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RAGIONAMENTO CL. I. 53

be forse far violenza alla buona ragione istorica, per persuadersi, che dopo l’infausta giornata del Regillo i latini avesser potuto riacquistare l’intero dominio di loro medesimi. Il riprender che fecero anche dipoi in diverse occorrenze le armi contro Roma, se ben si guardi alla forza della storia, deve tenersi per argomento di servitù piutosto che d’indipendenza o di sovranità. Dopo il 250 di Roma forse i latini furon costretti a chiudere le officine della moneta nazionale, e ad usare la moneta del vincitore.

Che se è malagevole il fissare con certezza il tempo in cui i latini perdettero il diritto della moneta nazionale e propria, non cosi forse sarà difficile l’intendere quale sia stato il tempo e quali i diritti in che e con che i latini poterono riaprire le proprie officine L’orgoglio e l’amor proprio de’ romani si ostinò per secoli interi a non dividere con alcuno, tranne una parte de’ prossimi e benemeriti sabini, la potenza ed il comando ch’erasi con le armi conquistato. Avrebbe voluto di per se solo e allargare l’impero sopra le lontane provincie, e mantenere in soggezione le vicine genti già debellate. I latini in compenso degli ajuti ch’erano pronti a prestar loro in qualsiasi più difficile impresa, chiedevano d’essere messi a parte degl’invidiati diritti della cittadinanza. Ma meno grave sembrava a’ romani il vederseli di tempo in tempo levar contro col furor dell’armi, che accondiscendere a sì equa ed onesta dimanda. Venne finalmente il tempo in cui un impeto più gagliardo d’ambizione vinse questa meschina invidia. Per assicurarsi il trionfo sopra le più poderose genti d’Italia e fuori, ciò che far non potevasi senza una forza molto maggiore di quella che somministrava l’interno della città, discese finalmente Roma ad un nuovo patto, chiamando i latini a godere di que’ privilegi che sono famosi nella storia sotto il titolo di jus Latii. I rutuli, i volsci, gli equi, gli ernici, gli aurunci a poco a poco entrarono anch’essi a parte del jus Latii: perciò lasciata la varietà degli antichi nomi, si disser latini anch’essi, e Latium novum chiamossi tutto il paese. Plinio tace il tempo e ricorda il dilatamento di questi confini (H. N. Lib. III. 9.). La prima volta dal Tevere per ben cinquanta miglia s’allargò sino alla città e al monte di Circe a Tiberi Circeios: la seconda giunse alle rive del Garigliano nomen Latii procurrit ad Lirim amnem. Se i molti studj posti su la provenienza, su le impronte e su l’epigrafi di queste monete ne valessero a qualche buon effetto, l’effetto sarebbe quello d’averci palesato, che queste monete appartengono al tempo e al paese di cui stiamo favellando.

L’intramischiamento delle impronte e l’epigrafe ROMA e ROMANO verrebbono a confermare la nostra opinione. Finché durò l’indipendenza di queste genti, ciascuna ebbe le particolari sue impronte, le quali, come può ravvisarsi ad una sola occhiata che diasi alle monete primitive e fuse, non si confondono mai tra loro cosi, che una serie paja quasi innestata nell’altra. Ma nel Lazio nuovo il rutulo, il volsco, l’ernico, il latino non ha più alcun diritto sopra la divisione antecedente, e l’uno unisce la propria im-