Il diavolo/Capitolo 11

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Capitolo XI.


ANCORA L’INFERNO.


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L’inferno c’è per comun punizione dei dannati e dei diavoli, dei tormentati e dei tormentatori. Satana ha in sè più qualità e più officii, che pajono, a primo aspetto, non potersi conciliare fra loro. Cagion prima del male nel mondo, suscitatore instancabile di peccato, e seduttore perpetuo di anime, egli è nel tempo stesso il gran giustiziere, egli è colui per la cui opera il male è represso e il peccato si espia.

Non è così picciolo atto, nè così tenue pensiero, nella vita e nella mente degli uomini, di cui i demonii non serbino memoria, quando siavi in quelli alcuna parte, alcun fermento di colpa. Sant’Agostino vide una volta un diavolo che recava sulle spalle un grandissimo libro, [p. 310 modifica]dove erano notati per ordine tutti i peccati degli uomini. Più spesso c’era per ogni singolo peccatore un particolar volume, ponderoso e tetro, che i diavoli portavano ostentatamente in giudizio, opponendolo al piccioletto ed aureo in cui l’angelo custode aveva amorosamente descritte le azioni buone e meritorie, e scaraventandolo talora, con iscalpore e con ira, in uno dei piatti della bilancia divina. In più chiese del medio evo, come, per esempio nel duomo di Halberstadt, si vede dipinto il diavolo che scrive i nomi di coloro i quali dormono nella casa di Dio, o chiacchierano, o in altro modo non serbano il contegno dovuto. Nella vita di sant’Aicadro si legge che avendo un pover uomo osato di tagliarsi i capelli in giorno di domenica, fu veduto, appiattato in un angolo della casa, il diavolo, che frettolosamente scriveva il peccato sopra un foglietto di pergamena.


Di regola il peccatore indegno di misericordia è punito in inferno; ma talvolta Satana, coltolo sul fatto, anticipa la vendetta divina e lo castiga mentre è ancor vivo. Gli uccisori di san Regolo, [p. 311 modifica]vescovo, furono strozzati, l’assassino di san Godegrando fu portato via dal diavolo; certa donna di mala vita, che voleva trascinare al peccato sant’Elia Speleota, fu da lui conciata pel dì delle feste. Se non mente lo storico Liutprando, il pessimo pontefice Giovanni XII fu ammazzato a furia di legnate dal diavolo, che lo colse in letto, fra le braccia di una concubina; e sì che il pontefice usava, mentr’era vivo e sano, di bere alla salute di colui che doveva fargli fare così misera fine. Fra Filippo da Siena racconta la terribile storia di certa donna non meno vana che leggiadra, usa di spendere l’ore in lisciarsi ed ornarsi, la quale fu una bella volta lisciata dal diavolo, e sfigurata in modo che di vergogna e di paura se ne morì. Ciò avvenne in Siena, l’anno di grazia 1332. Ai 27 di maggio del 1562, alle sette ore di sera, nella città di Anversa, il diavolo strangolò una fanciulla, che invitata a nozze, aveva osato comperare certa tela a nove talleri il braccio, per farsene uno di quei collari crespi a ventaglio, come usavano allora. Spesso il diavolo picchia, strozza, o porta via chi si mostra irriverente alle reliquie, o deride [p. 312 modifica]le sacre cerimonie; entra in corpo a chi assiste distrattamente alla messa; rimprovera ad alta voce, con gran confusione dei colpevoli, peccati secreti. Spesso il furore diabolico non si cheta se non dopo essersi esercitato anche sul cadavere del peccatore, e molte orribili storie si raccontano di corpi che furono strappati a furia fuor delle chiese, o bruciati negli avelli, o lacerati a brani.


Santa Teresa chiese una volta a Dio di poter fare, per propria edificazione, un piccolo saggio delle pene dell’inferno. Le fu conceduta la grazia, e dopo sei anni il ricordo dello strazio sofferto la gelava ancora di terrore. Sono molte le storie in cui si narra di dannati usciti per breve ora dall’inferno, a solo fine di dare a’ vivi alcun segno delle inenarrabili torture a cui vanno soggetti. Jacopo Passavanti racconta quella di Ser Lo, maestro di filosofia in Parigi, e di certo suo scolare, “arguto e sottile in disputare, ma superbo e vizioso di sua vita,„ il quale essendo morto, apparve dopo alquanti giorni al maestro, e gli disse d’essere dannato, e per fargli [p. 313 modifica]conoscere in qualche modo l’atrocità dei tormenti che pativa, scosse un dito sovra la palma della mano di lui, facendovi cadere una piccola goccia di sudore, che “forò la mano dall’uno lato all’altro con molto dolore e pena, come fosse stata una saetta focosa et aguta.„

Le pene infernali sono, al dir dei teologi, non solo continue nel tempo, ma continue ancora nello spazio, in questo senso, che non è nel dannato neppur una minima particella che non soffra intollerabile strazio, e sempre egualmente intenso. Strumento principale di pena è il fuoco. Origene, Lattanzio, san Giovanni Damasceno, credettero che il fuoco infernale fosse un fuoco puramente ideale e metaforico; ma la grande maggioranza dei Padri tenne contraria opinione, e sant’Agostino disse che se i mari tutti della terra confluissero in inferno non potrebbero temperarvi l’ardore delle orribile fiamme che perpetuamente vi divampano. Oltre il fuoco v’è il ghiaccio, vi sono i venti impetuosi e le piogge dirotte, vi sono animali orribili, e mille qualità di tormenti, che i diavoli inventano e adoprano. San Tommaso prova che [p. 314 modifica]i diavoli hanno il diritto e il dovere di tormentare i dannati; che essi fanno quanto possono per ispaventarli e torturarli, e che per giunta li deridono e li scherniscono. La pena maggiore ad ogni modo viene ai dannati dall’esser privi in eterno della beatifica visione di Dio, e dall’aver conoscenza della letizia dei santi. Su quest’ultimo punto per altro gli scrittori non troppo si accordano, essendovene alcuni i quali affermano che i santi vedono le pene dei reprobi, ma questi non vedono il gaudio di quelli. San Gregorio Magno assicura che le pene dei dannati sono agli eletti gradito spettacolo, e san Bernardo di Chiaravalle si scalmana a dimostrare che i beati godono dello spettacolo che i tormenti dei dannati offrono alla lor vista, e ne godono per quattro ragioni propriamente: la prima, perchè quei tormenti non toccano a loro; la seconda, perchè dannati tutti i rei, non potranno i santi più temere malizia alcuna, nè diabolica, nè umana; la terza, perchè la loro gloria apparirà, per ragion di contrasto, maggiore; la quarta, perchè ciò che piace a Dio deve piacere ai giusti. [p. 315 modifica]

E certo lo spettacolo era tale, per varietà ed intensità, da appagare qualsivoglia più difficile gusto. Procuriamo di farcene spettatori anche noi un istante, almeno con la fantasia, e a tal fine mettiamoci dietro a qualcuna di quell’anime pellegrine ch’ebbero in sorte di visitare il regno della morta gente.


Un monaco per nome Pietro, di cui fa memoria Gregorio Magno in uno de’ suoi Dialoghi, vide le anime dannate immerse in uno sterminato mare di fiamme. Furseo vide quattro gran fuochi, alquanto distanti l’uno dall’altro, nei quali penavano quattro diverse classi di peccatori, e molti demonii affaccendati intorno ad essi. Queste visioni sono tra le più antiche, appartenendo esse al VI ed al VII secolo, e ne mostrano una pena non ancora differenziata, una pena semplice ed unica: nelle visioni de’ tempi che seguono cresce a poco a poco la varietà e la complicazion dei castighi, e l’inferno si rivela in tutta la molteplicità degli orrori e de’ terrori suoi.

Il monaco Wettin, di cui narrò la visione in [p. 316 modifica]sul principiare del secolo IX un abate del monastero di Reichenau, giunse, scortato da un angelo, a certi monti d'incomparabile altezza e bellezza, che parevano essere di marmo, e cui cingeva da piede un grandissimo fiume di fuoco. In quell’onde era immensa una innumerevole moltitudine di dannati, e altri dannati erano in mille altri modi tormentati. In un gran fuoco si vedevano molti ecclesiastici, di vario grado, legati a certi pali, ciascuno rimpetto alla propria concubina, similmente legata, e l’angelo disse a Wettin che quei peccatori erano flagellati nelle parti genitali tutti i giorni della settimana meno uno. In un castello tetro e fuligginoso, dal quale denso fumo esalava, stavano prigioni alcuni monaci, ed un di loro era, per giunta, rinserrato in un’arca di piombo.


Ben più vario l’inferno veduto dal monaco Alberico in principio del XII secolo, quand’era ancora fanciullo. In una valle spaventosa molte anime stavano immerse nel ghiaccio, alcune sino alla caviglia, o sino al ginocchio solamente, altre sino al petto, altre sino al capo. Sorgeva [p. 317 modifica]più oltre un terribile bosco, formato di alberi alti sessanta braccia, e irti di spine, da’ cui rami aguzzi e taglienti pendevano per le mammelle quelle triste donne che ricusarono di nutrire del loro latte i bambini orfani di madre; due serpi suggevano a ciascuna il mal ricusato seno. Per una scala di ferro rovente, alta trecentosessantacinque cubiti, salivano e scendevano coloro che nelle domeniche e nelle feste dei santi non seppero astenersi dalla copula, e quando l’uno, quando l’altro di essi precipitava in una gran caldaja piena d’olio, di pece e di resina, che bolliva da basso. In terribili fiamme, simili a quelle di una fornace, erano puniti i tiranni; in un lago di fuoco gli omicidi; in uno smisurato tegame, pieno di bronzo, di stagno, di piombo in fusione, mescolati con zolfo e con resina, i parrocchiani poco zelanti che tollerarono le scostumatezze dei loro parroci. Si spalancava più oltre, simile ad un pozzo, la bocca del più profondo baratro infernale, pieno di tenebre orrende, di fetore e di strida. Ivi presso era legato con una catena di ferro un serpente smisurato, dinanzi a cui stava, sospesa [p. 318 modifica]in aria, una moltitudine di anime; ed ogni volta che traeva a sè il fiato, il serpente ingozzava di quelle anime, non altrimenti che se fossero mosche, e quando emetteva il fiato, le vomitava accese a guisa di faville. I sacrileghi bollivano in un lago di metallo liquefatto, le cui onde si agitavano crepitando; in un altro lago, formato d’acqua sulfurea, pieno di serpenti e di scorpioni, annegavano in perpetuo i traditori e i falsi testimoni. I ladri e i rapinatori erano legati con gran catene di ferro arroventate, e loro pendevano dal collo gravi pesi, similmente di ferro.


Ma di quante descrizioni dell’inferno ci tramandò il medio evo, la più terribile, quella in cui più grandeggia la poesia dell’orrore, e in cui è maggior dispendio di fantasia inventiva, è la descrizione che si legge nella Visione di Tundalo, ricordata più sopra. Sfuggita dalle mani d’infiniti demoni, l’anima di Tundalo, guidata da un angelo luminoso, giunse, attraverso fittissime tenebre, in una orribil valle, piena di carboni ardenti, e coperchiata da un cielo di ferro arroventato dello spessor di sei cubiti. Su [p. 319 modifica]quell’immane coperchio piovono senza intermissione le anime degli omicidi, e quivi, penetrate dallo spaventoso calore, si struggono come il lardo nella padella, e liquefatte, colano attraverso il metallo, come fa la cera attraverso il panno, e sgocciolano sui carboni sottostanti, dove tornano nel primo stato, rinnovate all’eterno tormento. Più oltre è una montagna di meravigliosa grandezza, piena d’orrore in vasta solitudine. Vi si accede per un angusto sentiero, che dall’una parte ha fuoco putrido, sulfureo e tenebroso, e dall’altra grandine e neve. Il monte è pieno di demonii, armati di roncigli e di tridenti, i quali demonii assalgon le anime degli insidiatori e dei perfidi che si mettono per quel sentiero, e le travolgono giù, e con perpetua vicenda le scaraventano dal fuoco nel ghiaccio e dal ghiaccio nel fuoco. Ecco un’altra valle, tanto cupa e tenebrosa che non se ne vede il fondo. L’aria vi mugghia pel rombo di un fiume sulfureo che corre laggiù, e per l’incessante ululo dei dannati, mentre la ingombra un fumo d’incomportabil fetore. Unisce le opposte pareti di quella voragine un ponte lungo [p. 320 modifica]mille passi, largo non più di un piede, e impervio ai superbi, che da esso precipitano nei tormenti senza fine. Dopo lungo e malagevol cammino, si scopre all’anima esterrefatta una bestia, più grande che le più grandi montagne, e piena in vista d’intollerabile orrore. Gli occhi suoi pajono due colline ardenti, e la bocca è così smisurata che vi potrebbero capire novemila uomini armati. Due giganti tengono, a guisa di colonne immani, spalancata quella bocca, d’onde erompe un inestinguibile incendio. Sollecitate e sforzate da un esercito di demonii, le anime degli avari si precipitano contro le fiamme, entrano nella bocca, e dalla bocca sono travolte nel ventre del mostro, d’onde si sprigiona l’urlo di miriadi di tormentati. Vien poscia uno stagno, grandissimo e procelloso, pieno di bestie muggenti e terribili, attraversato da un ponte lungo due miglia, largo un palmo, irto di acutissimi chiodi. Le bestie si raccolgono lungo il ponte, sbuffando vampe di fuoco, e inghiottono le anime tutte che ne cadono, le quali sono di ladri e di rapinatori. Da un edificio smisurato, rotondo, e simile a un forno, guizzano fiamme che a mille [p. 321 modifica]passi di distanza mordono e brucian le anime. Davanti alle porte, in mezzo all’incendio, stanno carnefici diabolici, muniti di coltelli, di falci, di trivelle, di scuri, di zappe, di vanghe, e d’altri strumenti, coi quali scojano, decapitano, forano, squartano, frastagliano, per poi darle al fuoco, le anime dei golosi. Più là siede sopra uno stagno gelato una bestia disforme da tutte l’altre, la quale ha due piedi, due ali, lunghissimo collo, e un rostro di ferro che erutta fiamme inestinguibili. Questa bestia divora quante anime le vengono a tiro, e le digerisce, e digerite che l’ha, come si fa del cibo le espelle. La poltiglia delle anime cade sullo stagno gelato, dove ciascun’anima si rintegra, e rintegrata, subito ingravida, sia femmina o maschio. La gravidanza segue il naturale suo corso, e durante quel tempo le anime stanno sul ghiaccio, e si sentono lacerare le viscere dalla prole concetta. Venuto il termine partoriscono, così gli uomini come le donne, e partoriscono bestie mostruose, che hanno capi di ferro rovente, e rostri acutissimi, e code irte di uncini. Tali bestie escono da qualsivoglia parte del corpo, e nell’uscire [p. 322 modifica]stracciano e si traggono dietro le carni e le viscere, graffiando, azzannando, ruggendo; e questa è la pena dei lussuriosi, e più specialmente di coloro che, entrati al servigio di Dio, non seppero signoreggiare la carne. In altra più remota valle son molte fucine, e innumerevoli demonii in figura di fabbri ferrai, i quali afferrano le anime con tenaglie ardenti, e le gettano sulla bragia perpetuamente avvivata dal soffio dei mantici; poi, quando quelle son fatte roventi e malleabili, con gran forconi di ferro le traggon dal fuoco, ammassatene insieme venti o trenta, o anche cento, gettano quella massa ignea sopra le incudini, e con i magli la percuotono a gara, e così martellata e compressa la scaglian per l’aria ad altri non meno terribili fabbri, che riafferratala con le ferree tenaglie ricominciano il giuoco. Lo stesso Tundalo è sottoposto al supplizio, il quale è preparato a coloro che cumulano peccato sopra peccato. Sostenuta la formidabile prova, l’anima perviene alla bocca dell’ultima e più profonda voragine infernale, simile in figura ad una cisterna quadrangolare, d’onde esala un’altissima colonna di fuoco e di [p. 323 modifica]fumo. Un’infinita moltitudine di anime e innumerevoli demonii salgono dentro quella colonna a guisa di faville, poi ricadon nel baratro. Ivi, nella più remota e spaventosa profondità dell’abisso, stassi il principe delle tenebre, steso e legato sopra una enorme graticola di ferro, e assiepato di demonii, che attizzano sotto a quella, e avvivano coi mantici, i carboni crepitanti. Esso è di smisurata grandezza, negro come le penne del corvo, e mille mani, armate di ferrei artigli, agita nelle tenebre, e divincola una lunghissima coda, tutta aspra di dardi acutissimi. Freme e si torce l’orribile mostro, e furiando di dolore e di rabbia, avventa quelle mille sue mani per l’aria tenebrosa, tutta impregnata di anime, e quante ne coglie tante si spreme nell’arsa bocca, come di un grappolo d’uva fa il villano assetato; poi, sospirando, le soffia fuori e le sparpaglia, e quando riprende il fiato, tutte a sè le ritrae novamente. Così sono puniti coloro che non isperarono nella misericordia di Dio, o in Dio non credettero, e così pure gli altri peccatori tutti, i quali, sostenuti alcun tempo gli altri tormenti, sono [p. 324 modifica]da ultimo assoggettati a quello, supremo ed eterno.


Altri descrisse l’inferno più propriamente simile a un’immensa e orrenda cucina, e a uno spaventoso tinello, dove i diavoli fanno da cuochi e da banchettanti, e le vivande sono di anime di dannati, in varii modi preparate ed acconce. Il già ricordato Giacomino da Verona dice che il cuoco Belzebù, mette l’anima ad arrostire com’un bel porco al fogo, la condisce con una salsa fatta di acqua, sale, fuliggine, vino, fiele, aceto forte, e uno schizzo di veleno buono, e così appetitosamente concia, la fa servire in tavola al re dell’inferno, il quale, assaggiatala, tosto la rimanda indietro, non parendogli cotta abbastanza. Un trovero francese dei tempi di Giacomino, Radulfo di Houdan, descrive in certo suo poemetto intitolato Le songe d’enfer, un gran banchetto infernale, cui gli fu dato di assistere, un giorno che il re Belzebù teneva corte bandita e generale concilio. Appena entrato in inferno, egli vide una gran moltitudine affaccendata in apparecchiar le tavole. Entrava [p. 325 modifica]chi voleva, e non si rimandava indietro nessuno. Vescovi, abati e chierici lo salutarono caramente; Pilato e Belzebù gli diedero il benvenuto; e, giunta l’ora, tutti sedettero a mensa. Più pomposo banchetto, e più rari cibi non vide mai corte di re. Le tovaglie erano fatte di pelli di usurai, e i tovaglioli di pelli di vecchie bagasce: serviti e inframmessi non lasciavan nulla a desiderare: usurai grassi lardellati, ladri e assassini in guazzetto, baldracche in salsa verde, eretici allo spiedo, lingue fritte di avvocati, e più manicaretti d’ipocriti, di frati, di monache, di sodomiti, e d’altro buon selvaggiume. Il vino mancava; chi aveva sete beveva spremitura di villanie.


I diavoli avevano officio di aguzzini e di carnefici. Ad essi toccava, come si è veduto, arrostire, lessare, scorticare, squartare le anime. Tale officio aveva le sue suddivisioni e i suoi gradi; e come i tormentati erano distribuiti per le regioni infernali secondo il peccato loro chiedeva, così erano distribuiti i tormentatori, secondo chiedeva il castigo alle speciali loro cure [p. 326 modifica]affidato; e come ciascuna colpa aveva proprii diavoli instigatori, così aveva proprii diavoli punitori. Ma i punitori, mentre attendevano a quell’ufficio, sentivano essi il castigo meritato dalla malvagità loro? erano essi straziati nel tempo stesso che straziavano?

Intorno a ciò sono varie opinioni. Non mancano scrittori, e di gran credito, i quali affermano che i diavoli non soffrono delle pene infernali, perchè se ne soffrissero, assai di mal animo potrebbero attendere all’officio di tentare e di tormentare, officio ch’essi mostrano, per contro, di esercitare con singolare compiacimento. Nelle Visioni, come nel poema di Dante, Lucifero suol essere assoggettato nell’ultimo fondo d’inferno, e in conformità di quanto è detto nell’Apocalissi, ad asprissimo supplizio; ma degli altri demonii non si dice, di solito, che patiscano gravi tormenti. Che alcuna volta si tormentassero a vicenda, si azzuffassero e si picchiassero, sembra più che naturale, e se ne può vedere esempio nella visione stessa di Tundalo e nella Divina Commedia, là dove è descritta la bolgia dei barattieri. Nè ai maledetti [p. 327 modifica]mancavano svaghi e godimenti. Come ogni opera buona era loro cagion di tormento, così era cagion di letizia ogni opera rea, e quanto sappiamo dell’andamento delle cose umane lascia supporre ch’essi avessero assai più frequente occasione di rallegrarsi che di dolersi. Spesso, nelle pietose leggende, si veggono i diavoli far grande tripudio intorno all’anima che diventa loro concittadina. Dice Pietro Cellense (m. 1183) in uno de’ suoi sermoni che il diavolo, sommerso nelle fiamme infernali, sarebbe morto di fame da un pezzo, se non lo rifocillassero i peccati degli uomini; e Dante assicura che egli in inferno si placa vedendo le cose di questo mondo andare a modo suo. Anche ammettendo che la pena dei diavoli fosse gravissima, refrigerio non le mancava.


I teologi sono comunemente d’accordo nel dire che in purgatorio non ci sono demonii a tormentare le anime; ma moltissime Visioni rappresentano il purgatorio pieno anch’esso di diavoli, intesi a farvi il consueto officio di tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel [p. 328 modifica]concilio di Firenze, fermò il dogma del purgatorio, la cui dottrina era stata innanzi svolta da san Gregorio e da san Tommaso, non si pronunziò sopra questo punto particolare. Dante, che quanto alla situazione e alla struttura del purgatorio ha immaginazioni e concetti tutti proprii, quanto alla relazione di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi e lascia quella dei mistici. L’antico avversario tenta, gli è vero, di penetrare nel purgatorio del poeta in forma di biscia,

Forse qual diede ad Eva il cibo amaro;

ma gli angeli, gli astor celestïali, lo volgono in fuga. Sia qui notato di passaggio che le pene del purgatorio furono da taluno credute più aspre che non quelle dell’inferno, e ciò perchè non duravano eterne, come l’altre duravano.


L’inferno era l’ordinaria dimora dei dannati, e il luogo dov’essi soffrivano regolarmente il meritato castigo; ma non si creda che la regola fosse a dirittura senza eccezione. Lasciando [p. 329 modifica]stare per ora certi dannati avventurosi che per ispecialissima grazia divina furono tratti dall’abisso e ammessi in cielo, dei quali avrò a parlare più oltre, si vuol notare che i dannati potevano in certi determinati casi, e per un tempo più o meno lungo, uscire dalla lor prigione, e che c’era pure, se così può dirsi, un inferno fuori dell’inferno. Apparizioni di dannati erano, come s’è veduto, frequenti; ma nulla giovava ad essi l’essere fuori del luogo consueto di pena, perchè la pena li seguiva lo stessa, come l’ombra il corpo. Altri dannati non erano ricevuti in inferno, ma penavano in qualche strano luogo della terra, forse perchè potessero essere di salutare ammaestramento a chi, peregrinando, s’imbatteva in loro. Così è che san Brandano, navigando alla scoperta del Paradiso terrestre, trovò in un gran gorgo di mare il massimo dei rei, Giuda Iscariote, perpetuamente sbattuto dall’onde infuriate; e che uno degli eroi della leggenda epica carolingia, Ugone di Bordeaux, errando in Oriente, trovò Caino chiuso in una botte di ferro, irta dentro di chiodi, la quale andava senza posa ruzzolando per un’isola [p. 330 modifica]deserta. Giovanni Boccaccio, rifacendo a modo suo più antichi racconti, narra la paurosa storia di quel Guido degli Anastagi, che uccisosi di propria mano per disperazione d’amore, e dannato agli eterni castighi, insegue ogni giorno, quando per questa, quando per quella campagna, montato sopra un cavallo nero, con uno stocco in mano, e due mastini innanzi, la donna spietata e crudele, dannata ancor essa, la quale a piedi e ignuda gli fugge davanti, finchè raggiuntala, egli con lo stocco la trafigge, con un coltello la spara, e il cuore e gli altri visceri getta in pastura ai cani affamati. Stefano di Borbone (m. c. 1262) parla di certi fantasmi che, in luogo prossimo all’Etna, si vedevano, tutta la settimana, affaccendati a costruire un castello, il quale precipitava nella notte del sabato, e per opera loro ricominciava a sorgere dalle fondamenta la mattina del lunedì; ma sembra fossero piuttosto anime purganti che dannate.

Più d’una volta fu veduto, nel colmo della notte, l’intero popolo infernale andare a processione, per l’aria, o passar per un bosco, con ordinanza come di sterminato esercito in marcia. [p. 331 modifica]Il monaco Otlone, vissuto sin verso la fine del secolo XI, racconta di due fratelli, che cavalcando un giorno, videro improvvisamente nell’aria una turba grandissima, la quale passava non molt’alto da terra. Esterrefatti, chiesero, facendosi il segno della croce, a quegli strani viaggiatori chi fossero. Uno, che pel cavallo che montava e per le vesti, sembrava cavaliere di conto, si diede loro a conoscere, dicendo: “Io sono il padre vostro, e se voi non rendete al convento, cui lo tolsi ingiustamente, il fondo che sapete, sarò irremissibilmente dannato, e con me saranno tutti i successori miei che terranno il maltolto.„ Il padre dà ai figliuoli un saggio degli orribili tormenti che soffre, e i figliuoli riparano la colpa di lui, e in tal modo lo liberano dall’inferno.

Ma una storia più meravigliosa e spaventosa di questa trovasi narrata da un altro monaco, il cronista Orderico Vital, vissuto sin verso il mezzo del XII secolo. Un prete di nome Gualchelmo, curato di Bonneval, tornava una notte dell’anno 1091 dall’aver visitato un infermo, lungi un buon tratto dalla sua casa. [p. 332 modifica]Mentr’egli attraversava i campi deserti, illuminati dalla luna che alta splendeva nel cielo, gli percosse l’orecchio un rumor vasto e formidabile, come di grandissimo esercito che valicasse. Preso dallo spavento, fa per nascondersi tra certe piante, che quivi erano, quand’ecco un gigante, armato di una smisurata mazza, gli vieta il passo, e senza altrimenti nuocergli, gl’ingiunge di non muoversi. Il prete resta come inchiodato, e assiste a uno strano e terribile spettacolo. Passa da prima una turba innumerevole di pedoni, i quali trascinano con sè grande quantità di bestiame, e vanno carichi d’ogni sorta di masserizie. Si lamentano tutti in grave modo, e l’un l’altro sollecita. Segue una torma di sotterratori, i quali recano cinquanta feretri, e su ciascun feretro siede un orribile nano, con capo enorme, a guisa di dolio. Sopra un gran tronco, che due tenebrosi etiopi recano in ispalla, è strettamente legato un malvagio uomo, il quale empie l’aria di orrendi ululati. Un mostruoso demonio gli sta sopra a cavalcioni, e con isproni affocati gli lacera il tergo ed i lombi. Viene dopo una cavalcata senza [p. 333 modifica]fine, tutta di donne peccatrici: il vento solleva ogni tratto quegli aerei lor corpi all’altezza di un cubito, e subito li lascia ricader sulle selle irte di chiodi roventi. Alla cavalcata s’accoda una schiera di ecclesiastici d’ogni condizione, e a questa tien dietro un esercito di cavalieri, vestiti di tutte le armi, cavalcanti corsieri grandissimi, e spieganti all’aria negri vessilli. Il prete ha con uno di quei cavalieri un colloquio che qui non importa riferire: il cronista Orderico afferma d’avere udito dalla stessa bocca di lui l’intero racconto.


Nell’Apocalissi detta di san Giovanni si legge che lo strazio dei dannati durerà nei secoli, e non avrà lenimento nè di giorno, nè di notte, e gli scrittori ecclesiastici sono unanimi in affermare che Dio abbandona affatto i dannati e si scorda di loro. San Bernardo dice esplicitamente, in uno de’ suoi sermoni, che in inferno non è luogo a indulgenza, come non è possibilità di penitenza. È questa la opinione fermata dalla rigida teologia dogmatica; ma ad essa un’altra opinione contrasta, suggerita da una [p. 334 modifica]teologia più tollerante e più umana, da una teologia che ignora le sottigliezze della dialettica, e vien dal cuore per andare al cuore; e secondo quest’altra opinione la infinita misericordia di Dio non si ferma dinanzi alle porte dell’inferno, ma, come un raggio di luce benefica, penetra nell’abisso, e consola di alcun blandimento e di alcuna requie le torture inenarrabili dei dannati.

Il poeta cristiano Aurelio Prudenzio (c. 348-408?) parla, in un suo inno, di riposo conceduto alle anime dannate, la notte della risurrezione di Cristo. In un’apocrifa apocalissi di san Paolo, composta verso la fine del quarto secolo da un qualche monaco greco, si racconta una discesa dell’apostolo delle genti nel regno dell’eterna perdizione. Guidato dall’arcangelo Michele, l’apostolo ha già tutto percorso il doloroso regno, ha veduto i varii ordini di peccatori e gli aspri castighi a cui li assoggetta la divina giustizia, ha versato a quella vista lacrime di pietà e di dolore. Egli sta per togliersi all’orror delle tenebre, quando i dannati gridano ad una voce: “O Michele, o Paolo, movetevi a compassione [p. 335 modifica]di noi; pregate per noi il Redentore!„ L’arcangelo dice loro: “Piangete tutti, ed io piangerò con voi, e con me piangeranno Paolo e i cori degli angeli: chi sa che Dio non v’usi misericordia.„ E i dannati gridano: “Miserere di noi, figliuolo di David!„ ed ecco scende dal cielo Cristo incoronato, e rinfaccia ai reprobi la malvagità loro, e ricorda il sangue inutilmente per essi versato. Ma Michele, e Paolo, e migliaja di migliaja di angeli, s’inginocchiano dinanzi al figliuolo di Dio, e chiedono misericordia; e Gesù, mosso a pietà, concede alle anime tutte che sono in inferno tanta grazia che abbiano requie, e sieno senza tormento alcuno, dall’ora nona del sabato all’ora prima del lunedì.

Questa, che è forse la più bella tra quante leggende divote nacquero dalla fantasia cristiana, ebbe più tardi, volta di greco in latino, e di latino in varii volgari d’Europa, grande divulgazione e celebrità, e gli è più che probabile che Dante l’abbia conosciuta e n’abbia fatto ricordo nel suo poema divino; ma il pensiero che la informa non le è così proprio che anche in più altre leggende del medio evo non si ritrovi. San [p. 336 modifica]Pier Damiano racconta sulla fede dell’arcivescovo Umberto: Presso a Pozzuoli sorge, fra acque fetide e negre, un promontorio sassoso e ronchioso. Da quell’acque pestifere sogliono levarsi, a tempi determinati, uccelli spaventosi, i quali si lasciano vedere dal vespro del sabato sino al mattino del lunedì. Durante questo tempo volano come emancipati, di qua e di là intorno al monte, spandono l’ale, si ravviano col becco le piume, e pajono godere di alcun refrigerio e di alcun riposo loro conceduto. Nessuno mai li vide cibarsi, nè v’è cacciatore che possa, per qualunque ingegno v’adoperi, insignorirsene. Come appar l’alba del lunedì, ecco sopraggiunge un corvo, di grandezza simile a un avvoltojo, e comincia con un gracchiar grave a sollecitar quegli uccelli, e a cacciarseli innanzi. Essi, gli uni dopo gli altri, s’immergono tutti nello stagno, e più non si lasciano vedere sino al sabato seguente; onde da alcuni si crede sieno anime di dannati, alle quali, ad onore della risurrezione di Cristo, è largita la grazia di poter riposare la domenica e le due notti ancora che fra sè la comprendono. [p. 337 modifica]

Ma con o senza temporanea mitigazione e temporaneo riposo, le pene infernali duravano per l’eternità. La dottrina propugnata nel terzo secolo da Origene, uno dei più grandi spiriti per certo ch’abbia prodotto l’antichità cristiana, la dottrina cioè della salvazione finale di tutte le creature, e del ritorno a Dio di tutto quanto venne da Dio, pure insegnata, nel secolo successivo, da Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa, era caduta sotto la riprovazione dei più gelosi custodi della verità dogmatica, sotto l’anatema dei concilii, e aveva in tutto ceduto il luogo alla dottrina della dannazione eterna ed irrevocabile. La spaventosa minaccia era perciò perpetuamente presente agli spiriti, e di ogni mezzo si usava perchè fosse rincalzata a dovere e impressa con più forza, più addentro. Le arti a gara ajutavan la fede; e Giotto nell’Arena di Padova, l’Orcagna sopra una parete di Santa Maria Novella in Firenze, un pittore non accertato nel Campo Santo di Pisa, in luogo consacrato all’eterno riposo, altri altrove, ritraevano con pennelli di fiamma i terrori e gli orrori dell’abisso infernale. Nei [p. 338 modifica]Misteri drammatici si vedeva comparir sulla scena la bocca voraginosa del simbolico drago, trangugiatore di anime. Dante descriveva alle universe genti il regno delle tenebre, sulla cui orribile porta scolpiva:

Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.

Dal pulpito il frate, levando con l’una mano il crocifisso a testimonio delle sue parole, noverava, una per una, le torture dei maledetti caduti in signoria di Satana, e quand’egli aveva finito, l’organo cominciava a muggire, e sotto le volte profonde, nel crepuscolo delle marmoree navate, risonava un terribil canto, e narrava gli orrori della spaventosa voragine,

Ubi tenebra condensæ,
     Voces diræ et immensæ,
     Et scintilla sunt succensæ
          Flantes in fabrilibus.
Locus ingens et umbrosus,
     Fætor ardens et fumosus,
     Rumorque tumultuosus,
          Et abyssus sitiens.