Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO SECONDO

SCENA PRIMA.

Jacobbe Monduill dalla casa del signor Saixon,
Milord Wambert dalla strada s’incontrano.

Milord. Jacob, donde si viene?

Jacobbe.   Dalla Brindè, signore.
Milord. A far l’innamorato, o a farle il precettore?
Jacobbe. Nè l’un, nè l’altro. In me di amar non vi è desio,
Nè della donna saggia il precettar son io.
Milord. Madama di Brindè sol nata è per gli eroi;
Non è per me.
Jacobbe.   Vel dissi.
Milord.   Sarà dunque per voi.
Jacobbe. Perdonate...

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Milord.   Scoperto finalmente ho l’arcano.

Jacob, la passion vostra voi nascondete invano.
Strano non è, che il core vi abbian ferito e colto
Gli occhi di bella donna: chi non li teme, è stolto.
Mi maraviglio solo che ardite in faccia mia
Di mascherar l’affetto, di dirmi una bugia;
Che con mentito zelo, fingendo consigliarmi,
Da lei mi allontaniate a costo d’ingiuriarmi;
E col chiamarmi indegno di femmina sapiente,
Tacciate me di stolto, di uom che non sa niente.
Solita frase audace di voi filosofastri,
Che per follia credendo discendere dagli astri,
A chi vi rende onore, a chi vi ammira e crede,
Parlate con disprezzo, tradite sulla fede.
Jacobbe. Milord, molto diceste, voi m’insultaste assai;
Bastami che le ingiurie però non meritai.
Esamino me stesso, ho la coscienza illesa;
Questa è la mia ragione, questa è la mia difesa.
Milord. Bella morale in bocca di chi a ragion s’incolpa:
Affetta la costanza, e reo non si discolpa.
Jacobbe. Di che son reo, signore?
Milord.   D’amor colla Brindè.
Jacobbe. Non l’amo, e s’io l’amassi, colpa l’amar non è.
Milord. Colpa è l’amarla allora che di un amico il foco
Si ascolta, si consiglia, e poi si prende a gioco.
Jacobbe. Di audacia o di menzogna rimorsi al cuor non sento.
Calmi soltanto il vero; lo dissi, e non mi pento.
Milord. Farò ben io pentirvi d’ogni mentita cura,
Se più vedrovvi audace andar fra quelle mura.
Jacobbe. In ciò di soddisfarvi, milord, io non ricuso;
Mi avrò, per compiacervi, da quella casa escluso;
Ma una ragion che salvi l’onor mio, la mia fama,
Si ha da saper dal mondo, l’ha saper madama.
Dicasi che milord comanda che io non vada;
Non passerò, se il vieta, nemmen per questa strada.

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Milord. L’amor, lo sdegno mio non irritar cercate;

Scegliete il vostro meglio, e me non nominate.
Jacobbe. Deh lasciate che possa, milord, senza sdegnarvi,
A pro dell’onor vostro l’amor mio ragionarvi.
Della vedova in casa andar più non degg’io;
Voi l’imponete, e questo bastar dee al dover mio.
Ma se il comando vostro nascondere cercate,
Di un tal comando è segno che voi vi vergognate.
Doppia di tal vergogna può esser la ragione:
O perchè voi non siete della Brindè il padrone;
O perchè, per esporre ai torti un uomo onesto,
Scarsissimo è il motivo, ridicolo è il pretesto.
Signore, in ogni guisa io taccio, e vi obbedisco;
Ma ingiusto è il voler vostro, ma per voi arrossisco.
Milord. Jacob, qui non è d’uopo di argomentar sul fatto;
Giusto, sincero, onesto vi crederò ad un patto.
L’accesso con madama facile avete ogn’ora;
Ditele che milord la venera e l’adora.
Ma no, megli’ è1 ch’io stesso le dica i sensi miei.
Andiamo; in questo punto guidatemi da lei.
Voi, se fia ver che amiate più il mio che il vostro bene,
Datele quel consiglio che all’amor mio conviene.
Per me colle ragioni svegliate in lei l’affetto;
Parlate al di lei cuore, parlate all’intelletto.
Se in voi costanza vera in tal cimento i’ vedo,
Dileguasi il sospetto; Jacob, tutto vi credo.
Jacobbe. Rispondere, signore, a ciò mi fia permesso,
Che un cavalier per tutto ha libero l’accesso.
Di essere bene accolto da lei sicuro siete,
Di scorta e introduzione bisogno non avete.
Quella è la porta sua; si picchia, e poi si sale;
Sono, se nol sapete, brevissime le scale.

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Madama è gentilissima, spiegatevi con lei.

Milord, cotali uffizi non son da pari miei.
(entra nella bottega del libraio)

SCENA II.

Milord Wambert solo.

Nè son per i tuoi pari, simulatore insano,

Di madama Brindè la stima, il cuor, la mano.
È ver, del merto mio la sola unica scorta,
Di quell’audace ad onta, può farmi aprir la porta.
Nè chiesi a lui per questo di procurar l’accesso;
Ma per potergli il cuore esaminar dappresso.
Scaltro ricusa, e sfugge il periglioso impegno;
Ecco della sua colpa, ecco verace il segno.
(passa alla bottega del caffè)

SCENA III.

Emanuel Bluck, maestro Panich dal caffè, ed il suddetto.

Emanuel. Critica in questo foglio sol noi lo Spettatore.

Panich. Gioco un paio di scarpe, che n’è Jacob l’autore.
Milord. Merita una vendetta l’affronto del ribaldo;
La penserò, ma prima vo’ che si scemi il caldo.
Decidere saprei qual merta in sul momento,
Ma su la mia passione le satire pavento.
Oggi non puossi in Londra trarsi un capriccio solo,
Che dalla città tutta non sappiasi di volo.
Sonovi stipendiati de’ scaltri osservatori,
Che stampano di tutti le favole e gli errori.
Util costume, è vero, che al pubblico ha giovato,
Ma che in angustia pone l’arbitrio del privato.
Emanuel. Milord, buon giorno a te.
Milord.   Buon giorno, Emanuel mio.
Panich. Milord, voltati in qua. Ti do il buon giorno anch’io.

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Milord. Oh signor calzolaro, gli son bene obbligato.

Panich. Tu burli, e noi di cuore ti abbiamo salutato.
Milord. Qual novità vi porta uniti in questo loco?
So pur, che accompagnati andar solete poco.
Emanuel. Amiamo l’andar soli per acuir l’ingegno;
Ora ci siamo uniti per ben del nostro regno.
Vi sono cose grandi stampate in queste carte:
Milord, te pur vogliamo del nostro zelo a parte.
In mezzo ti prendiamo, non già per complimento,
Speriam che tu sarai del nostro sentimento,
Che un uomo ad un altro uomo usando un van rispetto,
Lo faccia per ischerno, o faccial con dispetto.
Panich. Ti abbiamo preso in mezzo, milord, perchè siam due;
Ognun senza fatica vuol dir le cose sue.
Per altro già si sa, che siam tutti del paro,
L’orefice, il milord, il sarto...
Milord.   Ed il somaro.
Panich. Se avesse come noi l’interno e la ragione,
Sarebbe anche il somaro di pari condizione.
Milord. La coda, gli orecchioni, gl’irsuti peli suoi,
Non lo distingueriano da Emanuel e da voi?
Panich. Sì, lo distinguerebbe...
Emanuel.   Basta così, parliamo
Di quel che preme, e il tempo prezioso non perdiamo.
Questo stampato foglio, lo dissi e lo ridico,
Offende il nostro regno, e il re ch’è nostro amico.
Distruggere vorrebbe l’economia perfetta;
Esalta delle mode la pratica scorretta.
Condanna il vestir soglio de’ nostri cittadini,
Consiglia il mal esempio seguir de’ Parigini.
Dice che non conviene ai nobili e agli artieri,
(Che già vuol dir lo stesso) vestir come i staffieri;
E trova gli argomenti, e trova la ragione,
Che ai sciocchi persuada la gala e l’ambizione.
Questo velen, pur troppo, serpe di tanti in seno;

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Bisogno ha di riforma, di regola e di freno.

Noi fatichiam per questo, noi sparsi abbiam sudori,
Del lusso e delle mode noi siam riformatori.
Costui col nome falso di Filosofo Inglese,
Corrompe il buon costume, precipita il paese:
L’empio che il nome usurpa fra noi di Spettatore,
Jacobbe è Monduill filosofo impostore.
Milord. Dunque colui...
Panich.   Ti accheta. Tocca parlare a me.
L’autor di questi fogli ora si sa chi è.
Tra le altre cose indegne, per suscitar litigi,
Accenna che son belle le scarpe di Parigi.
Le donne che aman sempre le cose forestiere,
Andranno anche le scarpe in Francia a provvedere;
E poscia, dalle piante passando agli altri arnesi,
Le donne d’Inghilterra saran tutte francesi.
Milord. Amici, se le mode, se il lusso detestate,
Se amate il ben comune, se gli usi riformate,
Perchè da voi medesmi ricchi lavor si fanno,
Che recano dispendio, e apportano del danno?
Voi coll’argento e l’oro vi guadagnate il pane;
(ad Emanuele)
Voi nel formar le scarpe studiate mode strane.
(a Panich)
Dunque dannoso è il lusso, saggi prudenti eroi,
Sol quando i compratori non spendono da voi!
Emanuel. Questa ragion non vale: io sudo e mi affatico
In un metal di cui sono mortal nemico.
Panich. A forza e per dispetto faccio le scarpe all’uso;
Detesto e maledico dei stolidi l’abuso;
Se in pratica tornasse la grossa scarpa antica,
Maggior sarebbe il lucro, minore la fatica.
Milord. Dunque...
Emanuel.   Rispondi a me. Hai tu amicizia in Corte?
Milord. A me, quando vi giungo, non chiudonsi le porte.

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Emanuel. Se sei buon cittadino, esponi al ministero

Il danno che alla patria può fare un menzognero.
Dall’isola si scacci costui che vuol dar legge,
Che sa palliare il vizio, e odiar chi lo corregge.
Avrai dai nostri amici pronto segreto aiuto.
Il ciel per me ti parla. Pensaci. Ti saluto. (parte)
Milord. Addio.

SCENA IV.

Milord Wambert e maestro Panich.

Panich. Se a poco a poco si estirpano dal regno

Questi filosofoni, felici noi, m’impegno.
Noi siamo una brigata famosa ed erudita,
Che la filosofia l’abbiamo sulle dita:
Col mio grembial di cuoio, franco qual tu mi vedi,
Talor salir io soglio su scagno di tre piedi.
E stralunando gli occhi, e dimenando il collo,
Parlo qual s’io parlassi dal tripode di Apollo.
Mi odono a bocca aperta le femmine e i ragazzi;
Ho fatto più di cento finor diventar pazzi.
E dico, e lo sostengo, che al mondo non si dia
Più bel divertimento di quel della pazzia.
Impazzirai tu ancora, sol che colà mi veda.
Milord, io ti saluto. Il ciel te lo conceda. (parte)

SCENA V.

Milord Wambert solo.

Che altri impazzir tu faccia, non è strano portento;

Verissimo è il proverbio: un pazzo ne fa cento.
Empi, maligni, astuti, mi porgono costoro
La via di vendicarmi con arte e con decoro.
Se a lor secrete trame unisco un caldo uffizio,
Vedrassi il mio nemico andare in precipizio.

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Ma no, non fia mai vero, son cavaliere alfine,

Non deve la vendetta eccedere il confine.
Della Brindè io stesso voglio tentare il cuore.
Son vendicato assai, se mi promette amore.
Bastami che Jacobbe più oltre non ardisca;
Che l’opra coi consigli a me non impedisca.
Se con la bella unito a suo dispetto i’ sono,
Bastami ch’egli peni, e ogni onta gli perdono.
Madama non dovrebbe sprezzar gli affetti miei;
Ragione ho di sperarlo. Provisi. Andiam da lei.
(s’accia verso la casa)

SCENA VI.

Madama Saixon di casa, servita di braccio da monsieur Lorino, vecchio francese, ed il suddetto; poi Gioacchino.

Milord. Oh, madama. (incontrandosi colla Saixon, s’inchina)

M. Saixon.   Milord. (inchinandosi)
Lorino.   Vostro buon servitore, (a Milord)
Milord. Monsieur Lorin. (salutandolo)
Lorino.   Non siete, milord, di buono umore.
M. Saixon. Vedetelo, milord, questo Francese antico,
Vecchio, senza denari, e del buon tempo è amico2.
Lorino. Anche in età cadente, spogliato di ogni arnese,
Ha sempre il cuor brillante un nazional francese.
Milord. E voi che l’allegria sopra ogni cosa amate,
Sol perchè vien di Francia, da lui servir vi fate.
M. Saixon. Povero vecchiarello, mi piace perchè è fido,
Non se n’ha mal per niente, quando lo burlo e rido.
Io son così, mi piace talor prendermi gioco.
Milord. I vostri adoratori con voi dureran poco.
M. Saixon. Li cambio volentieri, e non ne sento affanno;
Monsieur Lorin, per altro, durato ha più di un anno.

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Milord. Un uom che va ramingo, lontan dal suo paese,

Soffre gl’insulti ancora in grazia delle spese.
Lorino. Milord, mi maraviglio, non sono un disperato.
In Londra, come gli altri, anch’io sono impiegato.
Anch’io sono un di quelli che scrivono gazzette,
Che formano i Mercuri, che fan le novellette.
Coi critici miei fogli spesso mi faccio onore,
Li stampo sotto il nome anch’io di Spettatore.
Un ne ho stampato ieri, che un dì farà prodigi:
Ei parla delle mode che vengon da Parigi.
Colà si veste bene, colà ben si lavora,
E veniran fra poco di là le scarpe ancora.
Milord. (Dunque del foglio ardito Jacob non è l’autore!)
In ciò de’ suoi nemici conoscesi il livore). (da sè)
M. Saixon. Per me son persuasa. Di Francia han da mandarmi
La seta per cucire e l’acqua da lavarmi.
Milord. Monsieur, del foglio vostro di già parlar s’intese:
Si vede, si conosce ch’è lo scrittor francese.
Londra non abbisogna di mode forestiere,
Ciascun degli operari sa fare il suo mestiere.
Nascono in Inghilterra nuovi lavori e strani,
Noi provediamo al lusso de’ popoli lontani;
Ma l’aborrire il fasto, le gale e l’ambizione,
Opra è del moderato spirto della nazione.
Lorino. Eh via, che l’Inghilterra...
M. Saixon.   Basta, vecchietto mio,
Parlate con rispetto: son d’Inghilterra anch’io.
Milord, voi eravate vicino al nostro tetto.
Qual ragion vi conduce?
Milord.   La stima ed il rispetto.
M. Saixon. Oh signor, troppo onore fate a una vostra serva,
(inchinandosi)
Che stima, che rispetto egual per voi conserva.
Se favorir volete, torniam; monsieur Lorino
Potrà, se ha qualche affare, andar pel suo cammino.

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Milord. Madama, tante grazie mi onorano non poco;

Ma io non soffrirei che mi prendeste a gioco.
Vi parlerò sincero. Diretti i passi miei
Erano alla Brindè.
M. Saixon.   Bene, andate da lei.
Monsieur Lorino, a voi: fate il piacere, andiamo.
(si fa servire e passa al caffè)
Lorino. Sì, madama, vi servo. (le dà il braccio)
M. Saixon.   Porta il caffè. Sediamo.
(siede con monsieur Lorino)
Milord. (Costei da me vorrebbe due grazie adulatrici:
Presso della Brindè non voglio altri nemici).
(passa al caffè)
Madama, andar sospendo, se voi ve ne offendete;
Anzi col mezzo vostro...
M. Saixon.   Venite qui, sedete.
Milord. Obbedisco. (siede, restando Madama in mezzo)
M. Saixon.   Il caffè. Non lo portate a noi? (gridando forte)
Con vostra buona grazia, lo pagherete voi.
(a Milord; viene il caffè, e lo bevono)
Milord. Questo è un onor, madama.
M. Saixon.   Dunque la vedovella,
Milord, per quel ch’io sento, il cuore vi martella?
Milord. Apprezzo il di lei merto, la sua virtude io lodo.
M. Saixon. L’amate?
Milord.   Sì, il confesso.
M. Saixon.   Bravo, milord, ne godo.
Voi siete di buon gusto, amate una gran gioia,
Scommetto che in tre giorni Brindè vi viene a noia.
Milord. Perchè?
M. Saixon.   Perchè di lei stranissimo è il costume.
Svegliasi a mezza notte, si rizza e accende il lume.
Di libri è circondata, or prende questo, or quello;
Talor scrive nel letto, e suona il campanello:
La cameriera crede le sia venuto male,

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Corre, ed ella le chiede un libro di morale.

Se di colei marito voi foste per destino,
In letto vi farebbe servir di lettorino.
Milord. Donna nel buon costume avvezza e addottrinata,
Potria quel che fa sola, non fare accompagnata.
Lorino. In Francia di tai donne non se ne trovan molte;
Non voglion per soverchio studiar divenir stolte.
Il giorno allegramente lo passan con piacere,
La notte cogli sposi san fare il lor dovere.
M. Saixon. Viva monsieur Lorino.
Lorino.   Viva madama in pace.
M. Saixon. Milord, ridete un poco.
Milord.   Ridiam, come vi piace.

SCENA VII.

Il signor Saixon dalla bottega del caffè, con Bonvil marinaio; e detti.

Saixon. Va presto. Il vento è buono. Che sarpino a drittura,

Bonvil. Vado, signor.
Saixon.   Buon viaggio.
Bonvil.   Noi non abbiam paura. (parte)
Saixon. (Andando verso casa, vede sua moglie e non dice nulla.)
M. Saixon. Dove, signor marito?
Saixon.   A desinare.
M. Saixon.   Ed io?
Saixon. Venite, se volete.
M. Saixon.   Non mi aspettate?
Saixon.   Addio.
(parte ed entra in casa)
M. Saixon. Vedete? Ei non s’inquieta.
Milord.   Saixon è buono inglese.
Lorino. In questo va d’accordo la moda anche francese.
Milord. È ver, ma con diversi principi di ragione:
Da noi si fa per comodo, da voi per soggezione.

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SCENA VIII.

Madama di Brindè dalla sua casa, Birone dalla bottega sua, e detti.

M. Brindè. (Esce di casa, e senza osservare dalla parte del caffè, s’introduce da quella del libraio.)

M. Saixon. Ecco la vedovella. (a Milord)
Milord.   Andrò, se il permettete... (s’alza)
M. Saixon. Bella creanza!
Milord.   Io torno.
M. Saixon.   No, vi dico, sedete.
Milord. (Soffro per poco ancora). (da sè, e siede)
M. Brindè.   Digli che qui l’aspetto.
(a Birone)
Birone. Glielo dirò. (entra in bottega)
M. Brindè.   (Ridotto ho il calcolo perfetto).
(siede sulla panca dirimpetto al caffè)
Milord. (Sì alza, e riverisce la Brindè.)
M. Brindè. (Si alza, e fa la sua riverenza.)
Lorino. (.Si alza anche lui, e fa la riverenza alla Brindè.)
M. Saixon. Eccola lì la vostra saggia filosofessa. (a Milord)

SCENA IX.

Jacobbe Monduill dal libraio, e detti.

M. Saixon. Ma quel che più le piace, è quel che a lei si appressa.

(accenna Jacobbe a Milord)
Jacobbe. Eccomi a voi, madama. (alla Brindè)
M. Brindè.   Il calcolo vedrete
Ridotto a perfezione. (gli dà un foglio)
Jacobbe.   Ne avrò piacer.
M. Brindè.   Sedete.
Jacobbe. (Siede, e scuopre in faccia di lui Milord; s’alza, e lo saluta.
Lui non gli risponde, ma bensì la Saixon e Lorino.

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M. Brindè. Milord non vi saluta. (a Jacobbe)

Jacobbe.   D’altro sarà occupato.
(alla Brindè, e legge piano)
M. Saixon. Milord, che avete voi? parete stralunato.
Milord. Nulla, madama.
M. Saixon.   Io gioco che siete un po’ geloso.
Lorino. Ho scritto in tal proposito un foglio portentoso.
Faccio toccar con mano, ch’è pazzo quel meschino
Che sente gelosia.
M. Saixon.   Bravo, monsieur Lorino.
Udiste? (a Milord)
Milord.   (Sono stanco). Madama, perdonate. (s’alza)
M. Saixon. Dove, milord?
Milord.   Passeggio.
Lorino.   Eh via, non gli badate.
(a madama Saixon)
Milord. (Passeggia, si accosta all’altra panca, e siede colla schiena
verso la Brindè. Poi si alza, la saluta, e torna a sedere.
M. Saixon. Ehi, che caricatura! (piano a Lorino)
Lorino.   (Mi serve di un articolo,
Per mettere in un foglio che ha da riuscir ridicolo).
(alla Saixon)
Jacobbe. Bravissima; si vede ridotto a perfezione
Il calcolo di altezza, e quel di dimensione.
Milord. (Si volta osservando la Brindè e Jacobbe, poi torna come prima.)
M. Brindè. Torvo milord vi guarda. (ad Jacobbe)
Jacobbe.   Vel dissi, egli è invaghito.
M. Brindè. Di chi?
Jacobbe.   Di voi.
M. Brindè.   Che grazia! Sarebbe un bel marito!
M. Saixon. Milord, per quel ch’io vedo, soffrite troppa pena;
Riguardo non abbiate a volgermi la schiena.
Se amate mia sorella, voltatele la faccia,
Per me, se vi gradisce, dirò buon pro vi faccia.
Milord. (Oh lingua maledetta!) (si alza)

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M. Brindè.   Milord, di mia sorella,

Benché di me si parli, mi è oscura la favella.
Voi che intendete dire? (alla Saixon)
M. Saixon.   Milord ve lo dirà.
M. Brindè. Spiegatemi il mistero. (a Milord)
Milord.   Jacob lo spiegherà.
M. Brindè. A voi. (a Jacobbe)
M. Saixon.   No, poverino, non lo può far davvero.
Jacobbe. Vi ama milord, madama; spiegato ecco il mistero.
(alla Brindè)
M. Brindè. Un fenomeno è questo da me non preveduto.
Milord. E ver, del vostro merto il mio cuore è un tributo.
M. Saixon. Bravo, bravo, l’ha detto.
Milord.   Madama, a voi non parlo.
(voltandosi con isdegno alla Saixon)
M. Brindè. (Che dir mi consigliate?) (piano a Jacobbe)
Jacobbe.   (Convien disingannarlo).
(piano a madama Brindè)
M. Brindè. Milord, del vostro affetto grata vi sono, il giuro; (s’alza)
Ma di novelle nozze, credetemi, non curo.
Incomodo provai la prima volta il nodo,
Ora tranquillamente la libertade io godo.
Chiedo perdono a voi, se vi rispondo audace;
Più caro mi sarete, se mi lasciate in pace. (siede)
M. Saixon. Oh bella, oh bella affé! (ridendo)
Lorino.   Oh bella! (ridendo)
Milord.   Non ridete.
(alla Saixon e Lorino)
Che, giuro al ciel, dei scherni or or vi pentirete.
Madama, loderei di cauto un tal pensiero, (alla Brindè)
Se cogli accenti vostri voi mi diceste il vero;
Ma avendo di altre fiamme già prevenuto il core,
Conosco che ponete la maschera all’amore.
Col precettore ardito voi siete in ciò di accordo:
Parlo con te, Jacob, che ora fai meco il sordo.

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Jacobbe. Signor... (si alza)

M. Brindè.   Non l’irritate. (a Jacobbe)
M. Saixon.   È bella sempre più.

SCENA X.

Rosa sulla loggia, e detti.

Rosa. Signore, si dà in tavola, presto venite su.

(alla Brindè e alla Saixon)
M. Saixon. E ben, chi l’ha ordinato?
Rosa.   Monsieur vostro marito.
M. Saixon. Che aspetti.
Rosa.   Non aspetta; è tardi, ed ha appetito, (parte)
Milord. Madama, stranamente con voi mi ho dichiarato;
Ne ha colpa la germana, che ardita ha favellato.
Quel che dovea svelarvi a tempo in altro loco,
Voi l’intendeste adesso così, quasi per gioco;
Ma seriamente appresi da voi con mio rossore,
Che di me non curate il mio sincero amore.
Noto è il disprezzo vostro, mi è nota la cagione;
Non soffre un tale insulto la mia riputazione.
Quel che tacer faceami, era un uman rispetto,
Or che si sa l’arcano, sfogarmi anch’io prometto.
Contro di voi non parlo; con donna io non mi sdegno:
Ma tema il mio potere un perfido, un indegno. (parte)
M. Saixon. (Zitto). (a Lorino)
Lorino.   (Non parlo).
M. Brindè.   Udiste? (a Jacobbe)
Jacobbe.   Madama, a pranzo andate.
M. Brindè. Ah non vorrei, Jacobbe...
Jacobbe.   Per me non dubitate.
Fu il vero e l’innocenza ognor lo scudo mio.
Ite, madama, a pranzo; faccio lo stesso anch’io.
(parte)

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SCENA XI.

Il signor Saixon sulla loggia col tovagliolo sulla spalla, e detti.

Saixon. Venite, o non venite?

M. Saixon.   Son qui, vengo di volo.
(si avvia verso la casa, servita da monsieur Lorino)
Saixon. Ditel, se non venite, che mangerò io solo. (parte)
M. Brindè. Spiacemi ch’ei dovesse provar qualche disgusto.
Difenderallo il cielo: Jacobbe è un uomo giusto, (parte)
M. Saixon. Monsieur Lorin, son grata al vostro complimento.
(vicino alla casa)
Lorino. Vi servo sulle scale.
M. Saixon.   No, no, qui mi contento.
Oggi ci rivedremo. (si stacca da lui colla mano)
Lorino.   Madama. (inchinandosi)
M. Saixon.   Vi saluto. (entra)
Lorino. Speravo un desinare; per oggi l’ho perduto.

Fine dell’Atto Secondo.

  1. Nelle edd. del Settecento è stampato me gl’è.
  2. Così le edizioni del Settecento.