L'aes grave del Museo Kircheriano/Tavola IV. V. VI. VII.

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TAVOLE IV. V. VI. VII.


Le monete coniate in bronzo con la impronta romana e con l’epigrafe ROMANO abbiam veduto che sono mirabilmente acconcie a persuadere, che le [p. 46 modifica]monete fuse con quelle impronte medesime, quantunque manchino di quella epigrafe, appartengono alla medesima Roma. A riconoscere i padroni delle monete disegnate nelle quattro tavole su cui prendiamo a ragionare, incominciano ad aprirci la via le monete coniate e scritte della tavola XII. Quivi sotto i numeri 6. 8. 12. 12. A. e 13. vedesi quel medesimo eroe guerriero che è ne’ semissi delle quattro nostre tavole: sotto i numeri 9. 10. 21, e 22, vedesi il bifronte medesimo degli assi delle tavole VI. e VII : sotto i numeri 6. 7. e 8. v’è ripetuta la clava come in tutta la serie della tavola IV: sotto i numeri 12. 12. A. e 13. v’è scolpita nel solo rovescio la falce, come in tutta la serie della tavola VII. : sotto i numeri 9. 10. e 22 veggonsi trasformati in un Giove in quadriga i fulmini e le ghiande che trovansi nei trienti e nelle semoncie di quelle quattro tavole. Finalmente la Venere frigia degli assi delle tavole IV. e V. può dirsi essere la medesima che qui vediamo sotto i numeri 14. e 15. Questa quasi identità d’impronte è più che bastevole a convincere chichesìa, che còme della moneta romana scritta e non scritta, coniata e fusa un medesimo popolo ne è il padrone; così qui una medesima nazione è la padrona tanto delle fuse che mancano d’iscrizione, quanto delle coniate che l’hanno.

Nel farci a rintracciare questa nazione dichiariamo tantosto, che il giudizio comune de’ moderni numismatici, i quali tolgono a Roma il dominio immediato su queste monete coniate, è da noi tenuto per vero e giusto. Non appartengono esse immediatamente a Roma , perchè Roma ha le monete tutte sue proprie; perchè mancano de’ segni del valore che Roma non lasciò mai di marcare né sull’oro, né sull’ argento, né sul bronzo finché fu in piedi la republica; perchè non hanno le ordinarie impronte delle monete romane; per ultimo perché sono scolpite con un’arte che non è l’ordinaria delle monete romane. Ma non possiamo con eguale facilità entrare nella sentenza di coloro , i quali voglion far dono alle città della Campania di sì pregiati monumenti. Si fanno essi forti su due ragioni che ad una soda critica compariscono molto deboli. La prima è che l’arte in queste monete è bella tanto che s’ assomiglia all’arte campana: dunque conchiudono queste monete sono campane. E noi conchiuderemo con egual diritto, dunque sono lucane se sono belle, o sono delle città della magna Grecia o della Sicilia. Si trae la seconda pruova dalla loro provenienza che è, dicesi, comunemente campana. Non vogliamo negare questo fatto, anzi aggiungiamo la nostra esperienza a confermarlo: ma ci facciamo egualmente testimonj che queste monete comunemente provengono eziandio da tutto quel paese , che si frappone tra il Tevere e la Campania. Faccia qui in Roma chi vuole quelle pruove che da parecchi anni noi veniamo facendo , e si convinca.

Ora la prima ragione non favorisce le città campane più di quel che favorisca le città lucane o sicule : la seconda tanto giova alla provincia posta oltre il Liri, quanto a quella che trovasi al di qua. Convien tuttavia por [p. 47 modifica]mente alla grave differenza che corre tra provincia e provincia. La meridionale non ha quasi città alcuna la quale manchi di monete tutte proprie, con le impronte particolari di ciascuna e il nome delle città distinto l’uno dall’altro. Per opposto la provincia settentrionale truovasi fino a quest’ora in faccia agli studiosi delle nostre antichità sfornita affatto di sì onorevoli monumenti. Apparterrebbono elleno dunque cotali monete anzi alla provincia settentrionale che alla meridionale? Noi ci accingiamo a produrre quivi la storia di que’ fatti, che speriamo avranno virtù bastevole a sciogliere la quistione.

Abbiam veduta questa Roma ricca di moneta fin quasi dalla prima sua origine. Ma i latini, i rutuli, i volsci, gli equi, gli ernici, che fiorivano in una piena virilità, quando Roma usciva appena d’ infanzia, eran dunque privi di moneta? Il fatto si reca a deporre in contrario. Dalle terre de’ ricordati popoli vengono, e non di rado, le monete coniate della tavola XII., e con più frequenza vi vengono le monete delle otto tavole precedenti. Non neghiamo, che la stessa destra riva del Tevere, o, ciò che è lo stesso, l’ Etruria al Tevere vicina, in quest’ultimi anni singolarmente, in cui è stata con eguale avidità e guadagno frugata, ci ha fornite molte di queste monete. Non poteva altrimenti accadere, quando i popoli delle due rive eran tra loro in qualche commercio. Per altro se volessero trasportarsi in Etruria per questa sola ragione le monete fuse di questa prima classe, converrebbe trasportare con loro eziandio le coniate, che sono colle fuse quasi una medesima cosa; al quale traslocamento si opporrebbe e la provenienza ordinaria de’ monumenti, e la lingua in che sono scritti, e lo stile dell’arte con che sono operati. Oltredichè converrebbe negare che fossero etrusche quelle monete che produrremo nella terza classe, e che per invincibili argomenti si dimostrano etrusche: ovvero converrebbe dire che tra etruschi ed etruschi non vi fossero quelle relazioni che ci vengono pur dimostrate dalle monete medesime.

Esclusi i romani, esclusi i campani, esclusi gli etruschi dal primo dominio di queste monete, ci rimangono i popoli che ebber potenza tra il Tevere e il Liri, a cui attribuirle. Ella è nostra opinione che le quattro presenti tavole a niuno tra questi meglio convengano che a’ latini. Essi erano che in questa provincia costituivano una potente confederazione, ed appunto una confederazione ci danno a vedere le nostre monete. In trenta città diverse erano questi popoli ordinati: ma non avrebbe giovato alla comune economiia che ciascuna città si fosse aperta in casa una officina di moneta propria e municipale. Un tanto numero di officine sarebbe stato maggiore del bisogno. Quindi è che le nostre tavole ci scuoprono che si provide al comun bene della confederazione con sole quattro officine collocate certamente nelle quattro principali città del paese. Le impronte di queste monete ne diranno qualche cosa di più chiaro.

Né all’ingegno né all’erudizione, ma al solo magistero dell’occhio debbesi [p. 48 modifica]il merito della distribuzione delle ventisei monete di queste quattro tavole. I dotti in questa scienza numismatica conoscono il disordine in cui finora si sono giaciute; e n’era in colpa il falso sistema che dominava le menti di chi le possedea, e impediva all’occhio il far prevalere i suoi consigli, che in questi studj sono sovente più sicuri che quelli dell’ingegno e della dottrina. Non convalideremo con ragionamenti la giustezza di quest’ordine. La clava raddoppiata in ciascuna delle monete della tavola V. non è solo bastevole ad incatenare indissolubilmente quella seconda serie, ma per la identità delle impronte la prima eziandio, comechè mancante di quel simbolo. Così la piccola falce scolpita su le monete della tavola VII. non pure dissipa ogni sospetto d’errore rispetto a quella quarta serie, ma ne fa indubitata fede eziandio in favor della terza quantunque sfornita di quel rusticano arnese.

Se non che l’occhio non ne avrebbe data mai cosi giusta lezione, se non avessimo saputo raccogliere i monumenti da sottoporre al suo giudizio. All’antico medagliere del Collegio Romano, come può vedersi nella publicazione del De Zelada, mancavano le monete più nobili di questa illustre confederazione latina; mercechè qui non vi aveano gli assi della prima, della seconda e della quarta serie, che infra tutte le ventisei sono i più difiicili a rinvenirsi. Ci recammo quindi con molta vigilanza a riparare così grave difetto; e fu tra mezzo a queste ricerche che finimmo di persuaderci che il Lazio antico era la stanza di questi confederati. Imperocché scegliendo le ben conservate e rifiutando le informi tra le monete di questa confederazione che ci venivano universalmente dalle terre più a Roma vicine, giugnemmo in brevi anni a contarne ben centoquaranta, con la certezza per noi inapprezzabile che un ripostiglio di soli assi primitivi scoperto, sono già otto anni, nella vigna Petagna sotto i cipressi di villa Mellini - Falconieri a monte Mario, ci forniva gli assi della prima, seconda e terza serie, che la prossima Sabina ne mandava l’asse della quarta disotterrato dalle sue campagne, e che nelle vicinanze d’Ostia un ripostiglio anche più numeroso di quello di Monte Mario, avea in questo fratempo messi in luce soli assi della terza serie.

La storia primitiva del Lazio può dirsi al tutto smarrita, se si eccettuino alcune tradizioni che ci sono state tramandate quasi concordemente dai poeti, da’ mitografi e dagli storici stessi dell’antichità. Abbiam da costoro, che i pelasgi congiunti forse agli aborigeni discacciaron di qua i siculi o i qualunque altri essi fossero gli abitatori precedenti, e quivi si eressero in un giusto impero. Pare che avesser costoro a condottiere un cotal Mercurio, pelasgo anch’esso; e che non molto dopo accorresse tra loro come a sicuro asilo un Saturno, cercato, dicono, a morte dal figliuolo Giove. Narrano che Saturno, il quale sembra venisse da regioni meno rozze ed incivili, si facesse a’ suoi ospiti maestro delle arti alla comodità della umana [p. 49 modifica]vita più necessarie. Vogliono che dopo Saturno giugnesse a questi lidi un Ercole sterminatore di masnadieri e di ladroni, e li liberasse segnatamente dalla presenza e dalle atrocità d’un tal mostro, che dalla malvagità sua medesima prendeva il nome di Caco. Per ultimo con unanime accordo ne attestano, che, accaduta appena la distruzione di Troja, un Enea, che per levarsi forse al di sopra della condizione di fuoruscito, e mercarsi le onoranze tributate a’ semidei, spacciavasi figliuolo a Venere, si fece condottiero d’una numerosissima schiera di profughi, e dalla Frigia per la via del mare qua con essi ricoverò. Vogliono che da principio avesse guerra in luogo d’ospitalità; ma che ben presto auguste nozze gli conciliassero l’alleanza de’ principi della provincia; che stabilisse quivi a se medesimo, un regno al cui reggimento non presiedesse se non per poco, quantunque nella discendenza di lui si consolidasse e si facesse diuturno per modo, che i frigj divenissero con gli aborigeni e co’ pelasgi un solo popolo, governato da un capo, uscito dalla reale stirpe di Troja, e che il paese acquistasse così quell’ingrandimento di popolazione e di civiltà che prima non avea. Tra le deliberazioni più solenni prese in tale occorrenza da questi popoli così riuniti, pare fosse la scelta della divinità che proteggesse la confederazione, e del luogo ove raccogliersi in grandi assemblee cosi religiose come civili. Giove fu il dio tutelare, e il monte che levavasi più alto in mezzo al paese parve alle adunanze il più opportuno. Su la cima di questo adoravasi Giove: e a quella falda del monte, da cui tuttora scaturisce la celebrata acqua ferentina, si tenevano le civili adunanze. Lazio chiamossi tutto il paese, latino il nuovo popolo, e laziale fu detto il monte, laziale la divinità a cui il monte era sacro.

Se pur non siamo in errore, una parte almeno di questa storia a noi pare adombrata nel figurato e simbolico linguaggio delle nostre monete. Il bifronte ne indicherebbe l’unione de’ frigj co’ pelasgi: il Mercurio, che nell’asse si congiunge al bifronte, sarebbe il nume o il condottiero de’ pelasgi medesimi: la dea che è ne’ due primi assi, sarebbe la Venere che fu madre al condottiere de’ frigj: l’altra dea che è ne’ semissi della terza e quarta serie, è da noi riconosciuta per una Minerva Ergane più che per qualsiasi altra dea: finalmente l’eroe guerriero che è in tutti quattro i semissi, rappresenta per noi lo stesso Enea. Sarebbe questa la meno improbabile interpretazione del bifronte e delle quattro teste, secondo la corta nostra veduta.

Fulmini e ghiande, falci e clave, caducei e delfini, mani aperte e spole, conchiglie ed astragali, sono i simboli che s’accompagnano alle teste descritte. Continuando l’interpretazione, doneremmo al Giove laziale il fulmine e le ghiande, la quale attribuzione vien confermata dalla moneta coniata; perchè quando si vollero tradurre questi due simboli dalla fusione al conio, si trasformarono in un vero Giove in quadriga armato di fulmine, come può vedersi nelle monete della tavola XII., che hanno il Giove in quadriga [p. 50 modifica]nel rovescio del bifronte. Le falci della quarta serie a niuno meglio possono convenire che al dio falcifero Saturno; come del solo Ercole sono le clave raddoppiate nella serie seconda. Le conchiglie e gli astragali nella lingua de’ latini portano il nome di quella Venere, che è sculta su gli assi della prima e seconda serie. Il caduceo spetta al Mercurio; e quell’animale marino che è ne’ due ultimi trienti, ha esso pure nella lingua del Lazio il nome medesimo di Mercurio: tursio si chiama l’animale, e Turms era quivi l’antico nome di Mercurio. Finalmente stimiamo che quelle mani e quelle spole sieno l’insegna della più utile tra le arti da Minerva alle donne insegnata.

Questo complesso di congetture può essere falso in molte parti: tuttavia noi protestiamo d’averlo attinto alla storia del paese, ponendola a confronto dei monumenti e delle monete, che tutte abbiam trovate in questo medesimo paese. Ma nel rimetterlo al giudizio de’ più dotti, perchè o in tutto o in parte l’approvino o il disapprovino, ci adopereremo di confortarlo con qualche altro argomento, non ad oggetto di far che trionfi la nostra spiegazione, ma perchè ciò che in essa può trovarsi di vero, non abbia a rimaner confuso col falso.

Ella è cosa di fatto per noi, che il bifronte di queste tavole appartiene a questo paese ; ed è sentenza di Servio, seguita da’ più assennati numismatici, che cotesti bifronti ad altro non sieno stati ritrovati, che a significare l’unione di due diversi popoli. La conseguenza più naturale di queste due premesse è per noi quella, che frigj adunque e pelasgi sieno qui congiunti, giacché nella primitiva storia del paese non troviamo qui memoria d’altre unioni. Così tra’ diversi Mercurj della mitologia non sappiamo chi meglio del pelasgico sia congiunto alla storia di questo paese, né chi possa avere, maggior diritto di lui sopra l’impronta del terzo e quarto asse corrispondente al bifronte.

La testa della dea rappresentata su’ due primi assi ne ha dato più arduo argomento di studio, come quella ch’era stata già da molti di noi più dotti dichiarata come testa di Minerva. Abbiam dapprima dovuto trovar ragioni per abbattere la sentenza altrui, quindi rinvenire i fondamenti alla sentenza nostra. Restringiamo quelle ragioni a due semplici osservazioni. Minerva era la dea della saggezza, della costanza, della industria. Gli antichi tanto ingegnosi nella stampare sul volto e nel costume delle, loro divinità e de’ loro eroi questi caratteri, avrebbono eglino, mai trasformate quelle virtù nella eleganza e nella mollezza, che sole si riconoscono sul viso e nell’acconciatura di questa imagine? Pongasi al confronto il dupondio romano col tripondio. Chiaro apparisce, che l’artista il qual modellò quelle due teste, se avesse voluto, in amendue rappresentata la medesima Minerva, le avrebbe modellate presso a poco tra loro eguali. Ora perchè mentr’egli studiasi a segnare questa grave differenza, vorremo noi studiare altretanto a confonderla? E se l’imagine scolpita sul tripondio romano, che è una rozza copia [p. 51 modifica]dell’immagine rappresentata su’ due primi assi latini, non è una Minerva, perchè l’originale vorrà dirsi una Minerva?

A stabilire la sentenza della Venere frigia, adoperavamo questo semplice argomento. Se a quella testa si togliesse l’elmo o il berretto di che si copre, senza toglierle la mitra che le sta sopra la fronte, chi vorrebbe negare a quella dea il nome di Venere ? Ora a noi sembra, che quell’ornamento al capo non possa farle mutar carattere. Anzi aggiungiamo, che la forma di quell’acconciatura è stata con bell’artifizio inventata a viemeglio dichiararlo. Egli è un berretto frigio e ad un tempo un elmo; ma in tal guisa foggiati, che l’uno non nasconde né opprime l’altro. Venere nella Frigia divenne madre; e quegli che colà da lei nacque, si sollevò alla gloria per le imprese di guerra, più che per altra virtù. Ecco ciò che a noi sembra abbia voluto dichiararci quegli che il primo imaginò la forma della testa su cui disputiamo.

Anche contra la Minerva Ergane de’ semissi delle tavole VI. e VII. antiveggiamo non poche opposizioni. Noi inchiniamo a crederla tale per due titoli: l’uno sta nella Minerva della moneta romana, l’altro ne’ simboli dei quattro trienti latini. Ricordavamo testé, che i romani presero da’ latini le loro impronte. Il bifronte truovasi presso amendue i popoli per un medesimo intendimento, ma con le convenienti variazioni: il Giove in luogo de’ fulmini e delle ghiande latine comparisce in Roma col capo laureato, come tra’ latini stessi in più tarda età fu effigiato in quadriga su la moneta coniata: cosi la clava d’Ercole si è qui trasformata nella testa d’Ercole: il Mercurio e la Venere frigia con leggerissima variazione dal Lazio son venuti in Roma. La Minerva stessa a noi sembra che dal semisse latino sia trapassata al triente romano, con la differenza, che nel Lazio Minerva era la dea dell’industria e della domestica economia; in Roma è maestra d’armi e di guerra. Minerva godeva in Roma dopo Giove i primi onori, perchè i primi romani, ch’erano per la maggior parte latini, aveano nella lor prima patria imparato a tributarglieli.

I simboli tutti delle monete latine, tranne le mani e le spole non lasciano nulla di oscuro: perchè la storia del Lazio, il Mercurio e la Venere degli assi hanno con essi una relazione troppo evidente. Ma se il caduceo del sestante ne mostra il Mercurio dell’asse, e il tursio del triente ne addita in particolare, che quel Mercurio è il pelasgico, e non un altro Mercurio; se la conchiglia e il talo ci dicono anch’essi il nome di Venere; perchè in questa serie medesima non potremo noi argomentare a pari, che quelle mani e quelle spole si debbono prendere come insegna della dea del semisse, e che quindi può essa riconoscersi per una Minerva Ergane? Questa non vogliamo che sia una dimostrazione, ma una semplice congettura, su la quale preghiamo i dotti a pronunciare un giudizio, che o ne tolga d’ inganno, o ci confermi nel vero. [p. 52 modifica]La testa dell’eroe guerriero, che è il medesimo in tutti quattro i semissi, pare a noi che possa prendersi per un Enea. Il solo Marte ne sembrava potesse contraporsi al nostro giudizio: ma chi voglia vedere il modo con cui rappresentavasi questo sanguinolento iddio nel paese in cui siamo, guardi nella tavola XII. gli aurei coniati di Roma, che stanno sotto i numeri 1. 2. e 3. e la moneta latina in argento del numero 20. Un’occhiata anche sola vale più che dieci argomenti d’altro genere. A sostenere i diritti di Enea si presenta il Mercurio pelasgico dell’asse terzo e quarto. Costui s’ è qui meritato il primo luogo per la ragione dell’aver guidati i suoi pelasgi a si felice terra, e perchè qui riceve da’ suoi il culto che tributasi alle maggiori divinità. Enea, condottiere anch’esso de’ frigj, avrebbe qui dovuto cedere il primo onore alla madre Venere, deessa maggiore, e tenersi contento di questa seconda sede. Quel vigore che gli si vede stampato in volto, singolarmente nelle monete coniate, sembra ne additi il vigore della età in cui mori della onorata morte di quegli antichi eroi.

Il museo del Collegio Romano conta ora quattordici assi di queste quattro serie: e noi li riputiamo bastevoli a darci una giusta idea del peso generale di questa moneta latina, senza aver bisogno di ricorrere perciò alle parti minori dell’asse. Due di questi toccano quasi le tredici oncie e due le dodici: tre stanno al di sopra delle undici ed uno le eguaglia: gli altri sei stanno tra le nove e mezzo e le dieci. La conseguenza che quindi ne discende si è, sono che probabilmente, anche per questo maggior peso, anteriori di origine alle romane, e che come nelle romane della prima età non v’è una evidente prova di diminuzione di peso, cosi non v’è neppure in queste.

L’enorme differenza per cui qui Roma distinguesi dal Lazio consiste tutta nella diminuzione. Roma scende dalla moneta fusa alla coniata per diversi gradi: i latini non hanno di proprio che quella prima grandezza. La moneta ne è buon testimonio del fatto: la storia ce ne dichiara la ragione, con insegnarci, che Roma nel giro di poco oltre a due secoli e mezzo ebbe spogliato d’ogni nazionalità questo sfortunato popolo, e se l’ebbe quasi fatto servo. Che questo assoggettamento si traesse dietro la soppressione della moneta, non ce lo raccontano gli antichi scrittori; celo dimostra l’esperienza; e non pure rispetto al Lazio antico, ma in generale per tutte quelle genti e città che ne’ secoli posteriori furono fatte suddite a Roma, singolarmente entro i confini d^ Italia. Contuttociò il silenzio degli scrittori antichi non è tale, che non si possa anche da loro ricavare un certo argomento di questa romana prepotenza. Nell’anno 220 della città Tarquinio il superbo chiamò i latini a parlamento nell’usato luogo. Tito Livio (Lib. 1. c. 52.) narra tra le particolarità di quella funesta assemblea gli artifizj adoperati dal tiranno per provedere, ch’eglino d’allora in poi non potessero far mostra d’insegne proprie, ne propria signa haberent. E ancorché si volesse credere, che quel provedimento non avesse una diuturna efficacia converrebbe [p. 53 modifica]forse far violenza alla buona ragione istorica, per persuadersi, che dopo l’infausta giornata del Regillo i latini avesser potuto riacquistare l’intero dominio di loro medesimi. Il riprender che fecero anche dipoi in diverse occorrenze le armi contro Roma, se ben si guardi alla forza della storia, deve tenersi per argomento di servitù piutosto che d’indipendenza o di sovranità. Dopo il 250 di Roma forse i latini furon costretti a chiudere le officine della moneta nazionale, e ad usare la moneta del vincitore.

Che se è malagevole il fissare con certezza il tempo in cui i latini perdettero il diritto della moneta nazionale e propria, non cosi forse sarà difficile l’intendere quale sia stato il tempo e quali i diritti in che e con che i latini poterono riaprire le proprie officine L’orgoglio e l’amor proprio de’ romani si ostinò per secoli interi a non dividere con alcuno, tranne una parte de’ prossimi e benemeriti sabini, la potenza ed il comando ch’erasi con le armi conquistato. Avrebbe voluto di per se solo e allargare l’impero sopra le lontane provincie, e mantenere in soggezione le vicine genti già debellate. I latini in compenso degli ajuti ch’erano pronti a prestar loro in qualsiasi più difficile impresa, chiedevano d’essere messi a parte degl’invidiati diritti della cittadinanza. Ma meno grave sembrava a’ romani il vederseli di tempo in tempo levar contro col furor dell’armi, che accondiscendere a sì equa ed onesta dimanda. Venne finalmente il tempo in cui un impeto più gagliardo d’ambizione vinse questa meschina invidia. Per assicurarsi il trionfo sopra le più poderose genti d’Italia e fuori, ciò che far non potevasi senza una forza molto maggiore di quella che somministrava l’interno della città, discese finalmente Roma ad un nuovo patto, chiamando i latini a godere di que’ privilegi che sono famosi nella storia sotto il titolo di jus Latii. I rutuli, i volsci, gli equi, gli ernici, gli aurunci a poco a poco entrarono anch’essi a parte del jus Latii: perciò lasciata la varietà degli antichi nomi, si disser latini anch’essi, e Latium novum chiamossi tutto il paese. Plinio tace il tempo e ricorda il dilatamento di questi confini (H. N. Lib. III. 9.). La prima volta dal Tevere per ben cinquanta miglia s’allargò sino alla città e al monte di Circe a Tiberi Circeios: la seconda giunse alle rive del Garigliano nomen Latii procurrit ad Lirim amnem. Se i molti studj posti su la provenienza, su le impronte e su l’epigrafi di queste monete ne valessero a qualche buon effetto, l’effetto sarebbe quello d’averci palesato, che queste monete appartengono al tempo e al paese di cui stiamo favellando.

L’intramischiamento delle impronte e l’epigrafe ROMA e ROMANO verrebbono a confermare la nostra opinione. Finché durò l’indipendenza di queste genti, ciascuna ebbe le particolari sue impronte, le quali, come può ravvisarsi ad una sola occhiata che diasi alle monete primitive e fuse, non si confondono mai tra loro cosi, che una serie paja quasi innestata nell’altra. Ma nel Lazio nuovo il rutulo, il volsco, l’ernico, il latino non ha più alcun diritto sopra la divisione antecedente, e l’uno unisce la propria impronta [p. 54 modifica]a quella dell’altro, senz’alcuna gelosia. Agli antichi confini municipali era succeduta l’ampiezza e la grandezza della cittadinanza romana. Perciò nello stabilire il modo della nuova loro moneta, pare si obbligassero verso i romani a non adoperar le primitive loro appellazioni, che non avrebbono avuta più una vera significazione, ma a scolpirvi sopra la vera città a cui appartenevano, ROMA, e il vero diritto di che godevano, ROMANO.

Venendo al particolare delle impronte latine stampate su le monete coniate della tavola XII., osservino gli studiosi, ch’elle non sono più che sei. Il Giove armato di fulmine che è una traduzione del fulmine e della ghianda, il bifronte, l’Enea, la falce e la clava. Il bifronte del numero 21. è in oro, per cui merita d’essere considerato come la più splendida infra tutte queste monete, niun’altra delle quali è in questo metallo. Direbbesi che su questo monumento nobilissimo i latini abbiano voluto stamparci l’imagine del patto, con che a’ romani si collegarono; quand’ebbero ottenuta la sospirata cittadinanza. Se ha verità l’ordine che noi diamo a queste monete, quel rovescio non potrebbe avere una più ragionevole dichiarazione. Il rovescio degli altri bifronti in elettro ed argento n. 22. 9. 10. non domandano più lungo discorso, l’Enea de’ numeri 6. e 8. congiungesi ad un cavallo, che mostreremo in appresso appartenere forse a’ rutuli; ne’ numeri poi 12. 12. A. e 13. l’Enea s’accoppia ad un busto di cavallo che è forse de’ volsci. Questa congiunzione de’ latini co’ rutuli e co’ volsci non ha fondamento e verità, se non nell’epoca del jus Latii, fatto comune a tutte quelle genti.

Un altro fatto di qualche rilevanza pare che a noi si scuopra in queste monete coniate. Erano quattro le serie delle monete latine fuse, e ci davano ragione di credere, che appartenessero alle quattro città più illustri fra le trenta di cui componevasi la confederazione latina: nelle coniate a noi sembra di non ravvisarne che tre. Sarebbe la prima quella dell’Enea col busto di cavallo nel rovescio, la seconda quella dell’Enea e il cavallo in corsa nel rovescio, la terza quella del bifronte. Una giusta analogia pareva che richiedesse, che il primo Enea si stesse da se senza l’unione d’alcun simbolo; il secondo per opposto avesse la doppia clava, quale realmente qui ci si offre al guardo. Cosi il primo de’ bifronti esser dovea, com’è, senza simbolo, e vi avrebbe dovuto essere un secondo bifronte accompagnato alla falce. Ma questo secondo bifronte manca affatto, e la falce, a cui doveva accompagnarsi, ne comparisce invece congiunta all’Enea nella prima serie.

Ne giova qui palesare un altro arcano. Nel ripostiglio di monte Mario erano riuniti agli assi romani quelli altresì della prima, della seconda e della terza serie latina: il quarto vi mancava. Anche nelle grandi publicazioni fatte dal Buonarroti, dall’Arrigoni, dal Passeri, dal Guarnacci, dal De Zelada quest’asse della quarta serie mai non s’affaccia. Noi non ne avremmo avuta la prima idea, se il Montfaucon non ce l’avesse data; e non l’avremmo forse mai potuto possedere, se la incomprensibile ricchezza di queste terre suburbane non ne avresse fatto, sono ora due anni, il prezioso dono. [p. 55 modifica] II difetto del ripostiglio di monte Mario; il difetto in che truovansi le più splendide collezioni di aes grave, che sono state finora publicate; il quasi totale difetto della quarta serie latina nelle monete coniate della XII. tavola dovea necessariamente condurre i nostri studj a rintracciarne la cagione. Ne comunichiamo a’ lettori il risultato, senza alcuna presunzione d’aver colto nel segno. Il Superbo presso Livio (Lib. I. 52.) predicava a’ latini, che eglino erano tutti oriundi da Alba. Or se Alba era la metropoli della nazione, non ci sarà disdetto il conchiudere, che fra le quattro città principali del Lazio, nel cui seno si eressero le quattro officine per la moneta, fin dai tempi primi di Roma, ebbe forse Alba il primo luogo. Ma essa appunto fu quella, contra cui la romana prepotenza fece una delle prime e più solenni sue prove, schiantandola dalle fondamenta. Si può quindi con qualche probabilità argomentare, che la prima delle quattro officine latine a rimanere soppressa fosse l’albana. Da questa soppressione poi avrebbe sua origine la maggiore rarità dell’asse della quarta serie.

Il ricomparire che fa la falce di questa quarta serie fusa nelle monete della prima serie coniata, non sarebbe un mistero gran fatto difficile a interpretarsi; se si volesse ammettere, che i latini della seconda epoca, nel ristabilire le loro officine, avesser voluto rinnovare in una d’esse la memoria della metropoli che più non era.

Facciasi anche un ultimo passo in questa investigazione che è forse la più curiosa di quante finora ne sono state tentate nello studio di questo aes grave. Quali sarebbono elle state mai queste quattro città privilegiate dell’antico Lazio? Sopra Alba non possono cader dubbj. Tuscolo, Aricia e Lanuvio sono dopo Alba nelle antiche memorie di questa provincia le più rinomate ed illustri. Le altre periere sine vestigiis: queste quattro sono quasi le sole che rimangano superstiti; quantunque Tuscolo ed Alba sieno state con diverso nome rifabricate altrove; ciò che in parte è accaduto anche a Lanuvio rispetto al nome, ad Aricia rispetto al luogo. Se ad Alba appartenesse l’asse più raro, a Tuscolo apparterrebbe forse il più comune che è quello del bifronte senza falce. Noi guidandoci colla direzione della storfa troviamo i tusculani primeggiare tra i latini dopo la distruzione d’Alba : anche perciò non sapremmo dove meglio collocare la zecca dell’oro, elettro ed argento, ove furono coniati i bifronti della tavola XII. Aricia era tra le città latine la più prossima alla sfortunata Alba. L’antica territorio albano divenne, dopo la memoranda distruzione di quella città, territorio aricino; e su queste terre appunta cominciò poca dipoi a nascere la nuova Alba, venuta ne’ moderni tempi a tanta celebrità e floridezza tra i sobborghi di Roma. Gli Aricini, divenuti quasi padroni del territorio d’Alba, potrebbe essere che nello stabilire la loro, seconda officina per la moneta, volessero riprodurre quella falce non tanto a rinnovare le rimembranze del beato secolo di Saturno, quanto quelle della tradita metropoli. Agli aricini per tal modo avrebbe appartenuto la prima serie latina senza clava, egualmente che le monete [p. 56 modifica]coniate in argento e bronzo con la falce: quindi a’ lanuvini rimarrebbe il possesso delle monete fuse e coniate col simbolo appunto della clava. Niun si lasci prendere alla illusione di questo tentativo: confessiamo di non averlo qui descritto perchè ne crediamo veri i risultati, ma solo per mettere alla pruova il più solido ingegno di tanti altri numismatici italiani e stranieri, che molto più addentro di noi sanno leggere in questi preziosi monumenti.

L’ordine del discorso che abbiamo tenuto intorno alla moneta romana, esiggerebbe ora, che dicessimo poche parole intorno all’arte con che sono operate queste monete. Ma posciachè elle hanno molte virtù comuni con l’altre tutte non romane di questa prima classe, perciò ad evitare le nojose ripetizioni, di che tanto è costretto ad abbondare questo genere di scritture, aspetteremo di ragionarne in comune verso il fine di questa medesima classe.