La Canzone del Paradiso/V. Il Consiglio del Popolo

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V.
IL CONSIGLIO DEL POPOLO

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Lente il domani sulla città rossa
suonano le campane del Comune.1
Suona la grande, suona la minore:
chiamano ognuna il suo Consiglio a’ brievi.
5Dice la gente: — Forse re Manfredi,
fatto suo stuolo, è per guastar la terra? —
Chiama i Consigli con le due campane
il Podestà Manfredi da Marengo.
Vanno i Seicento, vanno i Cinquecento
10a quelle voci, e vanno l’Arti e l’Armi,
coi lor massari, e salgono le scale
de’ Primiceri con brusìo velato.
Entrar li vede il Popolo, mentr’esce
di casa o chiesa; che non sa, ma fida.
15Li vede entrare, e vede Bonacursio
     che ferreo sta sul limitare.

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E nella sala grande del palagio
sono i potenti Consoli ne’ loro
panni rosati, con la lor famiglia
20di zendal bianco divisata e rosso.
Gli adiutatori siedono e i notari
e il cancelliere, e dritti, con le mani
nelle capaci maniche, due frati,
un bianco, un bigio, un con la croce rossa
25cucita al petto, un con la corda ai lombi.
Il Podestà siede nel mezzo: aspetta.
Ecco i Seicento ed ecco i Cinquecento
e’ ministrali. Con brusìo sommesso
siedono attorno. I due trombetti un segno
30dànno di tromba, e il naccarino picchia
le gracidanti nacchere, e i due frati
     intonano il grand’inno sacro.

Si queta l’inno, come a larghe ruote
scesa dal cielo un’aquila rombando.
35Fatto silenzio2, alto e soave parla
il Podestà: «Magnifici e potenti
Consoli, a cui serrare e disserrare
si dà3: per vostra volontà qui feci,
giusta il costume, al suon delle campane
40e con la voce dei bandizzatori,

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questi assemblar del Popolo e Comune
minor Consiglio di Credenza e il Grande.
E qui, di vostra volontà, dimando,
a li uni e a li altri, che mi dian consiglio.
45Buona è la massa cui ripose alcuno,4
di puro grano, per il pan del giorno,
ma in essa è un tristo lèvito. Bologna
     ha bona omnia5 ... fuor ch’una».

Odono attenti le parole austere.
50Ma ora avvien, come d’un lieve soffio
ch’urta la foglia, scuote il ramo, fruga
l’albero, tutto agita il bosco, e passa.
Fatto silenzio, alto e soave parla
il Podestà:6 «Vi sono uomini astretti
55al suolo altrui, come le quercie e li olmi;
sì che nè a essi nè a’ lor figli è dato
lasciar quel suolo, se il signor non voglia.
Uomini schiavi ha questa dolce terra
di libertà, manenti ed ascriptizi
60et arimanni, gente di masnada.
Li può bollare nella faccia il donno,7
legar li può sul cavalletto al sole,
onti di miele, e tôrre lor la vita,
     oh! senza libertà non cara...».

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65Più forte vento urta le foglie, squassa
li alberi, tutto agita il bosco, e passa.
Fatto silenzio, alto e soave parla
il Podestà: «Dunque in onor del Cristo,
e della Madre, ed in onore e prode
70della Città del Popolo e Comune,
piacciavi: quei che vivono e vivranno,
dentro le mura e fuori delle mura,
e ora e sempre, liberi sien tutti,
e sia la loro libertà difesa
75dalla Città dal Popolo e Comune.
E niuno, laico o clerico, più osi
muover quistione ad affermar che alcuno
sia servo o serva della sua masnada.
E niuno più porti sul collo il giogo,
     80o lieve o grave, o legno o ferro».

Note

  1. [p. 81 modifica]“Bonacursio Prefetto del Popolo (credo, Capitano del Popolo; il Ghir. ama cangiare in [p. 82 modifica]belle parole romane i nomi degli uffizi comunali) alli 25 di Giugno (anno 1256) raunò gli Antiani, Consoli (Antiani e Consoli sono tutt’uno), Maestri delle Arti et dell’Armi (Massari, credo), con tutti i Consiglieri così del picciolo, come del gran Consiglio, et propose loro, se si contentauano, che i Serui, et le Serue, che apparteneuano al Commune, et Popolo di Bologna fossero come tutti gli altri habitatori tanto della Città, come fuori nel contado, o fossero liberi, tutti si contentarono....„ (Ghir. Hist. di Bol. VI, pag. 190 e seg.). “Il Decreto de’ Servi liberati, de’ quali accanto si è detto, fu messo fra le leggi da i legislatori alli 3 di Giugno (anno 1257)...„ (id., ib., pag. 193). Tra fa proposta e la registrazione del Decreto si sbrigò sollecitamente la cosa. In vero “il Pretore (cioè il Podestà), et il Prefetto (cioè il Capitano del Popolo) alli 26 d’Agosto (anno 1256) pronunciarono nel Consiglio Generale, et Speciale, che i detti Serui fossero comprati dieci lire per ciascuno, essendo di anni 14, et quei di manco lire otto....„ (id., ib., pag. 191).
  2. [p. 82 modifica]Vedi Statuta Comm. Bon., I, pag. 482 e prima e dopo. V’è in un d’essi un audiatur che ho tradotto come fosse audeat, ma credo stia bene come sta: “non si senta dire!„.
  3. [p. 82 modifica]Nel sigillo proprio degli Antiani et Consules era S. Petrus cum clavibus in manibus.
  4. [p. 82 modifica]Nel Paradisus voluptatis (vedi più giù) è questa imagine evangelica: “ne massa tam naturalis libertatis, ulterius corrumpi possit fermento aliquo servitutis„.
  5. [p. 82 modifica]Bona omnia: antica, e, si capisce, arbitraria etimologia di Bononia.
  6. [p. 82 modifica]Ricca è la letteratura a questo soggetto della liberazione degli schiavi. Basti [p. 83 modifica]ricordare un dei primi, lo Zamboni con l’insigne opera, Gli Ezzelini, Dante e gli schiavi, e un degli ultimi, l’avv. Arturo Palmieri di cui ho letto con profitto un buono studio che è l’ultimo di lui ma non l’unico: Sul riscatto dei servi della gleba nel contado bolognese.
  7. [p. 83 modifica]Odofredo diceva: Sclavos qui omnes bullantur in facie... tempore estus in meridie spoliasti servum et in equo ligneo ligatum posuisti ad solem, et forte unctum melle. In Atti Dep. Stor. Patr., Serie III, vol. 12, pag. 341: studio di N. Tamassia.