I naviganti della Meloria/12. I furori d'un vulcanello

12. I furori d'un vulcanello

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11. Il fiume di fuoco 13. La fontana ardente
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XII.

I furori di un vulcanello.


Un’ora dopo il dottore ed i tre pescatori, seduti comodamente sulla sabbia finissima della piccola baia, si divoravano, con un appetito veramente formidabile, il pranzetto sotto l’alta direzione di padron Vincenzo.

A dire il vero non v’era molta varietà di piatti; però quei bravi lupi di mare avevano saputo fare de’ veri miracoli coi viveri che avevano a bordo della scialuppa e anche il dottore aveva fatto molto onore alla zuppa di piselli, allo stoccafisso fracassato colle cipolline, al prosciutto salato accomodato con fagiuoli, al tonno all’olio ed al formaggio salato.

Non mancò nemmeno il dolce, consistente in certe frittelle preparate da padron Vincenzo probabilmente di sua invenzione ma che però bene o male, furono cacciate giù in compagnia d’una bottiglia di autentico Valpolicella vecchio di dieci o dodici anni.

Avevano appena terminato quel pasto poco meno che luculliano pei pescatori ed avevano accese le pipe in attesa che il caffè fosse pronto, quando in lontananza udirono uno scoppio così tremendo, da far tremare perfino il suolo su cui si trovavano.

Le acque del lago, bruscamente scosse, s’alzarono ed una grande ondata, formatasi forse al largo, venne a rompersi, con cupo fragore, [p. 101 modifica]contro la spiaggia sormontando impetuosamente le scogliere che difendevano la piccola baia.

Il dottore ed i tre pescatori s’erano alzati precipitosamente temendo per la scialuppa. Fortunatamente questa, trovandosi riparata da due altre massicce rupi, non aveva sofferto nulla e dopo d’aver toccata la spiaggia arenosa, era tornata al largo finchè lo consentivano gli ormeggi.

— Cosa è successo, — chiese padron Vincenzo al dottore, — che sia scoppiato il vulcano?

— È stata una scossa di terremoto — rispose il signor Bandi.

— Che anche questa immensa caverna frani?

— Oh! Se le sue vôlte non hanno ceduto a questa scossa poderosa, credo che resisteranno ad altre.

— Si ripeterà?...

— È probabile, però ordinariamente è sempre la prima scossa che è la più pericolosa.

— Mi pare che il terreno oscilli ancora — disse Michele.

— E che l’onda torni a formarsi al largo — aggiunse Roberto. — Non udite questi lontani muggiti?

— Tiriamo in terra la nostra scialuppa — consigliò il dottore. — Può venire fracassata contro la spiaggia.

— Su, lesti! — gridò Vincenzo, slanciandosi verso la riva.

I tre pescatori tirarono la scialuppa a terra, la scaricarono rapidamente d’un certo numero di casse e di barili onde renderla meno pesante, poi la trassero sulla spiaggia spingendola dietro ad una roccia.

L’avevano appena messa al sicuro che una nuova ondata venne a rompersi con fragore assordante contro le scogliere, risalendo per la sponda per parecchi metri.

— È stata un’altra scossa — disse il dottore.

— Io comincio ad aver paura, non ho vergogna a confessarlo — disse padron Vincenzo.

— Il terremoto spaventa tutti, mio caro.

— Ma da che cosa derivano questi poderosi urti? — chiese Michele. — Mi hanno detto che provengono dall’incontro di venti sotterranei, però non vi presto gran fede.

— Ne sono persuaso — disse il signor Bandi, ridendo. — Sono frottole create dalla fantasia popolare.

— Sono prodotti dai vulcani — sentenziò padron Vincenzo.

— È vero, non sempre però — disse il dottore. — Vi sono varie specie di terremoti e tutti hanno delle cause diverse.

«Comunemente però, sono originati da vapori acquei e da altri gas ad alta temperatura che si trovano imprigionati nella cavità della terra. Giunti ad un certo grado di calore, scoppiano come vere caldaie ad alta pressione, urtando evidentemente il suolo e tentando di squarciarlo per aprirsi un varco.

«Vi sono anche altri terremoti prodotti dal franamento di grandi masse rocciose entro cavità sotterranee, ma questi sono meno pericolosi dei primi essendo meno violenti e puramente locali. [p. 102 modifica]

— È vero che certe scosse hanno rovinato delle città intere e uccise centinaia di persone?

— Delle regioni intere e delle migliaia di abitanti, Vincenzo. La nostra Italia, che è terra vulcanica, ha subìto dei tremendi disastri in causa di terremoti.

— Specialmente quella meridionale, è vero? — chiese padron Vincenzo.

— Sì, la Sicilia e la Calabria furono messe a dura prova dai loro vulcani. La provincia di Napoli in una sola volta perdette 30.000 persone, durante il terremoto del 1456, il quale rovesciò un gran numero di villaggi. Nel 1693 la Sicilia ne perdette 93.000 e moltissime migliaia la Calabria nel 1753.

— Devon esser state scosse tremende.

— Tali da sconvolgere il suolo. Nella piana di Calabria, per esempio si aprirono così numerosi crepacci ed avvennero tali franamenti da non riconoscere più il suolo. Figuratevi che si formarono duecentoquindici laghi che prima non esistevano, fra piccoli e grandi e che s’aperse un burrone lungo sedici chilometri.

«A Messina invece franò una montagna intera durante il terremoto del 1783 e calando in mare sollevò una tale ondata da annegare milleduecento persone che si trovavano sulla spiaggia.

— Un disastro! Deve essere stato un cavallone gigantesco!

— Anche i terremoti talora avventarono contro le spiagge delle ondate tremende.

— E durano molto le scosse? — chiese Roberto.

— Generalmente pochi secondi, però si sono avvertite delle scosse di durata maggiore. Quello delle Calabrie si dice che continuasse per due minuti. Toh! Un’altra scossa?

Una terza ondata era venuta a sfasciarsi contro le scogliere mentre nelle viscere della terra si udivano dei lunghi boati che parevano distendersi da levante a ponente.

Il dottore ed i tre pescatori, assai inquieti, temendo che anche le enormi vôlte di quella vasta caverna cadessero come quelle della galleria, s’erano alzati per essere pronti a fuggire. Pareva però che le massicce arcate di marmo fossero a prova di qualunque scossa, poichè fino allora nemmeno un sasso, od un frammento qualsiasi, s’era udito a cadere sulle acque del lago.

Per alcuni minuti il suolo continuò a oscillare ad intervalli di trenta a cinquanta secondi, turbando continuamente la superficie del grande bacino, poi tutto ad un tratto si udì, in direzione della galleria, uno scoppio così tremendo che parve dovesse crollare l’intera vôlta della caverna.

Il dottore ed i suoi compagni s’erano vivamente voltati da quella parte. Un grido di sorpresa ed insieme di terrore sfuggì dalle loro labbra.

Un getto di fuoco o meglio di lava, sbucava allora furioso fra una larga fenditura apertasi in una parete e balzava giù come fosse una cascata di bronzo fuso. [p. 103 modifica]

Lo spettacolo era superbo, ma anche pauroso. Quel torrente di fuoco serpeggiando fra le rupi, correva rapidamente in direzione del lago, seguendo il pendìo. Ora lo si vedeva sparire in mezzo alle rocce, entro le gole od i crepacci, poi riapparire bruscamente in un altro punto, correre, balzare e rimbalzare, rifluire, gonfiarsi, poi di nuovo nascondersi per poi tornare a mostrarsi più bello, più minaccioso, più terribile.

— Le pareti della galleria hanno ceduto! — esclamò il dottore.

— E la lava si rovescerà qui? — chiesero i tre pescatori.

— Lo temo, amici. Ma pare che la corrente tenda ad avvicinarsi alla gola che ora abbiamo percorso.

— Non correremo pericolo, rimanendo qui? — chiese padron Vincenzo.

— Sarebbe una imprudenza che potremmo pagare cara.

— Prendiamo il largo?

— Sì e subito.

— In acqua la scialuppa! — gridò Vincenzo.

Michele e Roberto si affrettarono ad eseguire l’ordine, poi imbarcarono le casse ed i barili che avevano messo a terra onde rendere la barca più leggera.

Stavano per prendere i remi, quando si vide il torrente di fuoco apparire all’estremità della gola che conduceva nella piccola baia. Le lave, trovando quel passaggio, vi si precipitarono dentro con furia indescrivibile accavallandosi spaventosamente e proiettando sulle rocce vicine bagliori sanguigni.

L’ammasso dei funghi fosforescenti fu divorato in un attimo, poi il mostruoso serpente di fuoco irruppe sulla piccola spianata avanzandosi minaccioso verso il lago.

— Fuggiamo — gridò il dottore.

I quattro uomini balzarono precipitosamente nella scialuppa e si spinsero rapidamente al largo, attraversando la linea delle scogliere.

Si erano allontanati di cinquanta o sessanta passi, quando le lave piombarono, come una cateratta, nel lago.

Una tremenda battaglia s’impegnò fra i due elementi, fra fischi assordanti. Le prime ondate di lava vengono facilmente vinte, soffocate, ma altre si seguono, si allargano, ribollendo e sibilando, si spingono, si urtano e sorpassano la piccola baia avanzandosi in mezzo al lago.

La grande caverna sembra ribollire come una immensa caldaia ad alta pressione. Le acque e le lave non cedono. Dense masse di vapori biancastri s’alzano sul fiume di fuoco mentre pare che nel seno del lago si distenda un torrente di pece fusa mista a ondate di zolfo ardente.

Lo spettacolo è sublime, ed insieme terrificante.

I quattro esploratori arrancano disperatamente per non venire raggiunti dal terribile fiume che vince, almeno pel momento, anche le acque.

I tre pescatori sono pallidi come cenci lavati; solo il dottore non sembra preoccuparsi troppo. [p. 104 modifica]

— Signore! — gridò ad un tratto Michele. — Che siamo condannati a venire bruciati vivi?

— Non aver paura — rispose il signor Bandi. — Le acque finiranno per trionfare.

— Vedo che la lava si avanza ancora.

— Per poco.

— Ma a me sembra impossibile che non venga spenta da tutta quest’acqua.

— Ci vuole il suo tempo. Anche nelle grandi eruzioni del Vesuvio le lave si spinsero in mare fino a mille e trecento metri; ma poi furono vinte. Il fiume di fuoco impallidisce di già ed ha arrestata la sua marcia.

Infatti le lave, quantunque continuassero a precipitare nel lago, non si allargavano più. Le acque, dopo essere state sospinte, erano tornate alla carica e spegnevano rapidamente quell’elemento distruttore.

— Sì, — disse padron Vincenzo, — il fiume è stato vinto dal lago, però ne ho abbastanza di questa caverna e desidererei trovarmi ben lontano.

— Più nulla ci trattiene qui — disse il dottore. — Cercheremo di giungere al tunnel di sbocco più presto che sarà possibile.

— E di scoprire gli uomini che ci precedono.

— Avete ragione, Vincenzo. Le lave ed i pericoli ci avevano fatti dimenticare costoro.

— Credete che siano già giunti nel canale?

— Lo suppongo. Se si trovassero ancora in questa caverna, in qualche luogo si vedrebbe risplendere la loro lampada.

— Che abbia una grande estensione questo lago?

— È impossibile a saperlo, Vincenzo, finchè non avremo trovato il tunnel di sbocco.

— Dottore, voi sapete remare è vero?

— Come un barcaiuolo, amico.

— Aiutiamo Michele e Roberto; con una rapida corsa potremo forse raggiungere quei misteriosi esploratori.

— Andiamo: i miei muscoli sono ancora robusti.

Pochi istanti dopo la scialuppa raddoppiava la corsa, seguendo le sinuosità della spiaggia, non essendo possibile procedere direttamente, ignorando ove si trovava la bocca del secondo tunnel.

Le scosse di terremoto erano fortunatamente cessate, sicchè le acque del lago avevano ripresa la loro tranquillità, però di quando in quando, dei rombi sotterranei annunziavano come nelle viscere della terra le forze plutoniche non si fossero ancora calmate.

Anche il fiume di lava continuava a calare attraverso le rupi e precipitarsi sulla spiaggia. Era però ormai così lontano che appariva come un sottile nastro di fuoco.

Per quattro lunghissime ore i nostri esploratori arrancarono non prendendo che dei brevi riposi, superando numerose scogliere e parecchie punte che si prolungavano verso il centro del lago e senza aver nulla veduto, nè incontrato.

Cominciavano già ad essere inquieti, temendo di [p. 105 modifica]non dover trovare più lo sbocco della galleria del capitano Gottardi, quando i loro sguardi furono improvvisamente colpiti da una viva luce che si vedeva scintillare sotto una galleria che pareva bassa in proporzione alle gigantesche vôlte della immensa caverna.

— Un altro vulcano — chiese padron Vincenzo.

— Od un altro fiume di lava? — dissero Michele e Roberto.

Invece di rispondere, il dottor Bandi aveva aperta una cassetta e levato un cannocchiale lo aveva puntato in direzione di quella luce.

— Ebbene? — chiesero i pescatori.

— Laggiù si trova lo sbocco del tunnel — rispose il signor Bandi.

— Ma quel chiarore? — chiese Vincenzo.

— Deriva da una grande fiamma che irrompe dalla parete del tunnel.

— Allora avremo il passo chiuso.

— Non mi sembra.

— Ma da che cosa supponete che derivi quella fiamma?

— Forse da qualche eruzione di gaz o da qualche bocca di pozzo petrolifero.

— E possono accendersi da loro?

— È un po’ difficile.

— Allora deve essere stato acceso da qualcuno, forse dagli uomini che ci precedono.

— O dal capitano Gottardi.

— Eh? Volete scherzare dottore?

— Niente affatto, Vincenzo.

— Come si può ammettere che un fuoco arda da parecchi secoli?

— Vi stupite? Eppure in Italia abbiamo non poche fontane ardenti che bruciano da tempi immemorabili, dal tempo dei Romani e fors’anche prima.

«Ecco una cosa che stenterete molto a crederla autentica.

«A Barigazza per esempio, nel Modenese ce n’è una celebre che arde da centinaia di secoli e che i Romani conoscevano, anzi, i loro sacerdoti si servivano di essa per dare ad intendere ai creduloni là dentro vi fosse la fucina del dio Vulcano.

— I furbi!

— Una seconda si trova a Pietramala, nel Bolognese, una terza a Velleja e un’altra pure non lontano, alla Porretta.

— E non vengono usate in nessun modo?

— Finora nessuno se ne serve. Una volta fu raccolto quel gas entro un tubo e per qualche tempo alla Porretta si vide un fanale a luce intensa, ma poi, chi sa per quale motivo, quel fanale fu abbattuto.

— E potrebbero servire quei gaz?

— Certamente, Vincenzo, poichè sono eccellenti idrogeni carburati. Se s’imprigionassero mediante appositi apparecchi si potrebbe illuminare qualche intera borgata senza la spesa d’un soldo.

«In altri paesi, in America per esempio, dove non poche sono anche là le fontane ardenti, vi sono degli stabilimenti illuminati con quei gaz, ma da noi forse l’economia non si conosce. [p. 106 modifica]

— Dottore! — esclamò in quell’istante Michele, abbandonando bruscamente il remo.

— Cos’hai? — chiese il signor Bandi.

— Non vedete delle ombre umane passare e ripassare dinanzi a quella vampata?

— Per centomila merluzzi! — gridò padron Vincenzo, balzando rapidamente in piedi. — Delle ombre umane?

Il dottore aveva raccolto il cannocchiale e lo aveva puntato in direzione della fontana ardente.

— Sì, vi sono degli uomini! — esclamò.

— Quanti? — chiesero i pescatori.

— Due.

— Potete scorgere i loro lineamenti?

— È impossibile perchè ci volgono le spalle e noi siamo ancora troppo lontani.

— Che uno sia quel cane di Simone? Guardate bene dottore! — disse padron Vincenzo.

— Non li vedo più ora.

— Che siano fuggiti?

— Forse possono essersi ritirati dietro qualche angolo roccioso che la fiamma non può illuminare.

— Bisogna cercare di sorprenderli, dottore.

— Li cercheremo: spegnete le nostre lampade.

— Perchè, dottore?

— Sono troppo visibili tra questa oscurità e se quegli uomini non vogliono lasciarsi accostare, scorgendoci, fuggiranno.

Padron Vincenzo con due soffi poderosi estinse le due lanterne.

— Avanti! — comandò poscia, afferrando il remo. — Vedremo con chi avremo da fare.