La Miscellanea chiaravallense e il Libro dei Prati di Chiaravalle/La Miscellanea chiaravallense

La Miscellanea chiaravallense

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Prefazione Libro dei Prati di Chiaravalle

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LA MISCELLANEA CHIARAVALLESE


È un codice cartaceo che misura m. 0,23 x 0,32 incirca, è legato in pergamena; le pagine sono numerate fino alla 79ª, i numeri dall’80 in su designano i fogli, l’ultimo dei quali reca il numero 286.

Il primo titolo che troviamo è tale: Catalogus monachorum conversorumque Cisterciensium Congregationis Lombardiae, e sta sulla coperta stessa del volume; ma nessuno creda che il Catalogo occupi tutto il volume o buona parte di esso; non tiene che le pagine 2-48 (la pag. 1 è occupata dall’indice molto sommario di tutto il volume), prefisso il pieno titolo della prima parte del catalogo: Catalogus monachorum Cisterciensium Lombardiae quo anno, quo mense, et quo die habitum sanctae Religionis Cisterciensis susceperunt. E la stessa mano che condusse il Catalogo fino all’anno 1635, soggiunse al titolo: Ex libris N.1 Bernardini Corbettae, e scrisse sotto la data a. 1609, 7 Februarii N. Bernardinus de Corbettis. Tutto questo induce a credere con sufficiente certezza, mi sembra, che questo P. Bernardino Corbetta è l’autore del Catalogo, e non di esso solo, come vedremo nel seguito. [p. 6 modifica]

Varie mani conducono il Catalogo stesso fino al 6 settembre 1795; ma dal 22 aprile 1753 è fuor di dubbio che la mano è dell’istesso p. Ermete Bonomi nominato sopra, il quale appunto sotto la data 22 aprile 1753 registrò il proprio nome D. Hermes Bonomi, e qua e colà dall’anno 1698 in poi appose ai diversi nomi preziose note, come altre mani avevano già fatto per gli anni antecedenti. Preziose quelle note, perchè i meriti e i demeriti di molti tra i Cisterciesi registrati, eruditi, oratori, musici, apostati, bene o malemeriti dalla Congregazione fino alla soppressione di questa (a. 1799), colle vicende da molti passate dopo di essa, vi trovano sobrio, ma sufficiente rilievo. Riporto delle note stesse quelle che mi sembrano di maggiore interesse. Dico di maggiore interesse, perchè non se ne credano affatto prive le altre, massime per la storia della Congregazione Cisterciese di Lombardia: mi è anzi fortissima la tentazione di darle tutte quante; ma non finirei più.

Alla pag. 16 sotto la data 14 dicembre a. 1603, al nome di N. Cesario de Manusardis risponde una nota di mano del secolo XVII-XVIII: Ob astrologiae excellentiam dictus magnus piscator Clarevallis ut ex traditione seniorum.

Qual’è il milanese, il lombardo, per non dir di più, che non conosca il Pescatore, il Gran Pescatore, il doppio Pescatore di Chiaravalle. Achille Neri che ha dedicato a questo papà degli almanacchi milanesi le prime pagine di un articolo intitolato appunto: Vecchi almanacchi milanesi2, ci dice che nel 1635 il Gran Pescatore di Chiaravalle già si pubblicava in Milano. Il nostro valoroso sig. Emilio Motta3 ha potuto coi documenti alla mano indicare l’introduttore del famoso Almanacco nella persona dello stampatore Lodovico Monza. [p. 7 modifica]

Se quella traditio seniorum, di cui parla la nostra nota, era verace, come, tutto considerato, è da credere, ci troveremmo, credo per la prima volta, in presenza non del primo almanacco dal titolo del Gran Pescatore di Chiaravalle, ma del Gran Pescatore stesso in petto ed in persona. Che a Chiaravalle ci fossero peschiere formate dalla Vettabbia è certissimo, e ancora adesso si può vedere e, se si vuole, navigare un simulacro di laghetto. Si capisce quindi come potesse parlarsi di pescatore. Che poi il Pescatore portasse la barba tradizionale e il non meno tradizionale cappello a cono, i documenti non lo dicono.

Alla pag. 17, sotto la data a. 1608. io Mariti, viene N. Hillarion (sic) de Rancatis Abbas e in margine la nota: Velut oraculum in Curia Romana.

La nota è magnifica; ma mi affretto ad assicurare i miei pochi lettori, che se essa non va presa alla lettera, gli è che vuol essere interpretata con tutta la maggior estensione. Perchè quel P. Ilarione Rancati è stato veramente uno dei più illustri personaggi del secolo XVII, e per me direi addirittura un vero grand’uomo. Poliglotta e famigliare con le lingue greca, ebraica, araba, siriaca; vero portento di memoria e di erudizione, non meno che di scienza e di dottrina vasta e solidissima; altrettanto profondo nelle speculazioni, che abile nella trattazione degli affari; apprezzato ed adoperato spesso da principi, da re, da papi, e in corrispondenza con tutti i personaggi più illustri dell’Europa intera: da Paolo V ad Alessandro VII, dal re di Spagna al re di Polonia e alla Regina di Svezia, da S. Vincenzo de Paoli al Card, di Retz; il suo voto pesò per molti anni in tutte le decisioni di qualche importanza delle varie Congregazioni Romane, nei processi criminali come in quelli di canonizzazione, e le stesse più grandi questioni teologiche e diplomatiche del suo tempo (basti ricordare la famosa questione de Auxiliis, le condizioni ecclesiastiche dell’Inghilterra, e le difficoltà diplomatiche insorte tra la S. Sede e Luigi XIV) in forza di mandati altissimi passarono per le sue mani: ben degno che alcuni voti lo designassero al supremo pontificato nel Conclave dal quale usciva Alessandro VII; e che [p. 8 modifica]questo Pontefice suo amicissimo al primo annunzio della sua morte 17 aprile 1663) esclamasse: Extincta est lucerna Urbis et Orbis.

E questo grand’uomo era milanese, nato a’ 2 di settembre del 1594 e battezzato due giorni dopo nella allora parrocchiale di Santa Maria Beltrade4; e alle porte di Milano vestiva l’abito Cisterciese nell’abbazia di Chiaravalle, a’ 10 di marzo del 1608, proprio come dice la nota; e di là passava al monastero di S. Ambrogio, del quale fu anche Abbate, come più tardi di quello di S. Croce di Gerusalemme a Roma; e alla sua città non cessava di rendere utili ufficii; e tanto onore le faceva, da dire i Ministri del Re di Spagna, «essere il padre Abate bastante a qualificare la città di Milano».

A questo punto io milanese non so davvero se gloriarmi o confondermi. In tutta Milano non una via, non una pietra che ricordi il nome di questo suo gran figlio; e dire che si mostrano così minute le diligenze, così larghi i criterii, così indulgenti i giudizii, onde si raccolsero tanti e tanti nomi. Si dirà che del Rancati niente fu pubblicato per le stampe; ma chi vorrà accontentarsi di questa ragione? Se non bastava il cenno biografico dato dall’Argelati5 coll’ imponente catalogo degli scritti; poteva forse [p. 9 modifica]bastare la Vita del P. D. Barione Rancati Milanese dell’Ordi?ie Cisterciense scritta dal P. D. Aìigelo Fumagalli Monaco dello stesso Ordine, stampata in Brescia MDCCLXII dalle sta7npe di Giambattista Bossini, e fregiata di un bello e parlante ritratto del grande Cisterciese inciso dal Cagnoni e tirato in moltissime copie all’epoca della sua morte. La vita del Fumagalli non è gran cosa; ma i fatti vi sono raccolti con sufficiente cura e completezza, premessovi a modo di introduzione un buon elenco di scrittori che parlarono del Rancati6. Al P. Rancati resta il conforto di essere in buona compagnia, non dico col suo tardo Confratello il il P. Ermete Bonomi, di cui in principio di questo scritto, ma di quell’altro grande milanese suo contemporaneo e antico confratello mio, Antonio Giggeo (t 1632) che, per non dir altro, col suo Thesaurus UngucB arabica (Mediolani, ex Typographia Ambrosianae Bibliothecae 1632: l’autografo si conserva nella Biblioteca stessa colla segnatura A. 20, inf.) si ergeva (e non solamente per priorità di tempo) a vero fondatore della lessicografia arabica7. Dopo il P. Ilarione Rancati, mi è permesso soggiungere subito il suo compatriota, confratello, compagno di studii, erede e custode dei suoi scritti, il P. Franco Ferrari, Francus de Ferraj’iis, come lo nota il nostro catalogo alla pag. 25, sotto la data 1649, 2j Ianuarii; con le note marginali Abbas, e: Vir doctus et in adnotandis in die occurrentibus diligentissimus. La veracità della nota [p. 10 modifica]è confermata da quanto sotto il nome Fèrrarius Francia da l’Argelati8. Credo sue parecchie note diri Guaiolo.

Mi il Catalo;. 23), sotto il 28 marzo 1641 non ha dimenticato il P. Damiano Latuada di Latuada, abbas et praes gtneralis t al quale il margine riserbava la lode per noi altrettante interessante che per lui onorifica: Vera foenix occonomorum qui a fundamentis erexit monasterium celebre Parabiagi et Dibliothecam curri atriis superiori et inferiori Santi Ambrosii maioris Medio lani construxit.

Intanto succede una novità nel Catalogo stesso: sotto l’anno 1654 (pag. 26) la nota marginale ci avverte che sequentes monachi adnotati sunt a die professionis; ma le note vanno sempre più scarseggiando, ed anche le poche che occorrono non hanno alcun interesse generale.

Al fol. 809 comincia la seconda parte del nostro Catalogo, quella che riguarda i Conversi: Nomina, cognomina conversorum Cistcrciensùtm Congregationis Lombardie?. La stessa mano, come a me sembra sicuramente, del P. Bernardino Corbetta conduce la serie dei Conversi dall’anno 15 18 fino al 1606. Qui una mano del secolo XVIII nota che desiderantur icsque ad 165J nec in Archivio Clarevallensi reperiimtur; e poi continua essa medesima la serie dall’anno 1657 al 1749.

E noto che il titolo di Conversi denota quei membri delle comunità religiose, che vi tengono il posto, dirò così, della bassa forza10. E ce lo dice a colpo d’occhio anche il nostro Catalogo con certe note monoverbe, troppo eloquenti e abbastanza frequenti: «Apostata» oppure «Defecit» ed anche «Ad triremes». Le quali note, se confermano il proverbio che l’abito non fa il monaco, potrebbero anche accennare a infelicità o a poco rigore di scelta nella accettazione dei soggetti; cose di questo basso [p. 11 modifica]mondo, dove se le miserie sono tante, sono almeno altrettante e di regola ben distinte le responsabilità.

Ma se parlavo di bassa forza, nessuno pensi ch’io voglia mai parlare con minor rispetto dei buoni Conversi di Chiaravalle o d’altrove.

L’agiografia cristiana (che sa essere storia bella e buona, e spesso della migliore) è là ad attestare quanto spesso e quanto largamente fiorissero anche tra’ Conversi le virtù del cuore fino a quel più alto eroismo che è la santità, e le storie dei diversi Ordini non hanno dimenticato i nomi di Conversi che furono e artisti e scrittori, spesso utilissimi, se anche molto modesti.

Il nostro catalogo registra (fol. 80) uno di questi nomi sotto la data 23 giugno 1556: Fr. Benedictus de Blachis.

Nessuna nota lo segnala alla nostra attenzione; ma non credo sia da mettere in dubbio che si tratta di quel F. Benedetto da Parma, che il Fumagalli ripetutamente cita nella trigesimaseconda dissertazione sulle antichità longobardico-milanesi11, dove lo dice autore «saranno due secoli e più» di un manoscritto opuscolo; opuscolo di cui dà più chiara idea dove dice che F. Benedetto «sulla fine del secolo sestodecimo raccolse in un codice alcune memorie di questo monastero (di Chiaravalle)», onde lo chiama poi «il cronicista F. Benedetto»; del quale sebbene non divida l’ingenua fede, lo dice tuttavia «un buon converso, discretamente versato nella diplomatica e nella storia», non piccolo encomio in bocca d’un uomo come il Fumagalli.

Nel 1793, quando stampavasi la citata dissertazione, l’opuscolo di F. Benedetto esisteva ancora (1. e, pag. 225), nella biblioteca della badia di Chiaravalle. Nel 1842 era posseduto dal signor Michele Caffi, che lo chiama una Cronaca, e ci fa sapere che fu scritta nel 1592 e che il Converso autore chiamavasi Benedetto di Blachi12. Dove sia andato a finire il codice di F. [p. 12 modifica]Benedetto non so dirlo, perchè non son riuscii., a saperlo: sono però tanto più lieto eli poter dire* e lo dico subito, che forse la nostra Miscellanea ce ne ha conservato una seconda edizione migliorata ed accresciuta, come vedremo più avanti. Intanto sappiamo che il di Blachì del Caffi (se pure il Caffi non lo trovò nel titolo stesso del suo manoscritto, ciò che, come vedremo, è reso probabile dal titolo del Libro dei prati) voleva essere una traduzione del de Blachis del nostro Catalogo, e che se F. Benedetto scrisse la sua cronaca proprio nell’anno 1592, aveva già 34 anni di religione.

Il nostro buon F. Benedetto, prima ancora che dal Fumagalli, era già nominato in posto abbastanza onorifico, voglio dire tra Gli Scrittori d 1 Italia del Bresciano Conte Giammaria Mazzucchelli (Voi. II, P. II, pag. 1300), benché questi erri certamente nel dirlo Converso del monastero di S. Ambrogio di Milano, nel mentre stesso che dice: «vien creduto autore della seguente opera, la quale si conserva a penna nella libreria di detto monastero (di S. Ambrogio) nel Cod. segnato del num. 287 in fol.

Monasterium Clare-oallis Mediolani. Origo et series Abbattim, Priorum et Ce Iterar iortim ab anno 11 39 ad an. 1631. atque eìtisdem et totius Ordinis Cisterciensis Privilegiorum Summarium, ex quibus Cisterce?isium /ustoria illustratur. Auctore F. Be7iedicto de Blachis Converso eiusdem Monasterii, tet ereditar».

Troppa roba davvero, perchè il codice santambrosiano possa identificarsi con l’opuscolo di F. Benedetto. Senonchè esso mi ha l’aria d’una miscellanea, il primo contingente della quale, Monasterium Clarcevallis Mediolani, fosse veramente il detto opuscolo, la di cui nota paternità sia stata estesa agli altri contingenti della miscellanea, come non rare volte è avvenuto. Comunque sia, quell’estensione fa onore al buon Converso. Ma né le Antichità lo7igobar dico -milanesi del Fumagalli, né la illustrazione storico-scientifico-monumentale-epigrafica del Caffi ne fanno cenno; che anzi questi non ricorda neppur i cenni che del Blachi già davano le Antichità, benché le citi, e benché esse vi abbiano attinto prima di lui e non meno largamente che lui. Che l’opuscolo-cronaca [p. 13 modifica]non sia l’unico scritto lasciatoci dal buon Converso, lo mostreremo con prove di fatto sulla fine di questa scrittura. Nell’istesso errore del Mazzucchelli era caduto, quasi contemporaneo al Blachi, l' Ughelli (Ital. Sac, t. IV, col. 271) forse alludendo alla stessa creduta opera di F. Benedetto, pur rendendo a questi l' invidiabile lode di aver non poco giovato al Puricelli con lavoro ed industria di uomo antiquarum rerum valde periti.

Tornando alla nostra Miscellanea, i fogli 128-134 v13 presentano un Breve racconto delle cose più notabili della Gran Città di Milano.

Di trascriverlo qui per intero non val proprio la pena: nulla di veramente nuovo; si direbbe piuttosto un riassunto del Ritratto di Milano del nostro Torre, con parecchi tratti di somiglianza col proemio storico che l’Ughelli, cisterciese anch’egli, premette alla serie degli arcivescovi nostri14. Ne dò dunque solo un cenno per quanto posso breve insieme e completo.

L’inizio è tale:

«La Città di Milano Mediolanum già capo e metropoli della Gallia Cisalpina, et hora dello Stato di Milano che è una buona parte della Lombardia, per antichità, per ampiezza di sito, per moltitudine e nobiltà de gli habitanti, viene stimata senza controversia alcuna delle principali città, non solo d’Italia, ma d’Europa tutta, onde con grande ragione se le concede il titolo di Grande». Segue il solito lusso di erudizione etimologica: Olano da Olano capitano dei Toscani; Mediolanum da Medo capitano dei Galli Insubri sorvenuti; Medelland da Medel, vergine, in grazia del tempio trovatovi di Minerva sostituito poi da quello di S. Tecla: o dalla scrofa mediatim lanata trovatavi dai Celti, o, come ama di precisare il nostro, importatavi dagli Edui e dai Biturigi guidati da Belloveso e portanti nell' insegna i primi «una porchetta», i secondi «un montone», donde l’animale biforme per l’unica insegna «il che vien confermato dall’antico ritratto che scolpito in pietra adesso ancora si vede contro ad un arco [p. 14 modifica]del Broletto nuovo, è da quanto ne cantò Claudiano15 de nuptiis Honorii et Mariae».

E dopo tutto questo il nostro etimologista è tanto discreto e conciliativo e tanto sottile filologo da soggiungere, che «non è dia da disprezzare il sentimento di coloro i quali affermano che essendo questa città situata tra li due fiumi Adda e Tesino venisse per ciò Mediolanum chiamata, quasi in medio amnium posita, frapponendosi la liquida l per sfuggire il noioso concorso delle due vocali, e che poi per maggior brevità fosse detta Mediolanum». Come si vede, ce n’è per tutti i gusti.

Seguono, dopo un cenno molto spicciativo sull’antichità di Milano, alcuni tratti sulla chiesa milanese, sulla sua fondazione, e su molti «singolari» suoi Arcivescovi. E qui le usate affermazioni della venuta e predicazione di S. Barnaba, e dell’istituzione fatta da S. Ambrogio di «un Rito dell’Officio divino e della Messa proprio e particolare della Chiesa milanese, che tuttavia si conserva e dicesi Ambrosiano»; affermazioni, delle quali a dare una idea corrispondente all’attuale stato degli studii storici e liturgici, bisognerebbe ch’io potessi qui riferire almeno il sunto e le conclusioni di due recenti scritti, che fanno proprio al caso16. Ma andrei troppo per le lunghe, e poi rischierei di farmi gridare la croce [p. 15 modifica]addosso, per quanto mi atteggiassi a semplice ambasciatore; perchè quelle affermazioni non si sostengono.

Il nostro racconto soggiunge rapidi cenni sui vari domimi e dominatori succedutisi nella, anzi sulla città fino a «Filippo IL... e suoi discendenti i quali hanno felicemente sic) signoreggiato questa Città fino alla Maestà del Re Filippo quarto nostro Signore hora regnante al quale Iddio conceda longa vita con fortunato Impero». E, se non lunga vita (8 Apr. 1605 — 17 Sett. 1665) lungo impero egli ebbe per ben quarantacinque anni (dal 3 1 Marzo 1621 al 17 Settembre 1665); se poi e quanto fortunato, lo dice abbastanza eloquentemente il famoso fosso, che non sai bene se l’adulazione o piuttosto l’ironia gli assegnava per divisa col motto: Più se 7ie toglie e più si fa grande.

Intanto il tenore del pio voto sembra far risalire il nostro breve racconto agli inizii del regno di Filippo IV; senonchè più sotto accenna agli ampliamenti fatti dall’Arcivescovo Cesare Monti al Palazzo Arcivescovile. Or Cesare Monti non fu elevato alla Sede Milanese che a 28 di Novembre del 1632 e non vi cominciò a risedere che alla fin d’Aprile del 1635.

Sono di qualche interesse i particolari che seguono sulle condizioni civili, economiche, edilizie, ecc. della nostra Città. Qui un bel cenno intorno alla mia Ambrosiana: «Maestoso al pari d’ogni altro riesce l’edificio della Biblioteca Ambrosiana dalla magnificenza del Cardinal Federico Arcivescovo sino da’ fondamenti inalzato e di libri stampati e manuscritti, in grandissima copia da lontane parti con incredibile spesa radunati, riempito, e poi liberalmente ad uso publico conceduto»; qui la Chiesa Metropolitana con già ben 4450 statue «di marmo finissimo»; qui (sorvolo agli altri edificii) il Castello «hormai inespugnabile».

Poi un cenno sulla popolazione della città, la quale «per l’ordinario racchiude 300 mila habitanti, il qual numero però hora cresce et hora diminuisce conforme le qualità de tempi più et meno prosperi»17. Industriosissima quella popolazione, onde [p. 16 modifica]Milano «gareggia con le più famose piazze del mondo» ed «è passato in proverbio die se si volesse ristorare l’Italia basterebbe distruggere Milano». Facciamo caldi voti che il proverbio non sìa preso sul serio, più di quel che già non sia, in questo torturarsi dei cervelli ministeriali per trovar mezzi onde ristorare le finanze del paese.

Ne al nostro Racconto manca un cenno sulla nobiltà milanese per dirci che era dedita agli studii delle lettere e delle armi; ne un prospetto quasi dissi statistico della Milano ecclesiastica di allora, rappresentata da Collegiate di Canonici 38, Parocchie 80, Conventi di Religiosi 56, Monasteri di Monache 38, Oratorii di Confraternite 54, Luoghi Pii 28.

Chiudono il Racconto due volte ripetuti i noti versi di Ausonio18. Quei versi sono spesso citati dai nostri; ma non sia vero che un milanese li ha incontrati senza ricordarli:

Et Mediolani mira omnia: copia rerum,
Inumerà? cultaeque domus, facunda vivorum
Ingenia, antiqui mores19, tum duplici muro
Amplificata loci species populique voluptas,
Circus, et inclusi moles cuneata Theatri:
Tempia, Palatinaeque arces, opulensque moneta
Et regio Herculei Celebris sub honore lavacri
Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis
Mceniaque in valli formam circumdata limbo,20
Omnia qua? magnis operum velut a?mula formis
Excellunt: nec iuncta premit vicinia Roma?.

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Due diverse mani del secolo XVIII aggiungono al Racconto poche memorie e pronostici storico-politici fino al 1740; ma io abbandono il Racconto per segnalare (proprio sol segnalare) nei fogli 144-16821. Le Electiones Capihtlares Pr&latorum Congregationis sancii Bernardi Ordi?iis Cisiercìensis in Italia prò Provintia ÌAcmbardicE (sic) ab Anno 1556 et inde. Sono dell’istessa mano del P. Corbetta che le conduce fino al 1659.

E passando oltre non faccio ancora che segnalare Moralia deprompta ex Vita divi Patris nostri Benedicti Abbatis conscripta per R. P. D. Angelnm Sanrinum Abb. Congr. Cassinensis Poma? Anno Domini 158722. Chi vuol vedere queste moralità, edificanti davvero, non ha da far altro che aprire la nostra Miscellanea al foglio 176. Io salto (dirò poi perchè) al foglio 184.

Qui la solita mano trascrive sotto il nome del «B. Iacobon» e so:to il tilolo De Contemptu mundi il facile e vivace ritmo che incomincia Cur mundus militai, a torto attribuito da alcuni a S. Bernardo, con minore improbabilità da altri all’inglese Walter Mapes, o al nostro Iacopone da Todi. Chi vuol maggior luce non dico su Iacopone e le sue poesie, ma sul nostro ritmo, può consultare il Repertorio inno logico di U. Chevalier23 e, per non dire d’altri, il Bòhmer24 ed anche il nostro Tresatti25 che non dovevasi, parmi, omettere col Rader dal Repertorio, per quanto e il Rader e il Tresatti non siano omessi dal Wadding che il [p. 18 modifica]Repertorio cita. Io mi accontenterò di Dotare che il testo del ritmo nella Miscellanea sta colle varianti apposte dal Tresatti al testo del Rader e del Wadding, e che finisce coi versi:

Habehit praemium in summa gloria
Quod perdunt Damiones in sua perfidia;

aggiungendone così due dopo quello che il Bòhmer (1. e, pag. prec.) dà per il verso finale: Felix qui poluit mundum contemnere. Noterò anche che nella Miscellanea il ritmo è scritto in quartine di senarii invece che in distici di dodecasillabi. Ma è tempo di abbandonare il buon Toditano e il ritmo suo o non suo. Ci aspettano due documenti, l’uno più curioso dell’altro; ed è per non separarli che ho fatto testé il piccolo salto al foglio 184.

Al foglio 180 della Miscellanea la solita mano del P. Corbetta annuncia e fa seguire una «Lettera scritta dalla Regina d’Inghilterra al Principe di Galles suo figliuolo tradotta nell’Idioma Italiano da Giovan Francesco Biondo». Dove sia andata a pescarla questa lettera il P. Corbetta, ne egli lo dice né io lo so; né, dopo parecchie ricerche, so che già sia stata pubblicata. Se la lettera fosse autentica, l’avrebbe scritta quella Maria Enrichetta di Francia, sorella di Luigi XIII, cui Bossuet dedicava «forse la più nobile di tutte le composizioni sue», l’infelice vedova di Carlo I d’Inghilterra, dopo la costui tragica, indegna fine, al futuro di lui successore Carlo IL Autentica o no, la lettera riflette nella sostanza quanto gli storici narrano di quella tragedia nazionale. Si può vedere il Clarendon {The hisiory of the Rebellion and civil Wars of England; Oxford, 1 705-1 706, Voi. II, Part. 2), l’Hume (History of England., il Lingard (A hisiory of England), ma nessuno accenna alla lettera o a qualche cosa che giovi a spiegarla; e tutto induce a crederla una invenzione, come suol dirsi, tendenziosa. E per quel che riguarda l’autore, forse più che ad un ribelle inglese che volesse diffondere ed aggravare le accuse contro la infelice Regina canzonando ad un tempo e lei e il Cardinale Mazzarino, la fattura, che sembra schiettamente italiana del tempo, fa pensare ad un italiano che volesse [p. 19 modifica]mettere in ridicolo (facendo onore al proprio cuore non dico) e la povera sovrana, e il Mazzarino, e un po’ tutti i campioni della politica contemporanea. A così pensare mi induce anche il vedere nominato come traduttore della lettera Gian Francesco Biondi.

Non che quel Biondi non sia un personaggio storico o meno adatto alla parte accollatagli. Se non ne parlano né Gian Vincenzo de Rossi (Iani Nidi Erytrcei Pinacotheca, Colon. Agripp. 1643 e Colon. Ubior. 1645 e 1648), né il Mazzucchelli (Scrittori oV Italid), né l’Agostini (Istoria degli Scrittori Viniziani, Venezia, 175 2-1 754); se il Tiraboschi {Storia della Letteratura Italiana, Modena, 1772-1782’, Vili, pag. 275) non accenna se non alla sua Storia d’Inghilterra, insieme che a libri consimili, dei quali la repubblica letteraria poteva benissimo far senza; ne parla abbastanza a lungo il barnabita Niceron {Memoires your servir, ecc., tom. XXXVII, non 39, come dice l’indice generale, pag. 391394), citando e correggendo l’elogio che del Biondi si legge nelle Glorie degli Incogniti di Venezia (pag. 241). Vissuto parecchi anni in Inghilterra, gentiluomo della Camera privata della Regina, famigliare con la lingua e la letteratura Inglese, nessuno si prestava meglio del Biondi ad essere spacciato come traduttore della nostra lettera. Il guaio si è che Carlo I saliva il patibolo a’ 20 di Gennaio del 1649, e il Biondi era già morto nel 164426 a Aubonne in Svizzera, dove si era ritirato a godersi la ricca pensione guadagnatasi in Inghilterra e i beni della defunta moglie presso il cognato Teodoro Mayerne.

Il documento per quanto apocrifo, è troppo interessante e vicino [p. 20 modifica]ai fotti, a 1 quali accenna, perchè non valga la pena di darlo per intero, come faccio, trascrivendolo dalla copia del P. Corbetta. Dopo le esso non ha più bisogno di spiegazioni. Kcco il documento.

Figlio amantissimo come sfortunato.

La vostra ultima lettera haverebbe con la forza delle raggiorn per consolare questa infelice Madre, disnuvolato l’occidente del viver mio; ma troppo fuori dei poli è il mio Orizonte e perduto col titolo di Reg na quanto bene haver dovevo in questa vita. Non mi conosco ne anco Donna e viva, se non dall’afflittione, che rege un cadavero spirante, e mi distrugge a poco a poco. Gli accidenti nostri sono moli che sopprimerebbero cuori maggiori de nostri, se più generosi se ne trovano, e la mia penna trema con la mano a ricordarne la cagione. Ma io sono stata il fabro dei miei mali, perchè non dovevo mai lasciare il Re, mio Signore e marito vostro amantissimo Padre, perchè se non havessi potuto levargli un fine così disproportionato a tanto merito, a tanto Re, sarebbe a me almeno stato di consolatione l’accompagnarlo nelle priggioni ne gli horrori del morire, e le nostre anime tanto unite in vita, si sarebbero vicendevolmente ralegrate di passare congiunte all’altra vita, col ridersi delle metamorfosi, e sceleratezze d’una nemica fortuna.

Ma voi sapete, o mio caro, quanta resistenza feci al partire, e che ne gli ultimi miei congedi abbracciando i suoi ginocchi reali, e supplicando vostro Padre, e mio Signore a non permettere questa dura separazione; Egli mi solevo al collo, e mi disse; Madama, a mali estremi devonsi estremi remedii, e di duoi mali è necessario attacarsi al minore. E se voi restate meco, che sarebbe il sommo delle mie consolazioni, chi mi caverà dalle mani e dalle insidie di questi ingrati, e chi mi può meglio di voi procaciarmi aiuti? Di gratia non mi affligete più replicando. Et io so che mi trovai da lui lontano ben dieci leghe senz’accorgermi d’haverlo lasciato, perchè il dolore mi cavò fuori da miei naturali sentimenti.

Pensò egli bene il sospirato mio marito e Re, e nondimeno l’evento delle cose per la malvagità della medema Fortuna, che rese inutili le mie fatiche, ha reso sfortunata la mia partenza del Regno.

Se il Re Luigi mio fratello e Signore fosse sopravivuto, era la giornata molto ben pensata, perché nell’animo suo reale più poteva la [p. 21 modifica]generosità, e il fine della gloria di qualsivoglia interesse privato; però li suoi ministri si ricordano delle an iche inimicitie con gl’Inglesi, e se riavessero voluto agiutare la rovina della gran Bretagna, non le potevano fare più a tempo. La Regina mia Cognata udiva cortesemente e con patienza, con le querimonie del nostro misero stato, qualche tratto ancora de i moti primi e naturali d’una Regina giustamente sdegnata, e ingiustamente oppressa. Mi compativa, lacrimava meco, e si ricordava d’essere come Io Regina e Donna, e Madre, e mi prometteva ogni assistenza. Ma quel sole che mi rallegrava la mattina, mi uccideva tramontante la sera, perchè il Conseglio difficultava tutto. Chi havesse creduto al Cardinale Mazzarino, haverei messo il piede in mare col più potente esercito al soccorso de nostri perduti regni, che fosse uscito già mai dalla Francia, e confesso che su le prime m’ingannò. Ma sapete però che anco a voi io scrissi che costui trattava da Corteggiano Italiano, lontano dalla sincerità, e che tutto quello che prometteva era inganno per adormentarmi.

Questo nonostante mi scordai d’esser Regina e Figlia del grande Enrico, e lo pregai humiliandomi senza abbassarmi a interporre almeno i suoi offitii per aiuti col Pontefice, e le sue risposte furono il disanimarmi col dire gran male e di lui e del favorito suo, e nondimeno il mio Secretano, quando tornò da Roma, mi riferì tutto il contrario, e che il Papa era pronto ad ogni soccorso, anco col chiamare una Crociata, quando il Re mio Signore si fosse apertamente dichiarato Cattolico.

Fui in procinto per ricorrere personalmente al Re di Spagna mio Cognato il quale sapeva molto bene che vostro Padre haveva conservato sempre affetto grande a sua Sorella. Unica spina che nella sua dolce compagnia mi traffigeva il Cuore. Ma lo vedevo oppresso tanto dalle guerre che gli haveva mosso sua Sorella nella Fiandra, in Allemagna, in Italia e nel Cuore della Spagna, e mi ricordai di quello che una volta mi disse il Re mio Signore e marito che quel Re non è Patrone di disporre le cose sue senz’il Conseglio de Grandi, e che questi sono così superbi, e si tengono così poco disuguali dal medemmo Re, che uno di loro lo riprese, perchè havesse maritata la Infante sua figlia nel Duca di Savoia, che sarebbe stato meglio accasarla con suo figlio, perchè né l’Infante si sarebbe abbassata un deto, né un deto alzato il figlio, e perciò mi risolsi di non fare questo si lungo viaggio. [p. 22 modifica]

Che cosa non feci con l’Ambasciatore Veneto, che stava le hore, e le hore a descrivermi il modo con che la sua Repubblica haverebbe potuto soccorerci?

Gran parlatore, ma senza fondamento, perchè concludeva, che quando le corone si fossero unite a deprimere il Turco, i Veneziani haverebbero poi con tutte le loro forze debellati i nostri ribelli; e io presaga de miei mali le conchiusi che quando avessimo avuto il modo d’inchiodare la Rota della fortuna haveressimo havuto tempo di aspettare le sue promesse. Madama mia Sorella che ha tanta parte meco del mio Cuore mi haverebbe soccorsa de dinari e di gente poderosamente, quando il suocero gli havesse lasciato lo stato così cospicuo de suoi antenati- libero, e senza le miserie, in che la povera principessa si ritrova. Restava il domandare un grosso imprestito de dinari a Genovesi, e mi ricordo che me lo scrivesti voi; li Tesori però di tutta Europa che si ritrovavano in Genova non erano come vi scrissi all’hora, figlio mio, in potere del pubblico, sono bensì de particolari; né noi riavevamo pegni d’assicurare li cambii e lo sborso.

Ma che aiuti potevo io più sperare che dalla mia Casa? e se io non mi lasciai atterrire in vedermi nelle mie stanze reali e native meno honorata e adulata di quello che fossi prima, che mi maritassi, credevo ad ogni modo che il carattere indelebile di figlia del Grande Enrico, fosse l’attrativa maggiore di movere tutti i ministri della Corona di Francia, a soccorermi non solo, ma ad impegnare loro stessi al redrizzo della mia fortuna.

Fu però forza che l’alt l’o hieri venuto il corriero d’Italia con la nuova certa d’essersi il Duca di Modena humiliato a chiedere perdono al Re di Spagna rinunciando suo fratello la protezione di Francia, io dicessi al Cardinale, che fu qua l’ultimo de Prencipi e Ministri a condolersi meco delle mie sciagure: Se voi haveste per me e per la giustitia della mia causa impiegato la metà del dinaro e del soccorso che havete dato a Modena inutilmente e con sì gran vituperio della Francia, con tanti altri Thesori consumati dell’Erario al pupillo mio Nipote nella dirretione de vostri privati interessi in Italia, non havereste occasione di fare meco questo offitio di condoglienza. Al che il Cardinale non replicando, si licentiò subito, e mostrò con questo modo di trattare, di non conoscermi più per Regina e figlia di un Monarcha [p. 23 modifica]di Francia. Tutto questo vi ho voluto dire pet mia giustificatione, e che vediate che per me non è restato di far ogni possibile per aiutare la causa comune, e perchè tanto più si vegga la ingiustitia della Fortuna a separarmi inutilmente dal Marito, e da tutto il mio bene: rispetto che vi deve tanto più far compassionare questa povera e miserabile Vedova, nel cui diluvio delle sue inserenabili passioni, non resta altro arco celeste che il ricordarsi d’esser Madre a Voi, che da vostri spiriti generosi ben si scorge esser degno Figlio a sì gran Padre. E se Dio superiore alla Fortuna vorrà rimettervi nel Trono di lui (che non spero vedere in questi pochi giorni che mi avanzano di vita) lo mostrarete maggiormente. Ma intanto che posso io sfortunata Madre consigliarvi? Le corone di Scotia e Irlanda sono (non ha dubio) ben scale proportionate per portarvi al moderno vostro intiero Regno della Gran Bretagna. Quanto io tema nondimeno sopra la fedeltà dei Scocesi, che a prezzo de puochi danari venderono al Parlamento la vita incomparabile del Re vostro Padre, lo sa il mio afflitto cuore. Se voi vi dichiarate Catholico, come tante volte me lo havete promesso, non ne stimaran essi giusto il titolo? E se non lo fate, con che affetto vi seguirà la Irlanda? Che questa provincia vi debba tradire non lo credo giamai, che chi teme Dio non può essere infedele al suo Principe. Piacesse al Cielo che Arrigo ottavo vostro Avo non havesse appostatato da Dio, che il Regno d’Inghilterra non haverebbe commesso hora così detestabile infedeltà al suo Re, paricidio così esecrabile. Vorrei poter suscitare il Grande Enrico mio Padre, perchè vi facesse una lettione, o mio Figliuolo, del modo con che vi dovete governare con questi Regni. Raccomandatevi però all’Altissimo, che indirizzi le vostre Attioni al fine desiderato, come tutte le hore de i miei puochi giorni saranno con voi, e con l’unirvi con Dio: perchè sono abbatuta e disanimata dal dolore che non mi si riccorda che dirvi d’avantaggio. Non mi fanno già scordare le mie giuste afflitioni i vostri fratelli e quella miserabile Elisabetta che se potessi prima di morire vedere fuori delle mani de traditori, morirei contenta in questa parte almeno. Vi esorto pertanto, cara parte di queste viscere sfortunate, a far ogni sforzo e usare ogni artificio per cavare la innocente vittima del loro furore e vostra degna sorella da Londra; fattelo ve ne prego, ve ne scongiuro per l’anima del Re mio Signore e vostro Padre. Riceverete bene in cambio de consegli clic [p. 24 modifica]vi potrei dare, e che mi chiedete, tutto quello che vi posso dare, con un strettissimo abbracciamento, che vi darà in mio nome il mio Secretario, cioè le gioie quasi tutte che mi trovo havendone riserbate due sole, l’una per Elisabetta, se gli la potrò dare, l’altra pel sostentamento del poco tempo che mi resta di vita, mentre licentiata la Corte, mi ritiro con due sole Dame, il Secretario, il Confessore, a vita privata, per fornire gli miei giorni con minore disturbo che sia possibile, e disinvoltura del mondo, dovendo voi restare sicuro, che quest’anima che spera eterno riposo nel’imperturbabile felicita, pregarà per voi e per gli vostri felici progressi, mentre per fine resto la medema vostra

Miserabile si ma

Svisceratissima Madre.


Un altro documento simile al precedente, e abbastanza curioso esso pure, è quello che ci presenta il foglio 185 della Miscellanea stessa in copia della solita mano: si tratta nientemeno che delY Anticristo, di cui si accerta la nascita, si descrive l’aspetto, si riferiscono parole ed opere.

Il documento sarebbe una lettera del «Gran Mastro dell’Ordine di Gerusalemme» a Madama Reale di Savoia, data non a Malta ma a Torino, a’ 28 di agosto del 1653; il Gran Maestro sarebbe secondo l’inizio della lettera un «Gran Duca d’Aguaglio». Ma che risponda ad una realtà non c’è forse in tutto questo che Madama Reale di Savoia, qual’era e chiamavasi Maria Cristina di Francia, che nel 1653 traversava il sedicesimo anno della Reggenza, quasi a mezzo quel periodo che il Riccotti27 chiama il periodo della Reggenza dissimulata.

Ma nessuno che risponda a quel nome d’Aguaglio presso gli storici dell’Ordine Gerosolimitano28. Del resto già quel dato di [p. 25 modifica]Torino, e quel titolo di Gran Duca, ci avvertono che siamo in presenza di una pura e pretta finzione. Forse non è che una satira, fors’anche un segno di risveglio delle idee, dirò così, anticristiche.

Nel 1597 moriva il gesuita Stefano Tucci autore di un dramma in esametri latini sul giudizio finale, che vivente l’autore venne rappresentato in Roma nella basilica dei SS. Apostoli, nel qual dramma l’Anticristo, come di diritto, ha non poca parte. Fu tradotto in versi italiani dal siciliano Antonio Cutrone, arciprete della chiesa collegiata e parrochiale dei SS. Celso e Giuliano in Roma, già stampato in Roma stessa nel 1673 (Tinassi), col titolo: Christus Judex. Tragoedia P. Stephanì Tuccii e Soc. Jesu; sacpius habita, semper cìtm admiratione spedata29. Il Domenicano F. Tommaso Malvenda pubblicava, pur a Roma, nel 1 604, i suoi De Antichristo libri undecim, rifusi poi ed ampliati nei due volumi De Antichristo, stampati a Lione nel 1647. Come si vede, tocchiamo all’epoca della nostra lettera; ed è notevole, che nel primo di quei volumi, al capo XIII, si dice espressamente che la patria dell’Anticristo ha da essere Babilonia di Siria, non Roma o Gerusalemme come è detto da altri30. Il Calmet, che nella sua Dissertalion sur l’Ante-Christ31, raccoglie quanto sull’Anticristo aveva avuto corso fino ai suoi giorni, non accenna né alla lettera, né alla lettera, né alle idee particolari in quella espresse.

A nostri giorni l’Anticristo ha trovato ancora (all’infuori dei teologi ed esegeti cattolici che non lo possono dimenticare) chi s’è occupato particolarmente di lui nel signor Guglielmo Bous [p. 26 modifica]set32; il suo libro non mi dà alcuna luce, né poteva darmela, stanti’ il modo onde tratta l’argomento; ma mentre volevo dare il documento a titolo di curiosità, la pubblicazione del Bousset mi avverte ch’esso può riuscir gradito a qualcuno anche a miglior titolo. Ecco dunque il documento:

Copia della lettera mandata dal Gran Maestro di Malta a Madama Reale di Savoia.

Xoi Gran Duca di Aguasdio Mastro dell’Ordine di Gerusalemme faciamo sapere, che habiamo inteso da nostri Ambasciatori venuti da Babilonia, che nelli confini di quel Regno in una Villa chiamata Austria, una Dama di gran beltà, detta la Monarca ha partorito un figliuolo, di cui non si sa il padre. Questo fanciullo è più nero che bianco, ha il collo torto, la testa puntata, la fronte rugosa, gli occhi scintillanti, orechio grande, bocca torta, denti agguzzi, naso schiacciato, ha parlato e caminato doppo l’ottavo giorno di sua nascita, e tanto distintamente che è stato da ognuno inteso. Egli disse esser il Messia, e figliuol di Dio, pretendendo che per lui solo si debba credere.

Gli nostri Ambasciatori l’hanno veduto con meraviglia, et horrore; nel tempo del suo nascimento si sono veduti molti segni nell’aria, un Ecclisse di mezzo giorno, un dragone infocato, et molti altri spaventevoli portenti, i fiumi ingrossandosi, hanno allagato il paese, la casa dove nacque si vide tutta di fuoco il quale sparì.

Interrogato costui dai nostri Ambasciatori della causa di tal prodigio, fece a loro dar risposta, che erano presaggi di memoranda afflittione per coloro che non crederebbero in lui. et esserli tormenti per quelli altri, che non gli darebbono fede; l’istesso giorno della sua nascita tutti li Monti attorno Babilonia minarono, et nell’luoco dove vi era uno di essi, vi rimase una statoa grande di terra, con questa inscrittione in Ebraico: questa è quelV hora della sua nascita. [p. 27 modifica] Ha rissuscitato morti alla presenza de nostri Ambasciatori, resa la vista a ciechi, a sordi l' udito, è sanato ogni sorte d’infirmità.

Gli popoli l' adorano, Dottori, e quantità di persone scientifiche credono in lui, e chi recusa prestargli fede, vien crudelmente ammazzato.

Gli nostri Ambasciatori per seicento miglia hanno sentito una voce che gridava: preparatevi a ricevere il figliuol di Dio; et molti vogliono ch’egli sia Antechristo, e lo prevedono per il nuovo et vecchio testamento.

Avanti si prestasse fede ad una nuova sì strana, habbiamo mandato la detta relazione ai nostri confratelli di Babilonia di detta Città, i quali ci hanno confirmato l’istesso.

Datto in Torino gli 28 agosto 1653.

Nei fogli 192-201 vengono «Quattro Alfabetti sentendosi, et utili ad ogni stato di persona». Sono consigli morali, eccellenti senza dubbio, ma espressi in gra mi versi endecasillabi rimati a due a due. Dopo quattro versi si muta la tetterà iniziale secondo l’ordini dell’alfabeto, senonchè la lettera A è ripetuta in principio del quinto verso. Come si vede una composizione acrostica sui generis.

I fogli 202-206 recano due «Morali» sulla custodia e il buon uso della lingua, dei quali dò un saggio dandone l’argomento e il principio. Chi volesse leggerli per intero, li cerchi nella testé citata vita di S. Benedetto del P. Sangrini a pag. 159 segg., giacché sono trascritti di là, benché non si dica.

Morale. Argumentum. Qui non offenderti in lingua hic perfecuns est vir. Qui moderatur linguam suam prudentissimus est.»

Lingua licet membrum parva inter membra pusillum
Labile, molle sit, ossa tamen fortissima frangit,
Opprobriis lacerat, sannis deridet amicum.

[p. 28 modifica]

Aliud morali de trìplici lingua tt de eius effeciu et mod mine metro elegiaco perpulcrum.

Lingua bona est membrum cuncta Inter membra modestum.
     Pacificum, verax, mite, fidele, pium.
     Ipsa Deum laudat, benedicit, adorat et audit (sic)
     Praedicat, extollit, placat, honorat, amat.

Non mancano alcuni pochi memorabili in prosa: e tutto è della solita mano.

Nel foglio 207 l’abbate di Aquafredda Don Gregorio Tissoni inserisce di sua mano la «Serie degli abbati del monastero di S. Benedetto soppresso l’anno 1430 ed aggregato al nostro monastero di Acquafredda con autorità di Martino l’Sommo Pontefice»: ne ho già dato un cenno scrivendo del padre Ermete Bonomi; non lo ripeterò qui33.

Al foglio 208 la solita mano ne favorisce la «Notta (sic) degli Abbati Commendatarii di S. Ambrogio Maggiore di Milano del 1473 in qua».

Per primo Commendatario è notato il cardinale Pietro Riario, del quale non si dice se non che fu fatto abbate e commendatario l’anno 1473 e cne morì in Roma l’anno 1474 a dì j 1 gennaio34.

Vien secondo il card. Stefano Nardino del quale è detto che «essendo liquefatto il piombo (per qual causa non si dice, né so) della chiesa l’anno 1478, la fece ricoprire con spesa de 300 scudi d’oro e che riscosse i candellieri della sagrestia impegnati con i danari d’una cassina venduta con il consenso delli monaci. Morì in Roma l’anno 1484 il dì 21 settembre»35. [p. 29 modifica]

Terzo abbate Commendatario Giovanni Arcimboldo Arcivescovo di Milano, di cui è notata la morte avvenuta a Roma nel 149036.

Nel foglio 208 (tergo) il nominato Ab. Tissoni da un Codice di Isidoro in Sacravi Scripturam che dice trasportato poi nel monastero di S. Ambrogio, in fine, trascrive la serie degli Abbati del monastero d’Acquafredda. Seguono cinquanta nomi, dopo i quali una nota che dice: Hanc seriem emendatavi et auctam vide in seguenti folio et illustratam opera et studio Don Gregorii Tissoni Aqnaefrigidae abbatis indigìii. Anno 1J32. E difatti nei fogli 209-223 la serie è condotta, con larghe indicazioni di documenti, fino all’anno 1628; per essere poi dall’istesso Tissoni ripresa al foglio 231 «dall’anno 1628 quando fu restituito a’ Superiori di questo Monastero il titolo abbatiale fino all’anno 173...» arrestandosi all’abbate Tissoni medesimo, che si dice venuto al governo nel 1728, e rinviando ad «altro libro che si ritrova nell’archivio per registrare gli atti di questo Monastero».

Nel foglio 223 (tergo; ancora il Tissoni trascriveva un atto di donazione fatto da certo Attone Peregrino per la fondazione del monastero d’Acquafredda, in cuius archivio, dice, originaliter co?iservatur. Difatti il P. Bonomi trovava il documento e ne dava copia diplomatica nel suo volume I dell’Archivio d’Acquafredda, sotto il numero 2937.

Il foglio 224 ci offre qualche cosa di più interessante: è la serie dei nomi e cognomi degli Abbati del monastero di Chiaravalle, con alcune noterelle che non sono senza valore per la storia della Congregazione Cisterciese di Lombardia e della vecchia badia.

La serie si apre così: 1135. Sanctus Bernardus fundator qui in abbatem constituit D. Brnnum. L’anno 1135 va bene; è certamente l’anno della fondazione del monastero di Chiaravalle; ma sarebbe stato altrettanto facile che ben fatto aggiungere all’anno anche il mese e il giorno. Perchè, senza bisogno di ricerche e di studii, [p. 30 modifica]bastava leggere L’iscrizione posta sulla porta che dal chiostro metteva alla chiesa, già ben letta e copiata (sta nel codice puricelliano segnato C j6 infer. nella Bibl. Ambros.), ma non altrettanto bene riferita dal Puricelli {Ambros. Basii. Monum., num. 283), esattamente riportata e d’altri argomenti confortata dal Giulini e dal Fumagalli38. Secondo l’iscrizione e, tutto considerato, secondo la verità, è da ritenere, come l’anno 1 135, così il giorno 22 del mese di gennaio. Il Vacandart39 ha ogni ragione di coreggere il Janauschek (Orig. Cister., I, 39) che pone la fondazione del monastero di Chiaravalle ai 22 gennaio 1136 massime se, come dice il Vacandart fio non ho potuto vedere il Janauschek) egli fissa questa data «d’après les nombreuses tables qui la marquent au 22 janvier 1 135»; è anche d’accordo coi nostri migliori scrittori quando dice che a’ 25 di Gennaio (sic per 22, pare) non potè essere che un cominciamento di fondazione; ma oltreché non dice che cosa intenda per questo cominciamento, non vedo affatto come dimostri (non lo fa certo con la lett. 134 di S. Bernardo che cita, e che citano tutti) che quel cominciamento di fondazione fu anteriore alla venuta di S. Bernardo; che la fondazione di S. Bernardo deve mettersi a’ 22 luglio 1135 «il faut plutòt suivre les tables qui la fixent au 22 juillet 1 135»; e che San Bernardo «dès le moi de juillet put bénir les fondaments sinon les murs du nouveau monastére».

Ma di tutte queste cose e segnatamente in che senso e fino a che punto S. Bernardo può e deve dirsi fondatore di Chiaravalle, e se davvero vi assistette in persona, come parve al Giulini ed anche, sembra, al Vacandart, non al Fumagalli; vuol vedersi la dissertazione trigesimaseconda delle Antichità Longobardico-milanesi, che ne tratta per disteso e con ricchezza di documenti e buona critica. Per tornare alla nostra nota, se in qualche vero [p. 31 modifica]senso si poteva dire S. Bernardo e fondatore e primo abbate di Chiaravalle, non si poteva certo fargli succedere immediatamente l’abbate Bruno, o Brunone, mentre il nuovo monastero fu primamente retto dai due priori Balduino e Ambrogio.

E passo avanti, altrimenti non finisco più. E per far più presto quasi non faccio che trascrivere quanto la serie ha di più interessante, non solamente perchè gran parte della storia di Chiaravalle (attinta, com’è naturale il pensare, alle memorie e ai documenti domestici) vi è trasfusa o almeno accennata; ma anche perchè date e fatti qui accennati avranno riscontro in un altro codice chiaravallese, che non è il Libro dei prati, e del quale darò presto notizia.

1215. D. Albertus Monachus Cerreti postea Abbas Claraevallis et postea Episcopus laudensis 12 1840.

1254. D. Albertus de Pedullis qui composuit pacem inter Mediolanenses discordantes inter se.

1278. D. Albertus de Pedulis qui firmavit pacem inter Torrianos el Vicecomites41.

1290. D. Paulus de Besana sub quo obiit in Monasterio Clara3vallis Otto Vicecomes Archiepiscopus Mediolani et Dominus42.

1305. D. Marchisius de Vedano sub quo Guglielmina fcemina pessima43 sepulta est in Clarajvalle (sic).

1313. D. Gregorius de Colombis qui fecit multos Oblatos et Oblatas.

[p. 32 modifica]

1356. I). Christophorus de Terzaghfa cui Bonifaciua Papa IX concessit omnia indunicnta Pontiiìcalia in solemnitatibus44.

[390. 1). Antonius Fontana, iste iecit fieri Anno 141245 Capellam sacristiae Clancvallis, Capellam prope portam Monasterii et forestariam ibi coniunctam.

1421. D. Andreas de Mirabilibus qui renunciavit Abbatiam propter cupiditatem Ducatorum 4000 contra voluntatem totius conventus et possessionem de Noseto 1433, 9 octobris, et Episcopus factus est Vasturatensis46 in Regno Neapolitano ab Eugenio 4.

1443. D. Ioannes de Posbonellis Prior Clarajvallensis cum titulus Abbatialis translatus fuisset in R. m0 Cardinali Aquiliensi47

1465. D. Ioannes Posbonellus, hoc anno facta fuit reformatio Monachorum Claravallis et divisa bona immobilia inter Monachos Claravallis et Ascanium Mariam Sfortiam Commendatarium, et hoc anno fratres Tusci venerunt habitare in monasterio Clantvallis et habitaverunt usque ad Annum 1474; et tunc ipsi [p. 33 modifica]discedentes (sic), nostri reversi sunt ad habitandum Monasterium Clara?vallis48.

1466. D. Pacificus Tuscus Prior Pra?latus annualis49.

1474. D. Placidus de Florentia abbas et postea privatus et profligatus.

1477. D. Benedictus de Dulcebonis Abbas sub quo incipit Congretio S. ti Bernardi Lumbardia? in Italia50.

1489. D. Raffael de Alpiaschis qui fuit visitator et Reformator Monialium S. Franche Placentia?51.

1491. D. Benedictus de Crispis cui data fuit auctoritas puniendi (sic per uniendi) Provinciam Tuscia? cum Provincia Lumbardiae

1494. D. Augustinus de Sansonis qui fuit connumeratus inter Agentes lll. mi Cardinalis Ascanii Maria? ut patet ex subscriptionibus.

1496. Robertus de Maletis sub quo facta fuit unio Provinciarum Lumbardia? et Tuscia?, et unio Monasterii S. Ambrosii Maioris Mediolani 1497 cum Congregatione nostra.

1501. Robertus de Maletis sub quo facta fuit divisio Provinciarum Lumbardia? et Tuscia?52.

1509. D. Benedictus de Crispis cuius tempore Ludovicus XII Rex Francorum et Dux Mediolani fuerunt in monasterio Clara?vallis53.

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15 io. 1). Augustinus Sansonus. factum fuit Conciliabolum aut translatum fuit a Pisa Mediolaoi contra Iulium li Papam in quo Conciliabolo interfucrunt quinquc Cardinales et alili Prelati, inter quos fuit D. Augustinus qui postea ductus fnit Romana sub custodia triginta militum ad summum Pontiiicem, a quo benigne fuit auditus et absolutus, et remissus ad propria54.

15 16. D. Augustinus Sansonus sub quo Franciscus primus Rex Francorum et Dux Mediolaoi fuerunt in Monasterio Clanuvallis.

1524. D. Raffael de Bergomis sub quo monasterium Claravallis collegit brentas vini 1268 prò parte Monasterii55.

1528. Esaias de Gallarate sub quo deprasedatum fuit ab imperialibus56 Monasterium Claraevallis et alienata fuerunt bona immobilia prò redimendis Monachis et conversis captivis qui in manibus erant Imperialium.

1535. D. Apollonius de Scaramuciis sub quo fundata fuit Abbatia Viguerias57.

1539. D. Pcificus de Bizzozeris. eius tempore Carolus l’Imperator 1 541 fuit in Monasterio Claraavallis.

1560. D. Theophilus de Applanis sub quo 1 562 translati fuerunt monachi nostri de S. t0 Saba ad S,tam Crucem in Jerusalem Roma?58.

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1565. D. Mathias de Lazaris sub quo S. Carolus Archiepiscopus Mediolani et Legatus fuit in Monasterio Claraevallis59.

1579. D. Juvenalis Orabonus sub quo facta fuit perpetuitas Abbatum 1580 cum Capitulum celebratum fuisset Roma? in Monast.

S. Ti Anastasii trium fontium, et fuit abbas usque ad annum 1586.

159 1. D. Gervasius de Aldis sub quo facta fuit habitatio abbatum addimandata il Pallazzo (sic).

1 598. D. Maximinus de Pavaris sub quo facta sunt Candelabra argentea.

1604. D. Claudius de Gilbertis sub quo Novitiatus a fundamentis factus est.

1613. D. Eusebius de Bizozeris sub qno Ecclesia ornata fuit Picturis et Organum de toto factum, et multa paramenta facta sunt.

1622. D. Jacobus Ripa sub quo facta fuit lampas maior argentea, cum aliis duabus lateralibus.

1625. D. Octavianus de Ferufinis sub quo a fundamentis erectum fuit Porticum ante ianuam Ecclesiae et Refectorium renovatum fuit intus, sicuti nunc est60.

1632. D. Hippolitus de Centoriis sub quo soluta sunt multa debita.

1635. D. Gaspar Novatus sub quo renovatum fuit sacrarium sicuti nunc est Anno 1637.

1638. D. Damianus de Porris sub quo multa facta sunt videlicet (e altro non segue).

1645. D. Bonaventura de Piolis sub quo in primis aedificata est Bibliotheca nova, Chorum61.

1659. D. Carolus Em. Maldura62 sub quo reclusum fuit claustrum.

1674. D. Damianus Latuada sub quo facta sunt pavimentum lateritium, aulasum, multaque paramenta.

1697. D. Galganus Benedicti sub quo facta sunt octo perpulcra candelabra argentea.

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1699. D. Pompeus Castillionajus sub quo factum est aedificium prò serra aquajaria (sic, forse per tiijuaria. e parrebbe trattarsi di una lega idraulica), aliaque perpulcra.

1707. D. Ioannes Maria Puteobonellus sub quo factum est pallium argenteum prò altare majori, renovatum sacrarium quoad pavimentum, et, repositoria paramentorum, et refecta subsellia parvi Camaculi una cum pavimento.

1709. D. Ioannes Andreas Gambarana sub quo renovata sunt subsellia Capituli, et apposita,’ picturae quae renovata fuerunt etiam in tota ecclesia.

1714. D. Georgius Rainoldus sub quo dormitorium fuit restauratimi ac nova fenestrarum structura a vetusta obscuritate ad apertam moderni moris claritatem reductum, cum pluribus aliis ornamentis tam intus quam extra.

1729. D. Rodulphus Terzagus duo brachia in claustro prope novitiatum et palatium a fundamentis excitavit et cellulas super ipsa in dormitorio extruxit. Comitia prò solis Longobardis causa belli sub ipso celebrata sunt et ad sexennium propter bellum protractum eiusdem regimen.

1735. D. Innocentius Gradignani. Paramenta albi coloris auro phrygiata (sic) prò Pontifìcalibus comparavit. Candelabra sex aenea miri operis super Altare maius posuit. Picturam pene collapsam supra Ecclesia scalas reparavit, lampade ferrea aurata, marmoribus et cristallis adiectis, prò Religione, pulcritudine, atque custodia. Hyemalem Chorum iam fere destitutum usui restituii Coronas marmoreas supra monachorum dormitorium pras nimio pondere ruinam minitantes fìrmavit. Officinam aromatariam pluribus auxit. Domos duas in Grantia prò Medico et Barbitonsore aedificavit, pleraque alla tam in Monasterio quam in possessionibus peregit. Anno 1739 hospitem habuit per sex vel octo dies in Claravalle Cardinalem Stampam Archiepiscopum Mediolanensem causa eiusdem solemnis ingressus in Civitatem et etiam ad evitandum Caeremoniale cum Filia Imperatoris Caroli VI desponsata Duci Lotharingiaj et Magno Duce Hetrurias, qui una cum Carolo Lotharingice Principe et ejusdem Fratre Mediolanum sese contulerant inspecturi civitates Insù bria? et Hetrurias63.

1745. D. Laurentius de Georgiis64.

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Al foglio 239 v. (i fogli 247-239 sono in bianco) la stessa solita mano mette in titolo: «La causa perchè si sia messo in Comenda l’Abbatia di Chiaravalle come si presume per quello che segue e puoi è seguito sino ad hora come è scritto in un libro pergamento anticho delli livelli che paga il detto monastero». E compiendo il cenno già dato nella serie degli Abbati dice così: «Ouoniam ignorantia est Mater omnium errorum et Avaritia pecuniae studium habet, idcirco Fr. Andreas de Mirabiliis cognoscens se non esse dignum Abbatiae Monasterii Claraevallis propter ignorantiam ac propter cupiditatem Ducatorum IIII m. nec non possessionis de Nosedo; ipsam Abbatiam renunciavit, contra voluntatem totius conventus nec non omnium amicorum suorum, exceptis duobus, scilicet Zanino Mirabilie ac Bertino Mirabilie fratre ipsius Abbatis qui eum tradiderunt; etc. Et hoc actum est Anno 1433 die 19 Octobris, et haec scripta fuerunt in eius opprobrium». E non nega al povero Abbate il merito d’aver fatto fare la campana grande dell’orologio, che fu poi posta sul campanile grande della chiesa nel 1586, di cui anche ricorda l’iscrizione65. Ma non può perdonargli ne la rinuncia né quel che ne seguì. «Dove ne seguì poi sin dal 1442, se non fu più presto Gherardo Cardinale, riformatore e forse in parte pensionarlo; di poi Lodovico Aquilegiese Cardinale passando poi di uno in un altro come si vede nel foglio seguente». E infatti seguono nel foglio 240: Nomina et cognomina dignitatesque Rev. Comendatariorum Clarevallis Medio lani, e quei nomi e cognomi ci sfilano sotto gli occhi dall’anno 1442 fino al 1624 in numero di tredici (v. sopra, pag. 32), Il pezzo migliore della Miscellanea era riserbato alla fine; un bel pezzo compatto, continuo, abbastanza esteso, proprio quasi a riposo dopo tanto saltare di palo in frasca, quanto abbiamo dovuto fare fino a questo punto.

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È quella che dicevo già potersi prendere per una seconda edizione accresciuta e migliorata dell’opuscolo del buon converso F. Benedetto de Blackis.

Occupa i fogli 255 V.-283; (i fogli 241-255 r sono in bianco) ed ha questo titolo: «Descritione del Monastero di Santa Maria di Chiara valle di Milano et per che causa fu fondato esso monastero».

La descritione è distribuita in 14 capi, dei quali mi devo accontentare di dare solo un rapido cenno.

Il e. I, premesso un cenno sopra S. Bernardo e la prima fondazione di Chiaravalle col testo latino del documento dato in volgare dal Caffi (1. e, pag. 115), ci dà una particolareggiata descrizione della mensa sia dei monaci che dell’Abbate commendatario, col perticato dei fondi. Segue una semplice menzione della consacrazione degli altari del 1196 e della Consacrazione della Chiesa del 1221 (Cfr. Caffi, 1. e, pagg. 9, 55).

Il e. II discorre diffusamente «delle S te Reliquie et argenterii» che tale è il titolo. «Delle quali S te Reliquie» conclude il capo «l’Ill. mo (bona memoria) del Cardinale Borromeo la prima volta che venne da Roma a Milano et che fece l’entrata solemne, si fermò qui in Chiaravalle una notte, e qui celebrò, et ne pigliò una particella di tutte per fare un suo santuario o Reliquiario, perchè all’hora non erano serrate dentro in quelli reliquiarii con li vetri come hora sono». Dove non può dubitarsi che trattasi di S. Carlo, di Federico dicendosi più sotto, al e. ix, che passò a Chiaravalle tre giorni, ciò che il Rivola {Vita di Federico Borromeo, Milano, 1665, pag. 186) non lascia capire.

Il e. Ili tratta «della Capella grande, aitar maggiore et altri» e descrive oltre l’Aitar maggiore, l’ancona del Soiaro, e l’altare dei tre Magi, e il «lettorino» d’ottone, e il presbitero di legno lavorato66.

Il c. IV è tutto nel titolo: «Fabrica della Chiesa, Capelle et facciata del choro». E dà le misure della chiesa «secondo il braccio di legno di Milano» e accenna alle sei capelle «fatte alla moderna» fra le quali una privilegiata, e soggiunge: «Sono anco altre sei Capelle et altari antichi di sopra delle sei nominate nella medesima facciata, che tutti 12 altari guardavano all’Oriente, et [p. 39 modifica]il simile risguardavano altri sette altari che erano per mezzo la Chiesa, secondo l’instituto dell’ordine nostro; et come quasi cosa generale di tutte le chiese che almeno l’aitar maggiore miri all’Oriente; nella qual chiesa mai non entrano donne, per essere nel corpo del Monastero. Ma appresso alla porta vi è una capella di S. Bernardo dove le donne odono messa ogni mattina». Ne vien dimenticata «l’imagine del Salvator nostro» coi versi riportati dal Caffi (1. e, pag. 46).

Il e. l’si occupa «del Campanile» e lo descrive minutamente parlando anche delle cicogne, notando che «alchuna volta si sono numerati fino a venti nidi e più di dette Cicogne, qualle facevano quattro ovvero cinque figliuoli per ciascuna volta, di modo tale che quando si volevano partire, si levavano nell’aria gli vecchi et gli novelli, che era cosa bella a vedere tanti Animali così grandi nell’aria. Pareva che facessero come fano li soldati la mostra o rassegna. E questo facevano intorno alla festa di S. Lorenzo, o fosse piovuto o no; si partivano poi la notte, che nissuno le vedeva. Et hanno perseverato a fare in detto monastero sino l’anno 1574; ma sempre calando a talché più non comparono».

Il e. VI ci intrattiene «del Claustro, Capitolo et refettorio». L’istesso titolo adotta il Caffi (1. e. p. 55) dove sono anche le iscrizioni qui riportate dalla Miscellanea.

Il e. VII è «de Sepolcri diversi», tra i quali uno di Guglielmo Rizzolio «secondo l’epitafio che si legeva; gli altri doi non si sa precisamente che fossero per non gli essere ne epitafio ne manco l’arme o insegne delle lor case»; senonchè «si conosceva che erano Arcivescovi alla mitra et pallio; et si presume che uno fosse Uberto 2 Terzago, l’altro Cast. (Castone o Cassone) Tornano per esservi gli sepolcri delli suoi antichi già per inanzi»; avanti la porta maggiore della chiesa i depositi degli Archimi colla epigrafe: Manfredus Archintus, ecc. (Cfr. Caffi, 1. e, pag. 28, 34, 67).

Il e. Vili discorre «del Dormitorio»; il cui «Corridore disopra è longo br. 196, con le camere o celle da tutte le due parti, qual sono n. 40 in tutto, commode per Religiosi con tre porte et tre scale con li scalini di serizzo. Ha poi di sotto camere grandi per gli forastieri in una delle qualli vi allogiò dentro nelli giorni nostri Carlo Quinto Imperatore; alle quali vi è un claustrino in volta fatto con bello e mirabile artificio, fatto su le colonne, ma [p. 40 modifica]più lontano l’ima dall’altra che non comporta l’uso del fabricare, che molti si meravigliano di essa».

Il IX «del Campanile dell’Horologio» con una minuta ed erudita descrizione dell’orologio stesso; il c. X «dell’Hospitale o sia Chà matta o Casa amata»67.

Il c. XI dà la descrizione «del Vassellone ossia Botte grande», la quale è detta essere «di tenuta di cento carra di Milano che suono (sono) brente n. 600 di vino quale si vede ancora». Le referenze sono le stesse che quelle del Blachi recate dal Caffi; ma agli illustri visitatori della famosa botte nominati dal Blachi (Cfr. Caffi, 1. e, pag. 12 seg.) si aggiungono i seguenti: «1548. Don Ferrante con li suoi figliuoli. 1559. Cristoforo Madruccio Cardinale et Governatore di Milano. 1578. Il Marchese Aiamonte governatore di Milano. 1594 (e 1599) Contestabile Governatore di Milano. 1595 alli 27 agosto. Federico Cardinale Borromeo fece l’entrata e dimorò in Chiaravalle tre giorni in Monasterio e fu visitato da tutta la nobiltà di Milano. 1597. Cardinale Piato (Piatti). 1599 addì 10 Luglio. Il R.mo Signor Francesco Borro (Borri) Germ. (sic) Legato Apostolico fu qui in Chiaravalle detto il Cardinale Tristano»68.

E son ricordati «altri doi vasselli di 600 fra tutti doi».

Il c. XII discorre brevissimamente e per sommi capi «del sito e circuito del monastero» il quale «è tutto in piano ancorché si nomini Chiaravalle o Caravalle, ed è quadro, circondato da muri mediocri per Religiosi, e non per combattere; ma solo per un segno da guardarsi da ladroni. Et tutto il circuito sia braccia n. 1574 alla misura del legno vel circa. Cioè da Levante a [p. 41 modifica]Ponente br. 400 e dall’Austro a Settentrione braccia 367, che saranno passi geometrici n. 557 e br. 22, on. 3».

Il XIII «parla dell’aqua della Vittabbia» quasi colle stesse parole che il Caffi (1. e. pag 17) riporta dal Blachi.

Il XIV ed ultimo si trattiene con manifesta compiacenza «Delle Cicogne» e della leggenda della processione da loro accompagnata, quella per la quale il Fumagalli (v. sopra, pag. 11) confessava di non dividere la ingenua fede di F. Benedetto Blachi, benché e questi e la nostra Decritione dicano d’avere la cosa «per relatione de nostri Padri Venerandi Antichi, che l’affermavano per cosa verissima». È bensì vero, come la nostra Descritione soggiunge, che «di questo non vi è scrittura per essersi perse le scritture che trattavano di cose molto importanti per il monastero di Chiara valle».

E la Descritione si conchiude così:

«Si son scritte molte cose che parerano non siano necessarie a simile Historia, ma s’è scritto per li Curiosi di sapere le cose passate overa che non possino andare a vedere presenzialmente i luoghi che sono lontani, però pigliate quello che più vi piace. E sta (sic) sani. A Dio».

Nei fogli 275-277 seguono copiate, pare, da esemplare a stampa le «Indulgenze concesse da Paolo l’ad istanza del P. fr. Lorenzo da Brindisi Predic. e Cappuccino a dì 2 Marzo 16 io».

Nei fogli 277-278 simile copia di Indulgenze concesse da Gregorio XV, li 23 giugno 1621, al R. P. Giacinto da Casale predicatore Capuccino, annesse a «Benedizioni, Medaglie, Corone, Croci, Agnus Dei» confermate da Urbano Vili li 9 dicembre 1623.

Nei fogli 278 280 hai l’elenco delle «Indulgenze concesse da Paolo V.... alle corone, rosarii, croci, medaglie, et imagini benedette ad istanza delli procuratori della Canonizazione di S. Carlo alli 3 novembre 1610».

Simile concessione ottenevano a’ 12 marzo 1622 i procuratori della Canonizazione de’ S. Isidoro, Ignatio, Xaverio, Theresa e Filippo, e la Miscellanea ce la dà trascritta nei fogli 280-281.

Seguono (f. 281-283) le formole o elenchi delle indulgenze straordinarie ed ordinarie concesse da Urbano Vili; e finalmente le Indulgenze concesse a corone, rosarii, ecc., da Paolo l’a distanza dell’Eccell,m ° signor Don Antonio Medici, e stampate inRoma nel 1695.

Chiude il volume l’indice di tutto il volume stesso. [p. 42 modifica]

La promessa notizia della Miscellanea Clrìaravallese, è ormai data.

La parentela della nostra Descrittone con la Breve descrittone del P. Rusca, se è tradita già dal titolo, è resa manifesta dai continui richiami del testo, tanto continui da dispensarmi dalle singole citazioni. Non mancano però notevoli differenze.

Se poi si confronti anche solo il brevissimo cenno dato della nostra Descrittone con la monografia dal Caffi sull’abbazia di Chiaravalle, non si penerà molto a trovar vero quel che dicevo (v. sopra, pag. 1 2) della Descritione stessa in confronto colla cronaca del Blachi. Più agevole tornerà la bisogna se si vorranno confrontare i testi Blachiani qua e là recati dal Caffi, coi rispettivi passi della Descritione. Il confronto renderà evidente che l’autore delLi Descritione ed ebbe sott’occhi l’opuscolo del buon Converso e vi fece migliorie ed aggiunte.

La cosa deve sembrare naturalissima, se autore della Descritio?

ie fu l’istesso P. Bernardino Corbetta; e questo non solo per la ragione cronologica, che basta a spiegare le aggiunte, sibbene anche per il fatto che l’istessa materia sarebbe passata dalle mani di un Converso a quelle di un Monaco di vero nome, di un Padre, anzi di un Nonno (v. sopra, pag. 5, n.69).

Se questo può anche significare niente affatto per riguardo alle qualità naturali dell’autore, può significar molto per riguardo alle qualità acquisite.

Mentre i Conversi eran dediti piuttosto ai lavori manuali ed all’economia domestica, i Monaci avevano ogni agevolezza di acquistarsi una educazione letteraria e scientifica pei tempi perfetta.

E del 1 245 a 5 di gennaio una licenza data agli abbati Cisterciesi da Innocenzo IV f 1 ) di mandare all’università di Parigi o ad altre scuole i monaci che crederanno idonei agli studii della Sacra Scrittura.

Quest’ultimo richiamo alla monografia del Caffi mi suggerisce un riflesso, e mi persuade una dichiarazione. Nel periodico la Rivista Europea (1843, II trimestre, p. 89-103; IV trimestre, p. 274-305; 1844, H semestre, p. 733-755) Gottardo Calvi faceva un’aspra critica (non dico sempre esatta, massime in taluni [p. 43 modifica]apprezzamenti) sia dal lato dell’arte che, e più specialmente, dal lato della storia, facendo aggravio al Caffi di aver pressoché dimenticati i rapporti storici della vecchia Abbazia con Milano e la Lombardia; e non contento della sua critica riportava in nota ( 1 843, IV trim., p. 30 1 ) la critica non meno sfavorevole, ma più positiva di Carlo Tenca, trascrivendone «una vivace e dotta pagina dell’articolo dettato per altro giornale milanese»70: vivace e dotta davvero quella pagina, una vera gragnuola di numeri, a correggere i dati cronologici del Caffi. E questo è il riflesso. La dichiarazione poi è questa, che né con quello che precede né con quello che segue si è punto preteso di dare una «Illustrazione storie o-monumentaleepigrafica» dell’abbazia di Chiaravalle, ma solo di dar notizia di due codici manoscritti che la riguardano. E poiché ho detto del primo dei due, passo all’altro.

  1. Questa lettera N. che ritorna costantemente finchè trattasi di monaci non di semplici conversi, credo si riferisca al titolo di Nonni che la regola di S. Benedetto assegnava ai monaci seniori (cfr. Arch. Stor. Lomb., l. c., p. 305, nota 1). Nel sec. XVII a quel titolo si erano già da gran tempo sostituiti quelli di domnus, donus, dom, don. In un libro destinato a memorie domestiche, il P. Bernardino Corbetta ha voluto, pare, conservare la terminologia antica, di rigore.
  2. In Studii bibliografici e letterarii; Genova, 1890, pag. 265 segg., dove rifonde alcuni scritti antecedentemente pubblicati. Di strenne e almanacchi popolari c’è parecchio nelle Prose e poesie di C. Tenca, edit. T. Massarani; Milano, 1888; ma nulla sul Gran Pescatore di Chiaravalle.
  3. Briciole Bibliografiche; Como, 1893, p. 39 seg.
  4. La fede di battesimo autenticata in piena forma esiste nella Biblioteca Ambrosiana (Cod. B. S. vi. io, fol. 2).
  5. Bibliotheca Scriptor. Mediol., tom. IL Mediolani, 1745, col. 1775 segg. Molti degli scritti elencati dall’Argelati si conservano nella Biblioteca Ambrosiana. Non è tra questi il volume designato dall’Argelati col numero XXXVI, che doveva contenere parecchie cose intorno a Milano e all’abazia di Chiaravalle, e non lo sono anche non pochi altri tra gli scritti accennati dall’Argelati stesso, né finora mi fu dato trovarli. Riguarda il monastero di Chiaravalle e torna a suo onore quello che si contiene nel volume Vili dei Consulla varia del P. Rancati (ora cod. ambros. A. S. vi. io, f. 419 seg.) sulla introduzione di monaci chiaravallesi di Milano nel monastero di S. Saba (trasferiti poi in quello di S. Croce) in Roma ob eorum vitam exemplarem per ristorarvi la disciplina; e ciò nel 1 5 1 2, per opera del Cardinale Leonardo della Rovere nipote di Sisto IV. Un breve scritto di mano del Rancati dal titolo: De privilegiis et tatibus pralatorum regularium eorumque obligationibus ommesso dall’Argelati si conserva in questo Archivio di Stato (F. R. Chiaravalh. Registri, 23) come anche alcune consulte teologiche che il Rancati inviava qua da Roma (1. e, Studii, 31 e 32).
  6. In grazia del suo catalogo dei codici Sessoriani conservatoci da P. Franco Ferrari, di cui appresso, e ancora esistente nell’Ambrosiana, lo nominarono a’ nostri giorni il eh. dott. von Sickel, Liber Diurnus Rom. Pont.; Uindobone, 1889, p. vm; Trolegomena ium Liber ’Diurnus, Wien, 1888-89 e il eh. prof. Giorgi, Storia esterna del Codice Vaticano del Diurnus c Rpm. Pont; Roma, 1889.
  7. Cfr. Argelati, l.c. Tom. I, par. 11, col. 635 seg.
  8. L. e., col. 603 seg.
  9. Le pagg. 49-79 sono bianche; in seguito i numeri designano non più la pagina, ma i fogli (v. sopra pag. 5).
  10. Cfr. jiiJéhiètìhjOHfahurdico-milanesi. Diss. X, n. 2.
  11. Antich. long, mil, Voi. IV, p. 225, 277.
  12. M. Caffi, Dell’Abbaila di Chiaravalle in Lombardia, illusiraiione storicomonumentale-epi grafica; Milano, 1842, pag. 12, 17 il.
  13. I fogli 84 v, 95 v sono bianchi, mancano due quinterni, e la numerazione salta al foglio 128.
  14. Italia Sacra, voi. IV, col. II 9tg é
  15. Epithalam. Honorii Augusti et Maria, v. 182. Cfr. Milano e il suo territorio, t. I, pag. 3, 79 seg.; C. Romussi, Milano ne’ suoi Monumenti, voi. I, Milano, 1893, pag. 19-21; dove può anche vedersi la raccolta di capestrerie etimologiche fatta dal D. G. Pagani.
  16. Il primo dei citati scritti e del Duchesne, edito nelle Mélanges G. B. De Rossi (Paris, 1892), intitolato S. Barnaba; il secondo e del R. mo Prefetto del nostro Collegio Ambrosiano Dott. A. Ceriani, edito in occasione del Congresso Eucaristico col titolo: Notitia Liturgia Ambrosiana ante saculum XI medium, ecc. (Mediolani, 1895). Al primo scrittore possono farsi non pochi né lievi appunti per quel che riguarda il Rito Ambrosiano e furono anche fatti (cfr. Magistretti, Cenni sul Rito Ambrosiano; Milano, 1895); non per le conclusioni su Barnaba, se non forse d’aver ignorato qualche documento in lor favore. Del secondo scritto mi devo accontentar di dire che in piccolo volume (pagg. i-viii 1-112, in-8) contiene la più abbondante e solida sostanza di cose, frutto (non dico l’intero frutto, devo anzi dire semplice, per non dire avaro, saggio) di lunghi studii sulla Liturgia Ambrosiana, compiuti con una ricchezza difficilmente superabile di ogni mezzo e soggettivo e oggettivo.
  17. Sulla popolazione di Milano e le sue oscillazioni nelle diverse epoche può vedersi quanto ne disse C. Zamdelli in Medi ci unum 9 voi. I; Milano, 1 88 1, pag. 74 segg. Se nel 1636 la popolazione erasi veramente ridotta a soli 60 000 abitanti, è strano che il nostro Racconto non accenni ad un cosi enorme allontanamento dal numero da esso dato come ordinario; il quale per altro si avvicina a quello dato dal Morigia (246000) per l’anno 15 76.
  18. D. Ausonii, Ordo nobilium Urbium, V, Mediolanum.
  19. Al.: Ingenia et mores laeti.
  20. Al.: Labro.
  21. I fogli 135-145 sono bianchi; come un po’ avanti i fogli 169-175 v.
  22. Il titolo esatto della Vita del P. Sangrini è tale: Specuhim et sxemplar Christicolarum. Vita beatissimi Patris Benedicti Ditonachorum Tatriarchae Santissimi per %. P. etc. cannine conscripta. La vita è divisa in articula, seguiti ciascuno da un morale; articoli e morali sono in versi latini, preceduti da argomenti in prosa e da interessanti vignette. La Vita esiste all’Ambrosiana con altre opere e opuscoli del P. Sangrini; era già edita a Firenze nel 1586. Cfr. Brunet, Manuel du libraire, ecc. Tom. l’(Paris, 1864) col. 126.
  23. In appendice agli.Analecta Tlollandiana, tom. VIil segg.; il nostro ritmo è registrato sotto il numero 4146,
  24. In Romanische Studien, I Band, 1871-75, pag. 137 e segg.
  25. F. Tresatti, Le poesie spirituali del B. Iacopone da Todi. Venezia, 161 7, sul fine della prefazione.
  26. L’Elogio citato dava Tanno 1645; il Niceron (l. e.) si appella all’epitaffio dei Biondi, che dice vedersi ancora nella chiesa «li Aubonne. Più copioso dell’Elogio nelle notizie sia della vita che delle opere del Biondi e delle loro edizioni, non dà però l’edizione veneta del 1627 della Donneila desterrada, né quella pur veneta del 1624 deWEromena, né la milanese del 163 3 del Coralbo (tre prolissi e strani romanzi con qualche allusione a personaggi contemporanei), nò la bolognese del 1647 della Hìstoria delle guerre civili d! Inghilterra tra le due case di Lancastro e di Jork, alla quale accennava il Tiraboschi (1. e). Le mentovate edizioni esistono tutte all’Ambrosiana.
  27. Storia della Monarchia piemontese, Firenze, 1861-1869, Voi. VI.
  28. Non ho veduto il VeRTOT, Histoire des Chevaliers Hospitaliers de Saint Jean de Jerusalem, Paris, 1726; ma credo mi possa bastare il silenzio, se non del Paciaudi, Memorie de’ gran Maestri del sacro militar Ordine Gerosol. (Parma, 1780) che s’arresta troppo prima del 1600, nò quello del Dal Pozzo, Historia della Sacra Religione militare di S. Giovanni Gerosolimitano detta di Malta (Venezia, 1703-1715) certamente quello del De Salles, Annales de l’Ordre de Malte, Vienne, 1889.
  29. La Biblioteca Ambrosiana possiede una copia contemporanea del dramma Tucciano nel codice I. 205, in-f., n. 7, recentemente studiato e copiato da S. E. il signor C. Ambasciatore Costantino Nigra, che in un foglietto autografo, ora unito al codice, ci regalava le notizie che qui accenno, ed altre ancora.
  30. Cfr. Cornelio a Lapide. Commenturia in Apocalypsin S. Ioannis, cap. XVI 1.
  31. Commentale ÌUUral sur la Biblc. Tom. Vili, 1726, pag. 3 i l’5Cj
  32. Der Antichrist in dir Ueberlieferung des Iudenihums, des neuen Testaments una der alien Kirche. Gòttingen, 1893.
  33. Arch. Stor. Lomb., 30 giugno 1895, pag. 336 segg.
  34. Pastor, Geschichte der Pàpste, voi. II, lib. Ili, II; dà il 5 gennaio dell’istesso anno.
  35. Sassi, Archiep. Mediol. Series* ecc.. voi. Ili, pag. 934 segg., l’iscrizione sepolcrale, che il Sassi (1. e, pag. 943) reca, dice il dì 22 ottobre, XI Calend. Novembris. Cfr. anche Ughelli, Ital. Sac., voi. IV, col. 266; Aresi, Insignii basilicae.... et coenobii S. Ambrosii abbatum chron. series. Mediolani, 1674, pag. 52.
  36. Il Sassi (1. e, pagg. 944-948) con l’Ughelli (1. e, col. 267) Io fanno morire nel 149 1 (2 ottobre).
  37. Cfr. *Arch. Stor. Lomb., 1. e.
  38. Giulini, Memorie, nuova ediz., voi. Ili, p. 223 seg.; Antichità Longobara. mil.. voi. IV, p. 192 seg. Cfr. anche Caffi, 1. c, pag. 55.
  39. E. Vacandart, Vie de S. Bernard, Paris, 1895, voi. I, pag. 578, n. 2, voi. II, p. 555.
  40. Cfr. Arch. Stor., 1. e, pag. 349, nota (2).
  41. È lo stesso che il precedente; dei buoni ufficii di pace da lui ripetutamente interposti cfr. Giulini, Memorie, n. ed., voi. IV, pagg. 524, 656; cfr. anche R. Rusca (’Breve descriitione del Monastero di S. Ambrosio, ecc. con la descriltione del Monastero di Chiaravalle, Bergamo, 1626, pag. 46) citando il Corio, che infatti ne parla agli anni 1258 e 1279.
  42. Il Caffi (1. e, pag. 21) sembra far morire l’Are. Ottone sotto Pah Alberto Pedulli.
  43. Cfr. Cadi, 1 e, pag. 89 segg. ed ivi gli altri nostri.
  44. Dal 1 3 1 3 al 1356 la nostra serie non si mostra punto interrotta, ma anche qui manca l’abbate Lanfranco Settala del Puccinelli (cfr. Caffi, 1. e, pag. 59 seg.). Il breve di Bonifacio IX recato in volgare dal Caffi (. e, pag. 127) è diretto all’ab. Fontana; sta colla nostra serie, per il Terzaghi, il Rusca (1. e, pag. 47).
  45. Il Caffi (1. e, pag. 21, 63) assegna l’anno 141 3.
  46. Sic: né una sede di tal nome, né un vescovo Andrea de Mirabilibus è dato dal Gams nelle Chiese del Regno delle due Sicilie. Il p. Roberto Rusca (1. e, pag. 50) lo dice vescovo Undinense; ma la difficoltà rimane la stessa, né l’ho sciolta pensando che si dovesse forse leggere Fundinense (Fondi); l’Ughelli (Ital. Sac.,lV.. 143) dice episcopus ugentinus; ma poi nò lui (1. e. IX, no segg.) né il Gams [Series Episcoporum, pag. 958) lo danno tra i vescovi di Ugento.
  47. Il secondo di fatto nella serie degli Abbati Commendatari di Chiaravalle, Lodovico Scarampi Card, di S. Lorenzo in Damaso, Patriarca d’Aquilea. Dissi di fatto, perchè di fatto Io aveva preceduto, benché senza il titolo di Commendatario, il Card. Gerardo Landriani. (Cfr. Rusca, 1. e, pagina 50, col quale convengono i dati della -Miscellanea, che più sotto accenno.) Il P. Rusca (1. e.) nomina come primo semplice ’Priore un D. Antonio Isolano fatto poi Abbate del Monastero di Acquafredda: ne il Rusca, né il Caffi parlano del Pozzobonello.
  48. Entra in qualche particolare di questa riforma, della venuta dei Toscani (i Cisterciesi di Settimo, dell’esodo e del ritomo dei Chiaravallesi il Rlsca (I. e, pag. 50 e segg.).
  49. Nessuno, ch’io sappia, nomina questo D. Pacifico come primo abbate annuale. Prima della Commenda gli abbati di Chiaravalle non dovevano, ma potevano essere perpetui, come risulta anche dalla nostra Serie; furono annuali o triennali dopo il Meraviglia fino al 1580 (v. pag. seg.) poi di nuovo perpetui. Cfr. Caffi, 1. e, p. 21 segg; Rusca, 1. e, p. 40. Il Caffi nomina un Girolamo de Dominici (dei Toscani) che dev’essere il D. Arsenio de Domenici del Rusca (1. e, pag. 51), il quale come primo priore sembra dare (1. e, pag. 52, mentre a pag. 53 dice il titolo abbaziale restituito da Sisto IV l’anno 1474) il D. Placido (Serguadagni, altro Toscano), che il Caffi (1. e, pag. 22) da per secondo abbate annuale e che la Serie nomina come abbate nella nota seguente, per la quale vedasi il Rusca (1. e.): attendibili solo fino ad un certo punto e il Rusca e l’autore della Serie nei loro apprezzamenti, per avere troppa parte in causa.
  50. V. Caffi, 1. e, pagg. 22 e 32; Rusca 1. e, pag. 52.
  51. Delle monache di S. Franca parla passim il Campi nella parte seconda dell’[Ustoria Ecclesiastica di Piacenza; ma s’arresta all’a. 1435.
  52. Dell’unione di diversi priorati e monasteri, tra i quali quello di Sant’Ambrogio, parlano e il Rusca (1. e, 53) e il Caffi (1. e, pag. 22, segg.), ma non dell’unione e divisione delle due Provincie accennate dalla Serie.
  53. Di queste come delle altre presenze sovrane qui solo accennate, darà qualche notizia il libretto di cui sopra.
  54. Concorda il Rusca (1. e, pag. 54). Il Conciliabolo di Pisa, come ben lo chiama l’autore della Serie, si trasferiva a Milano a’ 7 di dicembre del 15 11, né desiderato né ben accolto dai Milanesi; non era che una montatura e uno strumento del re di Francia, in cui mano stava allora Milano Qui ebbero luogo le sessioni iv-viii. Nella sessione IV predicava il Procuratore generale dei Cisterciesi, e una delle ultime Congregazioni generali (4 maggio 15 12) aveva luogo nella basilica di S. Ambrogio. Cfr. Hefele, Conciliengeschichte, vili, pag. 486 e segg.
  55. Si deve calcolare forse più che altrettanto per la parte del Commendatario secondo la divisione dei beni tra il Commendatario stesso e i monaci fatta non nel 1466 (Caffi, 1. e, pag. 22), ma nel 1465, se vogliam credere alla nostra Serie (v. sopra, all’a. 1465) suffragata non solo dal Rusca (1. e, pag. 51), ma anche dall’esemplare autentico della divisione stessa, che trovasi all’Archivio di Stato (F. R. Conventi. Chiaravalle. Fondazioni), con note di ciò che seguì fino al 1505.
  56. Non è d’uopo dire chi fossero questi Imperiali quando il Brunswich e il Leyva campeggiavano nelle nostre povere regioni. Il Rusca (1. e, pag. 45) accenna ai tristi eventi, ma li assegna all’anno 1527.
  57. E l’abbazia di S. Ambrogio di Voghera, benché non ne parli il Montemerlo (Nicolò) nel suo 7{accoglimento di nuova historia dell’antica città di Tortona, Tortona (16 18).
  58. V. sopra, pag. 8, nota 2.
  59. E fu precisamente a 22 di settembre, verso il tramonto. Cfr. GiussaniRossi-Oltrocchi, De Vita et Tebus gestis S. Caroli, col. 50, nota (a).
  60. L’espressione a fundamentis sembra dar ragione al Thode, che nel piano della vecchia chiesa di Chiaravalle sopprime il portico, contro I’Anlart (Origines francaises de l’Archìtecture Goihique en Italie, Paris, 1894, pag. 70) che dice antichi i muri laterali del portico stesso.
  61. Cfr. Caffi, 1. e, pag. 84, ed ivi il Puricelli: non parlano né della biblioteca ne del coro. Di altri dei Piola sepolti a Chiaravalle parla il Cafìi stesso (1. e, pag. 81 segg.).
  62. Un uomo di gran valore questo D. Carlo Emanuele Maldura: si può vedere lo splendido elogio che ne fa il Puricelli {’Dissertai. Naar. cap. 151, n. XIV. Anche il Catalogo della nostra Miscellanea reca col suo nome Carolus de CStalduris la nota: Vir natus ad sublimia sed ab invidis pressus.
  63. Della difficoltà cerimoniale e del relativo espediente non ha parola il Sassi.
  64. Cfr. Archivio Stor. Lomb., 30 giugno 1895, pag. 306 ( 1 ).
  65. Cfr. Caffi, 1. e, p. 21, 62, 65 seg. dove riporta le iscrizioni delle campane più recenti. Trascrivo quella della vecchia campana, da aggiungere, col nome del fonditore, a quella recata dal cav. V. Forcella, nella interessante prefazione al volume XI delle sue Iscrizioni delle Chiese, ecc., (pag. xxix e seg.): «Anno 1423 Magistcr Joannes de Marcia me fecit, existente Abbate Andrea de Mirabilijs A domo tua quaesumus Domine spiritales nequiti.ic repcllantur >>.
  66. Cfr. Caffi, 1. c. pag. 44 seg.; Rusca, 1. c. pag. 58 seg.; non parlano del «lettorino».
  67. Della Chamatta parlava anche il Blachi e ne parla il Caffi (1. e, pag. 12) e quasi colle stesse parole della Miscellanea, la quale aggiunge che il luogo dove si faceva l’elemosina, «ai poveri pellegrini, che passavano innanzi et indietro sino al giorno d’hoggi si addimanda la panatera». E ci dà la notizia che «una è tra Fiorenzuola e Borgo San Donino; l’altra fra detto Borgo e Castel Ghelfo (sic). Una era per Chiaravalle di Piacenza, dettola Colomba; l’altra per Fonte vivo detto Chiaravalle di Parmeggiana: ambedue per scontro a detti Monasteri».
  68. Del Card. Flaminio Piatti v. Ciaconio, IV, 233; dell’altro non ho trovato traccia, neppure nella Storia della Famiglia ’Borri scritta da Felice Calvi. Milano, 1882; ma chi sa di che Borro si tratta?
  69. Elie Berger, Les Règistres d’Innocent IV. Paris, 1881-97, n. 897; il Potthast l’omette.
  70. Di qual giornale si parli non ho potuto verificare, nonostante l’aiuto del eh. editore delle Prose del Tenca, nelle quali l’articolo non compare: e forse non vide la luce del pubblico altrimenti che nella nota del Calvi.