una cosa che la potete fare anche voi.

Colombina. Queste cose non toccano a me: toccano a voi.

Corallina. Perchè a me, e non a voi?

Colombina. Perchè io sono cameriera, e voi sottocameriera.

Corallina. Che vuol dir questo sotto? Io non so di sotto o di sopra. Son venuta anch’io a servire per cameriera.

Colombina. Da me a voi v’è una gran differenza.

Corallina. In che consiste questa gran differenza?

Colombina. Io servo per disgrazia; per altro, sono una persona civile.

Corallina. Ed io, che credete ch’io mi sia? Mia madre andava in andrien.

Colombina. La mia signora madre ha portato il manto, e siamo cittadini, e abbiamo dei campi e delle case; ci sono stati portati via; ma se avessi il modo di fare una lite, vorrei andare in carrozza.

Corallina. Io ho quattro cugine che hanno dell’illustrissime, ma non si degnano di me, perchè sono venuta a servire. Chi l’avesse mai detto? Una casa com’era la mia! In casa nostra sempre corte bandita. L’oro e l’argento andava per i cantoni.

Colombina. Ih, ih, gran ricchezze! Basta, ora servite; e in questa casa siete la sottocameriera.

Corallina. Cameriera sì, ma sottocameriera no.

Colombina. Sì, sotto, sotto.

Corallina. No, no, sotto mai.

Colombina. E se non avrete giudizio, vi farò mandar via.

Corallina. Non me n’importa niente; già presto presto mi mariterò.

Colombina. Sì? me ne rallegro. Lo ha trovato lo sposo? [p. 391 modifica]

Corallina. Signora sì, l’ho ritrovato.

Colombina. Brava. E chi è, se è lecito?

Corallina. (Voglio dirlo per farle rabbia). (da sè) Vuol saperlo? È Brighella.

Colombina. Brighella! Oh, oh, quanto mi fate ridere! Brighella non è un boccone per lei. Non è marito per una sottocameriera.

Corallina. Se non è per la sotto, sarà per la sopra.

Colombina. Sì signora, sarà per me.

Corallina. Per lei? (Oimè! Mi fa venire i dolori colici). (da sè)

Colombina. Povera berghinella1! Sì, per me. Non avete sentito ch’egli ha venduto il cuore a quella che gli ha dato un zecchino?

Corallina. Appunto per questo. Lo zecchino gliel’ho dato io, e il suo cuore l’ha dato a me.

Colombina. Voi gli avete dato un zecchino?

Corallina. Signora sì, io.

Colombina. Eh via, che siete pazza. Gliel’ho dato io.

Corallina. Voi? Siete una bugiarda.

Colombina. Se non gliel’ho dato io, che il diavolo vi porti.

Corallina. Se non gliel’ho dato io, che il diavolo vi strascini.

Colombina. (Sarebbe bella che l’avesse preso da tutte due). (da sè)

Corallina. (Non credo mai che Brighella m’abbia burlato). (da sè)

Colombina. Adesso, adesso. Ehi, Brighella.

Corallina. Sì, sì. Facciamolo venire. Brighella.

SCENA VI.

Brighella e dette.

Brighella. Chi me chiama?

Colombina. Dite un poco: non ho dato a voi un zecchino?

Brighella. Siora sì. (con caricatura)

Corallina. E io non ve l’ho dato?

Brighella. Siora sì. (come sopra) [p. 392 modifica]

Colombina. Ma non avete detto, che il vostro cuore l’avete venduto a quella che vi ha dato lo zecchino?

Brighella. Siora sì. (come sopra)

Colombina. Lo zecchino ve l’ho dato io?

Corallina. Ve l’ho dato io.

Brighella. Siore sì. (come sopra)

Colombina. Dunque il vostro cuore è mio.

Corallina. Anzi è mio.

Brighella. Siore sì. (come sopra)

Colombina. Ma spiegatevi: è mio o di Corallina?

Corallina. Dite su: è mio o di Colombina?

Brighella. L’è de tutte do.

Colombina. Come! Io lo voglio tutto.

Corallina. Ha da essere tutto mio.

Brighella. Via, le se quieta. Mi gh’ho tanto de cuor, grando e grosso: ghe n’è per vu; ghe n’è per vu; ghe n’è per altre quattro, se occorre.

Colombina. No, no assolutamente; o tutto mio, o niente.

Corallina. Io pure dico lo stesso: o tutto il vostro cuore, o tenetevi quello che dar mi volete.

Brighella. No so cossa dir. Co no le se contenta de mezzo, el torrò indrio.

Colombina. Datemi il mio zecchino.

Brighella. L’ho speso.

Corallina. Datemi il mio.

Brighella. L’ho adoperà.

Colombina. Dunque come abbiamo da fare?

Corallina. Che risolvete?

Brighella. Deme tempo, e risolverò.

Colombina. Quanto tempo volete?

Brighella. Deme tre o quattro zorni.

Colombina. Oibò, oibò...

Corallina. Signor no, signor no...

Colombina. Vi do tempo fino a domani. (parte)

Corallina. Ed io fino a questa sera. (parte) [p. 393 modifica]

SCENA VII.

Brighella ed Anselmo.

Brighella. Oh che gusto! Oh che spasso! Oh che bella cosa! Se posso, ghe vôi magnar quel pochetto che le gh’ha; godermela e torme spasso.

Anselmo. Galantuomo, siete voi di casa?

Brighella. Sior sì, son de casa.

Anselmo. Vi è il signor Pantalone?

Brighella. Nol gh’è.

Anselmo. Ditemi, si potrebbe riverire la sua figliuola?

Brighella. Quala so fiola?

Anselmo. No quella da quel calderone, quell’altra. (accenna il guardinfante)

Brighella. Ho inteso, la più zovene.

Anselmo. Sì, la più giovane, la più semplice, quella che par più una donna.

Brighella. Anzi doveria più parer una donna quell’altra, che l’è maggior.

Anselmo. Oh, quella pare una macchina da fuochi artifiziali.

Brighella. Donca la vol la piccola?

Anselmo. Sì, se mi volete far il piacere.

Brighella. Ma... sior Pantalon no so se el se contenterà.

Anselmo. Ho parlato con lui, ed è contentissimo.

Brighella. Basta... Vedremo... (Ghel dirò prima a siora Rosaura, sentirò cossa la dirà). (parte)

Anselmo. Se fossi andato al mio paese con una moglie incerchiata e piena di vetri al collo, mi avrebbero fatto le fischiate. La signora Rosaura non fa per me: ha troppe diavolerie d’intorno. Sua sorella mi piace, perchè è modestina, ed ha una veste civile, ma positiva. [p. 394 modifica]

SCENA VIII.

Rosaura vestita modestamente, ed Anselmo.

Rosaura. Serva sua. E ella che mi domanda?

Anselmo. Signora... siete voi?... Non vi conosco bene.

Rosaura. Ha parlato con me e non mi conosce?

Anselmo. Siete figlia del signor Pantalone?

Rosaura. Sì, signore.

Anselmo. Siete la maggiore o la minore?

Rosaura. Son la maggiore, per servirla.

Anselmo. Compatitemi, non vi conosceva. Che cosa avete fatto della vostra botte?

Rosaura. Me la son levata, perchè a voi non piaceva.

Anselmo. E le pietracce che avevate al collo, dove sono?

Rosaura. L’ho gettate via, perchè non vi aggradivano.

Anselmo. Perchè avete lasciato l’abito da madama?

Rosaura. Mi son messo questo, per piacer a voi.

Anselmo. Per piacere a me? Che v’importa il piacermi o il dispiacermi? Io ho promesso al signor Pantalone di sposare l’altra vostra sorella.

Rosaura. Spero che non farete a me questo torto.

Anselmo. Se volevate ch’io prendessi voi, dovevate venire vestita così, da figliuola propria e civile, e non mascherata da Lugrezia Romana.

Rosaura. Io faccio tutto quello che vogliono. Mi ero messi quegli abiti per far a modo delle cameriere; per altro il mio genio è questo. Io vesto quasi sempre così.

Anselmo. Ma quei ricci e quella polvere?

Rosaura. Non ho avuto tempo di pettinarmi. Domani mi vedrete assettata nella mia solita semplicità.

Anselmo. Per quel che ho inteso l’altra volta che ho parlato con voi, vi piacciono le conversazioni.

Rosaura. Oh! il ciel me ne liberi. Sono anzi di spirito solitario. Mi piace stare nella mia camera.

Anselmo. E pure, quando ho principiato a voler proibirvi la [p. 395 modifica] conversazione, avete detto: troppe cose, troppe cose, e mi avete piantato.

Rosaura. Ho voluto dire ch’io sono debole di memoria, che se mi dite troppe cose ad un tratto, non le terrò a mente: sono andata subito a disabbigliarmi, ed eccomi quale voi avete mostrato desiderarmi.

Anselmo. Cara signora, non so che dirvi. Mi spiace l’equivoco seguito; ma io sono un galantuomo. Ho promesso alla signora Diana, e le devo mantenere la parola.

Rosaura. Io sono la sorella maggiore, e tocca a me a maritarmi prima.

Anselmo. (Per dirla, ora che la vedo rassegnata a vivere a modo mio, mi pento quasi d’averla lasciata). (da sè)

Rosaura. Signore, io sarò ubbidiente: viverò a modo vostro.

Anselmo. Ma come volete ch’io manchi a vostra sorella?

Rosaura. Ecco mia sorella.

SCENA IX.

Diana in guardinfante, e detti

Anselmo. Chi siete voi, signora?

Diana. Non mi conoscete? Son quella a cui avete dato l’anello.

Anselmo. La signora Diana?

Diana. Sì, signore.

Anselmo. (Oh cosa vedo!) (da se) Perchè vi siete cacciata dentro in quel laberinto?

Diana. Le cameriere m’hanno vestita così, perchè ho da essere sposa.

Anselmo. Sposa di chi?

Diana. Di voi.

Anselmo. Di me? Chi son io? Qualche quagliotto, che per prendermi vi siete messa la gabbia?

Diana. Io non vi capisco.

Anselmo. La capisco io. Non fate più per me. (Maledetto quel campanone, non lo posso vedere). (da sè, parte) [p. 396 modifica]

SCENA X.

Rosaura e Diana.

Rosaura. E così, avete sentito? (a Diana)

Diana. Che cosa?

Rosaura. Il signor Anselmo non vi vuol più.

Diana. Non me ne importa un fico.

Rosaura. Sarò io la sposa.

Diana. Buon pro vi faccia.

Rosaura. Io ho da essere sposa prima di voi.

Diana. A me non importa di essere sposa. Bastami trovar uno che stia in mia compagnia.

Rosaura. Come, in vostra compagnia?

Diana. Che so io? Il signor padre mi ha detto, che quando un uomo sta in compagnia di una donna, si chiama marito.

Rosaura. E così vorreste anche voi marito?

Diana. Ho paura a dormir sola.

Rosaura. Non dormite con Corallina?

Diana. Sogna e mi dà dei pugni.

Rosaura. Se Corallina vi dà dei pugni dormendo, un marito ve li darà vegliando.

Diana. I mariti danno dei pugni?

Rosaura. Eccome! E bastonano, e maltrattano, e fracassano le povere donne.

Diana. Buono! Il signor padre mi vorrebbe fare un bel servizio! Farmi fracassar da un marito? No, no, non lo voglio. Se Corallina non avesse il vizio di dar dei pugni dormendo, mi vorrei maritare con lei. (parte)

SCENA XI.

Rosaura sola.

Oh che sciocca! Oh che scimunita! E pure, se io non era lesta, ella si maritava prima di me, e le toccava questa bella fortuna. Se sarò moglie del signor Anselmo, avrò tante e tante [p. 397 modifica] ricchezze; ma dovrei sempre andar vestita così. La cosa è un poco troppo dura! Ma ho dato parola, non mi voglio pentire. Non voglio che si dica ch’io sono volubile.

SCENA XII.

Pantalone e la suddetta.

Pantalone. Coss’è? Cossa vol dir? Perchè t’astu despoggià? Gh’astu mal? Vastu in letto?

Rosaura. Signor padre, vorrei dirvi una cosa; ma non andate in collera.

Pantalone. Via mo, gh’è qualche novità?

Rosaura. Vi ho detto di non volere il signor Florindo, e in questo sono costantissima, non mi cambio. Vi ho poi pregato di darmi il signor Lelio, e voi con bontà, dopo qualche fatica, mi avete detto di sì.

Pantalone. E per causa de sior Lelio ho licenzià sior Florindo, e cussì?

Rosaura. E così ci converrà licenziare anche il signor Lelio.

Pantalone. Bon! Per cossa?

Rosaura. Perchè sarà meglio ch’io prenda il signor Anselmo.

Pantalone. Eh, che ti è matta. El vol to sorella.

Rosaura. Il signor Anselmo è un uomo volubile; si è cambiato, e vuol me.

Pantalone. Mo, se ti ha promesso de sposar el sior Lelio?

Rosaura. Se un uomo si cambia, posso cambiarmi ancor io. Se il signor Anselmo manca a mia sorella, posso anch’io mancare al signor Lelio.

Pantalone. E ti gh’averessi sto bon stomego de mancarghe, dopo la espression che ti gh’ha fatto in presenza mia? Dopo che mi gh’ho dà parola per la segonda volta? Dopo che ho licenzià el sior Dottor, per causa de Lelio? Rosaura, deventistu matta? Te vustu far metter sui vèntoli2? Vustu che to pare deventa el bagolo3 della città? Via, me maraveggio. Ti ha da esser [p. 398 modifica] muggier de Lelio. Sta volta no te riussirà de voltarme; pur troppo, per causa toa, me son reso redicolo; m’ho fatto dei nemici, e debotto gh’ho vergogna per causa toa de lassarme véder in piazza. Col sior Anselmo semo in trattato che el sposa Diana. Co sior Florindo ho sciolto tutto. Co Lelio semo in parola, e la parola sta volta s’ha da mantegnir. Via, cara Rosaura, te parlo co le bone, te prego, no me far delle toe, no me far nasar4, fame parer un omo. Stassera vegnirà sior Lelio: daghe la man, e no me far desperar. Se ti me vol ben, se ti me vol veder quieto e contento, dame, cara Rosaura, dame sta consolazion. Te la domando per l’amor che te porto, per la memoria della to povera mare, per l’esser che t’ho dà. Sposa el sior Lelio, e fenimo una volta de farse da tutto el mondo burlar.

Rosaura. Signor padre, farò tutto quello che volete.

Pantalone. Oh brava! Siestu benedìa: adesso vedo che ti me voi ben. Sposerastu sior Lelio?

Rosaura. Lo sposerò.

Pantalone. Via, vatte a vestir con un poco de sesto. Vegnirà della zente; se farà un poco de allegria, se darà la man; no te far veder despoggiada.

Rosaura. Sì, sì, mi vestirò con un poco di garbo. Oimè, quest’abito mi fa venir la malinconia. Signor padre, vi riverisco. (parte)

Pantalone. Oh, se gh’arrivo a vederla maridada, no m’ha da parer vero. Da qua a stassera m’aspetto qualche altra novità; ma stimo de sior Anselmo, che promette a Diana e po el vorria st’altra. Anca elo el xe un pezzo de matto. Insieme i starave ben. (parte)

SCENA XIII.

Strada.

Beatrice ed un Servitore.

Beatrice. Da chi hai sentito dire questa novità?

Servitore. Da Brighella, servitore del signor Pantalone. [p. 399 modifica]

Beatrice. Dunque Rosaura si sposerà col signor Anselmo?

Servitore. Sì, signora, così hanno detto.

Beatrice. Fa una cosa. Accompagnami a casa, e poi va subito in traccia del signor Florindo, e digli che quanto più presto può, venga da me.

SCENA XIV.

Eleonora col Cameriere, e detti.

Eleonora. Amica, dove andate?

Beatrice. Appunto desiderava vedervi. Avete saputo la bella novità?

Eleonora. Non so di che v’intendiate, poichè delle novità ne ho ancor io.

Beatrice. Rosaura si mariterà con un mercante forestiere, nominato Anselmo.

Eleonora. Oh figuratevi! Non è così.

Beatrice. Domandatelo al mio servitore. Non è egli vero? (al servitore)

Servitore. Sì, signora; lo so di certo.

Eleonora. Sì, è vero. Rosaura era disposta a sposarlo, ma poi al solito si è cambiata, e ora vuole il signor Lelio.

Beatrice. Non può stare che si sia cambiata da un momento all’altro.

Eleonora. Domandatelo al mio cameriere. Di’ su la cosa com’è. (al cameriere)

Cameriere. Sono andato a ritrovar Colombina, che è mia parente, ed ella ridendo m’ha raccontato che la signora Rosaura si è lasciata persuader da suo padre a prender il signor Lelio.

Beatrice. Oh che donna leggiera! che spirito incostante! Cara Eleonora, mi dispiace per voi.

Eleonora. Facciamo una cosa: andiamo a ritrovarla, e goderemo qualche buona scena.

Beatrice. Oh, in casa sua non ci vengo.

Eleonora. Perchè?

Beatrice. Mi ricordo dello sgarbo ch’ella mi ha fatto.

Eleonora. Voi ve ne ricordate, ed ella non se ne ricorderà. [p. 400 modifica] Andiamo, e v’assicuro, che s’ella è di buon umore, vi getterà le braccia al collo.

Beatrice. Voi mi volete mettere a qualche impegno.

Eleonora. Che! Avete paura di lei?

Beatrice. Andiamo pure. E tu ricordati d’andare dal signor Florindo, e digli che a casa l’aspetto. (al servitore)

Servitore. Sarà servita. (Poveri servitori, bisogna far i mezzani). (da sè)

Eleonora. Tu procura vedere il signor Lelio, e digli che mi rallegro con lui. (a cameriere)

Cameriere. Sì, signora. (Si rallegra coi denti stretti). (da sè)

Eleonora. Andiamo a ridere un poco.

Beatrice. Io non so dissimulare. Non potrò ridere.

Eleonora. Eh, che bisogna fingere, chi vuol prendersi gusto.

Beatrice. Felice voi, che lo sapete fare. (tutti partono)

SCENA XV.

Camera di Rosaura.

Rosaura mezza spogliata, che si fa vestire da Colombina e Corallina, poi Brighella.

Rosaura. Questo andrien non lo voglio. Va a prenderne un altro.

Colombina. Quale volete ch’io prenda?

Rosaura. Quello a fiori: da sposa anderà meglio.

Colombina. Benissimo, lo vado a pigliare. (parte, poi ritoma)

Corallina. Tenga i manichetti.

Rosaura. Non voglio questi: voglio quegli altri.

Corallina. Quali altri?

Rosaura. Quelli di velo.

Corallina. Signora sì. (parte, poi ritorna)

Brighella. Son qua colla cioccolata.

Rosaura. Non la voglio. Voglio il thè.

Brighella. No m’hala ordenà la cioccolata?

Rosaura. Non la voglio. Voglio il thè. (adirata)

Brighella. No la vada in collera. Ghe porterò el thè. (parte, poi ritorna) [p. 401 modifica]

Colombina. Ecco l’andrien a fiori.

Rosaura. Credi tu che anderà bene?

Colombina. Anderà benissimo.

Rosaura. Mi pare antico.

Colombina. Voi sapete quel ch’egli è; l’avete portato tante volte.

Rosaura. Mettiamolo dunque.

Brighella. Eccola servida del thè.

Rosaura. Benissimo. (a Brighella)

Brighella. Lo vorla?

Rosaura. Aspetta. (a Brighella)

Colombina. Signora padrona, vi sono delle visite.

Rosaura. E chi sono?

Brighella. El se giazza. (mostrando il thè)

Rosaura. Aspetta.

Colombina. La signora Beatrice e la signora Eleonora.

Rosaura. Sì, sì, ho piacere. Darò loro la nuova ch’io sono sposa.

Colombina. Presto, levatevi quell’andrien, e mettetevi questo.

Rosaura. No, no, vi vuol troppo tempo. È meglio che io tenga questo.

Colombina. Oh via, facciamo presto.

Rosaura. Ti dico che non lo voglio.

Colombina. (Oh che pazienza!) (da sè, parte)

Brighella. Signora, el se giazza. (come sopra)

Rosaura. Brighella, va a dire a quelle signore che passino. Preparate le sedie. (a Corallina)

Brighella. E el thè?

Rosaura. Non voglio altro.

Brighella. (Uh, sia maledetto i matti). (getta via il thè, e parte)

Corallina. (Se avessi due teste, me ne getterei via una). (parte)

SCENA XVI.

Rosaura, Eleonora e Beatrice.

Rosaura. Oh compatitemi, mi stava vestendo.

Eleonora. Con noi non vi avete a prendere soggezione.

Beatrice. Riverisco la signora Rosaura. [p. 402 modifica]

Rosaura. Serva, la mia cara Beatrice.

Beatrice. Perdonate l’incomodo.

Rosaura. Oh, mi avete fatto il maggior piacere del mondo.

Beatrice. (Oggi la luna è buona). (da sè)

Rosaura. Avete saputo ch’io sono sposa?

Eleonora. Sì, l’abbiamo saputo. Me ne rallegro infinitamente. Il vostro sposo non è il signor Lelio?

Rosaura. Sì, il signor Lelio.

Eleonora. Oh, quanto me ne consolo. (Maledettissima). (da sè)

Beatrice. Orsù, signora Rosaura, spero che in avvenire saremo sempre amiche5, e non mi guarderete più con occhio torbido.

Rosaura. Perchè mi dite questo? Sapete che sempre vi ho voluto bene, e sempre ve ne vorrò; sarete sempre la mia cara amica.

Beatrice. Non potete negare di aver avuta un poco di gelosia per il signor Florindo; ma ora che vi sposate col signor Lelio, e che di Florindo avete detto tutto il male del mondo, a lui certamente non penserete più.

Rosaura. Oh, io... non ci penso.

Beatrice. E se io avessi qualche inclinazione per lui, non vi darò dispiacere.

Rosaura. Avete dell’inclinazione per lui?

Beatrice. Per ora non so niente di positivo; ma dico che, caso mai io facessi con lui amicizia, ciò non mi farebbe perder la vostra.

Rosaura. Sì, ho capito che siete un’amica finta.

Beatrice. Come! Amica finta? Perchè?

Rosaura. Per causa vostra, Florindo si è disgustato con me.

Beatrice. Perchè per causa mia?

Rosaura. Non parliamo altro.

Beatrice. Parlate, dichiaratevi.

Eleonora. Eh, cara Beatrice, la signora Rosaura sa tutto, non occorre nascondersi. Sa che voi amate Florindo, e che egli è [p. 403 modifica] innamorato di voi; ma siccome ella sposerà il signor Lelio, così vi lascia il vostro Florindo, e sarete due buone amiche.

Rosaura. Io non sarò mai amica di chi mi tradisce, e non ho licenziate le mie pretensioni sopra Florindo, e Lelio non l’ho ancora sposato. (parte)

Beatrice. Che dite? (ad Eleonora)

Eleonora. Io rido come una pazza.

Beatrice. Ma voi avete accresciuto il fuoco.

Eleonora. L’ho fatto per prendermi spasso.

Beatrice. Amica, compatitemi. Voi parlate troppo.

Eleonora. E voi siete furba, ma non quanto basta.

Beatrice. Andiamo, che abbiamo fatto una bella visita. Che mai succederà?

Eleonora. Da una donna volubile non si sa quel che possa succedere. (parte)

Beatrice. Rosaura è volubile, Eleonora è ciarliera; ma io lascierò che dicano, lascierò che si sfoghino, e sposerò Florindo a dispetto di tutti. Quando io mi metto una cosa in capo, la voglio, se dovesse cascare il mondo.

Fine dell’Atto Secondo.



Note

  1. Zatta: «Brighinella», probabilmente dal nome Brighella.
  2. Ventagli: v. vol. II, 206, n. b.
  3. Zimbello: v. Boerio.
  4. Nasar, fiutare, odorare; farse nasar, farsi scorgere, farsi burlare: v. Boerio, Diz. cit.
  5. Zatta: sarete sempre amica.