Il ritorno dalla villeggiatura/Atto II

Atto II

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Atto I Atto III

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ATTOSECONDO.

SCENA PRIMA.

Camera di Leonardo.

Leonardo solo.

Io non so che mi fare. Penso, e i miei tristi pensieri, anzichè suggerirmi il rimedio, mi spingono alla disperazione. Io non so più in Livorno come sussistere, e non ho il modo e non ho il coraggio di allontanarmi. Che dirà di me la signora Giacinta? Come potrò io pretendere dal signor Filippo la di lui figliuola e gli ottomila scudi di dote nello stato miserabile in cui ora sono? Povero me! Fra le mie disgrazie non cessa ancora di tormentarmi l’amore. Oh cieli! Ecco il signor Fulgenzio. Arrossisco in vederlo: mi ricordo delle sue ammonizioni, de’ suoi consigli, e so d’averne abusato. [p. 284 modifica]

SCENA II.

Fulgenzio e il suddetto.

Fulgenzio. (Eccolo qui il pazzo, il prodigo, l’infatuato).

Leonardo. Riverisco il mio carissimo signor Fulgenzio.

Fulgenzio. Servitor suo. (sostenuto) Si è divertito bene in campagna?

Leonardo. Caro signore, non mi parlate più di campagna. Le ho concepito un odio sì grande, che non andrei più a villeggiare per tutto l’oro del mondo.

Fulgenzio. Sì, il proponimento è buono. Il male è che l’avete fatto un po’ tardi.

Leonardo. È meglio tardi che mai.

Fulgenzio. Basta che si sia in tempo, e che il proponimento non nasca dall’impotenza, piuttosto che dalla volontà di far bene. (con caldo)

Leonardo. Io non credo di essere in tal precipizio....

Fulgenzio. E che cosa vi resta per essere rovinato più di quello che siete? Volete vendere a me pure lucciole per lanterne? Mi maraviglio di voi. Mi maraviglio che abbiate avuto il coraggio d’imbarazzare un galantuomo della mia sorte a chiedere per voi una fanciulla in isposa. Voi sapevate lo stato vostro, e chiamasi un tradimento, una baratteria bella e buona. Ma dal canto mio ci rimedierò: farò sapere al signor Filippo la verità; faccia poi egli quel che vuole, me ne vo’ lavare le mani, e faccio un solenne proponimento di non imbarazzarmi mai più.

Leonardo. Ah! signor Fulgenzio, per amor del cielo, non mi mettete all’ultima disperazione. Giacchè sapete lo stato mio, movetevi a compassione di me. Io sono in circostanze lagrimose, che non mi resta alcun angolo in cui sperare di rifugiarmi, sarò costretto ad abbandonarmi alla più disperata risoluzione. Senza roba, senza credito, senza amici, senza assistenza, la vita non mi serve che di rossore, che di pena. Assistetemi, signor Fulgenzio, assistetemi; sono sull’orlo del [p. 285 modifica] precipizio, non fate che termini la mia casa con una tragedia, con uno spettacolo della mia persona.

Fulgenzio. Se foste mio figliuolo, vorrei rompervi l’ossa di bastonate. Ecco il linguaggio de’ vostri pari: son disperato, voglio strozzarmi, voglio affogarmi. A me poco dovrebbe premere, perchè non ho verun interesse con voi. Ma son uomo, sento l’umanità, ho compassione di tutti; meritate di essere abbandonato, ma non ho cuore di abbandonarvi.

Leonardo. Ah! il cielo vi benedica. Salvate un uomo, salvate una desolata famiglia. Liberatemi dal rossore, dalla miseria, dalla folla de’ creditori.

Fulgenzio. Ma che credete? Ch’io voglia rovinar me per aiutar voi? Ch’io voglia pagarvi i debiti, perchè ne facciate degli altri?

Leonardo. No, signor Fulgenzio, non ne farò più.

Fulgenzio. Io non vi credo un zero.

Leonardo. In che consistono dunque le esibizioni che finora mi avete fatte?

Fulgenzio. Consistono in volermi adoperare per voi con dei buoni uffizi verso di vostro zio Bernardino, con delle buone parti verso chi ha più il modo di me, e qualche maggior obbligazione di soccorrervi nelle vostre disgrazie. E se impiego per voi il tempo, i passi, e le parole, e i consigli, faccio più ancora di quello che mi s’aspetta.

Leonardo. Signore, io sono nelle vostre mani; ma con mio zio Bernardino non si farà niente.

Fulgenzio. E perchè non si farà niente?

Leonardo. Perchè è sordido, avaro, e non darebbe un quattrino, chi l’appiccasse1; e poi ha una maniera così insultante, che non si può tollerare.

Fulgenzio. Sia come esser si voglia, si ha da far questo passo, si ha da principiare da qui per andare innanzi. Se non v’aiuta lo zio, chi volete voi che lo faccia? [p. 286 modifica]

Leonardo. È vero, non so negarlo: tutto quello che dite, è verissimo.

Fulgenzio. Venite dunque con me.

Leonardo. Sì, vengo, ma ci vengo malissimo volentieri, (in atto di partire.)

SCENA III.

Vittoria in abito di gala, e detti.

Vittoria. Una parola, signor Leonardo.

Leonardo. Ditela presto, ch’io non ho tempo da trattenermi.

Vittoria. Voleva dirvi se volevate venir con me dalla signora Giacinta.

Leonardo. Ci verrei volentieri, ma presentemente non posso. Andateci voi. Sappiatemi dire come sta, come vi riceve, come parla di me, e in quale disposizione si trovi rispetto cu nostri sponsali.

Vittoria. Voi non l’avete ancora veduta?

Leonardo. No, non l’ho potuta ancora vedere.

Fulgenzio. (Sollecitatevi, signor Leonardo).

Leonardo. Eccomi. (a Fulgenzio)

Vittoria. Caro fratello, se principiate a diminuire le attenzioni per lei, sapete com’ella è, vi resta pochissimo da sperare.

Leonardo. Signor Fulgenzio, mezz’ora prima o mezz’ora dopo, mi pare sia lo stesso.

Fulgenzio. (Vostro zio va a pranzo per tempo, e dopo pranzo è solito di dormire). (a Leonardo)

Leonardo. (Non perdiamo tempo dunque). (a Fulgenzio)

Vittoria. S’ella mi domanda di voi, s’ella si lamenta che non mostrate premura di rivederla, che cosa volete ch’io le dica per iscusarvi?

Leonardo. (Non si potrebbe differire a andar dallo zio dopo desinare?) (a Fulgenzio)

Fulgenzio. (Volete un’altra volta vedervi la casa piena di creditori?) [p. 287 modifica]

Leonardo. (Cospetto! sarebbe per me una nuova disperazione).

Fulgenzio. (Andiamo. Liberatevi da quest’affanno di cuore).

Vittoria. Stupisco, signor fratello, che dopo quel che è accaduto in villa, usiate tanta freddezza in una cosa che vi dovrebbe interessare all’estremo.

Leonardo. (Ah! sì; Vittoria non dice male. È pericolosa l’indifferenza. Giacinta non mostra per me grand’amore, e tutto le potrebbe servir di pretesto).

Fulgenzio. (O venite, o vi pianto). (a Leonardo)

Leonardo. (Un momento per carità). (a Fulgenzio)

Vittoria. (Ehi! Ricordatevi di quella visita che ha fatto la signora Giacinta alla gastalda di Montenero). (a Leonardo)

Leonardo. (Oh malizioso rimprovero che mi trafigge!) Signor Fulgenzio, non potreste andar voi dallo zio Bernardino, e parlargli, ed intendere....

Fulgenzio. Ho capito! buon giorno a vossignoria, (in atto di partire)

Leonardo. No, trattenetevi; verrò con voi. (Dovunque mi volga, non ravviso che scogli, che tempeste, che precipizi). Andate, dite alla signora Giacinta.... non so che risolvere.... ditele quel che vi pare. Andiamo. (a Fulgenzio) Son fuor di me; non so quel che mi voglia. S’accrescono i miei timori, le mie angustie, le mie crudeli disperazioni. (parte con Fulgenzio)

SCENA IV.

Vittoria, poi Guglielmo e Ferdinando.

Vittoria. È insolentissimo questo vecchio. Ma nello stato in cui siamo, convien credere che mio fratello abbia bisogno di lui, e convien soffrirlo. Oh, oh, ecco il signor Guglielmo! È tempo che si degni di favorirmi. Ma c’è con lui quello sguaiato di Ferdinando. Pare che Guglielmo lo faccia a posta. Pare ch’egli fugga l’incontro di esser meco da solo a sola. Quest’è segno di poco amore. Sempre più si aumentano i miei sospetti.

Ferdinando. (Ma, caro amico, ho i miei affari: io non mi posso trattener lungamente). (a Guglielmo) [p. 288 modifica]

Guglielmo. (Scusatemi. La visita sarà breve. Ho necessità di parlarvi). (a Ferdinando) (Giacchè ci ho da venire per mio malanno, la compagnia d’un terzo mi giova). (da sè)

Vittoria. (Hanno de’ gran segreti que’ due signori).

Ferdinando. M’inchino alla signora Vittoria.

Vittoria. Signore, che mai vuol dire ch’ella con tanta bontà mi frequenta le di lei grazie? (a Ferdinando)

Ferdinando. Sono qui in compagnia dell’amico.

Vittoria. Ha paura a venir solo il signor Guglielmo?

Guglielmo. Signora, scusatemi. Fin ch’io non ho l’onore di essere vostro sposo, parmi che il decoro vostro esiga questo rispetto.

Ferdinando. Ma, signori miei, quando si concludono le vostre nozze?

Vittoria. Quando piacerà al gentilissimo signor Guglielmo.

Guglielmo. Signora, sapete meglio di me che un matrimonio non si può concludere su due piedi.

Ferdinando. Avete fatta ancora la scritta?

Vittoria. Signor no, non ha ancora trovato il tempo per eseguire questa gran cosa che si fa in un momento, e che dovea esser fatta al nostro arrivo in Livorno.

Guglielmo. Non mi è ancora riuscito di poter avere il notaro.

Ferdinando. E che bisogno ci è di notaro? Tali scritture si fanno anche privatamente. Mi era esibito di servirvi io a Montenero; e lo posso far qui, se volete.

Vittoria. Se si contenta il signor Guglielmo.

Guglielmo. Per verità, il signor Leonardo mi ha incaricato di rintracciar il notaro. L’ho già veduto, e siamo in concerto ch’ei si ritrovi qui questa sera. Non mi pare che gli si abbia a fare una mala grazia, e che dalla mattina alla sera vi sia quest’estrema necessità per anticipare.

Vittoria. Via, via, quando si ha da far questa sera....

Ferdinando. Io credo che la signora Vittoria di già lo sapesse che si doveva in oggi sottoscrivere questa scritta.

Vittoria. Perchè credete voi ch’io il sapessi? [p. 289 modifica]

Ferdinando. Perchè si è vestita da sposa.

Vittoria. No, v’ingannate. Sono vestita un poco decentemente per far visita alla signora Giacinta.

Guglielmo. Volete andar ora dalla signora Giacinta?

Vittoria. Sì, certo; giacchè l’ho da far questa cerimonia, me ne vo’ spicciare immediatamente.

Guglielmo. Andate sola?

Vittoria. Voleva che venisse con me mio fratello; ma i suoi affari non gliel’hanno permesso.

Guglielmo. Vi servirò io, se lo comandate.

Vittoria. Oh! signor Guglielmo, la ringrazio della bontà che ha per me; questa è la prima volta ch’io la ritrovo meco così gentile. No, no, signore, non le voglio dar quest’incomodo. (ironicamente)

Ferdinando. (Ora principia la visita a divertirmi).

Guglielmo. Signora, scusatemi. Io credo che l’andarvi insieme non sia che bene. Sono in debito anch’io di far un simil dovere col signor Filippo e colla signora Giacinta; e se mi accompagno con voi, non ne dovreste essere malcontenta.

Vittoria. Mi ricordo il vostro saggio riflesso. Finchè non siete mio sposo, non è conveniente che ci veggano andar insieme.

Ferdinando. Dice bene; parla prudentemente. Andate voi a sollecitare il notaio. Io avrò l’onor di servirla dalla signora Giacinta.

Vittoria. Non sarebbe mal fatto che al mio ritorno, fra un’ora al più, vi ritrovassi qui col notaio. (a Guglielmo)

Guglielmo. E volete andare col signor Ferdinando?

Vittoria. Sì, andrò con lui, per non andar sola.

Guglielmo. Con lui vi piace, e con me vi dispiace?

Ferdinando. Io mi esibisco per far piacere ad entrambi.

Vittoria. Con lui non posso essere criticata. (a Guglielmo)

Guglielmo. Sì, signora, ho capito. Il mio cattivo temperamento v’annoia. Il signor Ferdinando è spiritoso e brillante. Principiate assai di buon’ora a farmi comprendere che io devo essere un marito poco felice. Parliamoci chiaro, signora: se io vi dispiaccio, siete ancora in libertà di risolvere. [p. 290 modifica]

Vittoria. Se non avessi amore per voi, non m’inquieterei per la vostra freddezza, e non vi darei tanti stimoli per sollecitare la scritta.

Guglielmo. Dite d’amarmi, e in faccia mia preferite un altro?

Ferdinando. Ehi! amico, sareste per avventura di me geloso?

Vittoria. Non credo mai che vi venissero in capo di tai pensieri. (a Guglielmo)

Guglielmo. Io non penso fuor di ragione; e mi persuado di quel ch’io vedo.

Vittoria. Signor Guglielmo, parlatemi con sincerità.

Guglielmo. Io non vi posso parlare in miglior modo di quel che vi faccio. Dicovi che questo è un torto che voi mi fate, e che non mi credeva di meritarlo.

Vittoria. (Mi ama dunque più di quello ch’io supponeva).

Ferdinando. Signori, se io ho da esser d’incomodo, me ne vado immediatamente.

Guglielmo. No, no, restate pure; e servite la signora Vittoria.

Vittoria. No, caro signor Guglielmo, non prendete la cosa in sinistra parte. Vi chiedo scusa se ho potuto spiacervi. Vi amo colla maggior tenerezza del mondo. Ho da essere vostra sposa, e da voi solo vogl’io dipendere. Verrò con voi dalla signora Giacinta. Tralascierò d’andarvi, se pur piace.

Guglielmo. Il nostro debito ci sprona egualmente a quest’atto di convenienza.

Vittoria. Andiamoci dunque immediatamente. Scusi, signor Ferdinando, s’io non mi prevalgo delle sue grazie.

Ferdinando. Si serva pure. Per me sono indifferente.

Guglielmo. Il signor Ferdinando favorirà di venir con noi.

Vittoria. Ma non c’è bisogno....

Guglielmo. Sì, signora, ce n’è bisogno per quella massima di onestà, di decoro, che io ho suggerita, e che voi avete approvata.

Ferdinando. Sicchè dunque io ho da servire di comodino.

Vittoria. Ah! signor Guglielmo, se è ver che mi amate....

Guglielmo. Via, andiamo prima che si avvicini l’ora del pranzo. [p. 291 modifica]

Vittoria. Eccomi pronta, come vi piace.

Guglielmo. Amico, favorite la signora Vittoria. (a Ferdinando)

Ferdinando. Volete ch’io le dia braccio? (a Guglielmo)

Guglielmo. Sì, fateci quest’onore.

Vittoria. E perchè non lo fate voi? (a Guglielmo)

Guglielmo. So le mie convenienze, signora. Mi basta di non essere maltrattato.

Vittoria. Ma, io certamente....

Guglielmo. Signora, un poco più di rassegnazione: vi prego di lasciarvi servire.

Vittoria. Obbedisco. (Principio ad essere un po’ più contenta). (dà la mano a Ferdinando)

Ferdinando. (Per dire la verità, mi fanno fare certe figure.... basta; mi consolo che al pasto nuziale ci avrà da essere la mia posata). (parte con Vittoria)

Guglielmo. (Quanto mai ho dovuto fingere e faticare, per cogliere l’opportunità di rivedere Giacinta). (parte)

SCENA V.

Camera in casa di Bernardino.

Bernardino in veste da camera all’antica, e Pasquale servitore; poi Fulgenzio.

Bernardino. Chi è che mi vuole? Chi mi domanda? (a Pasquale)

Pasquale. È il signor Fulgenzio che desidera riverirla.

Bernardino. Padrone, padrone. Venga il signor Fulgenzio, padrone.

Fulgenzio. Riverisco il signor Bernardino.

Bernardino. Buon giorno, il mio caro amico. Che fate? State bene? È tanto che non vi vedo.

Fulgenzio. Grazie al cielo sto bene, quanto è permesso ad un uomo avanzato che principia a sentire gli acciacchi della vecchiaia.

Bernardino. Fate come fo io, non ci abbadate. Qualche male si ha da soffrire; ma chi non ci abbada, lo sente meno. Io [p. 292 modifica] mangio quand’ho fame, dormo quando ho sonno, mi diverto quando ne ho volontà. E non bado; non bado. E a che cosa s’ha da badare? Ah, ah, ah, è tutt’uno! non ci s’ha da badare. (ridendo)

Fulgenzio. Il cielo vi benedica: voi avete un bellissimo temperamento. Felici quelli che sanno prendere le cose come voi le prendete.

Bernardino. È tutt’uno, è tutt’uno. Non ci s’ha da badare. (ridendo)

Fulgenzio. Sono venuto ad incomodarvi per una cosa di non lieve rimarco.

Bernardino. Caro signor Fulgenzio, sono qui, siete padrone di me.

Fulgenzio. Amico, io vi ho da parlare del signor Leonardo vostro nipote.

Bernardino. Del signor Marchesino? Che fa il signor Marchesino? Come si porta il signor Marchesino?

Fulgenzio. Per dir la verità, non ha avuto molto giudizio.

Bernardino. Non ha avuto giudizio? Eh capperi! Mi pare che abbia più giudizio di noi. Noi fatichiamo per vivere stentatamente; ed ei gode, scialacqua, tripudia, sta allegramente: e vi pare ch’ei non abbia giudizio?

Fulgenzio. Capisco che voi lo dite per ironia, e che nell’animo vostro lo detestate, lo condannate.

Bernardino. Oh! io non ardisco d’entrare nella condotta dell’illustrissimo signor marchesino Leonardo. Ho troppo rispetto per lui, per il suo talento, per li suoi begli abiti gallonati. (ironico)

Fulgenzio. Caro amico, fatemi la finezza, parliamo un poco sul serio.

Bernardino. Sì, anzi; parliamo pure sul serio.

Fulgenzio. Vostro nipote è precipitato.

Bernardino. È precipitato? È caduto forse di sterzo? I cavalli del tiro a sei hanno forse levato la mano al cocchiere?

Fulgenzio. Voi ridete, e la cosa non è da ridere. Vostro nipote ha tanti debiti, che non sa da qual parte scansarsi.

Bernardino. Oh! quando non c’è altro mal, non è niente. I debiti non faranno sospirar lui, faranno sospirare i suoi creditori. [p. 293 modifica]

Fulgenzio. E se non vi è più roba, nè credito, come farà egli a vivere?

Bernardino. Niente; non è niente. Vada un giorno per uno da quelli che hanno mangiato da lui, e non gli mancherà da mangiare.

Fulgenzio. Voi continuate sul medesimo tuono, e pare che vi burliate di me.

Bernardino. Caro il signor Fulgenzio, sapete quanta amicizia, quanta stima ho per voi.

Fulgenzio. Quand’è così, ascoltatemi come va, e rispondetemi in miglior maniera. Sappiate che il signor Leonardo ha una buona occasione per maritarsi.

Bernardino. Me ne consolo, me ne rallegro.

Fulgenzio. Ed è per avere ottomila scudi di dote.

Bernardino. Me ne rallegro, me ne consolo.

Fulgenzio. Ma se non si rimedia alle sue disgrazie, non averà la figlia, e non averà la dote.

Bernardino. Eh! un uomo come lui? Batte un piè per terra, e saltano fuori i quattrini da tutte le parti.

Fulgenzio. (Or ora perdo la sofferenza. Me l’ha detto il signor Leonardo). Io vi dico che vostro nipote è in rovina. (sdegnato)

Bernardino. Sì eh? Quando lo dite, sarà così. (fingendo serietà)

Fulgenzio. Ma si potrebbe rimettere facilmente.

Bernardino. Benissimo, si rimetterà.

Fulgenzio. Però ha bisogno di voi.

Bernardino. Oh! questo poi non può essere.

Fulgenzio. E si raccomanda a voi.

Bernardino. Oh il signor Marchesino! è impossibile.

Fulgenzio. E così, vi dico, si raccomanda alla vostra bontà, al vostro amore. E se non temessi che lo riceveste male, ve lo farei venire in persona a far un atto di sommissione, e a domandarvi perdono.

Bernardino. Perdono? Di che mi vuol domandare perdono? Che cosa mi ha egli fatto da domandarmi perdono? Eh! mi burlate: io non merito queste attenzioni; a me non si fanno di [p. 294 modifica] tali uffizi. Siamo amici, siamo parenti. Il signor Leonardo? Oh! il signor Leonardo mi scusi, non ha da far con me queste ceremonie.

Fulgenzio. Se verrà da voi, l’accoglierete con buon amore?

Bernardino. E perchè non l’ho da ricevere con buon amore?

Fulgenzio. Se mi permettete dunque, lo farò venire.

Bernardino. Padrone, quando vuole; padrone.

Fulgenzio. Quand’è così, ora lo chiamo, e lo fo venire.

Bernardino. E dov’è il signor Leonardo?

Fulgenzio. E di là in sala, che aspetta.

Bernardino. In sala, che aspetta? (con qualche maraviglia)

Fulgenzio. Lo farò venire, se vi contentate.

Bernardino. Sì, padrone; fatelo venire.

Fulgenzio. (Sentendo lui, può essere che si muova. Per me mi è venuto a noia la parte mia). (parte)

SCENA VI.

Bernardino, poi Fulgenzio e Leonardo, poi Pasquale.

Bernardino. Ah, ah, il buon vecchio! se l’ha condotto con lui. Ha attaccato egli la breccia, e poi ha il corpo di riserva per invigorire l’assalto.

Fulgenzio. Ecco qui il signor Leonardo.

Leonardo. Deh! scusatemi, signor zio....

Bernardino. Oh! signor nipote, la riverisco; che fa ella? Sta bene? Che fa la sua signora sorella? Che fa la mia carissima nipotina? Si sono bene divertiti in campagna? Sono tornati con buona salute? Se la passano bene? Sì, via, me ne rallegro infinitamente.

Leonardo. Signore, io non merito di esser da voi ricevuto con tanto amore, quanto ne dimostrano le cortesi vostre parole; onde ho ragion di temere, che con eccessiva bontà vogliate mascherare i rimproveri che a me sono dovuti.

Bernardino. Che dite eh? Che bel talento che ha questo giovane? Che maniera di dire; che bel discorso! (a Fulgenzio) [p. 295 modifica]

Fulgenzio. Tronchiamo gl’inutili ragionamenti. Sapete quel che vi ho detto. Egli ha estremo bisogno della bontà vostra, e si raccomanda a voi caldamente.

Bernardino. Che possa.... in quel ch’io posso.... se mai potessi....

Leonardo. Ah! signor zio.... (col cappello in mano)

Bernardino. Si copra.

Leonardo. Pur troppo la mia mala condotta....

Bernardino. Metta il suo cappello in capo.

Leonardo. Mi ha ridotto agli estremi.

Bernardino. Favorisca. (mette il cappello in testa a Leonardo)

Leonardo. E se voi non mi prestate soccorso....

Bernardino. Che ora abbiamo? (a Fulgenzio)

Fulgenzio. Badate a lui, se volete. (a Bernardino)

Leonardo. Deh! signor zio amatissimo.... (si cava il cappello)

Bernardino. Servitor umilissimo2. (si cava la berretta)

Leonardo. Non mi voltate le spalle.

Bernardino. Oh! non farei questa mal’opera per tutto l’oro del mondo. (colla berretta in mano)

Leonardo. L’unica mia debolezza è stata la troppo magnifica villeggiatura. (sta col cappello in mano)

Bernardino. Con licenza. (si pone la berretta) Siete stati in molti quest’anno? Avete avuto divertimento?

Leonardo. Tutte pazzie, signore; lo confesso, lo vedo, e me ne pento di tutto cuore.

Bernardino. È egli vero che vi fate sposo?

Leonardo. Così dovrebbe essere, e ottomila scudi di dote potrebbono ristorarmi. Ma se voi non mi liberate da qualche debito...

Bernardino. Sì, ottomila scudi sono un bel danaro.

Fulgenzio. La sposa è figliuola del signor Filippo Ganganelli.

Bernardino. Buono, lo conosco, è un galantuomenone; è un buon villeggiante; uomo allegro, di buon umore. Il parentado è ottimo, me ne rallegro infinitamente.

Leonardo. Ma se non rimedio a una parte almeno delle mie disgrazie.... [p. 296 modifica]

Bernardino. Vi prego di salutare il signor Filippo per parte mia.

Leonardo. Se non rimedio, signore, alle mie disgrazie....

Bernardino. E ditegli che me ne congratulo ancora con esso lui.

Leonardo. Signore, voi non mi abbadate.

Bernardino. Sì, signore, sento che siete lo sposo, e me ne consolo.

Leonardo. E non mi volete soccorrere?....

Bernardino. Che cosa ha nome la sposa?

Leonardo. Ed avete cuore d’abbandonarmi?

Bernardino. Oh! che consolazione ch’io ho nel sentire che il mio signor nipote si fa sposo.

Leonardo. La ringrazio della sua affettata consolazione, e non dubiti che non verrò ad incomodarla mai più.

Bernardino. Servitore umilissimo.

Leonardo. (Non ve l’ho detto? Mi sento rodere; non la posso soffrire). (a Fulgenzio, e parte)

Bernardino. Riverisco il signor nipote.

Fulgenzio. Schiavo suo. (a Bernardino, con sdegno)

Bernardino. Buondì, il mio caro signor Fulgenzio.

Fulgenzio. Se sapeva così, non veniva ad incomodarvi.

Bernardino. Siete padroni di giorno, di notte, a tutte le ore.

Fulgenzio. Siete peggio d’un cane.

Bernardino. Bravo, bravo. Evviva il signor Fulgenzio.

Fulgenzio. (Lo scannerei colle mie proprie mani). (parte)

Bernardino. Pasquale?

Pasquale. Signore.

Bernardino. In tavola. (parte.)

SCENA VII.

Camera in casa di Filippo.

Giacinta e Brigida, poi il Servitore.

Brigida. No, signora, non occorre dire: dirò, farò, così ha da essere, così voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.

Giacinta. E che sì, che in un altro incontro non mi succederà più quello che mi è succeduto? [p. 297 modifica]

Brigida. Prego il cielo che così sia, ma ne dubito.

Giacinta. Ed io ne son sicurissima.

Brigida. E donde può ella trarre una tal sicurezza?

Giacinta. Senti: convien dire che il cielo mi vuol aiutare. Nella agitazione in cui era, per cercare di divertirmi, ho preso un libro. L’ho preso a caso, ma cosa più a proposito non mi potea venir alle mani; è intitolato: Rimedi per le malattie dello spirito; fra le altre cosa ho imparato questa: Quando uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d’introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d’infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra. Per esempio, s’apre nel mio cervello la celletta che mi fa pensare a Guglielmo, ho da ricorrere alla ragione, e la ragione ha da guidare la volontà ad aprire de’ cassettini ove stanno i pensieri del dovere, dell’onestà, della buona fama; oppure se questi non s’incontrano così presto, basta anche fermarsi in quelli delle cose più indifferenti, come sarebbe a dire di abiti, di manifatture, di giochi di carte, di lotterie, di conversazioni, di tavole, di passeggi e di cose simili; e se la ragione è restia, e se la volontà non è pronta, scuoter la macchina, moversi violentemente, mordersi le labbra, ridere con veemenza, finchè la fantasia si rischiari, si chiuda la cellula del rio pensiero, e s’apra quella cui la ragione addita ed il buon voler ci presenta.

Brigida. Mi dispiace non saper leggere; vorrei pregarla mi permettesse poter anch’io leggere un poco su questo libro.

Giacinta. Hai tu pure de’ pensieri che ti molestano?

Brigida. Ne ho uno, signora, che non mi lascia mai, ne men quando dormo.

Giacinta. Dimmi qual è, che può essere ch’io t’insegni qual cellula devi aprire per discacciarlo.

Brigida. Egli è, signora mia, per confessarle la verità, ch’io sono [p. 298 modifica] innamoratissima di Paolino, ch’ei mi ha dato speranza di sposarmi; ed ora è a Montenero per servizio del suo padrone, e non si sa quando possa tornare.

Giacinta. Eh! Brigida, questo tuo pensiere non è sì cattivo, nè può essere sì molesto, che tu abbia d’affaticarti per discacciarlo. Il partito non isconviene nè a te, nè a lui. Non ci vedo ostacoli al tuo matrimonio; basta che, senza chiudere la cellula dell’amore, tu apra quella della speranza.

Brigida. Per dir la verità, mi pare che tutte e due sieno ben aperte.

Servitore. Signora, vengono per riverirla la signora Vittoria, il signor Ferdinando ed il signor Guglielmo.

Giacinta. (Oimè!) Niente, niente, vengano. Son padroni.

Servitore. (Parte.)

Brigida. Eccoci al caso, signora padrona.

Giacinta. Sì, ho piacere di trovarmi nell’occasione.

Brigida. Si ricordi della lezione.

Giacinta. L’ho messa in pratica immediatamente. Appena volea molestarmi un pensier cattivo, l’ho subito discacciato pensando al signor Ferdinando, che è persona giocosa, che mi farà ridere infinitamente.

Brigida. Rida e scuota la macchina, e si diverta.

SCENA VIII.

Vittoria, Guglielmo, Ferdinando e le suddette.

Vittoria. Ben venuta, la mia cara Giacinta.

Giacinta. Ben trovata, ben trovata. Padroni. Presto, da sedere. (con grande allegria)

Ferdinando. Sta bene la signora Giacinta?

Giacinta. Bene, benissimo. Non sono mai stata meglio.

Guglielmo. Mi consolo di vederla star bene.

Giacinta. Grazie, grazie. Presto, le sedie. Date qui, una sedia qui. (prende una sedia con forza)

Brigida. (Ha bisogno di scuoter la macchina). [p. 299 modifica]

Giacinta. Via, seggano, favoriscano. Che novità ci sono in Livorno? (con allegria)

Vittoria. Io non ho sentito a dir niente di particolare.

Giacinta. Qui, qui il signor Ferdinando, che sa tutto, che gira per tutto, ci darà egli le novità del paese.

Ferdinando. Signora, io sono venuto stamattina con voi; che cosa volete ch’io sappia dirvi? Quando non sa qualche cosa il signor Guglielmo.

Guglielmo. Ci è una novità, ma qui non la posso dire.

Giacinta. Eh! diteci voi qualche cosa di allegro, (a Ferdinando, battendolo con forza nel braccio.)

Ferdinando. Ma io non so cosa dire.

Vittoria. Sentiamo, se non tutto, qualche cosa almeno di ciò che voleva dire il signor Guglielmo.

Giacinta. Voi, voi, raccontateci voi. (a Ferdinando, battendolo come sopra)

Brigida. (Ora scuote la macchina del signor Ferdinando).

Ferdinando. Signora, voi mi volete rompere questo braccio.

Giacinta. Poverino! povero delicatino! V’ho fatto male?

Guglielmo. Un poco di carità, signora, un poco di carità.

Giacinta. (Oh! che tu sia maladetto!) Ma quanto è grazioso questo signor Ferdinando! Mi fa ridere, mi fa crepar di ridere, e quando rido di cuore, mi manca il fiato.

Vittoria. Che vuol dire, signora Giacinta, che oggi siete sì allegra?

Giacinta. Non lo so nemmen io. Ho un brio, ho un’allegrezza di cuore, che non ho mai provata la simile.

Ferdinando. Ci deve essere il suo perchè.

Guglielmo. Sarà probabilmente perchè si avvicinano le sue nozze.

Giacinta. (Gli si possa seccar la lingua). Avete un gran bell’abito, Vittorina.

Vittoria. Eh! un abitino passabile.

Ferdinando. Principia anche in lei ad esservi qualche segnale di sposa.

Giacinta. L’avete fatto quest’anno?

Vittoria. Veramente è dell’anno passato. [p. 300 modifica]

Giacinta. È alla moda per altro.

Vittoria. Sì, l’ho fatto un po’ ritoccare.

Giacinta. Ve l’ha fatto Monsieur de la Rejouissance?

Vittoria. Sì, quello che mi ha fatto il mio mariage.

Ferdinando. A proposito di mariage, signore mie, quando si fanno le loro nozze?

Giacinta. (Dà una spinta forte a Ferdinando) Gran vizio che avete voi di voler sempre interrompere quando si parla.

Ferdinando. Questa mattina voi mi avete preso a perseguitare.

Giacinta. Sì, voglio perseguitarvi. Voglio far le vendette di quella povera vecchia di mia zia, che voi avete sì maltrattata.

Ferdinando. E che cosa ho fatto io alla signora Sabina?

Giacinta. Che cosa le avete fatto? Tutto quel peggio che far le poteste, (durante questo discorso, Giacinta va guardando Guglielmo) Avete conosciuto la sua debolezza. L’avete tirata giù, l’avete innamorata perdutamente. E un uomo d’onore non ha da fare di queste azioni; un galantuomo non ha da cercar d’innamorare una persona vecchia, o giovane ch’ella sia, quando l’amore non può avere un onesto fine; e quando sa di poter essere di pregiudizio agl’interessi, o al buon concetto di una donna, sia vedova o sia fanciulla; ha da desistere, ha da ritirarsi, e non ha da seguitare a insidiarla, a tormentarla con visite, con importunità, con simulazioni. Sono cose barbare, pericolose, inumane.

Ferdinando. (Sì volta a guardare Guglielmo.)

Giacinta. Dico a voi, dico a voi. Non occorre che vi voltiate. Intendo di parlare con voi. (a Ferdinando)

Ferdinando. (La burla passa il segno. I suoi scherzi diventano impertinenze).

Vittoria. (Si è riscaldata bene la signora Giacinta. Per una parte ha ragione, ma lo ha strapazzato un po’ troppo).

Guglielmo. (Povero Ferdinando! Egli non capisce dove vanno a ferire le sue parole. Tol di mezzo per causa mia).

Ferdinando. (Non voglio espormi a soffrir di peggio). Con licenza di lor signore. (s’alza) [p. 301 modifica]

Giacinta. Dove andate?

Ferdinando. Vo’ levarle l’incomodo.

Giacinta. Eh! via, non fate scene, restate qui. (allegra)

Vittoria. Povero galantuomo, l’avete malmenato un po’ troppo.

Giacinta. Eh! via, sedete qui. Ho scherzato, (lo fa sedere a forza) Povero signor Ferdinando, ve n’avete avuto per male?

Ferdinando. Signora, gli scherzi quando sono pungenti...

Giacinta. Oh! ecco, ecco mio padre. Ora la conversazione sarà compita. Così vecchio com’è, il cielo lo benedica, terrebbe in allegria mezzo mondo. È più allegro di me cento volte. (con allegria)

Vittoria. (Ma oggi Giacinta è in un’allegria stupenda), (piano a Guglielmo)

Guglielmo. (Sì, è vero). (piano a Vittoria) (Ed io credo ch’ella si maceri dal veleno. Ma se patisco io, patisca ella ancor qualche cosa). (da sè)

SCENA IX.

Filippo e detti, poi il Servitore.

Filippo. Servo di lor signori.

Vittoria. Benvenuto, signor Filippo.

Filippo. Sono venuti a pranzo con noi?

Vittoria. Oh! no, signore, per me sono venuta a fare il mio debito.

Giacinta. (Poteva far di meno di venir con colui).

Filippo. Se vogliono favorire, son padroni. Mi faranno piacere. Faremo conto di essere in villeggiatura.

Vittoria. Per parte mia vi ringrazio. Oggi aspetto visite, ed è necessario che mi trovi in casa.

Filippo. E che cos’è del signor Leonardo? (a Vittoria)

Vittoria. Sta bene. Non l’avete ancora veduto?

Filippo. Ancora non ci ha favorito, e ho volontà di vederlo. Suo zio è vivo, o morto?

Vittoria. È vivo, è vivo: è tornato indietro, non ha ancor volontà di morire. [p. 302 modifica]

Filippo. Oh! guardate. E i medici l’avevano dato per ispedito. Ho piacere, povero galantuomo! Dite al signor Leonardo che favorisca venir da noi, che si ha da parlare. Si hanno da concludere queste nozze colla mia figliuola.

Giacinta. (Ecco qui, pare che non si possa parlare, se non si parla di nozze).

Vittoria. Glielo dirò, signore, e credo ch’egli sarà dispostissimo.

Guglielmo. È poco sollecito il signor Leonardo. Fa torto al merito della signora Giacinta.

Giacinta. (Ma che hanno quelle sue indegne parole, che mi fan perfino sudare?) (cava il fazzoletto e si asciuga)

Servitore. Signori, manda a riverirli la signora Costanza, e dar loro parte ch’è tornata ora a Livorno colla sua nipote.

Giacinta. Oh! brava, ho piacer grandissimo. Sarà venuto anche il dottorino. Sentiremo le novità di questo bel matrimonio. Quel caro Tonino me lo voglio proprio godere. (con allegria forzata.)

Ferdinando. Gran matrimoni! Gran nozze! Ecco qua la signora Rosina, la signora Vittoria, la signora Giacinta.

Giacinta. (Oh! che ti venga la rovella!) Oh, voglio subito andar da loro. Ho curiosità grandissima di sapere. Ci andrete anche voi, Vittoria? (alzandosi)

Vittoria. Ci anderò. Ma non a quest’ora.

Filippo. È ora di desinare. Che bisogno c’è che ci andiate adesso?

Giacinta. Sì, è vero, ci anderò dopo pranzo. Ho da vestirmi, ho da acconciarmi. Ho d’andare alla tavoletta...

Vittoria. Signora Giacinta, vi leveremo l’incomodo. (s’alza)

Giacinta. Addio, Vittorina.

Vittoria. Serva, signor Filippo.

Filippo. All’onore di riverirla. Si ricordi di dire al signor Leonardo...

Giacinta. Voi avete questo vizio di dir cento volte una cosa. Credete che tutti abbiano la poca memoria che avete voi? (a Filippo, con sdegno)

Filippo. Via, via, signora, la non mi mangi. (a Giacinta) [p. 303 modifica]

Vittoria. A buon rivederci. (partendo)

Giacinta. Addio.

Guglielmo. Servo di lor signori. (saluta Filippo e Giacinta)

Filippo. Riverisco il signor Guglielmo.

Guglielmo. M’inchino alla signora Giacinta. (partendo)

Giacinta. Serva, serva, (a Guglielmo) Ci divertiremo col signor dottorino. (a Ferdinando)

Ferdinando. Moltissimo. Servitor loro. (partendo)

Filippo. Padrone. (a Ferdinando)

Giacinta. Padrone. (a Ferdinando; partono i tre suddetti)

Filippo. Se andate alla tavoletta, spicciatevi, ch’io ho fame e voglio andar a pranzare. (parte)

SCENA X.

Giacinta, poi Brigida.

Giacinta. Son fuor di me. Non so in che mondo mi sia.

Brigida. Signora padrona, come va la macchina?

Giacinta. Taci, per carità. Non cimentarti con barzellette a provocare la mia sofferenza.

Brigida. Signora, avrei una cosa da dirvi; ma non vorrei che vi metteste in maggior ardenza.

Giacinta. E che cosa vorresti dirmi?

Brigida. Se non vi calmate, non ve la dico.

Giacinta. Via, compatiscimi, che merito di essere compatita. Parlami, che ti ascolterò senza sdegno.

Brigida. Nell’atto che scendeva le scale la signora Vittoria, servita dal signor Ferdinando...

Giacinta. Non la serviva Guglielmo? Era servita da Ferdinando?

Brigida. Sì, signora, il signor Ferdinando le dava braccio.

Giacinta. (L’ho sempre detto. Guglielmo non la può soffrire).

Brigida. Nell’atto dunque ch’essi scendevano, restò indietro il signor Guglielmo. Mi chiamò sottovoce...

Giacinta. E che cosa ti ha detto quel temerario?

Brigida. Se andate in collera, non vi dico altro. [p. 304 modifica]

Giacinta. No, non sono in collera. Ti ascolto placidamente. Che cosa ti ha detto?

Brigida. Aveva in mano una lettera...

Giacinta. Per chi una lettera?

Brigida. Per voi.

Giacinta. Per me una lettera? Hai tu avuto l’imprudenza di prenderla?

Brigida. Signora no, signora no; non l’ho presa. (Se le dico di averla presa, mi salta agli occhi).

Giacinta. (A me una lettera? Che mai avrebbe egli ardito di scrivermi?)

Brigida. (Non la voleva; me l’ha voluta dare per forza),

Giacinta. (Per altro mi avrebbe potuto giovar moltissimo sentir com’egli pensa presentemente).

Brigida. (Faccio conto di gettarla nel foco).

Giacinta. Ti ha detto nulla nel volerti dare la lettera?

Brigida. Niente affatto, signora.

Giacinta. Come hai fatto a capire che ti voleva dare una lettera?

Brigida. Mi ha chiamato. Ho veduto ch’egli aveva la carta in mano.

Giacinta. E come sapesti che quella carta veniva a me?

Brigida. Me l’ha detto.

Giacinta. Dunque ti ha parlato.

Brigida. Due parole si dicon presto.

Giacinta. E perchè hai tu ricusato di pigliar quella lettera?

Brigida. Perchè è un impertinente, che non vuol finire d’importunarvi.

Giacinta. Gran disgrazia è la mia, che tu abbia sempre da fare il peggio. Sono in un’estrema curiosità. Pagherei quanto ho al mondo, a poter veder quella lettera che tu hai ricusato di prendere.

Brigida. Ma io, signora...

Giacinta. Tu vuoi far sempre la sufficiente, la politica, la dottoressa.

Brigida. Eh! vi conosco, signora, voi dite così per assicurarvi se io l’ho presa, o s’io non l’ho presa. [p. 305 modifica]

Giacinta. Brigida, l’hai tu pigliata la lettera? (dolcemente)

Brigida. E se l’avessi pigliata, mi dareste voi delle bastonate?

Giacinta. No, cara, ti ringraziarci, ti benedirei, ti farei un regalo che ne resteresti contenta.

Brigida. (Io non so se mi possa fidare).

Giacinta. Brigida, l’hai tu presa? (dolcemente)

Brigida. Se devo dirvi la verità, dubitando ch’egli la desse a qualchedun altro, ho creduto meglio di prenderla.

Giacinta. Ah! dammela. Non mi far morire.

Brigida. Eccola. Ho fatto male a pigliarla?

Giacinta. No, che tu sia benedetta. Lasciala un po’ vedere.

Brigida. Tenete.

Giacinta. Oh cieli! Mi trema il core, mi trema la mano. Ah! che questa lettera potrebbe essere la mia rovina.

Brigida. Fate a modo mio, signora, abbruciatela, non la leggete.

Giacinta. Va via. Lasciami sola.

Brigida. Oh! no, compatitemi, non vi lascio sola.

Giacinta. Va via, dico, non m’inquietare. (sdegnata)

Brigida. Sì, signora, come comanda. (Eh! già il mio regalo ha da consistere in ingiurie, in rimproveri; già me l’aspetto). (parte)

SCENA XI.

Giacinta sola.

Non gli basta tormentarmi con delle visite, vuole ancora insolentire con lettere. Ma dica tutto quel che sa dire, è tutt’uno. La massima è già fissata. Gli risponderò in un modo che lo farà arrossire, che lo farà desistere e disperare. Se si è scordato ciò che ho avuto il coraggio di dirgli nel boschetto di Montenero, potrò, scrivendo, farglielo risovvenire. Veggiamo ciò ch’egli ha l’ardire di scrivermi. (apre la lettera e siede) Madamigella. Sono venuto questa mattina per riverirvi. Non mi è stato permesso. La cameriera vostra mi ha trattato alquanto villanamente... Brigida qualche volta è una ragazza arditissima, petulante. Perchè trattar male colle persone? S’io non [p. 306 modifica] voleva ricevere il signor Guglielmo, non aveva ella per questo da prendersi la libertà di rispondergli con impertinenza.

Sopraggiunto il vostro futuro sposo, quello che avrà la felicità di possedere la vostra mano ed il vostro cuore... Ah! non so, il cuore, non so. Con maniere anch’egli non meno aspre e insultanti, mi ha costretto ad allontanarmi... Come! In casa mia? Principia a far da padrone? Vuol comandare prima del tempo? Oh! questo poi non lo vo soffrire. Ma, povero Leonardo, non ha egli forse motivo di sospettare? Amandomi com’egli mi ama, non sono compatibili i suoi trasporti? Dovendo essere mio consorte, non ha egli da vedere mal volentieri chi gli fa ombra, chi lo inquieta, chi lo conturba? Sì, Leonardo ha ragione. Guglielmo ha il torto. Non so quand’io potrò avere la fortuna di rivedervi. Volesse il cielo ch’io non lo vedessi mai più. Onde mi sono preso l’ardire di scrivervi quest’umilissimo foglio per due ragioni. La prima si è per farvi noto ch’io non ho mancato al mio debito... Non si può dire ch’egli non sia civile e cortese. E assicurarvi che dal canto mio non soffrirete inquietudini, promettendovi sull’ onor mio che, a costo ancor di morire, sfuggirò ogn’incontro d’importunarvi. Questa virtuosa rassegnazione ha un grado di merito che non è indifferente. Ah! se prima avessi conosciuto il pregio del suo bel cuore... Ma non vi è più rimedio. Vuol così il mio decoro, il mio impegno, il mio nemico destino.

La seconda ragione che mi muove ad importunarvi con questa lettera, assicuratevi non procedere in me da mal animo, ma da cuor sincero e leale. Si dice pubblicamente, e si sa di certo, essere in tale sconcerto ed in tale rovina il signor Leonardo, che egli non potrà assolutamente supplire ai pesi di un maritaggio, nè vostro padre vorrà vedervi precipitata. Oh cieli! che colpo è questo! Che sconvolgimento d’affari! Che novità inaspettata!

Seguite ad amare colui che deve essere vostro sposo. Ma se mai tal non fosse, se mai, senza colpa vostra, vi trovaste [p. 307 modifica] disobbligata, permettetemi ch’io vi dica ch’io sono libero tuttavia, che non ho ancora firmata la scritta, e che non m’indurrò mai a sottoscriverla, se non quando vi vedrò maritata. Di più non ardisco dirvi. Compatitemi, e sono col maggior rispetto, e colla più sincera rassegnazione, vostro umilissimo servitore.

Ah! non vi voleva di più per mettermi nella maggiore agitazione del mondo. Poss’io credere a questo foglio? Ma ei non ardirebbe inventare una falsità che si ha ben tosto a verificare; e se Leonardo è in rovina, sono io per questo in libertà di lasciarlo? Ciò dee dipendere da mio padre. E se mio padre fosse debole a segno di volermi sagrificare, sarei io obbligata ad acconsentire alla mia rovina? No, non sarei obbligata. Ogni ragione mi scioglierebbe da un tale impegno. E sciolta ch’io fossi dal vincolo di tali sponsali, potrei dar la mano liberamente a Guglielmo? Che dice il cuore? La ragion che dic’ella? Ah! la ragione ed il cuore mi parlano con due diversi linguaggi. Questo mi stimola a lusingarmi, quella mi anima ai più giusti, ai più virtuosi riflessi. Che cosa mi ha trattenuto finora dal recedere da un impegno che non è indissolubile, e preferire ad uno sposo, sì poco amato, un oggetto amabile agli occhi miei? Non altro che il mio decoro, il giusto timore di essere criticata; qualunque trista avventura dell’infelice Leonardo non metterebbe al coperto la mia debolezza. L’avere io stessa procurato gli sponsali fra Vittoria e Guglielmo, mi vieta assolutamente di farmi io stessa l’origine del loro discioglimento. Guglielmo con questa lettera viene a tentare la mia virtù. Si ha da resistere ad ogni costo. Si ha da lasciar Leonardo s’ei non mi merita; ma non si ha da rapire alla di lui germana il consorte. Si ha da penare, si ha da morire. Ma si ha da vincere, e da trionfare. (parte)

Fine dell’Atto Secondo.

  1. Ed. Zatta: a chi l’appiccasse.
  2. Ed. Zatta: Servo umilissimo.